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Dipinto del pittore Hypnos

Dipinto del pittore Hypnos

E’ vero, i tagli del governo tecnico producono infine i danni che ci fanno greci, ma questo è vietato raccontarlo. Non si deve sapere. Siamo al punto che a Napoli da giorni si gela, ma a scuola non c’è riscaldamento. Fai fatica a dirlo perché lo sai, non ci vuole molto ad avviare l’inaccettabile scaricabarile: “e i genitori non protestano? Magari gli insegnanti sono contenti”! E tu prova a dire che quelli gelano con gli alunni. “E’ il sindaco Masaniello, sono i soliti napoletani“!
Il governo no. Il governo non c’entra.
Ciò che più colpisce è che la brutta faccenda passa sotto silenzio. La stampa, sempre pronta a lottare contro i “bavagli”, da un po’ s’è zittita da sola e il santino Monti, costruito apposta per abbagliarci, continua a brillare. C’è un dire e non dire che fa paura. Si ammette e si sopporta, perché, divisi in due squadre per vent’anni, tutto ciò che ci resta è tornare a tifare. E si sa, al tifoso non importa nulla di come hai giocato. Conta che vinci. Il meccanismo è semplice e collaudato.
E’ vero, si dice, in tredici mesi la disoccupazione è cresciuta e ai giovani s’è negata la speranza. Prima, però… E qui si tace. Altro non serve e ci si capisce: prima, “quando c’era lui, all’estero ci prendevano in giro! Come se oggi ci portassero ad esempio.
E’ verissimo, in pensione si va ormai dopo morti e chi sopravvive alla Fornero farà i conti con la fame. Certo che è vero, per gli assicuratori è stata manna dal cielo. Sì, però prima… E per quel prima che avremmo colpevolmente voluto, ora accettiamo il poi che ipoteca il futuro quanto e più del passato.
D’accordo, sì, con gli esodati l’errore è stato veramente tragico e sarebbe stupido negarlo, qualcuno s’è ammazzato… E’ vero, sì, lavoro non ce n’è e di tutto si sentiva il bisogno, tranne che d’una legge per licenziare… Certo che è vero, s’erano promesse due regole fisse, il rigore e l’equità, poi, strada facendo, il rigore è diventato macelleria sociale, l’equità è sparita, i ricchi hanno scialato e i poveri hanno pagato. Sì, però prima…
Non c’è dubbio, è così: la violenza delle forze dell’ordine ha toccato punte cilene e in piazza non c’è stato un giorno senza manganellate, lacrimogeni e onesti cittadini trattati come malfattori. Ed è vero, sì, in tredici mesi la scuola è stata rasa al suolo e nessuno ha trovato la cosa contraria ai principi della Costituzione. Le scuole dei preti hanno fatto fortuna e quelle statali sono ridotte in miseria. Per un mistero glorioso, Gelmini, travestita da professore universitario, s’è fatta una e trina e ha potuto governare la scuola passando per Profumo, Rossi Doria e la dott.ssa Ugolini. Il Paese, confuso, ha taciuto e non s’è scosso nemmeno quando Napolitano, sorpreso a telefono con un inquisito, ha denunciato i giudici per lesa maestà.
Abbiamo ministri indagati per frode fiscale e sottosegretari rinviati a giudizio per truffa, ma ci siamo detti che però prima… In quanto ai giornali e alle televisioni, c’è mancato solo che il Papa rivendicasse il suo diritto a nominare i santi. Tutto il governo Monti, persino un sospetto ateo come Polillo, è stato levato alla gloria degli altari.
E’ vero, sì, per tredici mesi non s’è parlato di Berlusconi e dei suoi processi, non s’è avuta notizia di escort, scandali e malgoverno. Era un pilastro del paradiso e bisognava tacere. Ci siamo raccontati di un male necessario per una colpa da espiare: con mille euro al mese, vivevamo sopra le righe e lo sapevamo. Napolitano, Bersani, Casini e Fini sono serviti: non s’è votato quando Berlusconi era davvero finito e si sarebbe potuto ripulire il Paese e questo è il risultato. Si è mentito e si continua a mentire: Berlusconi era d’un tratto diventato uno “statista”, tutto prudenza, saggezza e senso di responsabilità e i tecnici, che hanno saputo solo scodinzolare ai mercati, son diventati d’un tratto comunisti, decisi a far pagare la crisi a chi l’ha prodotta: un ceffone mai visto è pronto per gli evasori, si farà guerra a mafia e corruzione e via di corsa con la patrimoniale. I fatti, però, parlano chiaro: uniti e concordi, Berlusconi e Monti hanno consentito le spese più inutili e vergognose, ci hanno addossato i miliardi per lo sporco affare Tav, per gli F-35 e per le banche degli usurai.
Per tredici mesi è stato il trionfo del buongoverno. Ora che il Paese affonda e il dubbio si fa strada nelle menti ottenebrate, ora che un accenno di polo delle sinistre si va costituendo, ecco il colpo di teatro: c’è il diavolo che torna. E fa paura. Come un gregge impaurito dal lupo che minaccia, ci gettiamo imploranti davanti all’altare dei nuovi santi. Va bene tutto e ci facciano a pezzi governi di brava gente e di incorrotti professori. Sulla stampa torna il baccanale: Ruby è sparita ma ricompare, i fari si accendono sui tribunali, non c’è scandalo su cui non si torni. Avremo tre mesi di fuoco incrociato: da un lato l’inferno, che però sosteneva il paradiso, dall’altro l’incontaminata purezza tecnica affiancata da tutto il nuovo della politica: Casini, Bersani, Vendola e Napolitano. Accadrà di tutto e sembreremo persino liberi: voteremo. Poi ci risveglieremo. La prima immagine che vedremo sarà di una chiarezza veramente olimpica: Monti, beato e santo, nella gloria degli angeli Fornero, Profumo, Catricalà e Polillo e un governo di “larghe intese“. Forse allora qualcuno si ricorderà che San Polillo, quando era solo beato, di mestiere faceva il consulente economico del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà…

