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Posts Tagged ‘Salerno’

Ferdinando Cordova, fino a novembre scorso ordinario di Storia Contemporanea alla Sapienza, era nato a Reggio Calabria nel 1938 e se n’è andato nelle prime ore del mattino di lunedì 11 luglio. L’ha portato via, in poco più d’un mese, un male che non perdona e che aveva affrontato così come ha vissuto: da uomo schivo e gentile, col coraggio sereno e consapevole di chi è in pace con se stesso. La notizia dolorosa si è materializzata improvvisa sul pc, come capita in questo tempo nostro di veloci vie tecnologiche: “lutto“, la parola in oggetto, secca, tagliente e irrimediabile. Sapevo che sarebbe giunta, ma non credevo così terribilmente presto e non immaginavo quanto amara e difficile da accettare. Nando, così ero abituato a chiamarlo, era un uomo al quale non potevi che voler bene. E me ne accorgo oggi, come mai l’avevo sentito prima, perché è così, perché è il fatto compiuto e senza rimedio quello che ti pone davanti a te stesso e ti parla come non sa fare nessun altro momento della vita. L’avevo sentito a telefono, ora non ricordo più bene se venerdì o sabato. Stava malissimo, era consapevole ma anche sereno e ancora capace di far cenno agli “amici affettuosissimi“, con quel tratto umano inconfondibile, che la sofferenza devastante non aveva potuto e non poteva cancellare. Era stato lui stesso a dirmi della sua malattia il 3 luglio scorso. “Farò di tutto per uscirne, – mi aveva scritto – ma, se dovesse andare male, ricordami ad amici e studiosi“.
Cordova è stato allo stesso tempo studioso serio e valoroso e uomo onesto e geloso della sua autonomia di pensiero. Dopo quarant’anni d’amicizia, me lo ricordo così, rigoroso nella ricerca, pronto e acuto nella “battaglia delle idee“, netto, se necessario, ma pacato, sereno e mai fazioso. A leggere oggi i suoi molti saggi, non è difficile riconoscere i tratti migliori della scuola di Renzo De Felice, che ci fu maestro comune e di cui egli fu allievo degnissimo, sebbene indocile e soprattutto indipendente. L’ho conosciuto ch’ero ancora uno studente-lavoratore, nella fertile confusione che fu la mia vita negli ultimi anni Sessanta. Il primo ricordo è un esame di storia, dopo la prova scritta, i suoi generosi complimenti e le parole che segnano una vita: “Renzo, questo è Aragno…“. L’inizio d’una intensa e lunga collaborazione negli ormai lontanissimi anni Settanta, vissuti in una Salerno che non c’è più, in un edificio di via Irno, dov’eravamo distaccati e dove il caso e il magistero di De Felice ci avevano messi assieme. Si occupava, in quegli anni, degli arditi e dei legionari dannunziani e aveva appena pubblicato un saggio ancora oggi utile a chi voglia capire la cause della crisi del mondo liberale. Così valido e “anticipatore“, che nel 2007, quasi quarant’anni dopo, il Manifestolibri l’ha potuto riproporre com’era uscito nel 1969. I ricordi sono mille: i pranzi frugali, da giovani più o meno spiantati – l’accademia non è stata mai ricca – in una sorta di taverna a ridosso del Corso Italia, le lunghe, formative e appassionate discussioni con De Felice, che andava pubblicando la sua monumentale biografia di Mussolini, un anno drammatico, non saprei dire con certezza, ma credo il 1974, con le polemiche sugli “anni del consenso” che investirono anche noi e giunsero a separare i due allievi dal maestro che, intanto, era approdato a Roma. Abbiamo poi preso strade diverse, ma non ci siamo mai persi di vista e, nonostante il trascorrere degli anni, il posto in cui era più probabile incontrarlo era ancora l’Archivio Centrale dello Stato, a Roma. Lì ha trascorso tanta parte della sua vita di ricercatore. Lì aveva proficuamente studiato la Massoneria e il sindacato fascista e, ormai vecchio, ancora studiava da maestro il fascismo, lo Stato totalitario la storia e la cultura del nostro Paese dall’Unità alla Repubblica. Ha scritto saggi pregevoli che lasciano un segno. L’ultimo – Il ‘consenso imperfetto’ quattro capitoli sul Fascismo – cui tanto teneva, quasi presagisse la fine, aveva pagine e spunti davvero illuminanti. La cultura del nostro Paese perde un protagonista serio, coerente, capace di assumersi la responsabilità del rischio, senza inseguire mode, con la fermezza di chi sa di essere un riferimento. Non è perdita lieve. Mancheranno il suo contributo autorevole, il senso della misura e la capacità di cogliere il significato profondo degli eventi storici. Personalmente gli devo molto e sempre, quando avevo un dubbio o sentivo il bisogno di andare a fondo in una ricerca, lo trovavo disponibile, aperto, pronto a dare una mano, a dire la sua con intuizioni sempre felici, idee chiare e una cultura fine e ricca di umanità. L’anno scorso, dopo aver pubblicato due mie biografie di antifascisti sul suo “Giornale di Storia Contemporanea“, con affettuosa insistenza, mi aveva convinto a mettere assieme alcune biografie di sconosciuti antifascisti per farne un “Quaderno” della sua rivista. L’introduzione sarebbe stata sua, se la morte non se lo fosse portato via, ma terminerò il lavoro e troverò modo di farlo uscire ugualmente. Glielo devo, come gli dovevo questo tentativo di ricordarlo e rispondere a quel suo invito del 3 luglio scorso, quando lottava per la sopravvivenza e mi chiedeva di ricordarlo alla comunità degli studiosi.
