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Archive for the ‘Racconti’ Category

Le solite divisioni, pensava sconcertato, lasciando il campo che presentava due cortei per un’unica lotta e  mentre si lasciava alle spalle la splendida Santa Chiara, scuoteva la testa sconsolato. Non aveva torto Pascal quando sosteneva che la vera religione non insegna solo amore e grandezza, ma anche odio e miseria. La lunga militanza gli aveva ormai insegnato a non sorridere più di questa convinzione. Non è facile rinunciare a credere per fede, mormorò a se stesso; spesso purtroppo ci rifugiamo in un’idea religiosa della militanza che conosce la grandezza, ma non rifiuta la miseria: Questo non solo dà ragione a Pascal, ma spiega molte delle nostre più cocenti sconfitte…
– Buonasera, professore, gli fece d’un tratto un ragazzo, tirandolo fuori dai suoi pensieri.
Ricambiò, si rese conto di conoscerlo bene, ma se gli avessero chiesto il nome, non avrebbe saputo che dire. Ne incontrava tanti, molti li aveva per compagni nelle ultime lotte della sua vita, ma se li ricordava solo per taluni particolari. Quello che gli stava di fronte, per esempio, lo aveva colpito soprattutto perché, nelle assemblee, i suoi occhi neri e vivi sembravano specchio d’una sua intima onestà. Parlava di corsa e si vedeva ch’era dispiaciuto:
– Lei forse non lo sa, professore, perciò voglio avvertirla. Alcuni suoi amici ci parlano male di lei quando non c’è. Ieri ho provato a difenderla da un giovane studioso venuto da Roma a presentare un suo saggio. Diceva che lei scava tra eretici e dissenzienti perché vuole attaccare la sinistra.
– Ti ringrazio, replicò il professore, nascondendo il fastidio, ma in fondo è una critica. E poi tu non devi difendermi. Prova a farti un’idea e a capire se ha ragione.
– Ma lei lo conosce?
– Credo di sì. Se è lui, dovremmo essere amici; abbiamo scritto persino più di un libro assieme.
– E allora perché fa così quando lei non c’è? Quella non era una critica, era un’accusa…
– Non lo so, tagliò corto il vecchio professore, bisognerebbe chiederlo a lui…
Era tardi e il saluto fu breve, ma nei vicoli uguali a sempre l’uomo non riuscì più a leggere com’era solito fare avviandosi alla metro. Ripose il libro nella borsa e lasciò che i pensieri corressero in suo soccorso e si perse in una sorta di monologo che aveva l’aria di un curioso dialogo con se stesso.
– Non mi pare sia il caso di prendersela, si disse, e soprattutto, per carità, non farti venire in mente parole grosse come la slealtà.
– Ma no, si rispose immediatamente, ma che credi? Non sono nato ieri e so come vanno queste cose. Il fatto è che io sono un senzadio, non ho fede. Una ce l’avevo, ma l’ho persa definitivamente tanti anni fa, nell’agosto del Sessantotto. Pare ieri: Praga insanguinata, le cannonate dei tank che giungevano cupe qui sino a noi assieme agli slogan di manifestanti inermi, coraggiosi e sventurati. Un amico che era a lì in quei giorni terribili me lo confermò: c’era stata un’esplosione di libertà e i manifesti, i disegni, gli slogan, come documenti di un archivio vivente, ci invitavano a riscrivere la storia ambigua che ci avevano insegnato.
– C’è chi l’ha vissuta diversamente, fece notare a se stesso pignolo, ma non bastò a disperdere i mille ricordi.
– Ognuno a suo modo, rispose. Anche i credenti sono parte della storia e va bene così. Per me fu una tragica e amara rappresentazione, qualcosa che, mentre mi feriva, mi incantava e sentii subito mia. Non m’importava nulla che quei giovani fossero tutti per la socialdemocrazia contro cui ci stavamo battendo nelle nostre piazze e intuivo che non era una questione di dottrine. Non c’era nulla che venisse da destra o nascesse dalla conservazione. Di questo fui subito certo. Era vero il contrario. “No pasaran!”, la sfida che la Spagna repubblicana aveva già lanciato tre decenni prima ai fascisti di Franco, in quel lontano agosto del Sessantotto diventava l’urlo di Praga contro i carri armati dei sovietici invasori e tardi, troppo tardi il Pci si decideva a condannare. Ho scoperto con gli anni le distanze mai prese, le parole mai dette, e i tanti “compagni” condannati per eresia. Non so come possa uno studioso “ordinare” le sue carte in modo da trovare una giustificazione per la terribile religione che ci educava alla miseria morale, impedendoci di riconoscere le mille gradazioni del grigio e riducendo la complessità della storia al bianco e al nero. Sarà che lui non c’era, quando la vicenda di Enrico Russo, dirigente della Fiom, combattente di Spagna, comunista nemico dello stalinismo, morto di solitudine in un ospizio per i poveri, mi insegnava ad ascoltare con rispetto i miei coetanei di Praga, a capire la profonda e tragica verità che emergeva chiara dalle loro parole: c’è stato più di un Vietnam e la colomba della pace non ha sanguinato solo perché a ferirla sono state le armi fasciste.
“Piazza Quattro Giornate”, annunziò gracchiante la solita voce metallica e preziosa, ricordandogli ch’era arrivato. Fece in tempo ad uscire, si lasciò portare su dalla scala mobile e abbandonò i suoi cupi pensieri nelle viscere della terra. Pochi minuti ancora, poi la vecchia Alice lo avrebbe accolto saltando e scodinzolando. Alice, col suo pelo fulvo e la sua inattaccabile onestà di cane.

