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Posts Tagged ‘Tsipras’

Dopo molte riflessioni, ho maturato una convinzione. Ferma e naturalmente opinabile. La Troika ha inflitto il massimo delle perdite possibili a Tsipras. E’ un fatto. Perché ha cercato la via dell’umiliazione? Credo che il principale obiettivo della sedicente Unione Europea nella terribile vicenda greca sia stato, sin dall’inizio, eminentemente politico: disgregare Syriza e far cadere il governo Tsipras. Se questo accadrà, al di là di chi ha sbagliato o fatto bene, otterrà ciò che voleva.
Saranno naturalmente i compagni greci a decidere e rispetterò le loro scelte, quali che esse siano. Personalmente, però, spero che l’unità più volte sbandierata da tutti, si possa salvare in base a una considerazione di semplice buon senso: se la Troika desidera qualcosa, i Greci dovrebbero fare tutto, tranne che agire in modo che si realizzi.

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11750646_687689554671044_4344380400470389329_nGrazie di cuore ai compagni dell’Ex OPG occupato Je so pazzo”. Grazie per la loro lucidità, per l’onestà intellettuale, la rara capacità di tenere i piedi per terra e seguire i difficili fili che legano tra loro presente passato. Mi hanno risparmiato la fatica di un’analisi impopolare e complicata e non posso che essergliene grato, perché non è il mio miglior momento e certe notti lasciano il segno. E’ vero, si. Nazisti. Ieri come oggi. Dietro Schäuble e soci ci sono persino le imprese che vendevano i gas e i materiali per i “camini”…
Stanotte venivano in mente la ferocia di Versailles, Monaco, le vergogne precedenti e le tragedie successive. La “Grande Germania”, un nuovo Reich, senza Hitler, ma con gli stessi fondamenti ideologici. Abbiamo assistito al funerale di una grande idea di progresso e di civiltà, abbiamo visto il Manifesto di Ventotene condannato al rogo da una nuova, terribile Inquisizione. Io ho visto morire definitivamente Antonio Ottaviano, antifascista, federalista, uno dei fondatori dell’ «Europa Unita», imputato davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e infine combattente delle Quattro Giornate di Napoli contro una Germania perennemente nazista. Tutto questo è accaduto, senza che nessuno scendesse in piazza per manifestare la rabbia, il dolore il disprezzo.
Tuttavia, non occorre disperare. Non è importante se Tsipras sembri sconfitto. Rappresenta la sfida di una sinistra nuova che pone problemi enormi al “pensiero unico” e merita il massimo sostegno. Organizziamoci, facciamolo presto e facciamolo bene. Prepariamoci a lottare. Ci servirà. Siamo di fronte a una tragedia immane ed è solo l’inizio. Ma c’è una luce in fondo al tunnell.

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Scusate se insistiamo, ma questa storia ci sta facendo fare capa e muro! cioè ma ci rendiamo conto di quello che è successo stanotte? ci rendiamo conto di quello che hanno fatto i padroni tedeschi e gli euroburocrati alla Grecia? noi odiamo le semplificazioni, ma quest’immagine dice la pura verità!
quell’Unione Europea di libertà e diritti di cui ci hanno parlato a scuola, nelle tv etc, ha apertamente mostrato la sua vera natura di dittatura di classe! questi se ne fottono di qualsiasi tipo di democrazia, persino delle procedure minime, hanno un pensiero liberista-totalitario, credono in razze superiori e inferiori, hanno fatto manovre per un vero colpo di stato… è talmente evidente che lo dicono tutti i giornali, persino quelli borghesi e americani!
oggi Joseph Halevi, un economista di sinistra che non è certo acritico sostenitore di Syriza, parla apertamente di “waterboarding”, una forma di tortura consistente nell’immobilizzare un individuo e soffocarlo con l’acqua… Halevi scrive: “Mi chiedo quanti si rendono conto di ciò che hanno fatto fisicamente e psicologicamente a Tsipras nelle ultime 30 ore […] Gli hanno fatto un pre-waterboarding di alcune ore con Hollande, che avrebbe dovuto proteggerlo, che lo minacciava, passando dopo ad un waterboarding di una quindicina di ore. Lui solo con tutti gli altri contro. Letteralmente un boxeur che ad ondate si vede arrivare addosso prima due pugili infami, poi altri 16 per 17 ore di seguito…”
quanto successo stanotte dimostra che il livello dello scontro è altissimo, che per la prima volta dagli anni ’70 i padroni d’Europa sono stati toccati sul vivo, e hanno reagito con tutta la loro infame forza, cercando di spezzare ogni movimento anti-austerity, ogni nuovo internazionalismo. hanno tagliato la liquidità – ma sapete che significa per una famiglia greca? -, hanno paventato la guerra civile, che avrebbero potuto scatenare grazie ai traditori dei partiti della borghesia ellenica, da bravi mafiosi, come bene ha detto Pablo Iglesias di Podemos, hanno fatto letteralmente cacare sotto Tsipras, che purtroppo non se l’è sentita – perché a certi livelli ci vuole anche la pazzia! – di rompere e saltare verso l’ignoto… quell’ignoto per cui noi che ci sentiamo rivoluzionari saremmo pronti a dare tutto, ma che forse il popolo non è ancora pronto a sostenere… chissà.
di certo da oggi nulla sarà più lo stesso. da oggi bisogna mettersi bene in testa che la politica non è uno scherzo, che non è un hobby o un commento su facebook. questi sono assassini, e come tali – con il loro stesso livello di cattiveria e di organizzazione – vanno combattuti.
comunque oggi ad Atene si manifesta. speriamo con tutto il cuore di essere sorpresi ancora una volta dal popolo greco, speriamo che vinca l’ignoto! perché, come diceva Brecht, questa casa sta bruciando, e qualsiasi fuori è preferibile al dentro!