Degli storici parlano soprattutto le mille ricerche e i saggi prodotti. Quelli di Ferdinando Cordova lo faranno a lungo: hanno a buon diritto il loro posto tra quelli degli studiosi che la morte non cancella.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2011 e su “il Manifesto” il 14 luglio 2011 

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Luigino Biliandi aveva avuto dalla natura il dono invidiabile e, in verità, meno raro di quanto si creda comunemente, d’una notevole propensione alla moderazione nel campo spinoso delle occupazioni redditizie, che i più sono soliti indicare, assai superficialmente, col nome ben più grave e serio di lavoro.
luigi1[1]
Era nato, è vero, in “terre di spopolamento – come aveva letto una volta in un libro del fratello che faceva l’università a Salerno – ma portava nel suo giovane cuore di uomo del Cilento un ottimismo “anomalo” che, per dirla in breve, stava tra il non ben meditato e il superficiale – almeno così pensavano i più – e che, in un modo o in un altro, la vinceva persino sulla dottorale sapienza di suo fratello. D’altro canto, perché mai avrebbe dovuto essere pessimista o nutrire sospetti uno come lui, che, sfuggendo a un destino grigio, che si sarebbe consumato tra case ridotte a pietraie, andava incontro a un lavoro sicuro e già “assegnato“, come gli aveva assicurato in una lettera un suo vecchio amico ormai “milanese“?
Eppure, a sentir le ciance di suo fratello, le cose stavano proprio così e c’era da star con tanto d’occhi aperti:
Ma ti pare che lassù aspettano te per un lavoro buono? Luì, chissà che sarà!luigi2[1]
E se Luigino a questo punto tirava in gioco la sua sostanziosa propensione ad ogni genere di lavoro sicuro – che nasceva probabilmente dal non averne potuto trovare mai nemmeno uno – e se poneva l’accento a suo modo su quel particolare, assai piccolo e però notevole, che lì, in paese, se la poteva solo fare con vecchie o donnette, ad aspettare l’abbacchiatura e far giusto il soldo per rischiare un colpo a bocce su un quartino, sicché tra l’alba e il tramonto stava sempre a cercare il modo di girare per sentirsi vivo, ecco, se lo faceva, il fratello sbottava e assumeva un tono alto, che alla fine sfociava immancabilmente in uno stridulo falsetto:
La libertà! Luì, chi emigra se la gioca, la libertà! Tu qua in un modo o in un altro non ci campi? E stacci, sta a sentire a me, che di sopra ti comprano la pelle.
Non fosse stato suo fratello – e se un certo rispetto per i libri che studiava non l’avessero tenuto – Luigi un bel calcio indietro gliel’avrebbe dato di gusto, magari per dispetto e per dirgli in un suo modo paziente:
Ma chi ti ha mai detto che a me così pare di stare libero?
Luigino aveva una sua precisa filosofia sul lavoro.
