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Posts Tagged ‘Valtellina’

Sul crinale del monte, dove la linea nera del cielo si faceva grigia e arancione luminoso, precedendo il sole, la brigata partigiana, inchiodata da nugoli di cani nazisti e dal fuoco d’infilata dei lanzichenecchi in nero faticava a sganciarsi.
La Decima, sussurrò Geko ai compagni con un velo di rabbia sprezzante.
Per quel rastrellamento in Valtellina, s’erano mossi in forze e le staffette sorprese non avevano fatto in tempo a dar l’allarme. Un balzo tra le rocce scheggiate dall’automatica crepitante e furibonda, valeva un metro verso il sentiero sicuro della fuga o costava una grido soffocato e la fine dei sogni.
Fino a che il sole salì dietro la cima, fu un susseguirsi veloce di balzi, di colpi, di grida, di viaggi finiti per sempre e di salvezze guadagnate.

Il sole, finalmente libero in cielo dal levante insanguinato, non trovò che tracce di battaglia feroce. S’avanzavano i neri, per l’atto finale che seguiva lo scontro: non far prigionieri, finire: la limpieza, come ai tempi della Spagna. E la morte trionfava dove aveva fallito.
Geko s’era portato via il compagno e metro su metro, non visto dal nemico attento, era a due metri dal sentiero entro il quale nessun nemico si sarebbe buttato ad inseguire. Non c’era più bisogno di tappare la bocca al ragazzo ferito: ansimava, senza più lamenti, in un rantolo privo di suono. Geko gli aveva tolto armi, giberne e zainetto, ang2[1]aveva tamponato alla bell’e meglio lo squarcio sul petto, sotto la clavicola destra, e più volte aveva sussurrato in quelle ore infinite:
Ce la fai, non parlare.
Mamma!
Una volta sola aveva chiamato in un soffio il ragazzo ferito: Mamma….
E Geko, che la morte non l’aveva nel petto in alto sotto la clavicola a destra, ma nel cuore impazzito di dolore e rabbia, s’era sentito dentro montare la disperazione e l’odio.
Maledetti! – si ripeteva – Maledetti!
Odiava la guerra che faceva, il dolore che dava e riceveva, odiava odiare e impazziva di furore su quel monte che vedeva finire un ragazzo. Odiava e non andava via.
Solo non lo lascio.
Passarono più volte accanto a lui, ma il colpo che attendeva non venne e la bomba a mano che sringeva in pugno non esplose.
Il sole di mezzogiorno era caldo. Il compagno sulle spalle pesava e non respirava. Metro su metro si avvicinava il campo.
Dove sei andato, Geko, quando tutto è finito? Lo sai, lo senti tu che ci sono fascisti a governare la repubblica tua, che fascisti portano alloro alle fosse Ardeatine e chi consegnò gli ebrei ai nazisti ora frequenta impunito la Sinagoga? Dove sei andato, Geko? E dove rischia di finire la solidarietà?


Il racconto per gli alunni è terminato, ma le domande vogliono risposta.
Sono lì che rifletto, nell’aula che ormai s’è svuotata. L’anno finisce. Non uno qualunque: l’ultimo dei miei. Non vado via senza darmi risposte e il bidello lo capisce, come ha sempre capito perché non so dargli altro nome: bidello.
E è con lui che parlo: a lui, per ultimo, prima di andar via un’ultima volta e per sempre.
Quando in petto si ha un cuore generoso – e Geko l’aveva, non può esserci dubbio, gli faccio – si giunge a soffrire sinceramente per un uomo che soffre. E si vuole soffrire con lui, perché soffra di meno. Solidarietà dicevamo un tempo, ricordi?
Certo, mi fa. Ricordo.
Lo sai, io non ho fede.
Annuisce.
Non ho fede, però rimango stupefatto per questo sentimento umano: ha il crisma inconfondibile della divinità. Stupefatto di ciò che, senza soffermarci, chiamiamo banalmente solidarietà. Mi riconcilia col genere umano, nel quale da un po’ una mia condizione di fatica e i tempi che viviamo oscuri mi inducono a vedere solo l’istintiva ferocia.

Mi segue, come se capisse. E perché non dovrebbe?
Qualcosa di divino vive in questo sentimento umano e ci fa da testimoni se un qualche tribunale prova a giudicarci quando, passando tra stelle e pulviscolo celeste, torniamo allo spazio infinito che ci circonda. “Salutate quest’anima divina: fu solidale in vita, abbia pace e rispetto in seno alla materia da cui tutto proviene e alla quale ritorna”.
Questo viatico accompagna l’uomo solidale nel suo viaggio. E, tornando, egli reca in dono una sua nobiltà: fu divino come può esserlo una persona umana. Così è accaduto a Geko nel trapasso: vesti bianche orlate di rosso – la tunica pretesta che l’affascinò da bambino quando non conosceva la prepotenza del potere – si presentarono al suo cuore affaticato, confortarono di parole amiche la sofferenza dell’ultimo andare e una tra le bianche vesti, indossata da un’anima gentile per fattezze e parola, poggiò sul palmo della mano aperta del viaggiatore la pergamena sigillata di cera rossa. L’anima allora partì. E’ questo il paradiso degli uomini di parte che ebbero valori di sinistra
.
Annuisce il bidello.
Io e lui oggi sappiamo dov’è andato Geko.
Di fronte alla scuola un manifesto elettorale chiede voti per fascisti, leghisti e forzisti.
Geko li vede e pensa: Governate per quanto potete. Vi manderemo via. Avete contro la storia che vorreste ingannare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 luglio 2004

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