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Posts Tagged ‘Mario Benvenuto’

La scuola superiore che ricordo da studente era un groviglio di contraddizioni. Classista e selettiva, privilegiava disciplina e nozione e poteva anche andar bene a chi aveva le carte in regola per frequentarla. Mi ci trovai per sbaglio – a quei tempi cominciava a capitare sempre più spesso a chi viveva di poco – per l’ostinazione appassionata di mia madre. Se n’era fatta una questione di vita o di morte che a scuola continuassi, lei, autodidatta, che per bisogno prima, per passione poi, aveva calcato con molto onore le tavole del palcoscenico e s’era ritirata, dopo aver rifiutato una “scrittura” del grandissimo Eduardo: mio padre riteneva che nella vita d’una donna stimabile il teatro non ci fosse posto per il teatro.
La preparazione per l’esame di ammissione – ce ne voleva uno perché ai proletari era riservato a spese dello Stato solo l’avviamento professionale – costò ai miei genitori una stretta di cinghia che arrotondò le entrate di un giovane procuratore legale. Cominciai che l’Armata Rossa entrava a Budapest e Che Guevara iniziava con Castro la rivoluzione cubana – mentre i computer a transistor si preparavano a mandare a casa le schede perforate – e me ne andai che il Sant’Uffizio – c’era ancora, ma chi se lo ricorda? – rinnovava la scomunica ai comunisti e la rivoluzione vittoriosa portava il guerrigliero Guevara alla testa della “Banca National“: un Draghi rivoluzionario che poi sarà ministro. Ogni tempo ha gli uomini che merita.
Avevo la testa piena di declinazioni, recitavo D’Annunzio coi pastori d’Abruzzo e Omero, tradotto da Monti, mi aveva incantato per sempre con l’umanità del suo Ettore alle porte Scee. Devo dire che Achille non riscuoteva che rari consensi: operai o borghesi, venivamo da una guerra devastante, ferite dentro e fuori e il consumismo che s’annunciava non aveva ancora spento ricordi e umanità. Tranne i fascisti convinti e clericali codini, ognuno coltivava nell’anima una scintilla di solidarietà che faceva luce nel buio più profondo. Dei grandi dolori collettivi, la scia che più tarda a morire è la speranza.
Credo che Napoli avesse allora un solo liceo scientifico – il “Cuoco” si diceva in città – ma pochi sapevano che era intitolato al grande storico della rivoluzione del ‘99 – e non era affollato. Quella piccola parte di classe lavoratrice che aveva i figli a scuola nella élite del “superiore” puntava a “un titolo di studio finito” perché sperava di trasformare al più presto lo studio in lavoro. Era ad un tempo subordinazione di classe, problema di vita concreta e questione di censo. Geometri, ragionieri e periti era quanto di meglio si potesse sperare ed era un’impresa quasi impossibile. Posto perciò ne trovai subito, ma era un mondo chiuso e dentro – lo appresi a mie spese – si combatteva sordamente una battaglia di democrazia.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò anche per la scuola. Una volta si diceva: non è “portato” per la matematica. Mia madre, che aveva l’acutezza d’intuizione che hanno gli artisti, contestò subito la formuletta becera che mi bollava. Ma l’arte e la cultura non hanno ascolto nei palazzi del potere se non sono servili – “Cultura! Cultura! Ne avete paura! scandivano ieri i nostri teatranti fuori Montecitorio” – e il potere, nella scuola superiore che mi vide studente, era dalla parte degli insegnanti che contrabbandavano per scienza la storia delle intelligenze che sono “portate“.
– Non è portato per la matematica!
Quante volte gliel’avrà detto, pace all’anima sua, l’ex gerarca ch’era in cattedra al Cuoco, e quante volte mia madre rintuzzò come poteva quella menzogna, ma Goebbels aveva ragione: una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità. Fu vero, quindi, che io non ero “portato” per la matematica e falso che pagavo il prezzo di una battaglia politica. Troppi grilli per la testa con la tessera di giovane comunista in un liceo che riconosceva cittadinanza solo ai giovani missini del Fronte della Gioventù, che poi sono andati al governo della repubblica antifascista. Così, tra un’assemblea illegale per il “rappresentante di classe” e un rapporto con sospensione per ragioni di disciplina, mi trovai in un gruppo di teste dure che camminava in salita.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò per la scuola.
Attorno alla cattedra di italiano e di storia e filosofia ci raccogliemmo in un gruppo sparuto e, senza far retorica, demmo filo da torcere al campo avverso. Entrò nel liceo a vele spiegate il testo del comunista Salinari e tutta la letteratura che è stata, che è e che sarà io l’ho imparata in quegli anni; trovai le chiavi di lettura e l’animo di un giovane, per aprirsi, non chiede che questo: una chiave che lo aiuti a leggere il mondo come gli pare. A vele spiegate la lezione di Dante si levò veramente nell’empireo. Tecce era il mio professore – a Napoli la scuola ha conosciuto il sindacato andandogli appresso – ed aveva cultura gramsciana. I missini si sfaldarono e giungemmo persino a sentire sospiri ammirati. Benigni col suo Dante non stupisce chi fu in quella trincea.