– Fatica – diceva spesso – è la nostra, quella che facciamo a schiena rotta e senza pace, senza un’ora buona o una festa che conti. Solo per rimanere in piedi e respirare, così poi torni a faticare. Lavoro è una parola diversa e complicata. Non lavora, questo è certo, non lavora chi pareggia coi soldi che prende quello che spende e non gli resta che ripetere la stessa storia tutti i giorni. Uno così fatica e muore. Se poi uno si trova una lira in più quando fa i conti, bene: così non è lavoro: è gioco. Uno così è felice. Lavoro – diceva Luigino – è una parola che non dice niente. Ci sono solo il gioco e la fatica. Che fai? Ti danni per una cosa che non ti dà quanto ti serve e lo chiami lavoro? Quella è disperazione…
Come molti di coloro che hanno la consapevolezza d’essere nati e cresciuti tra le incertezze di fatiche che non bastano a garantire la tranquillità e che non pagano per quanto vogliono, Franco, il fratello di Luigi che aveva studiato, sentiva un’assoluta diffidenza per ogni speranza e per ogni disperazione. Non era rassegnato, perché per esserlo occorre aver sperato, e non era vinto perché non aveva lottato. Era, diceva Luigino, un “teorico“, uno che non capiva la pace dell’animo di quel suo fratello contadino ignaro del sottosviluppo e dello sfruttamento, e non si spiegava come facesse a risolvere ogni questione con quella sua strampalata filosofia tutta “individualismo piccolo borghese” e “isolazionismo gretto e contadino“. Uno che finiva sempre con l’accontentarsi d’una “presa per il didietro” che gli assicurasse il minimo di sicurezza materiale. Tutto questo irritava Franco, specialmente quando s’accorgeva di quanto fossero insufficienti la sua “scienza” e la sua consapevolezza delle cose, quando si trovava ad imporle a quel cocciuto contadino. Per qualunque verso s’era mai provato a prenderla, quella faccenda gli era sempre sfuggita di mano. Non aveva null’altro da opporre che chiacchiere a quella sorta d’antica fame di stabilità che c’era nel petto, per tutte le altre cose tranquillo, di Luigino.
Aveva un bel dirgli, quand’era a corto d’argomenti:
Ma tu non ti trovi costretto! Avessi almeno famiglia o che so io…
Benché ci fosse in lui anche la speranza segreta d’insinuare non so che tarlo moralistico in seno al contendente, era troppo intelligente per non capire da sé che aveva un gran bel torto. Torto marcio. Luigi se ne andava e faceva bene. In momenti così Franco si chiedeva se tutto non accadesse davvero per una sorta di condanna ineluttabile, si sentiva impossibilitato a reagire e talora, in squarci di luce sinistra, gli si apriva dinanzi la visione dalla secolare malformazione sociale della sua gente.
Come gli altri, Luigi dimostrava di non possedere quella che Franco, con tono grave, chiamava “coscienza di classe“.
A sentire Franco, quell’assenza garantiva la sopravvivenza dell’ingiustizia e, con essa, degli uomini stessi. Franco, insomma, osservando il fratello, avvertiva il beffardo dominio dello “squilibrio che – come spesso diceva – si muta in assurda garanzia d’ordine“.
luigi3[1]Venne finalmente per Luigi il giorno della partenza e, come tutte le cose di quel “maledetto paese” – com’ebbe a definirlo per l’occasione Franco – anche la sua partenza si trasformò in un avvenimento destinato al commento dei crocchi nei successivi sette giorni.
Il Cilento è terra bella e capace d’ispirare amore profondo. Però, forse per la noia che vi aveva coltivato assieme alle rare piante riarse, forse per la durezza d’animo comune ai giovani di un tempo singolarmente freddo, una cosa è certa: a Luigi partire non faceva venire alcuna particolare passione per il suo paese. Per di più, sapendo che il mostrarsi indifferente in un momento come quello avrebbe scandalizzato le brave persone accorse in piazza per salutarlo, Luigi si sentiva notevolmente imbarazzato, mentre si rigirava a stringer mani nella piazza assolata, tanto più che il fratello se ne stava in disparte, con negli occhi un’accusa fiera per quel suo agire che doveva sembrargli un vero e proprio tradimento. Non c’è dunque da meravigliarsi se il giovane contadino si sorprese a provare sollievo per l’apparizione improvvisa, e solitamente malaugurata, di un personaggio tutto azzimato e tronfio, che compariva dal fondo della piazza, andando dritto verso di lui con l’aria consuetamente goffa, resa ancor più evidente dal contrasto tra il lampo d’orgoglio che aveva negli occhi e la figura sua stramba, che mostrava, su due gambe tozze, un ventre come un otre e le braccia forti e corte.