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La crisi non abita in Costa Smeralda. Proprietà privata più che repubblica nata dalla Resistenza, Porto Cervo è un groviglio di ville e prepotenti divieti; è cemento con velleità di architetti in un mondo di “case fotocopia”. Non c’è storia, non ci sono radici, si vive secondo logiche da “usa e getta”, come insegna la filosofia del mercato, ma nel suo genere è un capolavoro: un nulla riempito di milioni.
Porto Rotondo, per sfida, tiene all’ancora uno squalo nero, un lungo siluro con la bocca vorace e gli occhi sottili che promettono pazzie; in Piazza Quadra persino una platinata ottantenne s’è rifatta le labbra visibilmente crucciate per “Fabrizio, poverino, che stasera non sarà dei nostri, ma che vuoi che ti dica? Una volta i giovani sfidavano la vita e la lotta era bella”.
E’ un rimpianto risentito, da vita sprecata, questo della vecchia, da vita per se stessa vissuta, vita per cui non conta un altro tempo, il tempo degli altri coi suoi giovani e le sue sfide.
Davanti a “Fisico”, la boutique ch’è tutta un programma, hanno sfidato la vita a loro modo – ma questa è storia antica –  anche gli occhi vagamente smarriti d’una ragazzina bruna e formosa che non ha età, fasciata in mezzo metro di stoffa trasparente, mano nella mano d’un vecchio cadente, che fa il paio con l’amica di Fabrizio. Uno che s’è rifatto anche lui, ma cosa non si sa.
I giovani, cara mia, basta saperli prendere e, a scegliere tra chi serve e chi è servito, sfide e lotte ne trovi. In forma più moderna, la sfida alla vita che Fabrizio s’è evitato, qui riguarda ogni giorno i “giovani dello stage”, studenti e studentesse che ti servono al tavolo la sera, al bar o al ristorante, quelli che conquisti se gli apri il cuore e gli parli di un figlio che ha le sue sfide e le sue lotte. E’ un dialogo breve e circospetto, un parlottare da spie:
Qui mi ha mandato la scuola. Ci son venuta per perfezionarmi in cucina, ma non imparo niente. Sto ai tavoli, prendo ordini, porto pietanze avanti e indietro per la sala e spesso lavo piatti. Tre turni, colazione, pranzo e cena, pensione completa. In cambio mi danno crediti per il diploma che prenderò l’anno prossimo.
L’anno prossimo, dice. E ti si stringe il cuore.
L’anno prossimo la scuola manderà i suoi gioielli, l’impresa marcerà bene, col lavoro a costo zero, altri studenti impareranno l’arte degli sfruttati e di occupazione retribuita chi parlerà? Si mangia, si beve, in Costa Smeralda, e si fa l’amore a ogni età. E’ questione di soldi. Qui l’invisibile confine tra sfruttatori e sfruttati si chiama crisi; gli fanno da guardia armata i governi e il loro fiore all’occhiello, che ancora si chiama formazione.
Quante cose sa dire in due parole la ragazza, mentre poggia uno sull’altro sopra l’avambraccio i suoi piatti sporchi.
– Quest’autunno ho in programma la lotta, confessa, e in poche parole, tra un primo e un secondo, racconta la storia passata, presente e probabilmente futura. Se non t’avesse preso una improvvisa malinconia, l’avresti interrogata: ma tu che intendi per lotta? Invece te ne sei stato zitto, come capita a volte, quando la tristezza ti chiude la bocca e ti ricaccia in gola le parole. Nel silenzio improvviso s’inserisce, aggressivo, l’immancabile mezzobusto televisivo che annuncia come se ci credesse:
Disoccupazione giovanile. Oggi se n’è parlato al Consiglio dei Ministri che è pronto a presentare un “pacchetto” al Parlamento…
E’ un teatro la vita, un palcoscenico su cui vanno in scena sogni legittimi e disperati e menzogne che sembrano grandi verità. Capita a volte, però, che un corto circuito interrompe lo spettacolo e tutto diventa buio. Una notte improvvisa, il sonno della ragione, un ritorno ad antiche barbarie. Durerà quanto deve durare, poi si ricomincia. Anche la storia ha i suoi inverni, ma nulla v’è al mondo che in eterno duri e d’una cosa si può essere certi: la primavera torna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 settembre 2012