Uscito sul “Manifesto” il 15 dicembre del 2012

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E’ molto difficile capire che intendono, quando parlano di scuola e lavoro, i ministri di un governo che ha per programma solo una miserabile lettera della Banca Centrale Europea. L’altro ieri, alla Camera, Patroni Griffi ha dichiarato che per il 2013 sono previsti 7.300 esuberi tra gli statali e ha aggiunto che, tenuto conto dei mille volti della flessibilità, ci sono almeno 260mila precari. E poiché il governo tiene alla partita doppia e ai cacciabombardieri molto più che alla qualità della vita dei cittadini, il ministro ha prontamente puntualizzato: “impossibile pensare a una stabilizzazione di massa”. Per quel che riguarda la sorte della scuola, quindi, mentre i 130mila precari non hanno alcuna speranza di lavorare, sulla qualità del servizio da offrire al bestiame votante, sulla religione del merito e sulle chiacchiere amene del trio Profumo, Ugolini e Rossi Doria cala inesorabile una pietra tombale.
La sera, poi, presente a Ballarò, l’ineffabile Gianfranco Polillo, che in un anno di sospensione della democrazia s’è meritato a pieni voti una delega alla cialtroneria, ci ha invitato senza mezzi termini a piantarla coi piagnistei. Se le cose vanno così, infatti, ha urlato spazientito al malcapitato Landini, è perché gli italiani sono una banda di scansafatiche. A questo punto non sono più dubbi: occorrerà chiarire a Polillo qual è il confine hegeliano tra rappresentazione e concetto. A costo di lasciarsi trascinare in tribunale per renderglielo più chiaro, qualcuno dovrà spiegare al sottosegretario che sentimenti e passioni, desideri e pulsioni, sono solo rappresentazioni e metafore di pensieri e se non lo sa, l’impari: in una democrazia parlamentare, il limite invalicabile per un uomo di governo è quello che fa dire alla gente sbigottita “non so più che pensare!“.
Intendiamoci, Polillo può anche essere così povero di concetti e privo di pensieri strutturati, da “rappresentarsi” la crisi economica del Paese che governa come una semplice questione di voglia di lavorare. In una seduta di psicanalisi, anzi, l’affermazione sembrerebbe probabilmente all’analista un fortunato lapsus freudiano, la manifestazione evidente di un senso di colpa che si proietta dall’inconscio verso l’esterno: io non ho fatto mai nulla nella vita – questo è un Paese debosciati. Floris però non fa l’analista e uno studio televisivo non ha nulla a che vedere con la psicanalisi.
Il ben pagato Polillo, che in passato è stato Capo Dipartimento per gli affari economici, segretario di varie Commissioni parlamentari e consigliere economico del gruppo del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati, ha motivi indiscutibilmente buoni per fare a pugni coi suoi sensi di colpa, per aver contezza e allo stesso negare di essere stato parte non piccola nella tragedia che vive il Paese. Questo, però, riguarda la sfera delle sue sensazioni intime, dei rapporti tra la coscienza, che molto spesso mente a se stessa, e l’autocoscienza, che è il peculiare regno della verità o, se si vuole, la verità negata dalla coscienza. Pur volendo essere solidali col suo profondo dramma psicologico, è evidente che il Sottosegretario Polillo non può pensare di spiegare la crisi economica dell’Italia con la “rappresentazione” che egli ha di se stesso. Sul terreno psicologico l’inconscia verità – io non lavoro – si può legittimamanete trasformare nella convinzione bugiarda che l’italiano sia sfaticato. In politica no. La politica non è un’inconfessata pulsione autopunitiva e, data la corruzione del secolo, Polillo non può permettersi di ignorare, proprio lui, sottosegretario di un governo di non eletti, che la pubblica moralità, apparentemente scomparsa dall’assemblea di nominati che lo sostiene, sopravvive solo nelle classi lavoratrici che ancora lo lasciano parlare senza rivoltarsi. Polillo, però, non può e non confondere moralità e rassegnazione. Farebbe bene piuttosto a ricordare ciò che Robespierre prima predicò e poi sperimentò su se stesso: spesso i popoli traditi insegnano all’arroganza del potere che dove muore la tirannia nasce la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 dicembre 2012