La storia contemporanea non feci a tempo a studiarla. Il quinto anno di liceo non l’ho mai frequentato, ma tra il terzo e il quarto anno la storia ce la insegnò Mario Benvenuto, reduce dalla tragedia dell’Armir, socialista e studioso di Marx, che non aveva pari nell’aprire la mente d’un giovane.
– Se incontrate il generale Messe – ci disse a inizio dei suoi corsi – dategli un calcio in culo e ditegli che ve l’ha chiesto il vostro professore. Dite Benvenuto e il calcio se lo tiene.
Di più ideologico c’era solo l’insegnamento della matematica, impartito dal fascista, di cui ricordo bene il cognome e non lo faccio. Dico solo che era preparato e apertamente feroce. Provocava perché dalla sua parte stava il potere. Avrei potuto starmene zitto, ma non lo feci e sapevo che l’avrei pagata. Ferii così profondamente mia madre e feci molto male a me stesso, ma fu anche una grande lezione di vita.
A partire da Messe e dalla tragedia dell’esercito italiano in Russia, feci storia contemporanea per due anni, se parlammo di Serse o provammo e ragionare del Re Sole: storia contemporanea sempre e comunque. Ed io, che di storia del nostro tempo oggi un poco mi intendo, ho imparato da quel professore l’essenziale. Sono venuti poi maestri celebrati d’accademia, ma in quei due anni ho incontrato la storia.
Lasciai il liceo, perché non c’era voto alto nelle materie letterarie che potesse ribaltare la sentenza inappellabile della matematica: tra scritto e orale, la media del tre.
Ho odiato ed amato quella scuola, nella quale ho imparato persino la matematica dal professore fascista – sapeva insegnarla, anche se mi costrinse a lasciare – e ci ho riconosciuto un principio: una società esprime un modello di scuola. Quel modello e non altro. Entro il modello poi agiscono, con una fedeltà speculare a ciò che accade all’esterno, forze, istanze e bisogni.
Certo, gli attori sono quelli di sempre – ragazzi, insegnanti, il personale non docente, le famiglie – e si muovono come possono e sanno, con quanto può esserci di buono e di cattivo, le punte alte e quelle basse, ma il copione lo scrive il mondo nel quale essi vivono.
Oggi il mondo è quello che è: trionfa il neoliberismo e quando gli estremi si toccano, le differenze sono somiglianze. Come in ogni momento della storia, tuttavia, entro le istituzioni nate per la conservazione – e la scuola è tra queste – cresce fatalmente un’alternativa. Una generazione si forma, per le vie e con i mezzi che ha, entro la realtà che trova e se crede la cambia. Prima o poi i nostri ragazzi cambieranno la scuola, perché cambieranno il mondo. Lo faranno e ci chiederanno conto di quello che stiamo combinando. Quando accadrà sarà molto difficile parlar loro di governance, governement e autonomia. La “scuola del silenzio” troverà voce per urlare.
Vorrei avere un respiro ancora per poter sorridere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 ottobre 2005.

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athens2[1]Al Liceo non tornai più. Sparirono nel buio labirinto del tempo, fuori dalla memoria, tutti assieme, ingegneri e fisici, matematici e medici.
I futuri scienziati della nuova borghesia persero tutti – e tutti in una volta – nome e cognome, lineamenti e parole.
Non divennero passato: di ciò che è stato vivo e presente il nostro futuro, che a sua volta progressivamente si fa passato, conserva comunque suoni, voci, colori.
Un lampo, magari, un istante solo, ma vivo.
Degli scienziati borghesi che avevano fatto da spettatori silenziosi d’uno scontro mortale e d’uno scempio non mi rimane nulla.
Sono fantocci vestiti alla moda: immobili nei lunghi banchi di legno con i calamai per l’inchiostro ormai vuoti. Mi sono chiesto più volte se, assieme al professore di matematica, quei banchi fossero davvero tutto quanto sopravvivesse della scuola fascista, ma non ho trovato risposta.
Tutto quello che affiora oggi dal vortice che mi prende allo stomaco quando ritorno a quei giorni ha valore di simbolo.
E in maniera simbolica ritrovai tutto il gruppo una volta: anonimo, innaturale, pronto a muoversi e però fermo, come accade talvolta al movimento paralizzato dallo scatto di una foto.