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Quante volte Antonio, scettico e diffidente, li aveva sentiti così entusiasti i “nuovisti” convinti:
– Ah, guarda, voglio essere chiaro: l’acquisto online non è solo una comodità. E’ uno dei caratteri nuovi della modernità!
E quante volte aveva chiesto dove diavolo fosse scritto che tutto ciò ch’è nuovo è sempre buono. Una risposta non l’aveva mai avuta e non bastasse gli era piovuto addosso il coro spezzante dei “giovanilisti” scatenato a sostegno di questa sorta di neofuturismo del consumismo:
– Non te la prendere, Antonio, ma la verità e che tu non sei invecchiato, no. Tu sei nato vecchio, che è tutt’altra cosa! E’ una vita che fai il rivoluzionario, ma sei la prova provata che la tua sinistra è stata e sarà sempre la peggiore espressione della conservazione! Non sa guardare al futuro.
Tra i “neofuturisti”, poi, per rafforzare il concetto, non tutti si fermavano a quell’osservazione e c’era sempre qualcuno che, guardandolo con sconsolata desolazione, si abbandonava al turpiloquio come pare dettasse la regola del “nuovo”:
– Antò, credimi: ci hai veramente gonfiato le palle…
Quale sentimento lo avesse spinto a cambiare atteggiamento, non è facile dire e lo stesso Antonio aveva in proposito idee decisamente confuse. Forse il bisogno di non apparire l’eterno bastian contrario, oppure il dubbio che in fondo la sua orgogliosa diversità fosse solo anticonformismo radical chic. Come fare a capirlo? Forse ci aveva messo lo zampino anche una voglia inconfessata di cogliere una luce che lo riguardasse nei grandi occhi castani della signorina Maria, un’insegnate di musica che, nonostante gli anni, gli aveva risvegliato nel cuore inaridito un interesse inquietante e perturbativo di cui aveva ormai perso persino la memoria. Fosse quel che fosse, all’ombra di un platano, nel solleone di giugno che scottava benché s’annunciasse il tramonto, tra i commenti sconci dei giovanilisti quasi settantenni su cosce, culi e tette delle badanti slave, radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti, Antonio l’aveva annunciato un po’ farfugliando, un po’ guardando di sott’occhi Maria che a quell’ora, nel parco, non mancava mai:
– Ho ordinato un libro online alla Feltrinelli!
Se l’applauso fu scrosciante, il commento risultò feroce:
– Adesso bisogna solo aspettare la brutta notizia: “Inspiegabilmente, ha chiuso Feltrinelli!”.
Di tutto, però, ad Antonio rimasero dentro il velo d’ombra che attraversò gli occhi neri, profondi e ancora limpidi di Maria e il senso di dolorosa delusione che gliene derivò. Sulle labbra una domanda che non seppe fece mai:
– Ma come, pareva che fossi la prima a criticarmi e ora mi guardi come ti avessi tradita?
Non disse nulla, Antonio. Strinse gli occhi, come un miope che non riesce a leggere, si passò lievemente la mano sulla fronte, come a scacciarne un pensiero, poi si sentì osservato e guardò immediatamente altrove. Se qualcuno avesse colto anche solo uno sguardo in più rivolto a Maria, sarebbe stata certamente la fine. Non ci vuole nulla a passare da rivoluzionario conservatore a vecchio satiro in fregola e i “giovanilisti”, che si perdonavano a vicenda i desideri più osceni sulle slave, si sarebbero coalizzati nella più feroce condanna per la più depravata condotta mai vista in vecchio dell’età di Antonio.
Si era alla metà di un luglio che tutti d’accordo, vecchi, giovani e “giovanilisti” avevano definito il più rovente a memoria d’uomo, ma il libro non si vedeva nemmeno all’orizzonte umido e grigio latte della torrida estate. L’attesa di Antonio era ormai diventata spasmodica e, in quanto al ritardo, concordavano tutti: non era incomprensibile, era la conseguenza logica d’una forzatura:
– Hai voluto fare il furbo? Tu, vecchio statalista e nemico del consumismo, hai pensato di fregare un privato come Feltrinelli? Ben ti sta! Ora lo sai: il grande fratello ti guarda e il libro a te non te la darà mai.
Antonio cominciava a credere che avessero ragione, ma non sopportava lo sguardo di compatimento che gli rivolgeva Maria. In un modo o nell’altro, col libro o senza libro, sperava ardentemente che quella situazione trovasse una conclusione. Più del caldo, bruciava la distanza che la maestra di musica aveva messa tra loro. Con tutti era pronta a far sentire la sua voce armoniosa e calda, con lui solo taceva.
Con Feltrinelli protestò inquieto, e l’asettica, ma a suo modo tranquillizzante comunicazione del “servizio clienti”, che aveva persino un nome e si chiamava Cecilia, lo rasserenò:
” Gentile cliente, si è purtroppo trattato di un disservizio tecnico. Il fornitore non ha mai ricevuto informaticamente il nostro ordine. Il testo è stato riordinato e arriverà presso il nostro magazzino all’inizio della prossima settimana. Contiamo quindi di evadere il suo ordine entro pochi giorni e ci scusiamo per il disservizio”. Seguivano i saluti e la firma informatica della misteriosa Cecilia. Antonio lesse subito la missiva agli amici, sopportò i loro commenti sull’efficienza del privato, ma lo ferì l’occhiata di una Maria silenziosa, che gli sembrò sprezzante, sotto la crocchia di capelli ondulati ringiovaniti dalla tintura rosso tiziano. Si sarebbe offeso, se la fossetta sulle guance sopra le labbra carnose e sorridenti, non gli avessero provocato, va a capire perché, si domandò – pensieri terribilmente dolci.
Da uomo mite, non fece inutili polemiche con l’accattivante Cecilia del “servizio clienti” che almeno non lo disprezzava.
– Con te che polemica faccio? – pensò – e a che servirebbe? Tu non risponderesti e non hai il volto irritante di un impiegato statale.
Irritante, aveva pensato, ma poi s’era sentito in colpa. Irritante e magari “fannullone”, s’era detto correggendo il tiro, però costretto a stare dietro uno sportello a far da parafulmine alle proteste per i regali elargiti ai privati da tutte le aquile stakanoviste che vivono di politica e ci stanno affamando. Tenne per sé le osservazioni sul mitico “privato” che meglio non si può e sull’abolizione del servizio pubblico come panacea di tutti i mali e rispose conciliante: “Non importa, capita nelle migliori famiglie. Cordiali saluti e buon lavoro”.
Non c’era dubbio. La pressione neofuturista e l’inspiegabile disapprovazione dell’ombrosa Maria gli stavano causando una crisi d’identità. Non si riconosceva più. E poi, diavolo, bisognava pure che si decidesse: o era vecchio, come aveva pensato negli ultimi anni e la faccenda di Maria era a dir poco ridicola, o avevano ragione i giovanilisti e allora…
Era impegnato in queste riflessioni complicate, quando, tre giorni dopo lo scambio conciliante con la Feltrinelli, partita addirittura prima dell’alba, alle 4,05 – il privato, si sa, lavora anche la notte – gli giunge una nuova, inquietante comunicazione: il suo sventurato ordine era stato dichiarato d’un tratto “non evadibile”, perché – teneva a spiegargli il marziano che non si chiamava più Cecilia, ma era trincerato dietro l’anonimo Ufficio Clienti – il suo libro non era risultato reperibile nonostante l’avessero cercato presso tutti i loro fornitori”. Nessun cenno al risarcimento del danno per il tempo perso, però, se avesse voluto informazioni più chiare, il marziano era a sua “disposizione dal lunedì al venerdì (9.00-13.00 | 14.00-18.00) al numero verde 199.515.317, oppure all’indirizzo e-mail”.
– L’orario di lavoro s’è misteriosamente accorciato, pensò Antonio. A quanto pare, la notte per fortuna non c’è chi lavori più come uno schiavo e il sabato s’è convertito al fascismo. Quando però ne parlò con gli amici, fu vermanete il coro:
– Ma che dici? commentarono i “neofuturisti”. Non azzardare paragoni! Feltrinelli è privato! Tu chiami e ti spiega tutto.
Maria come al solito stette zitta, ma sì lasciò sfuggire un sospiro che pareva consigliargli di abbandonare la partita; Antonio non volle crederci, ma gli sembrò un sospiro di nostalgia. Era come se Maria volesse dirgli che era molto meglio l’Antonio di pochi giorni prima, quello che se la prendeva coi “giovanilisti” e non faceva acquisti on line perché sosteneva che tutto serviva a indurli a consumare. Dimentico di se stesso, tuttavia, non badò a Maria e chiamò i marziani. Per un’intera giornata una suadente voce femminile prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due… Antonio pigiò l’uno e quella ricominciò: prima gli ricordò che poteva informarsi on line della situazione del suo acquisto, poi gli offrì due opzioni: premere il tasto uno o premere il due. Quando scagliò il telefono contro il muro, era ridotto a uno straccio. Agosto s’annunciava più torrido di luglio e le librerie avevano chiuso. C’erano aperti solo i negozi della Feltrinelli, ma lì non sarebbe andato. Temeva di fare sciocchezze.
Quando Maria annunciò che s’era decisa a lasciare definitivamente la città per andarsene a vivere dalla sorella in Liguria, Antonio era alle prese con una nuova comunicazione dei marziani.
Aveva mandato alla Feltrinelli una mail piccata con cui esprimeva il suo disappunto:
– Come potrete controllare sul vostro stesso sito, aveva scritto, il libro che vi ho chiesto è presente nei vostri negozi in mezza Italia. Com’è possibile che il libro sia per voi introvabile? Non mi pare un’affermazione degna di un’azienda seria come la vostra. E non è tutto. Come vi ho già scritto, ho chiesto una copia dello stesso libro a Hoepli la settimana scorsa per fare un regalo. Il libro è giunto al destinatario in cinque giorni, senza problemi e voi, dopo ritardi incalcolabili e l’ammissione di un vostro disguido, voi sostenete oggi che il libro non è reperibile. Sarei lieto di sapere se posso ancora contare su di voi per i miei acquisti on line. Conto su una vostra sollecita risposta. Dopo due giorni di silenzio il marziano gli aveva risposto:
– Gentile cliente, l’addebito sulla carta di credito utilizzata per il suo ordine su LaFeltrinelli.it non è andato a buon fine. Per sbloccare la spedizione dell’ordine verifichi i dati della carta nella sua Area Personale (può eliminare una carta scaduta e sostituirla inserendone una nuova). Appena effettuata l’operazione la invitiamo a darcene riscontro rispondendo a questa e-mail oppure contattandoci telefonicamente.
Seguivano i cordiali saluti del servizio clienti LaFeltrinelli.it. Cecilia era svanita nel nulla. In quanto a Maria, non lo aveva nemmeno ringraziato per il libro. In una mail gli aveva però scritto con tono accorato:
– C’è stato un Antonio semplice e coerente, che mi ha affascinato; un uomo che diceva ciò che pensava e agiva di conseguenza, senza darla vinta all’oscena tribù dei suoi vecchi amici. Gli occhi di quell’Antonio erano lo specchio d’un cuore gonfio di amore. Quell’uomo non c’è più. E’ sepolto sotto le comunicazioni d’un acquisto on line. Sopportavo la gente nel parco, perché speravo che Antonio capisse che l’amore non ha età.e rimanesse se stesso. Non è andata così. Con gli uomini io non ho avuto mai fortuna.
Una violenta scossa, un vero elettrochoc.
Nel parco i “nuovisti” convinti non si accorsero nemmeno che Antonio e Maria non si vedevano più. Era autunno ormai, ma i giovani quasi settantenni continuavano a fare pesanti apprezzamenti su cosce, culi e tette delle badanti slave radunate tra aiuole e panchine coi loro vecchi incartapecoriti. Qualche vecchio non c’era più, se n0era andato per sempre, ma chi se n’è accorto? Chissà perché, ci sono uomini per cui la morte riguarda esclusivamente gli altri. Vivono come fossero eterni. Una eternità che non sarebbe facile accettare. Per fortuna la vita finisce.
Di Antonio non si seppe più niente. Pare però che girasse per la Liguria come un automa. Casa dopo casa, paese dopo paese. Maria, però, non riuscì più a trovarla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 giugno 2012