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Non si comprende bene ciò che significa il ddl 953 (già legge Aprea), se non si hanno presenti l’articolo 3 della Costituzione, che attribuisce alla scuola il ruolo essenziale di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza, e l’articolo 5, che limita il campo delle autonomie locali alle esigenze del decentramento amministrativo. Sono questi articoli che danno valore di dettato costituzionale alla libertà d’insegnamento e all’istituzione della scuola della Repubblica per sua natura gratuita e obbligatoria.
Non ci sono dubbi: letto senza pregiudizi, il Decreto 953 si rivela del tutto incompatibile con i vincoli normativi definiti dalla Carta costituzionale. E non si tratta, come si tenta di insinuare da più parti, di un giudizio nato all’interno del mondo della scuola per ragioni puramente ideologiche, spinte conservatrici e ostilità preconcetta a non meglio identificati venti di cambiamento. E’ vero, al contrario, che il governo affronta una questione di fondamentale importanza per la società italiana come se si trattasse di una dettaglio privo di rilievo, senza coinvolgere in alcun modo né i cittadini, che non possono certo essere estranei o indifferenti nei confronti della scuola, né i docenti e gli studenti, che la scuola la “fanno” e ne vivono perciò la realtà e i bisogni. E’ inaccettabile che l’ex legge Aprea, mutata in alcuni dettagli ininfluenti, si faccia passare sotto le spoglie di un anonimo decreto, nell’ombra fidata degli incontri tra segreterie dei partiti, e si discuta “al chiuso”, in Commissione.
Nel merito, la legge, prodotta da politici piovuti in Parlamento dall’alto, cancella gli organi collegiali, nati dai decreti delegati nel 1974, sotto la spinta di un “riformismo” prodotto dal basso, e li sostituisce con organi di autogoverno che ciascuna scuola regolamenta a suo piacimento, con un suo statuto e propri regolamenti. Non bastasse questa sorta di Torre di Babele, la legge consente a privati e soci in affari di entrare in pompa magna negli organi di governo della scuola, compreso quello che si occupa della valutazione, il nuovo feticcio del neoliberismo.
All’intelligenza del ministro Profumo e dei suoi sottosegretari Rossi Doria e Ugolini, tutto questo appare materia priva di importanza nazionale.

