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Posts Tagged ‘unità’

Dopo molte riflessioni, ho maturato una convinzione. Ferma e naturalmente opinabile. La Troika ha inflitto il massimo delle perdite possibili a Tsipras. E’ un fatto. Perché ha cercato la via dell’umiliazione? Credo che il principale obiettivo della sedicente Unione Europea nella terribile vicenda greca sia stato, sin dall’inizio, eminentemente politico: disgregare Syriza e far cadere il governo Tsipras. Se questo accadrà, al di là di chi ha sbagliato o fatto bene, otterrà ciò che voleva.
Saranno naturalmente i compagni greci a decidere e rispetterò le loro scelte, quali che esse siano. Personalmente, però, spero che l’unità più volte sbandierata da tutti, si possa salvare in base a una considerazione di semplice buon senso: se la Troika desidera qualcosa, i Greci dovrebbero fare tutto, tranne che agire in modo che si realizzi.

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«Barack Obama mantiene le promesse». Così il 23 gennaio 2009 scriveva l’«Unità». enfatizzando il cambio di rotta annunciato dal nuovo presidente.
guantanamo1 Sono trascorsi cinque anni ma sembra un secolo: il giornale di Gramsci è sparito e non esiste più nemmeno l’uomo che, due giorni dopo l’insediamento, incarnando l’«American Dream», apre il suo «New Deal», firmando «davanti alle telecamere, nello Studio ovale, l’ordine di chiusura del carcere di Guantanamo, la revisione dei casi dei 250 presunti terroristi che vi sono detenuti e la sospensione dei processi militari».
Insediando Obama, i vertici USA confessavano al mondo che il sogno americano era stato per anni un tragico incubo ma, allo stesso tempo, poiché il copione non cambia e se dici USA intendi «bene che vince sul male», ecco il miracolo: «alla Cia e a tutte le agenzie coinvolte nella lotta al terrorismo viene impartito l’ordine di rispettare i metodi di interrogatorio previsti dal manuale delle forze armate, che escludono l’uso della tortura». Basta con Bush, quindi, basta con la ferocia di un presidente «che ancora nel 2007 aveva esentato la Cia dall’obbligo di rispettare quelle norme». Un messaggio chiaro: è vero anche gli USA possono sbagliare, ma c’è sempre un eroe che rimette le cose a posto e fa trionfare la giustizia.
Guantanamo, ordina Obama «dovrà serrare i battenti entro un anno. Intanto, nel giro di un mese, una task force proporrà al presidente varie opzioni sui luoghi in cui trasferire le persone che vi sono recluse, ed esprimerà pareri sul modo in cui gestire in futuro la prigionia di eventuali altri sospetti terroristi». Obama e la sua «squadra» lo sanno bene: la fiducia del mondo vacilla di fronte a una vergogna senza fine. Ora, però, tutto è cambiato. Ora alla Casa Bianca c’è l’uomo di colore buono e si finge di non ricordare che un «bad black power» è già stato alla Casa Bianca: Condoleezza Rice, prima donna afroamericana e seconda persona di colore a ricoprire la carica di Sottosegretario di Stato degli USA, dopo Colin Powell, primo afroamericano in assoluto in quel delicato ruolo, non hanno insegnato nulla e il mondo ci giura: non c’è più spazio per la cattiva politica alla Casa Bianca. Obama, il nuovo che avanza, ha immediatamente «ordinato di liquidare la rete di prigioni segrete della Cia all’estero. Molte di queste si trovano in Europa, dove presunti terroristi sono transitati clandestinamente e illegalmente prima di essere trasferiti a Paesi terzi in cui la tortura viene ammessa o tollerata. Una vergogna tripla: per il Paese destinatario, per quello che si è prestato a fare da tramite e per gli Stati Uniti».
E’ difficile dire se l’«Unità» abbia chiuso anche perché raccontava ai lettori la favola di Cenerentola, ma è certo che, a rileggerla ora la storia dell’uomo di colore che fa fa trionfare il bene, non sai se ridere o piangere. Subito dopo la firma, il giornale, vero e proprio portavoce di Obama, spiegava il significato «rivoluzionario» dei provvedimenti riportando pari pari le parole del Presidente: «il messaggio che stiamo mandando in giro per il mondo è che gli Stati uniti intendono proseguire la lotta in corso contro la violenza ed il terrorismo. Lo faremo mantenendoci vigili. Lo faremo efficacemente. Lo faremo in un modo che è compatibile con il nostri valori e i nostri ideali». A fianco dell’uomo di colore, Hillary Clinton che, prendendo servizio al Dipartimento di Stato, non esitava ad affermare: «è iniziata una nuova era per l’America» e si appellava al «potere dell’intelligenza», per raggiungere i propri obiettivi, «ristabilire l’immagine dell’America nel mondo e rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti». Non a caso, aggiungeva il giornale, «una delle prime iniziative della nuova responsabile degli Esteri, è stato un colloquio telefonico con il presidente palestinese Abu Mazen», al quale la Clinton promette «di lavorare per una pace durevole in Medio Oriente».
Il tempo è giudice implacabile. Guantanamo è ancora lì, uguale a se stessa, incubo medievale e rovescio della medaglia del sogno americano. La vergogna continua, a dimostrazione che il problema non era Bush; in quanto alla pace, la situazione è sotto gli occhi di tutti, ma – quel che è peggio – anche la pace sociale è a rischio nel cuore dell’impero e gli USA guidati dal presidente afroamericano, trattano da terroristi i paria di colore, com’è nella tradizione del razzismo a stelle e strisce. In fondo il Paese non è mai cambiato: una pallottola in canna è sempre pronta per Martin Luther king, ma gli USA continuano a proclamarsi poliziotti del mondo. Senza parlare, però, il video dell’ultima sparatoria della polizia di Saint Louis racconta a quanti fingono di non saperlo chi sono davvero i custodi della civiltà occidentale.