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Basta con le vostre maledette menzogne – gridò Ernesto, saltando su dal divano con impensabile agilità – BASTA!
L’urlo liberatorio sembrò calmarlo e tornò a sedersi, mormorando:
Eccola la bomba più terribile di tutte, la televisione. Bell’idiota che sono a darti retta
A poco a poco, nella solitudine del vecchio salotto, il desolato soliloquio riusciva in qualche modo a diventare dialogo col mondo virtuale che aveva di fronte; come l’avesse davanti in carne ed ossa, l’uomo faceva il verso alla giovane cronista che, microfono in mano e tono di allarme commosso, ripeteva il suo mantra: “Mai accaduto! Una bomba davanti a una scuola… mai!”
Così t’hanno istruita, certo, ma tu non sai nemmeno di che parli. E’ comoda questa tua “prima volta”, si capisce, ma è anche schifosamente falsa. Chi ti passa veline lo sa, ma non gliene frega niente. A lui la “prima volta ” serve a intimidire chi ascolta, ma non è la prima volta, cara la mia giornalista. Non è andata così. L’hanno già fatto due volte a Trieste, davanti a una scuola elementare slovena e l’antiterrorismo lo sa. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, qualcosa per fortuna s’inceppò e non ci furono morti; nel 1974, invece, la bomba fece il suo mestiere ma trovò la scuola chiusa e si evitò la strage. Era aprile, però, me lo ricordo bene, e a maggio il botto di Brescia fece morti e feriti in Piazza della Loggia. No, non è la prima volta e la mafia non c’entrava nulla. La mafia fa saltare saracinesche e auto se non paghi il pizzo e se mira più in alto c’è un potere “legale” a coprirle le spalle.

Gracchiava da un’ora la televisione. Le esclamazioni, le note banali e i dettagli più atroci, messi lì per solleticare interessi morbosi, si alternavano al cordoglio degli immancabili “servitori dello Stato”, pronti al rito composto, ma stranamente sconcio, delle dichiarazioni ufficiali, tutte uguali tra loro, tutte segnate da una sapiente miscela di lutto, commozione e insinuazioni. Mafia e terrorismo in ogni possibile salsa: o piste alternative, che si escludevano a vicenda, o un pericoloso intreccio per l’eterno attacco al cuore di uno Stato innocente per definizione e pronto a reagire con la forza e la severa maestà della giustizia. Ci sarebbe voluto ben poco a cogliere i tratti d’una scontata retorica, i dettagli “scollati” dai fatti e le falle di ricostruzioni che non stavano in piedi, ma i giornalisti se ne stavano zitti – “la gente è ormai carta assorbente“, rifletteva Ernesto – e si capiva che ormai bastava davvero poco a montare e smontare cervelli: parole dietro parole, senza un serio costrutto, senza la spina dorsale d’un cenno storico e d’una nota critica, senza il salutare tarlo del dubbio. Il solito copione: verità presto smentite da successive e più vere certezze, rivelazioni, ritrattazioni e un susseguirsi di effetti speciali, un incrociarsi di flash che accecavano un popolo di “senzastoria”. Cose sperimentate probabilmente da esperti prezzolati in terre sventurate. Chi muoveva i fili non cercava più la disinformazione. In campo c’erano progetti più ambiziosi e ad Ernesto il colpo pareva da tempo pienamente riuscito.

Per istinto più che per una ponderata riflessione, tutto era ben chiaro a Ernesto, il professore che in testa, sotto la neve candida dei capelli ancora folti, si portava un’idea di società che più il tempo passava, più era contraddetta e sconfitta dalla realtà, più gli cresceva dentro con la forza singolare della ragione che non si piega alle ragioni della forza. Non si trattava certo di un vecchio sognatore incapace di adattarsi ai cambiamenti. Aveva sessant’anni ma, a guardar bene oltre il velo delle lenti, gli occhi si mostravano così vivi e accompagnavano con tanta armonia di sfumature le parole e i moti dell’animo inquieto, che l’intelligenza, benché affaticata dagli anni e da una vita amara, s’intuiva lucida e penetrante. Così penetrante, che quando la cronista si avventurò in un’apologia della democrazia, con un brutto arnese che a Genova s’era distinto per la brutalità, le oppose subito parole taglienti:
E’ una verità scomoda e forse la conosci, ma io voglio dirtela. Nella tua santa democrazia il criterio quantitativo causa inevitabili storture: spesso la ragione sta dalla parte di sparute minoranze. Lo vedono tutti e ne sono convinti, ma quando ci si conta entrano in ballo i più svariati interessi e un torto evidente diventa ragione.

Le televisione gli dava ormai la nausea e si sentiva impotente, benché, per difendersi dalla valanga di menzogne, ricorreva a un suo sistema di difesa, forte di meccanismi logici così sperimentati da essere ormai automatici. Da anni s’era abituato a credere che quando il baraccone mediatico ti indirizzava al no, dovevi puntare sul sì; da anni faceva di ogni esclamativo un punto interrogativo e nella verità del potere cercava la menzogna che si voleva coprire. Stavolta il vecchio professore era partito da una riflessione apparentemente balzana: la scuola era da tempo nel mirino del potere e l’attentato che aveva dilaniato corpi, puntava a cancellare un più atroce massacro.
No, non è come racconti. Questa bomba che non è stata la prima come ci vuoi far credere, diceva a se stesso, questa bomba che ha dietro una storia di bombe mai punite, esplose ogni volta che si trattava di farci ingoiare medicine amare, questa bomba ha obiettivi più tragici di quello centrato. Ha dilaniato delle povere ragazze sventurate, ma ha anche levato un immenso polverone attorno a ciò che è accaduto alla scuola e ai giovani in questi ultimi anni…
Qui si fermava, quasi consapevole del suo isolamento e critico con se stesso. Gli pareva di sentirli gli eventuali interlocutori e le loro accuse di dietrologia e di becero complottiamo, ma mentre il diavoletto critico che gli viveva dentro pareva imporgli un pensiero parassita sulla valenza estetica di parole come dietrologia, egli si richiamava all’ordine e non smarriva il filo del ragionamento.