La verità, per tornare al contesto del dettato costituzionale, è ben diversa, perché è evidente che una scuola statale affidta a una pluralità di principi soggettivi, fissati in statuti e regolamenti autonomi, l’uno diverso dall’altro e magari contrapposti, significa creare una istituzione che non ha nulla a che vedere con il sistema formativo diseganto dalla Costituzione. La legge ha una sua logica interna e produce un effetto devastante: non avremo più un sistema formativo fondato su caratteri comuni a livello nazionale, ma una miriade di “aziende”, legate a scelte discrezionali, diverse e – perché no? – divergenti. Non più una scuola della Repubblica, quindi, ma migliaia di repubbliche chiamate scuole, l’una scollata dall’altra, tutte condizionate delle più svariate ingerenze di interessi privati particolari e dal ruolo predominante del capo d’Istituto, cui corrisponde l’indebolimento di quello svolto da docenti e studenti. A ben vedere, una vera nebulosa di repubbliche autoritarie. E’ l’epilogo fatale di una concezione dell’autonomia voluta dalla sedicente “sinistra” di Berlinguer, che sin dall’inizio minacciava di stravolgere la natura di una scuola nata come patrimonio della Repubblica, chiaramente definita da una Costituzione che fissa i criteri oggi violati: il finanziamento esclusivamente statale, per vincolo di legge, della scuola della Repubblica e la sua distinzione netta da quella privata, finanziata invece esclusivamente e per obbligo di legge dalla proprietà privata, senza alcun concorso di denaro pubblico.
Così stando le cose, non ci sono dubbi: Aprea e i nominati che la sostengono, stanno disegnando una scuola che rinnega i principi su cui si fonda il sistema formativo voluto dai deputati eletti nell’Assemblea Costituente. Anche da un punto di vista puramente linguistico, che non è ovviamente formale, ma sostanziale, Aprea e Profumo si collocano agli antipodi del dettato costituzionale. Cercare nella Carta costituzionale una scuola definita “servizio”, un sistema formativo degenerato nell’indeterminatezza del “bene comune” o, peggio ancora, nell’ambigua formula della “comunità educante” sarebbe fatica vana. In quanto al linguaggio mutuato dal mercato, di cui l’esempio classico è l’offerta formativa, chiunque può da solo verificare: siamo su un altro pianeta. In un quadro di valori fatto di un merito anteposto alla solidarietà e di una qualità che sfocia nella concorrenza, Aprea volutamente nega il ruolo primario della rimozione di ogni ostacolo, sia economico che sociale, della promozione dell’eguaglianza tra cittadini come garanzia di libertà e democrazia.

Passa in Parlamento, senza discussione tra i cittadini, il frutto avvelenato di un leghismo inaccettabile nella sua ispirazione separatista, figlio di un volgare, acritico e astorico egoismo regionalista, che sacrifica il principio della pari opportunità e mette a repentaglio il ruolo di un sistema formativo che muta col mutare dei “confini” territoriali, per fare del Nord un corpo estraneo al Sud e disarticolare la Repubblica. Passa per la porta di servizio, ma non fa danni minori, un attacco alla libertà d’insegnamento, delineatosi nelle reiterate richieste di “controllo” politico sui libri di testo, nell’imposizione di una “verità storica di Stato”, che legge le foibe in senso antislavo e anticomunista, che aggredisce l’antifascismo e la Resistenza, spezza il filo della trasmissione della memoria come patrimonio comune delle diverse generazioni e apre la porta a un autoritarismo di fatto. Aprea segna così la fine della scuola della repubblica e dimostra che anche in questo delicatissimo campo della vita nazionale, la crisi si fa strumento di un progetto politico sempre più chiaramente orientato in senso classista, sempre più connotato come attacco ai diritti e alla democrazia di cui è garante per quello che può una Costituzione che non è figlia del “libro nero del comunismo”, ma del compromesso tutto sommato nobile tra forza di ispirazione antifascista, siano state esse moderate o progressiste .
In questa bufera fare scuola, difendere la libertà del pensiero critico, la trasmissione quanto più possibile corretta e pluralista della nostra memoria storica, della nostra identità culturale e del patrimonio di lotte sociali che sono garanzia di un rapporto fecondo tra le generazioni, non è impresa facile, ma sarebbe davvero un crimine rinunciare alla lotta. Un insegnante privato della libertà d’insegnamento non può più assolvere alla sua funzione docente. Si può piegare il capo, in fatto di stipendi, non si può cedere sul terreno dei principi. I titolari della scelte dei contenuti e delle impostazioni metodologiche e didattiche sono i docenti e nessuna legge può legalmente imporre a un insegnante della scuola statale di dipendere su questo terreno da soggetti e interessi privati, da finanziatori e sponsor che si statuiscono allo Stato. A scuola non possono esistere altri “datori di lavoro” se non le Istituzioni repubblicane definite e riconosciute dalla Costituzione. E’ tempo di obiezione di coscienza o, se non dovesse basta, tempo di una lotta senza quartiere della quale la responsabilità è tutta e solo di chi ha scelto la via autoritaria. Noi siamo di fronte a un dilemma tragico: ubbidire a una violenza legale – come avvenne ai tempi del fascismo – o sopportare con coraggio e fermezza le conseguenze di un no. Ed è chiaro a tutti: più numerosi saremo, più possibilità ci saranno di limitare i danni. Da Bassanini a Brunetta si è lavorato per condurci al bivio. C’è chi dice che questa legge si tiene volutamente al limite della legittimità costituzionale e si prepara alla resa mentre il Ministro Profumo programma aumenti d’orario e diminuzione di stipendi: “più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina“, uguali a quelli attuali “per chi accetta l’aumento delle ore“. Chi è più attento coglie la portata della ferita arrecata al tessuto democratico del Paese, intuisce che un attacco eversivo viene ormai apertamente dall’alto e sa che di fronte abbiamo un bivio: ci tocca scegliere tra dignità e quieto vivere, rassegnata vergogna e orgogliosa ribellione. La sorte della democrazia, i diritti conquistati lottando e il destino stesso dei nostri figli, tutto è ancora nelle nostre mani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2012