Don Tito era fatto così. Se poteva fare un favore e mostrar di poter muovere pedine importanti per un suo gioco, lo faceva volentieri. Aveva – di ciò Luigi era certo – qualche buon santo, tanto più che in paese c’era addirittura chi sussurrava che poteva giungere sino a Roma per faccende grosse. Per Luigino l’aveva fatto, riuscendo a “sistemarlo” senza batter ciglio. Gongolante, mentre discreti sguardi lo indicavano e berretti di velluto salutavano ossequiosi, veniva a raccogliere l’omaggio col faccione rubizzo atteggiato a compiacimento. Cercava Luigi, che a sua volta gli si affrettava incontro e l’apostrofava con vivacità: – Oh Don Tito!
A Franco il disgusto pareva salisse alla gola. E non, come si può pensare, per l’uomo grosso e per il fratello sfuggente, ma perché, con tutta la sua stizza, non riusciva a immaginare che potesse esserci un altro mondo attorno a lui o che potessero cambiare i rapporti tra quegli uomini, senza che sparisse per sempre anche la sua gente e lui con essa.
E allora a che servirà? Si chiese amaro.
Servì. Almeno così sembrava.
luigi4[1]Vero è che a Milano Luigino cui si era trovato né più né meno che come all’inferno, con la gente che non lo capiva e lui che non capiva la gente.
Per di più – e gli pareva incredibile – il “gioco” d’un tratto prese a deprimerlo e a mandargli all’aria tutte le convinte filosofie. In quel mondo lì che non capiva, anche la sicurezza del lavoro gli era sembrata estranea e aspra e se il principio del “devi lavorare per mangiare” al paese gli pareva così naturalmente ostile, ora gli sembrava che ci fosse anche un che di più duro ad aggravarlo: che gli si desse da mangiare perché lavorasse.
Era una sensazione dolorosa che non trovava modo di sopportare, che da solo, con l’animo suo schietto, non avrebbe mai saputo immaginare. Allora perse l’appetito, cominciò a pensare che Franco avesse ragione e provò una qualche passione per il suo paese.
Ora il lavoro era lavoro ed esisteva. Riguardava non lui da solo, ma gli altri come lui, lo legava a nuovi lacci, conosceva attese più brevi ma reiterate e perciò, alla lunga, più snervanti. Insomma non era un gioco da sfruttare, come l’aveva sognato, ma, per quanto capiva, un oggetto di contesa.
D’altro canto, se ai problemi del lavoro non voleva pensarci, ci pensavano gli altri a tormentarlo. C’era sempre qualcuno ad aspettarlo. E volantini e richieste erano compagni di sempre. Spesso cose giuste, altro che parole di Franco, ma ancora più spesso incomprensibili e indisponenti. Era una sola monotona canzone, sempre uguale e cantata con tono diverso.
Tutto prese a sembrargli così una grande bestemmia, tutto gli divenne ferocemente estraneo: un lavoro che c’era e quasi sicuro, gli si presentava manomesso, come corrotto e snaturato. Si ribellava, certo, ma più si divincolava e lottava, più gli pareva che tutto fosse condannato a snaturarsi infinitamente.
C’era, dietro tutto quanto vedeva e sentiva, qualcosa che non capiva, come un’entità oscura che dominava dall’esterno la scena furiosa nella quale si trovava ed a cui sentiva d’essere assai estraneo e non capiva perché.
Il capitale era il mostro responsabile di ciò che accadeva. Gliene parlavano in tanti, gliene parlavano sempre da quando era giunto a Milano, ma tutto quello che aveva capito era solo che il mostro che gli offriva il lavoro glielo distruggeva tra le mani e gli rendeva estraneo e inutile il solo valore che conosceva: la sicurezza.
Qui si fermava, e tuttavia, giacché non era stupido e vanesio, sentiva che in seno a tutto quel gran dibattere e discettare c’era anche una qualche ansia di giustizia, sebbene distorta e resa utile a fini oscuri da figuri oscuri che a tutto quel mondo erano in fondo estranei, e avvertiva come un senso di colpa assieme ad un profondo anelito a quella tranquillità che aveva sperato inutilmente di trovare con un trapianto radicale e, tutto sommato, assalito ben presto da una crisi di rigetto.