PS: quando diciamo che su quest’Europa c’è l’ombra nazista non scherziamo affatto! un anno fa iniziammo un’accurata ricerca, doveva essere il seguito di “Dove sono i nostri” (il libro che abbiamo scritto di inchiesta sulla classe oggi). volevamo capire “Dove sono loro”, ovvero come è strutturata oggi la borghesia a livello continentale. ci mettemmo a studiare la struttura societaria delle multinazionali, le lobby più influenti, i fondi di investimento più importanti… sapete che scoprimmo, e che siamo in grado di dimostrare con i dati? che il capitale tedesco è passato quasi indenne dall’epoca nazista a oggi. i padroni sono gli stessi, persino nei cognomi, sono le stesse famiglie, forse con gli stessi scopi politici…”.

Ex OPG occupato Je so pazzo

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Immagine aLa regina è nuda. Angela Merkel non governa più il suo governo e non sa come affrontare in Europa la tempesta scatenata dai venti che a lungo ha seminato.
Mentre i commentatori trovavano peggiorativo il nuovo piano greco e la sinistra muoveva aspre critiche a Tsipras, Schäuble, il pericoloso ministro tedesco, cancellava dalla scena l’ottusa Merkel e definiva inattendibile la proposta greca. Un ultimatum, di fronte al quale sedicenti politici e mediocri tecnocrati non sapevano più che pesci pigliare. Un diktat che ha una violenta logica politica e non c’entra nulla con l’economia.
Intanto, consapevole del peso di Schäuble sulle scelte tedesche, Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco, aveva preceduto tutti, dichiarando che la Germania semina il panico perché non vuole accordi.
Ecco ciò che ha scritto sul suo Blog.