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A sentirli parlare, Profumo, Rossi Doria e Ugolini c’è chi giustamente si chiede: “qualcuno ci dovrà spiegare chi ci guadagnerà da questa barbarie“… Non dirò che sia facile disegnare il campo dei barbari che speculeranno sulla barbarie, ma una prima indicazione la si può dare senza timore di smentite. Circolano nelle scuole e giungono indiscriminatamente sui pc degli insegnanti mail di propaganda che un’idea te la danno.
Si dice ed è vero: spesso un esempio vale più di mille discorsi. Eccolo qui, debitamente modificato per non fare malaccorta pubblicità e non offrire occasioni a prevedibili richiese di danni materiali e morali. Il danno, quello vero ed evidente, lo subisce la scuola. Ma di quella non s’interessa orma più nessuno e le cose perciò vanno così:

Da: Famosoldi Editore
Reg. Trib. Civ. … del…
Al Dirigente Scolastico
(con preghiera di farne pervenire copia)
Ai Docenti interessati al Concorso a cattedre 2012

Oggetto: ultime novità CONCORSO A CATTEDRE in G.U. Speciale Corso online per la prova di preselezione – computer based (art.5 del bando) sui 3.500 quesiti.

Per superare con successo la prova di preselezione si propone:
1. Corso intensivo speciale online – computer based con i 3.500 quiz del test preselettivo previsti dal bando per concorso a cattedre anche per piccoli gruppi (max 4 candidati) con metodologia didattica individualizzata in due tempo:
a) frequenza di mini-corsi distinti con rispettivi esperti in materia su tutti i 3500 quesiti previsti dal bando appositamente raggruppati in quattro tipologie.
b) Corso riepilogativo generale attraverso prove individuali con più di 60 simulazioni di batterie da 50 quesiti di quiz autovalutativi a risposta multipla.
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Per i candidati ammessi alla prova orale è previsto su http://www.famosoldieditore.it uno corso on line speciale sugli argomenti di ordine informatico, didattico, metodologico, linguistico, legislativo, di cui alle AVVERTENZE GENERALI (All. 3 del bando), obbligatorie per tutte le classi di concorso.
Sarà attivato inoltre presso apposito Istituto scolastico del Paese della Cuccagna un Corso di preparazione individuale o per piccoli gruppi sugli argomenti del Programma di esame della prova scritta e orale (Allegato 3 del bando), unicamente per la scuola dell’infanzia, per la scuola primaria e per le classi di concorso A043, A050, A036, A037.•
Per gli ammessi alla prova scritta del concorso Scuola primaria sarà attivato su http://www.famosoldieditore.it un corso speciale online con docenti – madrelingua per la preparazione alla prova scritta aggiuntiva e obbligatoria di lingua inglese (art.6, comma 3 del bando).