Era per lui, facendo un paragone antico, come per quel pastore montanaro che, tra pecore e balzi scoscesi, avverte ad un tratto il desiderio di dire una parola ad un amico, però è solo e può appena cantare e giocare col cane; quello, sebbene gli sia amico, non bada che al gioco, né sa né può avvertire la malinconia che lo suscita: è un cane inutile. Così fra i compagni di lavoro stava Luigi, con tristezza schiva e simulata pace. E come il pastore poi la sera, al fuoco, sente che forse, se scendesse al piano, non troverebbe più la parola da dire e resterebbe zitto, capiva di essere fuori posto e, insieme, di aver perduto, coi sogni, anche la voglia d’un ritorno.
luigi5[1]Aveva sopportato la sua terra perché era certo di partirne ma a Milano non sarebbe restato. Era come in un limbo.
Né bene né male, né odio né amore.
E tutto gl’infuriava intorno in una lotta feroce.
L’oggetto della contesa, santo demonio, come finì per sembrargli, era il capitale, visto nelle categorie dell’uso, del possesso, della suddivisione.
La sua moderna filiazione era la lotta del lavoro, visto nelle categorie del molto, del poco, del nocivo: avesse avuto il tempo, avrebbe preso a tirare per l’uno o por l’altro contendente.
Tornò invece al paese in una sera di pioggia. Invalido, un occhio cieco e la pensione.
Era saltato sui suoi risparmi in una banca a Piazza Fontana.
C’erano stati tanti morti o tanti feriti.
Quella triste sventura in un clima d’odio gli marchiò l’animo per sempre.
Passò il resto dei suoi anni a ripetere al fratello affranto, con ostinata frequenza:
Franco, non gli dare retta. Non dar retta a nessuno. Non lo fanno mai per noi. Mai. Noi perdiamo sempre.

9 marzo 1975

 Uscito su “Fuoriregistro” il 24 settembre 2003.

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Il paese, a poco più di trecento metri sul mare, su uno spuntone di roccia tra Salerno e Policastro, si raccoglie indolente, e non rincorre certo la globalizzazione. Sul depliant della pro loco tracce di cavalieri e di Angioini, con un Guido d’Albert che vi giunse al seguito di Carlo I, cilen[1]e di passaggi da un padrone all’altro: i Sanseverino, la badia di Cava, i d’Alemagna che l’acquistarono – non è chiaro se per fatto d’armi – ma lo vendettero in breve ai principi Capano, che lo tennero a lungo, sino a quando si estinsero alla fine del secolo dei lumi, del quale la pro loco non dice, perché non pare sia passato mai per questi monti.
Feudo fino al 1806, quando la tardiva modernità della politica – ci sono terre in cui il ritardo è norma – impose al borgo l’eversione della feudalità, il paese, con sua la gente e le case incantate tra il verde, quasi non si accorse del cambiamento e non s’è mai del tutto scosso da una sua inspiegata sospensione del tempo.
La sentiva Sebastiano Neghelli questa tregua prolungata, persino nel motore dell’auto, e gli pareva addirittura ristagno, mentre saliva su per gli ultimi tornanti che lo conducevano in alto. Quando fu nell’abitato dalle vie domenicali strette e solitarie, Sebastiano si perse: la storia di un’eterna nobiltà feudale gli si era parata davanti e aveva tempi suoi lunghi e sfasati. Con la spia della benzina al rosso non aveva avuto dubbi: s’era diretto nella piazza che ospitava il Municipio.
L’uomo che se ne stava seduto su un muretto basso, davanti alla massiccia torre quadrangolare ch’era stato palazzo Capano, si mostrò sinceramente stupito:
E voi, la benzina la venite a cercare proprio qui da noi? Ma non c’è un distributore. Tornate indietro, scendete verso il mare, giù in pianura, poi svoltate a destra, salite verso nord e lì, se non ha chiuso, trovate un benzinaio.
– Se non mi fermo prima…
mormorò Sebastiano sfiduciato, mentre scrutava a fondo l’uomo che gli parlava.
Né giovane, né vecchio, tra i quaranta e i cinquanta, stempiato, il naso adunco e sporgente sul volto pallido e sottile, intristito dal nero di una barba doppia e fitta, nonostante l’accurata rasatura, la statura media, appesantita da un’eccessiva robustezza delle spalle e dalla pancia leggermente sporgente, la camicia di buona qualità stirata male e i pantaloni marrone di cotone sgualciti: l’uomo sembrava spento.
