Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Yanis Varoufakis’

Immagine aLa regina è nuda. Angela Merkel non governa più il suo governo e non sa come affrontare in Europa la tempesta scatenata dai venti che a lungo ha seminato.
Mentre i commentatori trovavano peggiorativo il nuovo piano greco e la sinistra muoveva aspre critiche a Tsipras, Schäuble, il pericoloso ministro tedesco, cancellava dalla scena l’ottusa Merkel e definiva inattendibile la proposta greca. Un ultimatum, di fronte al quale sedicenti politici e mediocri tecnocrati non sapevano più che pesci pigliare. Un diktat che ha una violenta logica politica e non c’entra nulla con l’economia.
Intanto, consapevole del peso di Schäuble sulle scelte tedesche, Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco, aveva preceduto tutti, dichiarando che la Germania semina il panico perché non vuole accordi.
Ecco ciò che ha scritto sul suo Blog.

C’è un motivo per cui Il dramma finanziario della Grecia è al centro dell’attenzione nei titoli dei giornali: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori ad accettare una significativa riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, rifiutano una ristrutturazione del debito? E’ inutile chiedere una risposta all’economia, perché essa risiede in profondità nella politica labirintica dell’Europa.
Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni si presentavano. Due opzioni compatibili con il fatto di continuare a essere membri della zona euro: 1) quella sensibile, che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; 2) l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.
L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, mettendo il salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia.
Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco. Decisi a non confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto finanziare ancora le banche con nuovi, insostenibili prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello Stato greco come l’esito di una mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.
Per “impacchettare” a dovere il cinico trasferimento di perdite irreparabili ma private, scaricandolo sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore duro”, una austerità mai vista prima è stata imposta alla Grecia, che a sua volta doveva rimborsare nuovi e vecchi debiti, mentre il suo reddito nazionale diminuiva di oltre un quarto.
Basta l’esperienza matematica di un bimbo di otto anni per capire che il processo non poteva finire bene.
Completata questa sporca manovra, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per non voler discutere la ristrutturazione del debito: avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è costantemente cresciuto, costringendo i creditori a dare altri prestiti in cambio di una crescente austerità.
Il nostro governo è stato eletto su un mandato chiaro: uscire da questo circolo vizioso. La gente lo ha votato per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità che è sinonimo di paralisi. I negoziati sono giunti all’impasse – molto chiacchierata sui giornali per una semplice ragione: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur affermando che il nostro debito impagabile sarà rimborsato “in modo parametrico” da parte dei greci più poveri, dei loro figli e dei loro nipoti.
Nella mia prima settimana come ministro delle finanze mi ha fatto visita Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Allora mi sottopose un aut aut: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare alla richiesta di ristrutturazione del debito o l’accordo per il prestito avrebbe fatto “crash”; la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.
Seguirono cinque mesi di trattative in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari. Trattative supervisionate e gestite dalla Banca centrale europea. La scritta era sul muro: o capitolate o presto sarete di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, alla Grexit.
La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia da montagne russe. Nel 2010 hanno deciso di incutere timore, il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile, come strumento per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.
I Greci, a ragione, tremano al pensiero della amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.
Per uscire, dovremmo creare da zero una nuova moneta. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha richiesto quasi un anno, venti o più Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion. In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente d una grande svalutazione annunciata con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.
Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto.
Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato ma successivo al “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbe mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.
Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro, per convincere un ostile Eurogruppo che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo. Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.
Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo a sembrarmi più pertinente e, anzi, più interessante.
L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni).
La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno Stato.
E qui sta il problema.
Dopo la crisi del 2008-2009, l’Europa non sapeva come rispondere. Preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) e rafforzare la disciplina? Passare a una federazione? Finora non ha fatto né l’una né l’altra cosa e la sua angoscia esistenziale cresce. Schäuble è convinto che, allo stato attuale, ci sia bisogno di una Grexit per pulire l’aria. In un modo o nell’altro è questa la scelta forzata. D’un tratto, il debito pubblico greco senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per il ministro delle finanze tedesco.
Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per incutere il timore di Dio anche nei francesi e far loro accettare il suo modello di euro zona inflessibile.
Yanis Varoufakis”.

Non c’è nulla da aggiungere. Il fondo non l’abbiamo toccato ma, grazie al coraggio dei Greci, la dittatura gioca ormai a carte scoperte.

Read Full Post »

11709244_963679683674847_6782447407768886380_nYanis Varoufakis si è dimesso ed è giusto sottolinearne la dichiarazione. I Greci hanno resuscitato la politica e tornano alla ribalta le parole che fanno paura ai padroni: sinistra e dignità.
Si è dimesso ma la lotta continua.
Ne hanno chiesto la testa i terroristi di Bruxelles: Merkell in testa, poi la banda di delinquenti che arma e finanzia il neonazismo ucraino. Renzi compreso, kapò dei kapò. L’hanno chiesto terroristi e traditori come Martin Schultz, nel quale giustamente Berlusconi, che forse se ne intende, riconobbe un kapò.
Li aveva chiamati terroristi, è vero, ma non c’è un’altra parola per definire la banda di delinquenti che l’Europa democratica si accinge a spazzar via. Terroristi terrorizzati, questo sì, e quindi più pericolosi. Terroristi e kapò disperati perché l’hanno capito: questo è solo l’inizio.
Onore al compagno Yanis Varoufakis!

“Non più ministro!
Il referendum del 5 luglio resterà nella storia come un momento unico per una piccola nazione che si è ribellata alla stretta del debito.
Come tutte le battaglie per i diritti democratici, lo storico rifiuto dell’ultimo Eurogruppo del 25 giugno porta con sé un caro prezzo. È quindi essenziale che il grande capitale ottenuto dal nostro governo con lo splendido risultato del “No” sia investito immediatamente in un “Sì” a una soluzione più consona: a un accordo che comprenda la ristrutturazione del debito, meno austerità, la redistribuzione per i più bisognosi e nuove riforme.
Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, mi hanno fatto intendere che ci fosse una certa preferenza per una mia “assenza” da parte dei partecipanti all’Eurogruppo e di altri partner; un’idea che il primo ministro ha considerato potenzialmente favorevole per raggiungere un nuovo accordo. Per questo motivo lascio oggi l’incarico di ministro delle Finanze.
Considero un mio dovere quello di aiutare Alexis Tsipras, nel modo che ritiene più opportuno, per ottenere il massimo dal risultato che ci ha affidato ieri il popolo greco tramite il referendum.
Mi farò carico con orgoglio del disprezzo dei creditori.
Noi di sinistra sappiamo come agire insieme senza curarci dei privilegi che comportano i nostri incarichi. Per questo motivo sosterrò pienamente il primo ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo.
Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo della Grecia, e il “No” che ha consegnato al mondo, è appena iniziato”.

Read Full Post »