Insegnavo da poco – per quei paradossi che fanno la vita il cattivo studente era tornato a scuola – e il gruppo seguì invisibile una giovane donna giunta a me chissà come per vendere i rossi volumi d’una enciclopedia.
– Tu? –
Una esclamazione fu tutto quanto servì a riconoscerci. Lei, non molto cambiata, io più o meno lo stesso, con una ciocca bianca nel biondo dei capelli ondulati che invecchiavano già precocemente. Aveva sposato uno del gruppo: scienziato vero, capii allora, che a trent’anni era stato ordinario alla Normale di Pisa, ma non era mai salito sulla cattedra illustre che l’aveva aspettato inutilmente.
Così fa la morte che se l’era portato via nel giorno in cui assumeva servizio: uno schianto e un urlo alle porte di Pisa.
Ora vendeva libri la sua bella compagna femminista, che lo aveva perso, quel giorno, per sempre. Le rimanevano un figlio da tirare su, poche domande senza una risposta e quella fedeltà delirante di cui mi parlò lucidamente: un infinito egoismo, una femminile impotenza psicologica o, come le pareva talvolta, una protesta insensata.
– Non voglio più niente, Geppino, faccio guerra alla vita per sentirmi viva, ma sono il brutto sogno che non so scacciare, l’incubo ricorrente, lo spettro di me stessa. Vivo di rifiuti e quando morirò sarà un miracolo: non si muore due volte.
Il gruppo invisibile di futuri scienziati della nuova borghesia – invecchiato senza colpo ferire – fu presente certamente a quell’incontro, di cui mi restano ancora, nella biblioteca di fassino chiaro, i sedici volumi rilegati in pelle rossa e nera coi caratteri d’oro, della grande enciclopedia scientifica.
Rimase attorno a noi, muto collettivo di individui. Senza volto, senza parole, senza luce negli occhi.
Così com’era stato nei giorni successivi alla tragedia. I giorni delle promesse e d’una miserevole colletta, li definì, con un lampo corrucciato negli splendidi occhi neri la donna, mentre un impercettibile tremito le guastava il disegno perfetto della bocca e una mano nervosa percorreva i lunghi capelli neri, li sollevava un po’ in alto e poi li lasciava cadere nuovamente liberi sul collo e sulle spalle.
– Ti avrei cercato – sospirò – Massimo ti ricordava sempre, ma eri come sparito nel nulla.
Sacrificai più di uno stipendio. Ma non riuscii a provare davvero molto dolore, non dissi le parole terribilmente vuote della solidarietà e non feci domande.
Avevamo percorso binari diversi e tutto il passato di cui mi parlava era morto tantissimi anni prima.
L’uomo che le stava di fronte aveva da tempo reciso di netto i legami col suo passato e quel poco che ci aveva uniti – in fondo non altro che la mia sanguinosa esperienza scolastica – se n’era andato via su di un binario morto. Se i fantocci che la circondavano avessero ritrovato un volto nella mia memoria, il suo tragico Massimo che si ricordava sempre di me sarebbe stato certamente uno di loro: un pupazzo inanimato che aveva abbandonato la sua sventurata compagna.
E una storia di abbandoni raccontava senza parlare quella donna seguita senza saperlo da emblematici fantocci: abbandonata dal compagno lasciato dalla vita, abbandonata dagli scienziati presi da se stessi quando la morte aveva seminato i frutti terribili della sua immutabile stagione. Abbandonata, lei, che già prima mi aveva lasciato così lontano da non riuscire a ritrovarmi nemmeno per domandare aiuto.
Tutto ciò che di vivo suscitò quella donna dal buio profondo di un tempo ormai senza data, fu l’immagine più bella che mi resta di quand’ero studente. L’immagine più bella che ho della scuola. Un cono di luce limpida venuto chissà da dove ricondusse così me a me stesso, nel sole luminoso e nei colori vivaci di gennaio, nei giardini di piazza Miracoli, dove teneva lezione ai futuri scienziati un irripetibile maestro, tirandoli fuori dagli stanzoni gelati dell’ampio e massiccio porticato chiuso nel perimetro grigio degli Educandati Femminili, che ospitavano sezioni staccate del Liceo “Cuoco”.
La volontà misteriosa che governa la memoria e segna con logica ferrea ed incomprensibile sui cocci dell’ostrakon nomi, cognomi e volti da cancellare aveva per sue regole interne conservato intatto il nome ed il volto di Mario Benvenuto.
E lo rividi così com’era – nulla, m’accorsi quel giorno, aveva davvero potuto mettere tempo tra di noi – esile e curvo, sofferente nel suo eterno ed antico cappotto troppo grande per quel suo corpo sempre più magro, con l’infinita luce degli occhi scuri che tenevano insieme tutta quanta la sua vita e ne dichiaravano l’onestà e la bontà assieme al dolore stupefatto:
– Va come non deve andare e non so più perché – ripeteva sfinito alla passione civile che lo consumava, alla lucidità laica e greca dell’argomentare che gli nasceva da dentro, figlia di ordinate letture e disordinate esperienze.