– Spento, pensò infatti meccanicamente Sebastiano, ma lo tormentava troppo il pensiero della benzina, per curarsi dell’uomo. Fu perciò istintivo e il tono della voce ebbe una vena inattesa di disperazione:
Non ci arriverò mai dal vostro benzinaio. Sono ormai completamente a secco.
Stringendo lievemente gli occhi, l’uomo accentuò la ruga profonda e verticale che apriva un solco tra le sopracciglia, si levò stancamente dal muretto, prese Sebastiano per un braccio, come fossero amici da sempre, e lo tranquillizzò:
Non state a preoccuparvi – gli disse sorridendo – che la benzina posso darvela io. A Rocco Capano non bisogna chiedere. Faccio la scorta, pochi litri per l’emergenza, ma non so mai che farne. Resto sempre in paese.
Sebastiano si sentì sollevato. Non gli andava di restare fra i monti quella sera.
Ve ne sarei molto grato.
Rocco Capano mise l’indice dritto davanti al naso, per dirgli di tacere, e sussurrò:
– Non mi costa niente.
I due uomini restarono così, l’uno di fronte all’altro. Sebastiano alto, atletico abbronzato, Rocco pallido, pesante e un poco curvo. nassyr1Il tramonto era triste: troppe ombre nel rosso, ma un metro dietro Rocco c’era ancora quanta luce bastava ad attirare l’attenzione di Sebastiano, finalmente disteso, su una sorta di sacello addossato alla parete dov’era la torre. Ricordava caduti: tutti Capano e tutti misteriosamente Rocco.
Sebastiano provò d’un tratto un tuffo al cuore.
– Vostri parenti? domandò inquieto, indicando la lapide di marmo. E non seppe chiedere: ma come, tutti Rocco?
– Qui siamo tutti Capano – replicò Rocco senza nemmeno girarsi – e dove ci hanno portato la fame o l’illusione di cambiare il mondo, là siamo andati a morire.

Il sole Sebastiano l’aveva ormai alle spalle, ma un sole così caldo che gli imperlò la fronte.
– Un Capano è morto per Garibaldi – proseguiva Rocco – uno rimase ad Adua, un altro l’abbiamo perso in Libia, qualcuno è finito sul Carso, due fascisti sono sepolti in Etiopia e in Spagna e un ragazzo di vent’anni s’è fermato in Russia.
– Ma quel palazzo, Capano, la torre, dico, a qualcuno di questi morti sarà appartenuto…

Sebastiano non sapeva più cosa lo tenesse in quella piazza. Eppure qualcosa lo inchiodava lì per terra, davanti a quel Rocco che aveva alle spalle in fila un Rocco, un Rocco e ancora e ancora Rocco.
I Capano – rispondeva intanto l’uomo della benzina – sono stati principi e poveri e il palazzo è ora del Comune. I principi Capano non esistono più. Sono rimasti i poveri, i soldati di ventura. Di quelli che non torneranno dalle guerre che faremo aggiungerò il nome sotto quello degli altri. Io segno i morti sul marmo. Uno che lo faccia serve. Quando c’è una guerra, qui da questa torre, qualcuno se ne va. Alla partenza la scena è sempre uguale, la conosco a memoria: ci sono le bandiere e il mondo cambierà. Quando tutto finisce, aggiungo un nome sul marmo e tutto è come prima. E’ da poco che ne ho messo un altro, se mi scosto lo potete vedere…
Si fece da parte e lesse ad alta voce:
Rocco Capano…
– Caduto a Nassirya
, proseguì Sebastiano, che aveva dentro un sentimento d’angoscia senza fine.
Qui nessuno è mai venuto a dire grazie – concluse Rocco . Troppi tornanti. Finisce sempre a tutti la benzina.
In mano gli era apparsa, come per incanto, una tanica.
Furono gesti meccanici: tirare fuori i soldi dalla tasca, fare cenno che no, che non voleva. Salutarsi davanti al palazzo diventato una sagoma scura nella piazza deserta.
Entrando in macchina Sebastiano si strinse nella giacca:
E’ strano. E’ fine agosto e sembra faccia d’improvviso freddo…
Parlando, con un gesto furtivo e quasi inconsapevole, tolse dal taschino della giacca il verde fazzoletto di “leghista“, poi ruppe sgommando il cerchio dell’ansia e non sentì ciò che Rocco gli diceva:
Io qui non ho un calendario.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 ottobre 2004

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