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Posts Tagged ‘Twin Towers’

arton63405-57d9aRicordo ancora bene l’alba del nuovo millennio, con l’antrace e la caccia agli untori.
Ricordo come fosse oggi la dichiarazione della nuova Crociata contro la «barbarie islamica», la «guerra infinita» dopo la tragica farsa delle Twin Towers e la ferocia di Guantanamo.
L’integralismo del nostro remoto passato allunga sempre più velocemente le sue tragiche ombre sul presente e lo Stato laico si clericalizza a tappe forzate, diventando terra di martiri per amor patrio e per fede.
Ricordo bene i nostri «bravi soldati» che facevano il tiro a segno coi feriti sui ponti di Bagdad, in nome della lotta al «terrorismo islamico». Anche noi abbiamo un velo calato sul volto: è la Croce di Cristo. Un Cristo violentato che, da agnello di Dio, diventa il simbolico carnefice dei non credenti, occulti alleati dei terroristi.
Viviamo tempi di laicità occidentale. Dio ci scampi dalle Moschee nel cuore delle città, ma Dio scampi dalla vendetta della civiltà crociata lo scriteriato che canta fuori dal coro. Nel silenzio del circo mediatico, impegnato a cancellare ogni traccia di soldi, armi e addestramento fornito ai tagliagole dell’ISIS – utilissimo diavolo d’ultima generazione – a Terni si tolgono cattedra e stipendio a un professore che non vuole croci per i suoi studenti.
Croci e crociati, com’è nel sangue e nella storia della superiore civiltà nostrana. Crocefisso, crociati, cani e poliziotti. Dopo Davide Zotti, censurato nel Friuli, ecco Franco Coppoli sospeso a Terni. Siamo ormai tra gli ultimi per libertà di stampa e abbiamo ripudiato Verri e Beccaria, rifiutando di scrivere uno straccio di legge contro la tortura. Chi ricorda il passato, chiave preziosa per leggere il presente, sa che il binomio Chiesa-Stato è nato col fascismo nel 1929 e non s’è mai spezzato, sa che l’estremismo di destra, vigliacco e assassino, non è mai diventato un «dato della storia», checché ne dicano gli storici di corte.
La verità è che la Repubblica antifascista è rimasta prigioniera degli archivi che custodiscono gli atti dell’Assemblea Costituente, nei quali invano Croce affermò che la commistione tra Stato e Chiesa è «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico»; invano, di rincalzo, Calamandrei rilevò che a buon diritto la Chiesa può avere i suoi simboli e un’idea dell’insegnamento il cui fondamento e coronamento è la dottrina cristiana, ma accoglierne simboli e concezione nella scuola dello Stato conduce a una insolubile contraddizione. «Delle due l’una», sostenne infatti Calamandrei: «o il cittadino non cattolico dovrà rinunciare, pur avendone l’attitudine, a concorrere al pubblico impiego come insegnate, oppure dovrà essere reticente, dovrà insegnare contro la sua coscienza; parimenti un alunno non cattolico o dovrà rinunciare a frequentare la scuola pubblica, oppure contro coscienza dovrà subire un insegnamento conforme alla prassi cattolica. Questa non è eguaglianza».
Croce, Labriola, Nitti, Calamandrei, non sono bastati. Nell’amara realtà della vita quotidiana, nei territori occupati della Valsusa e del Casertano, nelle aule dei tribunali ancora governate dal codice Rocco, il clerico-fascismo in realtà non è mai diventato storia. L’Italia razzista, integralista e violenta, l’Italia della polizia impunita, dei crimini di guerra e dei rapporti inconfessabili tra affari, politica e malavita organizzata è più viva che mai.
Fu Mussolini che volle il crocefisso dietro i giudici, nei tribunali, e dietro le cattedre di docenti «costruiti» come giudici, crociati e fanatici propagandisti della civiltà littoria. La «civilissima Italia» è ancora come la volle il «duce»: un Paese in cui una consuetudine fascista ha valore di legge e prevale sulla legge costituzionale. Se questa non fosse ancora l’Italia, non avremmo registrato l’anomalia Napolitano e i tre ceffoni alla Costituzione che hanno nome, cognome e indirizzo e si chiamano Monti, Letta e poi Renzi.
In questo clima non c’è da farsi illusioni: nemmeno il papa «socialista» parlerà a difesa del professor Coppoli. Occorre perciò decidere se sia giunto il momento di prendere atto dei rischi che corre la democrazia e prepararsi allo scontro, secondo la tradizione dei nostri nonni e la lezione di uomini come Sandro Pertini, o attendere inerti e inermi il Sant’Uffizio, la colonna infame, i roghi, la caccia alle streghe e l’indice dei libri proibiti. Quale che sia la scelta, un punto dev’esser chiaro: la centralità della questione formativa si misura anche dal livello della repressione. La scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione di una svolta autoritaria che Renzi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Oggi si massacra il sistema formativo.

Fuoriregistro“, 4 aprile 2015, “Agoravox“, 6 aprile 2015 e “La Sinistra Quotidiana“, 7 aprile 2015

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Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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