Ufficiale tradito in Siberia dallo Stato Maggiore e irrimediabilmente disperato per i suoi soldati, sventurati invasori senza colpe, esposti inermi al fuoco dell’Armata Rossa e crocifissi dal gelo, ci guidava come reclute di Russia al calore del sole e raccontava.
Ogni buon professore racconta.
Mario Benvenuto raccontava più e meglio di tutti. E la storia della civiltà assumeva le mille sfumature delle sue infinite storie.
L’ascoltavano incantati i suoi alunni, innamorati di quell’uomo sottile nell’aspetto e nel parlare, di quel suo intrecciare parole in modo che ognuno potesse ascoltarle, capire e ripensarci, come ascoltando daccapo, ed ancora e di nuovo capire, salendo di un tono e di un piano, su, sempre più su.

Lo ascoltavano i suoi alunni e si univano a loro i vecchi di piazza dei Miracoli, venuti al sole dall’ombra fredda delle case costruite a ridosso del tufo e poco più in là benv[1]scavate direttamente nel il tufo. I vecchi rinsecchiti e sorridenti dei gradini di Miraddois, che ascoltavano, si riscaldavano ed annuivano, forse perché capivano anch’essi ciò che c’era da capire di essenziale, e confermavano, avallavano, si compiacevano, con quel loro pacato dire di sì, partecipare ed indicare a vicenda l’uno all’altro quella specie di Socrate che seminava domande e mieteva risposte, che proponevano ancora domande: in una sequenza che non pretendeva altra logica se non quella che avevamo nella nostra testa e nei cuori.
Lo ascoltavano, quella specie di greco che in una delle sue lezioni all’aperto fuori dai portici degli Educandati mi presentò le domande della filosofia antica e mi lasciò riflettere e rispondere; il sole – ricordo – cadeva sulle pagine del Fedone, gli scienziati apprendevano di libertà non scientifiche e, sotto gli occhi dei vecchi che annuivano, scorrevano i fiumi degli eventi e i rivoli complessi del pensiero. Ricordo come fosse oggi la sua voce duttile che aderiva alle pieghe del pensiero e lo restituiva palpitante: in quel suo raccontare semplice, in quel suo argomentare complesso posi le basi delle letture più affascinanti, che mi condussero in un fertile disordine a leggere Smith e Marx, a provare palpiti per l’Utopia e, più tardi a ad arrovellarmi su Marcuse ed a voler cogliere il pensiero profondo degli uomini nell’intreccio del romanzo e nei fatti della storia. Fu ascoltandolo, che mi ritrovai un giorno a percorrere la strada di Cartesio senza che mai nessuno me ne avesse parlato, ingegnandomi semplicemente di proseguire le riflessioni di altri pensatori. Aveva immense qualità: sapeva indicare un metodo e insegnava a costruire pensieri autonomi.
– Non giuste risposte, tuonava, ma pensieri autonomi. Eccola la rivoluzione!
E’ vero, non ho saputo poi mai capire Wittgenstein, ma so leggere tra le righe, tengo alla mia autonomia e mi batto per un’idea. Oggi ancora, oggi che ho più di dieci lustri. Poco o molto, il buono che ho dentro glielo devo.
Ricordo come fossi oggi i suoi racconti incantati e la sua prima storia: quella delle fondamentali innocenze. Annassimandro e Anassimene intendeva. Ricordo il viaggio che ci condusse a Parmenide e il bel tempo trascorso con Eraclito. Ricordo l’acqua, il fuoco e la guerra eterna.
Nella mia vicenda personale entrò in vari modi come sempre i maestri. Ebbe scontri feroci col professore fascista e ci rimise moltissime delle poche forze che aveva.
Alla fine non mosse un dito e lasciò che me ne andassi: il silenzio è talvolta rispetto profondissimo mi aveva preannunziato tempo prima.
E’ morto relativamente giovane, ma io l’ho rivisto vivo ogni volta che sono passato per Piazza Miracoli dove c’è sempre il sole tiepido che ci riscaldava nel gennaio napoletano, ci sono i vecchi seduti ad assorbire il calore, gli scienziati della nuova borghesia messi in circolo, senza nome, cognome e lineamenti, e c’è Eraclito ancora, che afferma sorridente: non ci si può bagnare due volte nella stessa acqua di un fiume. Eraclito, che mostra a chi passa l’acqua ed il fuoco e l’eterna, terribile, inevitabile loro guerra.
Metteteli sul mercato della vostra scuola-azienda i professori veri e senza età: non vi basteranno soldi per poterli pagare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 luglio 2003

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