C’è un motivo per cui Il dramma finanziario della Grecia è al centro dell’attenzione nei titoli dei giornali: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori ad accettare una significativa riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, rifiutano una ristrutturazione del debito? E’ inutile chiedere una risposta all’economia, perché essa risiede in profondità nella politica labirintica dell’Europa.
Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni si presentavano. Due opzioni compatibili con il fatto di continuare a essere membri della zona euro: 1) quella sensibile, che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; 2) l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.
L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, mettendo il salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia.
Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco. Decisi a non confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto finanziare ancora le banche con nuovi, insostenibili prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello Stato greco come l’esito di una mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.
Per “impacchettare” a dovere il cinico trasferimento di perdite irreparabili ma private, scaricandolo sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore duro”, una austerità mai vista prima è stata imposta alla Grecia, che a sua volta doveva rimborsare nuovi e vecchi debiti, mentre il suo reddito nazionale diminuiva di oltre un quarto.
Basta l’esperienza matematica di un bimbo di otto anni per capire che il processo non poteva finire bene.
Completata questa sporca manovra, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per non voler discutere la ristrutturazione del debito: avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è costantemente cresciuto, costringendo i creditori a dare altri prestiti in cambio di una crescente austerità.
Il nostro governo è stato eletto su un mandato chiaro: uscire da questo circolo vizioso. La gente lo ha votato per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità che è sinonimo di paralisi. I negoziati sono giunti all’impasse – molto chiacchierata sui giornali per una semplice ragione: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur affermando che il nostro debito impagabile sarà rimborsato “in modo parametrico” da parte dei greci più poveri, dei loro figli e dei loro nipoti.
Nella mia prima settimana come ministro delle finanze mi ha fatto visita Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Allora mi sottopose un aut aut: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare alla richiesta di ristrutturazione del debito o l’accordo per il prestito avrebbe fatto “crash”; la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.
Seguirono cinque mesi di trattative in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari. Trattative supervisionate e gestite dalla Banca centrale europea. La scritta era sul muro: o capitolate o presto sarete di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, alla Grexit.
La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia da montagne russe. Nel 2010 hanno deciso di incutere timore, il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile, come strumento per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.
I Greci, a ragione, tremano al pensiero della amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.
Per uscire, dovremmo creare da zero una nuova moneta. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha richiesto quasi un anno, venti o più Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion. In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente d una grande svalutazione annunciata con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.
Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto.
Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato ma successivo al “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbe mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.
Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro, per convincere un ostile Eurogruppo che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo. Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.
Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo a sembrarmi più pertinente e, anzi, più interessante.
L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni).
La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno Stato.
E qui sta il problema.
Dopo la crisi del 2008-2009, l’Europa non sapeva come rispondere. Preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) e rafforzare la disciplina? Passare a una federazione? Finora non ha fatto né l’una né l’altra cosa e la sua angoscia esistenziale cresce. Schäuble è convinto che, allo stato attuale, ci sia bisogno di una Grexit per pulire l’aria. In un modo o nell’altro è questa la scelta forzata. D’un tratto, il debito pubblico greco senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per il ministro delle finanze tedesco.
Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per incutere il timore di Dio anche nei francesi e far loro accettare il suo modello di euro zona inflessibile.
Yanis Varoufakis”.

Non c’è nulla da aggiungere. Il fondo non l’abbiamo toccato ma, grazie al coraggio dei Greci, la dittatura gioca ormai a carte scoperte.

