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Posts Tagged ‘Vandea’

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che mi pagano poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che tenta di annichilirli, se sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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Poche parole, dott. Berlusconi, quante ne meritano la tracotanza cilena con la quale lei truffa e si dichiara truffato e l’abituale piroetta con la quale domani sosterrà che a raccontare frottole ai suoi danni sono stati giornalisti rossi, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro e compagnia cantante, noti sovversivi di sinistra e, ad un tempo, direttori dei suoi numerosi giornali e telegiornali.
Reciti, se vuole, la tragicomica caricatura del “Caudillo” in quella sorta di “Bagaglino degenerato cui ha ridotto la nobiltà della politica. E se lo lasci dire: a ciascuno il suo. Giolitti fu, per Salvemini, “ministro della malavita“, lei più modestamente, passerà alla storia come il ministro della regia marina: ciò che dice la sera non vale la mattina. Non si faccia illusioni, però. Non si tratta, come in fondo le piacerebbe far credere, della tragica e per molti versi nobile doppiezza pirandelliana, del contrasto tra la forma e la sostanza, tra la “maschera” e il “volto“, di quel muro che talvolta separa il cuore dalla mente. Fosse così, dottor Berlusconi, lei sarebbe indotto a salvarsi dalla tragedia cui si avvia e intende condurci, in nome della pietà per l’uomo che soffre, della disperata pazzia che ci ingabbia e ci condanna ad una inevitabile solitudine.
E’ inutile che alzi cortine fumogene, dottore, lei vola basso mette la maschera del gran navigatore, ma sta sotto costa e, se minaccia tempesta, perde la bussola e ripara al sicuro nel porto. Un ottimismo amorale regola il suo rapporto con la vita, segnato da un filo rosso che, dalla ricchezza materiale, conduce direttamente ad una desolante povertà morale. C’è talvolta nel male un’ombra di grandezza: è l’unica ombra che manca alla sua vita. In tema di truffa, lei si riduce in fondo al piccolo cabotaggio. Spenna polli, fa il gioco delle tre carte e ha bisogno di pali e di qualche mazziere che prenda a pugni mediatici il giocatore se per caso ha scoperto il suo trucco. Il suo manganello è la televisione, l’olio di ricino sono i suoi giornali, ma la gente ragiona, dottore, e il Paese li ha visti e riconosciuti nella loro abiezione i quattro gatti in doppiopetto che, quando occorre, tirano fuori dossier, fango e menzogne come un tempo fascisti e carogne usavano feroci le catene e le spranghe. Pagati, suppongo, e certamente usciti dalle fogne.
Chi è che la truffa, dott. Berlusconi?
Lei vanta consensi da “Soviet Supremo” ma, all’apice della fortuna, con una legge elettorale che persino Acerbo avrebbe ritenuto immorale, non ha messo insieme più del 35 % di consensi strappati con mille male arti al 60 % che ha votato. Meno, lei lo sa bene, molto meno, della sterminata massa di chi, nauseato, s’è astenuto. Lei chiama maggioranza parlamentare un clan di nominati, una combriccola d’affaristi, un manipolo di soldati di ventura che nessuno ha votato e che non rispondono ad altri che al capo d’una fazione. Stia al suo posto, dottore, si tenga tranquillamente in porto e ricordi: l’invincibile Armada naufragò miseramente e, a Salamina, le navi della libera Grecia colarono a picco la tracotanza persiana.
Chi è che truffa, dottor Berlusconi? La gente che protesta concretamente e visibilmente, organizzandosi da sola nelle vie, nelle piazze, nelle scuole e nelle università, o lei che ripetutamente vaneggia di menzogne e manovre di una fantomatica sinistra rossa? Chi truffa, dottore, lei, che con le sue ricette rischia di ammazzare il paziente, o il Paese sempre più sofferente e stanco delle cure d’un apprendista stregone che promette miracoli e produce disastri? Chi truffa, dottor Berlusconi? E’ lei che ignora il Paese reale e recita a soggetto una parte che le sta sempre più stretta. Lei truffa, dottore, e glielo diciamo con calma e fermezza: non ne possiamo più di un Presidente del Consiglio che pretende di giudicare i suoi giudici naturali, che minaccia studenti, genitori e docenti, che smantella la formazione, criminalizza l’informazione e sfugge con tutti i mezzi ai processi che s’è meritato. Non ne possiamo più di un uomo che tiene sotto tiro i fortilizi della democrazia. E’ lei che truffa il Paese, dottor Berlusconi, lei che confonde truffatore e truffato. E sarà bene che ricordi: in un tentativo stolto e disperato d’ingannare il suo popolo, Luigi XVI riunì gli Stati Generali ma, alla resa dei conti, negò la forza della democrazia alla quale s’era appellato e non seppe leggere la limpida chiarezza dei “Cahiers des doléances“. Così, dottor Berlusconi, caddero una dietro l’altra prima la Bastiglia poi la testa del re che invano aveva scatenato la Vandea, come oggi i sui ministri minacciano di scatenar la piazza. E’ un re che nessuno rimpiange.
Stia a sentire. Non sguinzagli i suoi cani, dottore. Smetta di minacciare e si fermi. E’ solo e all’ultima spiaggia.
Non ha senso truffare se stessi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2008

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