CEDOLA DI COMMISSIONE LIBRARIA
da compilare e spedire con e mail a famosoldieditori@gmail.com
o a mezzo fax al numero XXXXXXXXX
Cognome e nome del docente …………………………………………………………..
Indirizzo…………………………………………………………
CAP……………
Comune………………………………………………………..Provincia……….
Telefono……………………………………email………………………………..
C.F./P.I …………………………………………………………………………….
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Il pagamento può essere effettuato con contrassegno o per gli istituti a mezzo c/c p.n. 12345678 intestato a: Famosoldi Editore, Viale del business ABC – 00000 Paese della cuccagna.

Data………………… Firma leggibile …………………………………………………………..

 

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 settembre 2012

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Si potrebbe titolare “La polemica sull’Invalsi continua”, mentre l’università si accende di speculari timori per i connotati dell’Anvur, e non sono in pochi a chiedersi sconcertati se non sia tornata la Gelmini. I devoti di Monti e dell’Italia “nuova” si scandalizzeranno, ma le cose stanno così e, a ragionare laicamente, c’è poco da far festa: va, se possibile, anche peggio e mentre i ripetuti segnali di continuità fanno suonare campanelli d’allarme, il dato più inquietante è che stavolta alla barra del timone c’è uno dei grandi “tecnici” per cui si meditano processioni di ringraziamento e s’è avviato, con i doverosi caratteri dell’urgenza, il processo di santificazione del già beato Napolitano.
Che l’articolo 51 del “decreto semplificazioni” firmato dai tecnici sia, in realtà, il solito “decreto falsificazioni” di marca politica, è facile capire. Si pensava, però, che, se non altro, si fosse riconosciuto un confine che nessuno mai più, tecnico o politico, avrebbe osato varcare: il confine della decenza, che il governo “salva Italia”, in linea con l’armata Brancaleone passata da Berlusconi a Monti ha invece violato. E’ indecente, infatti, che, dopo le battaglie politiche sulla teoria e la pratica della valutazione, il governo “tecnico” abbia sistemato all’Istruzione la sottosegretaria Ugolini, giunta al Ministero dai vertici di quell’Invalsi, imposto poi come attività “ordinaria” alle Istituzioni scolastiche. Mai come oggi è stato così chiaro: a ispirare Profumo, che sa di scuola molto meno di un qualunque cittadino di media cultura, c’è con tutta evidenza la filosofia della vituperata ma trionfante Gelmini. A nulla è servito che appena un anno fa la Magistratura abbia intimato alla politica di non imporre quiz ai docenti. A nulla purtroppo serve ormai appellarsi alla Costituzione, che invano sancisce la libertà di insegnamento e l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Nel clima di una negata ma operante “sospensione della democrazia”, il governo “tecnico” agisce ormai come se l’Italia fosse davvero la “repubblica dei Presidenti”.
C’è una logica stringente in ciò che accade sotto i nostri occhi. Il governo Monti, nato com’è nato e vissuto con amara soddisfazione – è il prezzo da pagare al dopo Berlusconi, pensano in molti – e il timor panico per una crisi devastante, non è frutto di un caso. Monti, Berlusconi e ciò che attorno a loro si unisce in termini di cultura padronale, fastidio per i diritti, le tutele socialdemocratiche e i vincoli keynesiani, vengono da lontano, nascono nel 1992, con la vittoria del capitalismo liberista su quello di Stato del socialismo reale, con le barriere cadute a est e il pianeta a portata di mano di avventurieri il cui solo ostacolo, per un apparente paradosso, diventa quella “democrazia borghese” che del Capitalismo è stato a un tempo maschera e arma vincente.
Occorre l’animo di dirlo: abbiamo di fronte i due volti di una sola realtà, dominata dalle criminali aspirazioni di sparute, ma agguerrite pattuglie di guastatori agli ordini di una concezione reazionaria della società e della filosofia della storia, di un potere che non ha patria e non chiede legittimità ai popoli. La conoscenza, la coscienza critica, la filosofia della “formazione di massa”, il pensiero che attribuisce un ethos politico alle classi subalterne, armi efficaci e naturale presidio della democrazia, sono perciò l’obiettivo privilegiato di una guerra senza quartiere: il conflitto per la supremazia tra i mercanti, celati dietro l’astrazione che definiamo mercato. Una guerra in cui annientare le tutele democratiche e la cultura dei diritti non è meno vitale di un conflitto scatenato