Quando i giovani hanno scoperto la reale portata della rapina e si sono accorti che tra formazione privatizzata, pensioni cancellate e precarietà levata al rango di feticcio, gli hanno rubato i sogni, sono comparse prima le solite squadre nere, poi son venute le bombe.
“Quali bombe?” avrebbe dovuto chiedergli la cronista dal maledetto televisore, ma non poteva e, d’altro canto, muta com’era persino quando poteva parlare, figurati se avrebbe pensato di fargli una domanda ora che le era impossibile intervenire. Per Ernesto, però, anche quell’obbligato mutismo era un modo di interloquire e rispose perciò alla domanda come se davvero gliel’avessero fatta:
E sottrarre fondi alla scuola pubblica per passarli ai privati non è stato un attentato gravissimo? La continuità didattica ammazzata, il diritto allo studio negato e i professori “fannulloni”, investiti da campagne di stampa che ne hanno fatto mangiapane a tradimento, tutto questo non è stato un sanguinoso massacro? Chiunque abbia messo una bomba oggi davanti a una scuola viene a completare un lavoro iniziato da tempo e cala una pesante cortina di paura su tutto e su tutti: qui c’è un pericolo immediato, si urla, e lo si fa per coprire il pericolo più grave, quello che non fa rumore, non esplode, non dilania e non brucia. Annichilire con la paura la coscienza critica – si diceva da tempo Ernesto – è l’obiettivo del terrorismo vero. Così è con la crisi. Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, ci ripetono ogni giorno, è ora di pagare. Anche questa è un bomba – pensa ora Ernesto – un colpo sparato nel mucchio, senza lasciare scampo. Ne ha fatto e ne farà di morti, questa paura, perché la gente dignitosa e onesta si lascia morire piuttosto che vivere nella vergogna.

Si sentiva in colpa il vecchio professore. Non perché avesse mai davvero vissuto prendendo più di quanto dava. In banca aveva un conto disperato e dopo quaranta e più anni di lavoro non possedeva praticamente nulla. Il suo primo stipendio superava di poco le 100.000 lire e l’ultimo, misurato in euro, sfiorava la miseria. In quanto alla pensione, che da un po’ figurava sui giornali come un furto ai danni di figli e nipoti, non gli sarebbe bastata a campare. Nella vita Ernesto non aveva guadagnato nemmeno la millesima parte di ciò che toccava in un anno ai mille Soloni che da qualche tempo andavano cancellando diritti, in nome d’un delirio chiamato mercato, però si sentiva in colpa.
Buona parte dei delinquenti che occupano oggi i posti di comando – si diceva con vera amarezza – l’abbiamo formata noi, io e i miei colleghi.
Si confortava, però, ricordando a se stesso che per decenni aveva tirato su tantissime intelligenze. I più s’erano poi distinti all’università e nelle libere professioni; i figli degli operai erano saliti su fino ai piani alti della società o avevano trovato lavori dignitosi. Non era vero nulla, pensava, il treno dei diritti aveva fatto onestamente la sua corsa. Era stato l’altro a truccare la corsa, il treno dei privilegi, che aveva continuato a viaggiare su un binario parallelo. Se tornava indietro e rifaceva il viaggio per intero tutto era chiaro: ogni volta che il treno dei diritti, aveva soprapassato quello dei privilegi era scoppiata la bomba. I criminali erano lì, su quel treno occorreva cercare fabbrica e proprietario delle bombe.
La televisione, intanto consumava con sperimentata perizia l’assurdo rituale di accuse sparate a caldo. I soliti anarchici, naturalmente, e l’anarchico Ernesto, che si sentiva d’un tratto chiamato in causa, sorrideva per vincere l’inquietudine. Al posto del “ballerino” Valpreda, era comparso ora un nuovo tipo di mostro: un sessantenne “asociale”.
Va a capire che vuol dire asociale, si chiese per un attimo Ernesto. E io, che di natura sono schivo e me ne sto da parte perché in questo condominio della malore si mangia pane e regolamento e non si vive senza sparlare dei vicini, io che sono?
“Un asociale” gli rispose qualcuno o qualcosa nascosto chissà dove nella sua testa. Un asociale.

La tragedia era nell’aria, pensò, e la televisione, pronta, lo confermò
“Qualcuno ha pensato bene di preannunciarla”, azzardava un funzionario di polizia, fermato al volo dal microfono infuocato dell’instancabile cronista. “Dopo il colpo di pistola tirato a un manager giorni fa, è apparso chiaro a tutti che non ci saremmo fermati a quel gesto folle. Non si tratta di bande armate. Sono anarchici di sicuro, ma, gente isolata , cani sciolti che agiscono da soli. Gente inserita tranquillamente nei gangli vitali della società. Magari un insegnante. Uno di quelli frustrati dal clima nuovo, che fa la battaglia di retroguardia contro la valutazione e la società del merito”.
E giù l’elenco inconsistente dei soliti indizi buoni per tutto e per niente: la lettera con polvere di esplosivo, il riferimento a Moro, Falcone e Borsellino, un incidente in cui s’era trovato coinvolto un mezzo dei carabinieri. Tutte cose che, chissà perché, a dar retta al funzionario, facevano pensare all’immancabile anarchico, che nell’intervista diventava d’un tratto proprio come occorre che un anarchico sia per la polizia. Non un tizio che si fa domande e ha un’opinione politica. No. Un mistero glorioso, uno che non si vede, non si sente e nessuno conosce tranne gli anarchici come lui e la polizia. Se l’opinione pubblica aveva bisogno di un uomo “geneticamente” colpevole, l’intervista ne aveva fornito un vero identikit. Tutti e nessuno tra i dissidenti, i diversi e gli strampalati.
L’anarchico così come lo hanno descritto, potrei essere tranquillamente io, si disse Ernesto, mentre si rendeva conto di non avere lo straccio di una alibi. E il suo sorriso intelligente si fece un po’ più teso. Si consolò, però:
Due voli dalla finestra d’una questura sarebbero certamente troppo anche per loro. La pelle la salvo. E tornò alla televisione non senza una spiacevole sensazione d’inquietudine.
La testa ora, chissà perché, s’applicava ai particolari. E’ un inestricabile groviglio, pensava. Una povera ragazza uccisa e mille contraddizioni. Mafia dice la televisione, ma il luogo e il movente sono fuori contesto. La mafia salda i conti in Sicilia, e le altre organizzazioni criminali non fanno attentati su commissione. E Moro, poi. Cosa c’entra l’omicidio di Moro con Borsellino? E’ la prima volta che si colpiscono ragazzi… Ma chi lo dice? I morti a Trieste si volevano fare e prima ancora si fecero a Portella della Ginestra; quanti ragazzi colpiti, in quella tragedia, pensò, scuotendo il capo. Anche una madre incinta. E non se ne parla. No, nemmeno una parola.
“Un maledetto imbroglio”, gli sussurrò il solito inquietante pensiero parassita. E aveva ragione. Chi spara nel mucchio, si disse, non sa chi prende e, a essere onesti, anche un anarchico lo deve ammettere: le Brigate Rosse tiravano. prendendo la mira.
“Ma è proprio per questo che serve un anarchico”, fece allora la voce parassita. Ed era vero. Non a caso, l’ordigno era rudimentale – la rozzezza dei mezzi sta nell’idea di anarchia – e se vuoi creare dal nulla un colpevole se cerchi di depistare un’indagine perché c’è da coprire qualcuno, l’anarchico è il meglio che passa il marcato. E’ la parola stessa che fa pensare ai mostri, c’è una storia pregressa, un percorso già fatto. E la gente si accontenta di poco. Basta scatenare la paura e subito si rintana, ti chiede che gli porti al più presto il capro espiatorio e crede in qualunque fandonia. Tu rivendichi e tuoi e i suoi diritti, ammise, ma quella ci rinuncia, ti guarda con sospetto e giunge a volerti morto.
“E’ un’operazione classica, da antologia della provocazione”, gli fece d’un tratto il pensiero parassita. Poi qualcuno bussò alla porta. Ernesto si fece di ghiaccio.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2012