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Mettetela come meglio vi pare, ma le cose stanno così: in una trattativa i rapporti di forza sono decisivi e si parte proprio da lì. Chi ha il colpo in canna e vuole fare la rivoluzione, non tratta, non si siede e non contratta: spara. E mira diritto, senza pensarci due volte.
Una trattativa si fa così, e non è un’opinione, lo sa bene ogni sindacalista che non ha mai venduto i lavoratori: tu cedi su questo, io convengo su quello, un po’ perdi tu, un po’ perdo io e infine si fa l’accordo. Se non ho stravolto l’anima e la filosofia della mia proposta, è un buon patto.
Che accordo ha fatto il governo di Alexis Tsipras? Ha proposto che l’Iva sia a tre livelli: 6, 13 e 23 %. Poteva proporre aliquote diverse? Certo. Se non fosse stato solo contro tutta l’Europa, poteva provarci. Ma è solo, non ha colpi in canna e non vuole uscire dall’Europa. Doveva volere uscire?I Greci non vogliono e il referendum sarebbe stato battuto, se Tsipras l’avesse proposto. Quindi? Quindi piedi per terra, unghie e denti in azione e sui punti più controversi, prendi tempo, sperando che il fronte si allarghi e i rapporti di forza cambino.
Per difendere quanto più possibile la salute, l’Iva sui medicinali resta al minimo e si impedisce la scelta maligna “mangio, ma resto al buio e non mi difendo dagli attacchi del clima”; sull’energia, infatti, l’Iva è ferma al 6%. Per i prodotti alimentari freschi e i generi alimentari di base, non si è lasciata via libera alla Troika e ci si è accordati per il 13 %. Non è un capolavoro, ma è la linea mediana dell’Unione Europea. La Troika voleva a tutti i costi difendere gli evasori, ma è nato, invece, un organismo autonomo per l’amministrazione fiscale, si sono adottati criteri più rigorosi per valutare le auto-dichiarazioni e per fermare così la valanga di imbrogli e l’esercito di imbroglioni. E’ vero, si andrà in pensione a 67 anni, ma solo dal 2022. Più che di cedimento, si dovrebbe correttamente parlare di tempo guadagnato, mentre si segnano punti. Aumentano, infatti, la tassa di solidarietà, aumenta l’imposta sugli yacht medio – grandi e aumentano le tasse sul lusso. In quanto ai profitti delle società, dal 26 % si sale al 28. Aumenta la fiscalità sugli armatori, che pagano una imposta sul tonnellaggio, e si tagliano le spese militari. Passano l’aumento del salario minimo, che partirà dal prossimo autunno, si aboliscono i licenziamenti collettivi e si torna alla contrattazione nazionale di categoria. Non è quanto si voleva? No, non lo è. ma non c’è trattativa che si concluda con una parte che cede su tutto e un’altra su niente.
Il punto più delicato dell’accordo, però, quello che decide chi vince e chi perde e ti dice se alla fine hai difeso fino il fondo il principio che ti faceva da bussola, è facile da individuare ed è quello decisivo: non si farà nessun accordo, se non si arriverà a un serio taglio del debito. Qui i sacerdoti del neoliberismo non cadono in piedi. Sull’accordo non c’è scritto e ci mancherebbe, ma è passato un principio che cancella un dogma: decidono i popoli e non è vero che il debito non si tocca. Questo peserà molto sul futuro.
Certo, a voler essere rigorosi, duri, puri e rivoluzionarissimi, bisogna prendere atto con dolore che i Greci non hanno nemmeno provato a chiedere la fucilazione della signora Merkel. Una vergogna. Da questo punto vista, non c’è dubbio: Tsipras non solo perde, ma tradisce. Mettiamolo al muro.
Qui da noi Renzi, dopo aver cancellato tutti i diritti dei lavoratori e tutelato con una legge vergognosa la definitiva devastazione del territorio, in questi giorni, proprio durante la battaglia greca, ha ucciso anche la scuola statale. L’hanno difesa solo gli studenti, i docenti e alcuni sindacati di base, questo è vero, però siamo seri e diciamola tutta: è andata così soprattutto per colpa dei Greci. i nostri rivoluzionari, infatti, erano tutti molto impegnati nel totoscommesse: Tsipras sì, Tsipras no. Ora che la Grecia s’è “piegata” e anzi, per qualcuno, si è addirittura “sbracata”, gli italiani, famosi nel mondo per i loro attivi salotti rivoluzionari, faranno vedere ai Greci smidollati come si trattano i ducetti alla Renzi, i boss della Troika e la Germania di Angela Merkel.

La Sinistra Quotidiana e Agoravox, 12 luglio 2015

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0301_alexis-tsipras_1260Oggi, mentre la presenza di Tsipras a Strasburgo consente ai cittadini dell’UE di scoprire che esiste un Parlamento europeo, non mi va di affrontare ragionamenti lunghi e complicati. M’interessa solo riflettere brevemente sul principio etico di cui si è fatto paladino il ministro e neofilosofo Schäuble, uno dei più riusciti prodotti di laboratorio della cultura autoritaria espressa dal capitale finanziario tedesco.
Secondo il ministro di Angela Merkell, esiste una ragione morale per cui non si deve tagliare il debito alla Grecia: chi sbaglia e s’indebita, afferma infatti il sacerdote dell’etica neoliberista, deve pagare altrimenti prima o poi continuerà a spillare quattrini.
Occorre immaginare che l’asceta tedesco non sia così ottuso da negare che, adottato per una banale questione di debiti, il suo “principio morale” sia tanto più valido, quanto più efferato è il crimine da condannare.  Egli, quindi, dovrebbe riconoscere che la Germania avrebbe dovuto pagare per intero le riparazioni per i suoi atroci crimini, dopo la guerra scatenata contro l’umanità. E non basta. Dal momento che il suo contegno al tavolo delle trattative dimostra oggi senza possibilità di dubbio che la grazia ottenuta ha impedito ai tedeschi di imparare la lezione, sicché la ferocia teutonica torna da protagonista sul palcoscenico della storia, il signor Schäuble dovrebbe mettersi anzitutto d’accordo con se stesso. Dovrebbe – ecco una questione di autentica morale! – provare a spiegare a tutti noi come fa a parlare di morale ai Greci, dopo che la Germania, senza scomodare l’etica, ha chiesto e ottenuto nel 1953 e poi al momento dell’unificazione ciò che ora nega ai Greci per una questione… morale.