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Colore di pelle, religione, lingua, cultura diverse da chi a scuola l’ospita e prova a riconoscergli, con passione e accoglienza, la dignità che Maroni e l’Italia leghista ogni giorno gli negano, al ragazzo indiano non sono sfuggiti né il misterioso fermento di questi giorni imbandierati, né la diversità incomprensibile delle bandiere sventolate: verde leghista, giglio borbonico in campo bianco e il tricolore della “libertà“.
Viene dalla terra di Ghandi, ha occhi attenti e riflessi veloci, il ragazzo immigrato, e deve aver pensato a chissà quale problema risolto, a quale antica servitù spezzata, sicché me l’ha chiesto, con commovente innocenza e involontaria ironia:
Unità vuol dire indipendenza?.
Così, a bruciapelo, non è una domanda facile e rispondo d’istinto:
No, l’indipendenza non è l’unità.
Lo so, c’è qualcosa di spurio e confuso in questo 17 marzo tutto italiano, un vizio di partenza, i sintomi d’un quadro patologico, che la “festa” tira fuori d’un tratto. E si mostra com’è: desolante.
Saremo uniti quanto si vuole in confini geografici apparentemente stabili, ma unificate non si sentono le coscienze e le singole realtà.
La scuola, per esempio, in cui il ragazzo straniero si trova a suo agio, è certo “unita“, ma sta lottando per l’indipendenza.

Tu non lo sai, ma la scuola che frequenti ha radici lontane. Porta sulle spalle il peso di lunghe battaglie. L’ha avuta vinta sulla legge Casati, che si fermava all’obbligo in seconda elementare e al ginnasio già viveva coi soldi dei genitori. Ci vollero uomini come Francesco De Sanctis e Pasquale Villari, per difenderne quel tanto di esistenza autonoma e la funzione di promozione sociale delle aree arretrate, in un paese rurale, in cui l’analfabetismo e l’emigrazione veneti univano il Nord e il Sud, più di cento guerre d’indipendenza.
Che vuoi che ti dica? Dieci anni di unità non erano serviti a nulla e il censimento del 1871 certificò che l’Italia unita, “libera“, e disgraziatamente piemontese, era molto più analfabeta di quella dei piccoli stati regionali. Fu poi vergogna d’intellettuali la posizione di Carducci, il “vate della patria“, posizione che rischiò di diventare uffuciale: “Basta coi lavori forzati del saper leggere! L’alfabeto è il più ipocrita strumento di corruzione e delitto per l’uomo, questo animale eminentemente politico”.
Così andava con questi grandi liberali e, se te lo dico, lo capisci bene, tu, oggi che il tuo diploma qui non conta nulla e sei il contadino veneto e campano del tempo nostro. Lo capisci bene e perciò me lo domandi:
Ma se non ho una scuola indipendente, io sto qui da voi, servo per sempre.

Tu non lo sai che anche da noi una legge non scritta creava caste e produceva paria. E lo strumento di separazione, in un paese unito, era una scuola senza indipendenza.
Tu non lo sai quante belle intelligenze fini, al soldo del padrone unito, latifondista al Sud, mercante con ambizioni di imprenditore al Nord, hanno messo al servizio del capitale. Penne e Gazzette di tutti i colori, per sostenere un’idea di unità che non prevedeva l’indipendenza delle classi subalterne. Un pensiero reso forte da forti interessi nascosti, che pretendeva la libertà e l’indipendenza dei padroni in una terra di servi e di bestie votanti: “In manifesta opposizione al più elementare concetto di Stato Costituzionale, – scrissero questi signori dai loro giornali – da anni i nostri governanti con tutti i mezzi sopprimono ogni privata iniziativa nelle cultura. Così s’affermano principi sovversivi, si cancellano le scuole private vigili custodi dei nostri infrangibili diritti e dei nostri valori, e si produce uno scadimento intellettuale, morale ed economico della nazione”.

Te lo leggo negli occhi, giovane indiano, quello che pensi. Tu l’hai intuito, forse ne hai parlato coi tuoi compagni di sventura e sai quello che accade, perciò mi fai le tue domande. Sai che, da qualunque parte la guardi, la tua scuola, la scuola di chi come te ha bisogno di cittadinanza, vive in in Paese unito, ma non è indipendente. Negano le risorse necessarie .
Tu che vieni dal “sottosviluppo” lo sai che Sud non è solo un dato geografico. Sai che attorno a noi, come lupi famelici, tribuni, venditori di fumo e ciarlatani rissosi, leghisti, borbonici e liberali tricolori, tutti assieme lavorano per il profitto, si annidano nei pori della produzione, moltiplicano le funzioni, spartiscono potere e territorio, federano per dividere, fanno conti da bottegai, speculano sulla distribuzione della merce, mediano, appaltano, spediscono, prestano danaro come usurai.

Chi oggi non vuole che tu parli la nostra lingua, ieri faceva guerra all’alfabeto, perché il cambiamento è periodicamente necessario, ma se tu impari a dire la tua, l’unità diventa crescita sociale.
No, l’unità non è indipendenza se non produce diritti.
E’ questa la mia risposta, giovane indiano. Cerca i tuoi compagni tra gli sventurati di ogni colore e lotta con loro. L’indipendenza è una conquista sociale. L’unità non c’entra niente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2011

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