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– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò avvilito Francesco. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano date e generali, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che alla televisione una sera parlava dell’Asiento…
– L’Asiento? E cos’è? chiese Lucia incuriosita.
– Una parola che affascina, ma il significato è terribile. Si parlava dei grandi Stati, i “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Piano piano venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario che ognuno voleva tutto per sé. Tu ascoltavi e incontravi di tutto: sovrani, affaristi, magistrati, militari, ma non sentivi la sofferenza atroce di milioni di sventurati venduti come merce a questo o a quel padrone.
– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.
E su queste parole s’inceppò il discorso. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.
– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.
Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile confindustriale travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa gli sfruttatori: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! Urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco, lo so quanto vali!
Lucia sobbalzò.
– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!
La moglie era sbiancata a vederlo così esasperato e ora lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano giunte come in preghiera, s’erano mosse con l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazio alla tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non saper più smettere. E le tornava in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia, e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:
– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.
Di questa Waterloo dei sentimenti, non parlano mai gli esperti che rilasciano interviste. Eppure è così che accade: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri sono pieni di faccende che riguardano il prodotto interno lordo, i titoli, le oscillazioni delle borse, le importazioni e le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, dell’intimità di coppie sconvolte dalla miseria e di milioni di famiglie distrutte dai capricci del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
“Privilegiati”, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, dal piccolo schermo, col tono autorevole che gli veniva dalla sua triplice veste di avvocato, studioso e senatore. “Privilegiati“, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e la nausea gli si dipingeva sul viso largo e onesto.
– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano i padri e i figli.
Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.
– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.
Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.
– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni drl vapore, c’era la repubblica, ma si licenziava per primo chi dava fastidio. Non si diceva che era così, naturalmente, perché un motivo lo trovavi, ma si faceva. Negli anni Cinquanta ci sono stati quindicimila operai processati e sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre. E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Una legge, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo!
L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:
– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?
– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.
Per queste ricette miracolose il giuslavorista aveva collezionato premi, notorietà e prebende. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista aveva già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Una mano il professore forse l’aveva data, ma non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava pagare, come da anni, del resto, i lavoratori pagavano la scorta armata che proteggeva l’esperto.
L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:
– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?
– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te davvero ti sta facendo male questa maledetta situazione. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…
Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si accorgeva di quanto feroce fosse stata la vita.
Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.
– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Pietro, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…
– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:
– Pietro, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?
– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo. Col sindacato o contro il sindacato, dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…
Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Cgil e di Camera del Lavoro, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.
– In Parlamento, proseguiva Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.
– Che ha fatto nella vita?
– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in un lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.
– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici
– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese
Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.
– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…
– Tra me e te?
– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.
– Cercava una compagna… disponibile.
– Una puttana, dici?
– Pensava che tu ti vendessi.
– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.
– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…
Pietro, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:
– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.
Lucia fece appena in tempo a commetare:
– Non è una bella cosa, ma per forza ci vuole la scorta
Francesco la guardava come non capitava da tempo.
– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione
– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.
– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 dicembre 2011

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Da un po’, negli “studi” e nelle redazioni dei Tg, la preoccupazione era ormai palpabile e a far fronte alla “crisi” non era certo bastato il palliativo del “fuori onda” impietoso di un noto “anchorman” che s’era messo a urlare: “Niente, cazzo! Niente di niente! Ansa Adnkronos, Italpress, France Press, persino l’Atene News dalla Grecia disastrata! Niente. Elettroencefalogramma da stato comatoso. Porca puttana, qua se non ci pensa un attentato coi fiocchi o non fanno fuori un altro idiota come Arrigoni, siamo veramente fottuti. Fo-ttu-ti!”.

Linguaggio da scaricante, certo, ma come dargli torto? La situazione non era più sostenibile. Con le scariche d’adrenalina per l’immancabile ecatombe estiva di poveracci annegati nel Canale di Sicilia, s’erano fatti miracoli: i penosi litigi tra motovedette italiane e maltesi, la rissa accanita su immigrati e clandestini e le proteste di Lampedusa, tutto s’era sfruttato abilmente, andando avanti così fino all’indecenza. Tra le accuse agli “sporchi marocchini”, l’irriverente dito medio mostrato agli avversari, la gamma di contumelie che dall’adirato e secco “razzista” si era spinta fino all’articolato e travolgente “culattone, amico di tutti i culattoni e leccaculo, pronto a vendere l’anima per il voto dei preti”, nulla era stato trascurato e si era giunti così allo scambio violento di oggetti tra deputati di opposte fazioni, in un Parlamento ridotto a linguaggio da trivio e costumi da angiporto. Per un mese s’era suonata la stessa solfa ed era andata sinceramente bene, tant’è che sui set televisivi, a microfoni spenti, maggioranza e opposizione s’erano reciprocamente complimentate perché, nella violenza della contrapposizione, la gente non s’era mai fermata sulle responsabilità politiche degli ultimi governi e non ricordava più nemmeno la tragedia da cui s’era partiti. Sugli sventurati lasciati a morire, s’era fatto insomma un guadagno collettivo: giornalisti a ruota libera e politici usciti dalla bufera per il rotto della cuffia. Se poi a qualcuno, tornavano in mente per caso i morti finiti in pasto ai pesci nel canale, la peggio toccava ai maltesi, alle loro maledette menzogne e ai “rompicoglioni di Lampedusa che sono più africani dei clandestini”.