Fuoriregistro“, 9 luglio 2015 e “Agoravox“, 8 luglio 2015

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11709244_963679683674847_6782447407768886380_nYanis Varoufakis si è dimesso ed è giusto sottolinearne la dichiarazione. I Greci hanno resuscitato la politica e tornano alla ribalta le parole che fanno paura ai padroni: sinistra e dignità.
Si è dimesso ma la lotta continua.
Ne hanno chiesto la testa i terroristi di Bruxelles: Merkell in testa, poi la banda di delinquenti che arma e finanzia il neonazismo ucraino. Renzi compreso, kapò dei kapò. L’hanno chiesto terroristi e traditori come Martin Schultz, nel quale giustamente Berlusconi, che forse se ne intende, riconobbe un kapò.
Li aveva chiamati terroristi, è vero, ma non c’è un’altra parola per definire la banda di delinquenti che l’Europa democratica si accinge a spazzar via. Terroristi terrorizzati, questo sì, e quindi più pericolosi. Terroristi e kapò disperati perché l’hanno capito: questo è solo l’inizio.
Onore al compagno Yanis Varoufakis!

“Non più ministro!
Il referendum del 5 luglio resterà nella storia come un momento unico per una piccola nazione che si è ribellata alla stretta del debito.
Come tutte le battaglie per i diritti democratici, lo storico rifiuto dell’ultimo Eurogruppo del 25 giugno porta con sé un caro prezzo. È quindi essenziale che il grande capitale ottenuto dal nostro governo con lo splendido risultato del “No” sia investito immediatamente in un “Sì” a una soluzione più consona: a un accordo che comprenda la ristrutturazione del debito, meno austerità, la redistribuzione per i più bisognosi e nuove riforme.
Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, mi hanno fatto intendere che ci fosse una certa preferenza per una mia “assenza” da parte dei partecipanti all’Eurogruppo e di altri partner; un’idea che il primo ministro ha considerato potenzialmente favorevole per raggiungere un nuovo accordo. Per questo motivo lascio oggi l’incarico di ministro delle Finanze.
Considero un mio dovere quello di aiutare Alexis Tsipras, nel modo che ritiene più opportuno, per ottenere il massimo dal risultato che ci ha affidato ieri il popolo greco tramite il referendum.
Mi farò carico con orgoglio del disprezzo dei creditori.
Noi di sinistra sappiamo come agire insieme senza curarci dei privilegi che comportano i nostri incarichi. Per questo motivo sosterrò pienamente il primo ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo.
Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo della Grecia, e il “No” che ha consegnato al mondo, è appena iniziato”.