per conquistare la via del petrolio. Sembrerà un’esagerazione, ma è nella logica di questo conflitto: scuola e università sono da tempo nel mirino di governi apparentemente diversi tra loro. Il controllo del potere passa anche e soprattutto per il controllo della scuola e non c’è nulla che lo spieghi meglio del filo rosso che attraversa e unisce le politiche per la formazione lungo l’asse Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo; politiche che, non a caso, privilegiano il privato d’élite a danno del pubblico. Chiunque provi a leggere tra le righe nei progetti sulla scuola elaborati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio troverà nei concetti economici di produttività, impresa ed efficienza la chiave di lettura politica delle cortine fumogene su merito e “competenze”. Dietro, è facile vederli, ci sono la svendita della funzione docente, l’asservimento economico di insegnanti ormai dequalificati, la cancellazione dell’autonomia della ricerca e della libertà d’insegnamento. Dietro, si coglie soprattutto la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su un’imprecisata volontà di “cambiare” il sistema formativo, copre abilmente l’obiettivo ambizioso e pericoloso: utilizzare la formazione per trasformare il Paese. Di intenti “pedagogici” del governo ha talora parlato il prof. Monti.
A ben vedere, la crisi, chiedendo scelte radicali, riconduce al conflitto tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che la fanno propria e chiama i governi borghesi alla necessità, storicamente ricorrente, di imporre ai ceti subalterni di pagare con la salute, la miseria, il sacrificio del futuro dei figli e la rinunzia al sogno di un mondo migliore l’esito devastante delle contraddizioni del sistema.
In questo senso se, com’è evidente, la crisi riguarda anche le strutture di comando capitalistico, non meraviglia che il lavoro intellettuale e i docenti che, piaccia o no, sono essi stessi “intellettuali”, siano nel mirino. Toni Negri, da cui si può dissentire ma non è mai banale, riflettendo sull’attuale natura del lavoro intellettuale, coglie il senso dell’attacco alla formazione, portato da un potere economico che diventa politico nonostante la crisi, o forse proprio perché c’è la crisi, e si mostra deciso a costruire una società di automi attivati da un pensiero unico, privi di senso critico, capaci di vivere solo in una “moltitudine produttiva” e incapaci, perciò, di autonomia personale. “Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale” egli osserva, “tanto più diviene […] produzione della vita”. Tornano in mente Marcuse, sbrigativamente pensionato, Marx ripudiato e le domande sono serie: se questo è, quale “vita” si vuole produca oggi un docente? Il lavoro di chi si propone di offrire dal basso chiavi di letture della pluralità e complessità degli eventi, coltivando l’autonomia del pensiero critico, rientra nel modello di società che si va costruendo? Il “docente-intellettuale”, che non vuol dire per forza l’intellettuale organico e neanche quello “impegnato” che era tutt’uno con la sua lotta, ma perdeva il contatto coi lavoratori, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, il docente che non a caso si presenta ormai come pietra dello scandalo, perché di quella cesura è molto spesso figlio, quel docente ha cittadinanza in una società tornata rigidamente gerarchica? Tutto lascia credere di no: il docente che vive di dubbi socratici e al dubbio forma i suoi studenti, di fatto si rivolta contro il pensiero unico ed è per questo “rivoluzionario” sul terreno teorico ed eversivo su quello della prassi. Questo docente, perciò, e la scuola che egli sa e vuole fare vanno cancellati.
Così stando le cose, la scuola dei quiz, che umilia la classe docente per asservirla, ha una funzione chiara: non valuta gli alunni, seleziona i docenti. Chi non si svende non rientra nei fini pedagogici di base della “scuola nuova”: la produzione di una umanità che Labriola definì “bestiame votante”, massa di manovra e manovalanza generica, priva di pensiero autonomo e senso critico, dannata a vivere d’elemosina, stenti e supina rassegnazione clericale. In altri termini, la base di consenso del regime che avanza. Il De Felice di turno spiegherà poi ai nostri nipoti che eravamo tutti convinti.

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Paesesera” il 5 aprile 2012

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