Nonostante la bravura di registi e studiosi della psicologia delle masse, tuttavia, giocate tutte le carte, quelle possibili e quelle impossibili, l’esaurimento della “notizia” e le burrasche autunnali avevano spezzato l’incantesimo. Il Paese televisivo, carta assorbente di ogni messaggio occulto ed elemento decisivo nella periodica trappola elettorale d’una democrazia parlamentare sempre più virtuale e priva di partecipazione, era stato costretto a fare a meno dell’istruttiva valanga di contumelie e pubblici ceffoni cui l’avevano assuefatto i naufragi estivi. Senza più sbarchi, s’era tornati alla programmazione televisiva prescritta come terapia di mantenimento per un popolo di quizzomani e tossicodipendenti da fiction, ipnotizzato da principi danzanti con le stelle: la dose quotidiana di “Principessa Sissi”, a giorni alterni santi carabinieri e beati poliziotti e in prima serata, a fine settimana, un violento bombardamento di “sogno americano” servito in pillole nella serie televisiva di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tuttavia, senza un gossip corposo e la cura da cavallo di sputi, parolacce e pugilato politico serale c’era il rischio concreto che persino pensionate, pensionati, sebbene drogati dal poker elettronico, inebetiti da ricette culinarie e messi in crisi d’identità da casalinghe felici di stirare e vecchi ruspanti persino nei pampers, s’accorgessero del trenta per cento di nipoti disoccupati e della pensione che valeva sempre meno e cominciassero con le domande scomode sulle piazze di Atene dove, per opera e virtù dello spirito santo, milioni di greci, informavano con aria di inequivocabile disapprovazione i più noti mezzibusti, erano diventati anarco-insurrezionalisti e s’erano messi addirittura a tirare sassi al Parlamento. Le parole, usate come pietre, erano lì pronte a rassicurare: “L’Italia non è la Grecia!“. Era un po’ come con gli immigrati: “sì, certo, povera gente, però perché non se ne stanno a casa?“. La disapprovazione dei mezzibusti era un messaggio chiaro: “ma a questi greci chi gliel’ha fatto fare di sperperare tanto?”. L’Italia non è la Grecia. Questo il passaparola avviato ad arte, tra giovani stelline sculettanti, seni al vento e isole di gente diventata d’un tratto famosa senza che nessuno sapesse bene il perché. A parare eventuali colpi bassi, per un po’ aveva provveduto l’overdose dei “servizi speciali” sul solito processo per un violento omicidio con stupro all’immancabile mostro rumeno messo in onda per venti sere di seguito per impedire ogni possibilità di riflessione e offrire una via di fuga nel tran tran quotidiano sulle espulsioni, sui permessi di soggiorno, sui rischi del terrorismo e sulla necessità di bombardare qua e là la miseria in una guerra dal bilancio strano: i morti tutti civili e tutti da una parte sola. Mai la nostra.

Col razzismo levato alla gloria degli altari, l’anchorman aveva saputo cogliere l’occasione per esaltare la sua abilità in spericolate serate di “grandi ascolti”: ogni trucco era servito, anche un siparietto anglosassone fatto di commenti al vetriolo sui costumi sessuali di notori farabutti e sfaticati che un linguaggio complice e ammiccante ha traformato nell’affascinante “jet set”. L’imbroglio geniale, quello che aveva vinto la gara dello “share”, era venuto quando s’era messo a pilotare lo zapping nel manicomio serale e, contro l’offerta di cosce e tette del polo privato, aveva condotto alla vittoria il polo “progressista” del servizio pubblic, sparando a zero sul rumeno presunto assassino. Uno scoop che aveva consentito più veli sul corpo femminile e un uso a pieno regime dell’intera gamma delle contumelie, senza le quali una serata televisiva o un dibattito sull’attualità politica non ha più speranza di successo.
Quando la crisi economica s’era fatta “greca” anche dalle nostre parti, però, non c’era stato scampo: la gente aveva preso a protestare e non pareva più possibile trovare il bandolo della matassa. Temendo la rivolta, la democrazia parlamentare aveva imbavagliato il Parlamento, impegnandolo su leggi senza capo e senza coda, e aveva puntato tutto sulla “pace televisiva“. Ne erano venute fuori ore e ore di una violenta criminalizzazione del dissenso che aveva unito senza alcuna eccezione destra, sinistra e centro dello schieramento politico e, come soldati precettati, i conduttori di ogni rete. Ciò fatto, s’era sperato in un qualche evento straordinario che consentisse di uscire dal “cul de sac“. Sarà che Dio vede e provvede, sarà che il potere è potere e orienta persino la speranza, sta di fatto che a metà di un ottobre caldo, con scontri di piazza “greci” anche in Italia, la gente piena di rabbia, il fumo e le fiamme che annunciavano rivolta, l’investimento sulla nonviolenza e il pacifismo aveva dato i suoi frutti e la gente in piazza s’era divisa tra chi odiava pacificamente governo, maggioranza e opposizione e chi nutriva un identico odio ma lo esprimeva con tutta la rabbia che produce la disperazione. Per sere e sere, senza sbarchi e naufragi, senza romeni processati e senza dosi di metadone per tossicodipendenti da televisione, erano spariti i principi danzanti con le stelle, l’immancabile “Principessa Sissi” e il sogno americano a base di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tutto s’era ridotto a santi carabinieri, beati poliziotti e arcangeli Gabriele in divisa da bersaglieri. In tutte le ore, dalla mattina fino alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Due giorni soli, e s’erano visti gli effetti: la gente, pentita, col capo cosparso di cenere era andata a Canossa ad implorare un pacifico fallimento dello Stato e aveva portato i suoi averi agli uffici del fisco; come per incanto, era resuscitato il “sogno americano”, nei panni dell’eroe che, col cuore gonfio di dolore, l’animo oppresso dal rimorso e il viso indurito dalla sofferenza, aveva denunciato il padre e il fratello per una presunta congiura contro il potere economico ingiustamente accusato di essersi impadronito di quello politico. Con quest’accusa infamante, l’eroe aveva sottratto la sua coscienza all’oppressione di intollerabili pensieri violenti ed era andato incontro al trionfo dei talk show.