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Provo a mettere insieme i dati taciuti e ne tiro fuori l’insegnamento. Lo faccio ora, prima dell’esito di un bassorilievoreferendum che, comunque vada, segna la vittoria dei popoli sugli egoismi nazionali, le spinte autoritarie e l’Unione Bancaria Europea.
Che la tragedia greca non sia un banale fallimento economico, ma una battaglia di democrazia, condotta contro organismi economici che recitano ruoli politici impropri, diventa chiaro il 4 febbraio scorso, quando Draghi esclude i bond greci dai titoli utilizzabili dalle banche come “collaterale”. Il governo Tspiras è in carica solo da nove giorni e senza un motivo “tecnico” che giustifichi l’intervento Draghi lo costringe a dipendere totalmente dalla liquidità di emergenza fornita dal contagocce della BCE.
In gergo mafioso si dice “incaprettare”.
Com’è facile prevedere, la decisione è un colpo di pistola da starter che fa partire la fuga di capitali. Non contento, per stringere meglio il cappio, Draghi fissa un tetto per le banche greche in tema di acquisto di titoli di Stato. E’ trascorso così poco tempo dal passaggio di consegne destra-sinistra, la situazione è così uguale a se stessa, che lo strangolamento progressivo ha una sola possibile spiegazione: la BCE intende mandare a gambe all’aria il governo di sinistra, che rivendica il diritto di governare la crisi e oppone le sue proposte all’ukase dell’Europa. Un contegno che riduce l’Europa a una dittatura economica di organismi mai eletti, decisi a ridurre la Grecia al rango di colonia e ad impedire al governo Tsipras di prendere misure economiche a tutela degli strati più deboli e provati del Paese. Si è andati avanti così fino alla fine della trattativa e non aveva torto Grifone, quando sostenne che il regime politico del capitale finanziario è l’autoritarismo di stampo fascista.
Per quanto il circo mediatico abbia provato a fare da cassa di risonanza delle menzogne padronali, dal 4 febbraio la questione è diventata apertamente politica e ormai non c’è dubbio: la lotta per la sopravvivenza dei greci è anzitutto scontro per la democrazia in Europa. La scelta di Draghi è gravissima e si configura come il deliberato tentativo di un organismo di natura economica di alterare a fini politici la situazione finanziaria di un Paese sovrano. Fatte le debite proporzioni, si prepara così un golpe di tipo cileno, che non ha bisogno, però, di metter mano alle armi. Bastano i bancomat. Per vie traverse e meno scopertamente, si vuole fare a Tsipras e ai greci ciò che fu fatto a Salvador Allende e ai cileni.
Con questa pesantissima ipoteca si sono aperte e sono andate avanti le trattative tra l’Unione delle Banche Europee e la Grecia di Tsipras, che ha posto subito e invano un problema: la presenza al tavolo del Fondo Monetario Internazionale, che ha fatto la sua apparizione al livello politico solo da qualche anno – fu imposta dalla Germania nel 2010 – era ed è una contraddizione in termini. Il FMI, infatti, non ha nulla da spartire con l’Europa, è una “banca” mondiale, non ha dignità e legittimazione democratica per sedere a un tavolo politico e, particolare non del tutto marginale, è creditore di 32 miliardi contro i 300 degli Stati dell’Unione, ma risulta spesso decisivo.
Invano Tsipras ha prodotto un documento firmato nel 2012, in cui i creditori si impegnavano a ristrutturare il debito in cambio del conseguimento di un obiettivo che la Grecia ha centrato: 1.300 milioni di avanzo primario nel 2013. Per i creditori, l’accordo firmato è solo carta straccia. Invano si sono opposte controproposte a proposte ferocemente ultimative. Il 12% sui redditi superiori al milione di euro, un consistente aumento di tasse per le imprese, una forte sforbiciata alle spese militari, insomma otto miliardi di tagli in due anni – il 4,4 % del Pil – aggiunti a un rialzo dell’Iva, non sono bastati. La signora Lagarde è stata irremovibile. Ex serva sciocca di Sarkozy, giunta alla testa del Fondo Monetario Internazionale dopo il misterioso siluramento di Strauss-Kahn, che, si disse, allungava le zampe sulle cameriere d’albergo, è un disco incantato: tagli delle pensioni e degli stipendi. Tagli, per un Paese in cui il 60 % della popolazione supera o si accinge a superare la soglia di povertà e la mortalità infantile è salita a percentuali da Medio Evo.
Nessun creditore nega che cinque anni fa gli “scienziati” delle banche giuravano che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% in conseguenza del salasso imposto alla culla della civiltà europea. Siamo ormai a una contrazione del 25%, la medicina sta uccidendo il malato, ma il medico è lì e pretende di imporre ancora la sua ricetta: tagli di salario, pensioni ridotte all’elemosina, privatizzazioni selvagge, aumenti  indiscriminati di tasse e cancellazione di ciò che resta del welfare.
Se chiedete a Renzi cosa sia andato ad approvare a Bruxelles, non lo sa. I negoziati sono sempre stati in mano a tecnici non eletti e i ministri hanno firmato documenti di cui ignorano i particolari. Renzi, d’altra parte, nessuno l’ha eletto. Si è giunti al punto che il ministro d’Irlanda ha denunciato scandalizzato di non aver nemmeno potuto leggere la proposta presentata alla Grecia. L’avesse fatto, vi avrebbe trovato solo un esempio istruttivo di neonazismo economico: la paranoia di Schauble sulla sostenibilità del debito.
Per mesi le banche hanno creduto ottusamente nel loro potere d’intimidazione, ma gli è andata male. La forza superiore non spegne il conflitto e il greco Eraclito insegnò: “Avvengono le cose secondo contesa […]. Per l’anima morte è divenire acqua, per l’acqua morte il divenire terra, ma dalla terra vien l’acqua, dell’acqua l’anima”. L’unno Schauble non poteva capirlo: la parola è passata al popolo, che in queste ore sta decidendo. Non è retorica. E’ una stupenda pagina di storia e ancora una volta la potentissima flotta imperiale, che sognava il trionfo sulla piccola Atene, è intrappolata a Salamina. Uno a uno i grandi e impotenti vascelli colano a picco sotto l’urto delle agili imbarcazioni della democrazia. E’ una costante della storia: la forza delle ragioni sconfigge le ragioni della forza.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 luglio 2015

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