Due giorni dopo questa vera rivoluzione, maggioranza e minoranza, riunite nel “Partito unico della maggiominoranza”, avevano impartito democratiche disposizioni ai mezzi d’informazione. Ferma restando la condanna di ogni violenza, la televisione era tenuta a trasmettere per almeno quarantotto ore consecutive, senza alcuna fascia protetta, le immagini del linciaggio d’un leader africano, un ex alleato, passato per oscuri motivi nelle file dei nemici giurati delle banche. Non c’è  reato più grave. Le forze armate di tutto il “mondo civile“, impegnate da mesi nei feroci bombardamenti di una guerra di liberazione dal dittatore, con grande sprezzo del pericolo, dal cielo libero e sgombro avevano agevolato in ogni modo il linciaggio del tiranno. E bisognava che la gente la vedesse questa manifestazione di amore per la pace e questo così evidente disprezzo per la violenza.

Porca puttana”, aveva commentato nell’immancabile “fuori onda” il solito anchorman, mentre scontava vomitando la sua nota delicatezza di stomaco, “è la migliore trasmissione sulla nonviolenza che si sia mai fatta nella storia della nostra televisione”.

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Luci e ombre

Questa tua mania di attaccarti alle parole come fossero vita, sangue, muscoli e nervi della realtà non è semplicemente puerile. E’ patologica come un’ossessione e mi mette a disagio…
Dietro il tono pacato di Lucia, s’intuiva una rabbia rancorosa. Sono anni ormai che stai lì a imputarti sui tuoi sogni, i tuoi principi, le tue impossibili storie, ma la vita vera non è quella dei tuoi militanti martiri e santi, pareva dire coi suoi occhi grandi, neri ed espressivi, che si facevano impenetrabili. O forse, forse c’era compatimento nel ripetuto ma impercettibile no della testa tutta ricci abilmente tinti di nero corvino che incorniciavano la fronte in guerra perenne con le rughe. Una sorta di compassione che a stento affiorava sul velluto innaturale del viso, dietro il trucco lieve ma incredibilmente efficace che, Dio solo sa come, cancellava pallori e rossori, esaltando il disegno delle labbra misteriosamente innocenti e sensuali.
Ognuno vede se stesso e gli altri con la luce che gli viene dalle cose in cui crede e per le quali vive. Luci di dentro. Accendono e spengono un mondo che non vediamo com’è, ma come ci appare in un eterno gioco di chiaroscuri che inconsciamente disegniamo.
Alessandro si portava dentro i sogni d’una giovinezza lontana, semplicistici, forse. “Utopie senza futuro“, come da tempo sosteneva Lucia, senza nemmeno provare a dissimulare un dispettoso fastidio che talora pareva disprezzo. “Sogni egualitari con i quali volevamo combattere le fatidiche ‘grandi ingiustizie’ e n’è venuto fuori questo letamaio!
Se la luce di Alessandro si fermava sulla disperazione che sbucava da ogni parte e diventava rivolta, il buio che Lucia portava dentro, pragmatico e cupo, figlio naturale della delusione, ricopriva la disperazione fino a farla sparire. Lei vedeva luci che ad Alessandro parevano ombre: l’abitino griffato che “si porta molto, ma vedi? E’ senza prezzo… Un amore, sì, ma occorre vedere addosso come scende“.
Luci ed ombre.
Il conflitto è nelle cose. Da Eraclito a Marx: acqua e fuoco, ricco e povero, operaio e padrone – ripeteva a se stesso Alessandro che, per Lucia, avrebbe fatto meglio a occuparsi più spesso della barba e dei capelli che l’invecchiavano troppo.
Ed è un peccato, osservava la donna, perché la tua, tu, potresti dirla ancora e non lo vedi…
Come tu dici la tua, certo…
Alessandro, in verità, la sua la diceva, ma sceglieva un terreno diverso: riunioni, appelli in piazza, manifestazioni e, se capitava la manganellata, pazienza. Come un disco incantato, qualcuno allora ripeteva: Alessandro? Su lui sì, su lui si può contare.
Alla fine, ognuno diceva la sua dove gli pareva che ci fosse da dirla. Così, se per Lucia cortei e proteste erano “quanto di più patetico si possa vedere in città al giorno d’oggi“, i periodici “saldi al 30 % da ‘Camomilla’, che poi ti frega e ricicla il museo degli orrori” erano per Alessandro “la prova più evidente dell’inizio della fine“.
Come accade assai spesso nella vita, tra le luci e il buio c’era probabilmente una terra di nessuno in cui si confondevano albe e tramonti, aurore e crepuscoli e l’intera gamma delle tonalità di grigio pronta a miscelarsi a un qualche sconosciuto colore. C’era, impercettibile ancora, ma pronto a germogliare, il mondo nuovo. Più giusto o più ingiusto si sarebbe capito dopo, ma a domandarglielo, Lucia t’avrebbe detto che “tutto rimane in fondo sempre uguale a se stesso” e Alessandro l’avrebbe punzecchiata: “Tu no, tu sei certamente cambiata“. Dentro però, lui continuava a crederci: altri avrebbero provato a cambiare le cose, uno per passione o per ossessione, un altro per compassione di se stesso e degli altri, ci avrebbero provato ancora. E ne sarebbero nati grandi amori, forti passioni, tremende delusioni. Uno avrebbe pensato dell’altro che era patetico e quello l’avrebbe guardato con compatimento. E se l’angoscia lo prendeva e una malinconia invincibile pareva averla vinta, lo sollevava improvvisa una speranza insensata, irrazionale eppure lucida e puntuale.
E’ questo, si domandava, solo questo che resta di quanto abbiamo cercato? Questo resta di noi e degli altri, questo fiume melmoso d’anime, di pensieri e di lamenti? E quand’è che abbiamo sbagliato? Quando c’è parso giusto ribellarci assieme, oppure oggi, che ognuno fa la sua strada e tutti siamo soli?
Lucia stringeva le belle labbra in una smorfia fino a farsi male e replicava:
Non c’è mai stato un tempo della ragione e uno dei torti. C’è la vita che scorre e ci cambia.
Ci cambia quando rinunciamo a cambiarla, brontolava Alessandro, mentre irrimediabilmente la luce sua da dentro oscurava il buio di Lucia.
Luci ed ombre.
Dov’è mai la ragione, se una ragione c’è nell’intrico delle nostre cose? L’improvviso e devastante fragore dei tre cacciabombardieri che a quell’ora partivano puntuali dalla vicina base li schiacciava al suolo come fossero due insetti. Portavano con sé, nei modernissimi motori, un mondo che voleva essere nuovo ma pareva antichissimo. Un mondo che chiamava pace la guerra e divorava in mille modi la vita: i fuggiaschi lasciati a morire nel Mediterraneo, i giovani senza futuro, i vecchi senza pensione, gli operai sempre più servi della produzione. In quell’arroganza senza limiti, luci e ombre si fondevano in un sentimento di rabbia indistinta che risvegliava pensieri politici e sogni del passato. Era come la terra tremasse; Lucia e Alessandro ora lo sentivano bene senza bisogno di parlare: c’era nell’aria tutta l’elettricità d’un fulmine improvviso che nella notte, col rombo cupo del tuono, annuncia la burrasca.

Uscito l’1 settembre su “Fuoriregistro

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