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Posts Tagged ‘Tremonti’

Venerdì’ prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell’università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico. Non sarà la Procura di Milano a chiudere la partita col neoliberismo all’italiana e, assente in Parlamento un’opposizione pronta a una battaglia di democrazia, la piazza fa supplenza.
Semaforo rosso per ogni soluzione autoritaria d’una crisi economica e sociale, che chiude nell’unico modo possibile la seducente “età dell’oro” promessa dal capitale dopo la caduta del muro di Berlino.
C’è un filo diretto tra il massacro di Marchionne alla Fiat e la decimazione del Ministro Gelmini. Si vede chiaro e bisogna far fronte, reagire e scompaginarlo: è un pericoloso progetto politico. Non si tratta solo di pugnalate alla ricerca, di università privatizzata, di 140.000 posti tagliati tra docenti e Ata, di un bando di espulsione di massa dei precari, dell’aumento delle cattedre che superano le 18 ore e degli alunni per classi che sono ormai 35. E neanche è questione del mortale squilibrio tra aumenti peggiorativi e peso insostenibile delle riduzioni: ore di lezione, insegnamenti, materie, sforbiciate al sostegno e impoverimento di ogni risorsa. Non è solo questo, che pure grida vendetta. E’ che la scelta è chiara: da un lato c’è il lavoro colpito e l’esercito dei disoccupati, buoni per diventar crumiri, dall’altro ci sono i diritti negati e la creazione del “bestiame votante” che legittimi un involucro democratico vuoto di contenuti. Chiuso il cerchio, gli estremi si toccano e la proletarizzazione crea le nuovo classi “subalterne” rassegnate a un futuro di servitù.
Del ministro Gelmini si son perse le tracce. Vive di comunicati-stampa e sfugge il contradditorio. Oggi smentisce “le indiscrezioni apparse […] su un quotidiano, secondo cui esisterebbero diversi punti di vista” col collega Tremonti, ieri, contornata dai baroni che le danno il là, dava per “finita l’era dei baroni“, ieri l’altro faceva scudo col corpo al “suo” Berlusconi, nella furiosa guerra che s’è inventato coi magistrati, e sosteneva con l’arroganza del potere sinora impunito: “tutto questo fango si tradurrà in ulteriore consenso“. A quale fango si riferisca, dopo la minorenne fatta uscire dalla Questura di Milano, nessuno saprebbe dire, nemmeno lei, ma non ci sono dubbi: la scuola, è l’ultima preoccupazione del ministro, che coi docenti non parla, dopo che in quattro provincie le hanno rifiutato il suo delirante “progetto di valutazione” e va avanti come uno schiacciasassi: imporrà con la forza una indecente “meritocrazia“.
Ovunque la scandalosa, oscena suddivisione della ricchezza, causata da quel neoliberismo di cui il governo si riempie la bocca, produce disastri. Fingere di non vederlo sarebbe un suicidio. Qui da noi – è un pericoloso paradosso – tutto si tiene e sta assieme grazie al ricatto separatista di Bossi e Maroni. Ma non occorre un’aquila per vederlo: ciò che unisce i leghisti divide il Paese e tutto potrebbe crollare da un momento all’altro. Non c’è più tempo. Frattini ha giocato per giorni con le parole e i rivoltosi tunisini, in lotta per la libertà, sono diventati “terroristi“, come suggeriva Ben Alì, che da noi è stato alleato privilegiato della criminale politica di espatri voluta da Maroni e in Tunisia il dittatore che fugge di fronte all’ira d’un popolo vessato. A Tunisi, come da noi, lo scontro tra studenti e governo è stato violentissimo e, come da noi, gli uomini della dittatura – anche quelli che oggi frenano lo sviluppo democratico della rivolta – ce l’hanno con la scuola. “E’ gente irresponsabile. Invito i sindacalisti corretti a ritornare alla ragione“, tuonava ieri il ministro Ibrahim, di fronte ai licei e agli istituti universitari che non si fidano e continuano a lottare. Accadeva anche qui, quando Berlusconi e Gelmini sostenevano in coro che la “scuola vera” studia, non protesta. Una menzogna tipica delle dittature. “L’anima, diceva giustamente Plutarco, non è un vaso da riempire, ma un fuoco da suscitare“. Noi non saremmo scuola oggi, se l’animo nostro non fosse acceso dalla continua violenza che ci colpisce.
Venerdì’ prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell’università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 gennaio 2011

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La speranza è che la stampa, dopo le mille battaglie sul “bavaglio”, trovi l’animo di concederci la parola. Comincio così, poi chi avrà voglia di leggere capirà:

Un appello di intellettuali napoletani
La gestione dell’ordine pubblico non ha, e non dovrebbe avere, per sua natura, volto politico. È neutrale, e si pone come garanzia di sicurezza materiale e di tutela dei diritti costituzionali anche e soprattutto nel conflitto sociale. Da mesi la città di Napoli è costretta a subire una gestione della questione sicurezza che forza la dinamica democratica. Una gestione che sembra assumere un ruolo politico di braccio armato del Governo. Lo lasciano credere la vicenda di Terzigno e la gestione della questione-rifiuti, la maniera di affrontare in piazza il dramma della disoccupazione e, da ultimo, l’attacco gratuito e portato all’interno del San Carlo contro gli studenti, gli artisti e i lavoratori del teatro.
In una città come Napoli trattare il dissenso a suon di manganellate e fermi ingiustificati fa pensare a intenti intimidatori e rischia di innescare una escalation della tensione di cui la Questura porterebbe una responsabilità.
È il caso che le autorità riflettano a fondo e tengano conto delle esigenze democraticamente espresse dai movimenti sociali di questa città che ha già troppi problemi e che chiede soluzioni politiche e non una gestione da Stato di polizia.


Giso Amendola (docente Università di Salerno)
Giuseppe Aragno (Università Federico II)
Giuseppina Buono (ricercatrice Università Orientale)
Silvana Carotenuto (docente Università Orientale)
Iain Chambers (docente Università Orientale)
Alessandro Cimino (precario della ricerca)
Gemma Teresa Colasanti (docente Università Orientale)
Erri De Luca (scrittore)
Michele Fatica (docente Università Orientale)
Carmen Gallo (precaria della ricerca)
Angelo Genovese (docente Università Federico II)
Alexander Höbel (ricercatore Università Federico II)
Giovanni La Guardia (docente Università Orientale)
Gerardo Marotta (presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici)
Maurizio Memoli (docente Università di Cagliari)
Sergio Muzzupappa (ricercatore Università Orientale)
Salvatore Pace (preside del Pansini)
Luigi Parente (docente Università Orientale)
Luca Persico (musicista, 99 Posse)
Antonello Petrillo (docente Università Suor Orsola Benincasa)
Anna Pia Ruoppo (precaria della ricerca)
Consiglia Salvo (attivista movimenti per l’acqua pubblica)
Luca Scafoglio (precario della ricerca)
Daniele Sepe (musicista)
Emilio Surmonte (docente Università di Salerno)
Tiziana Terranova (docente Università Orientale)
Davide Torri (docente Università di Chester, UK)
Aldo Trucchio (docente Università Orientale)
Stefano Vecchio (Direttore Dip.to Farmacodipendenze Asl Napoli 1)
Alex Zanotelli (missionario comboniano)

Perché tanto rumore? Siamo preoccupati per il futuro e c’è un modo solo per spiegare il perché, metter mano alla penna e raccontare.
Giovedì sera, 2 dicembre di quest’anno buio, io c’ero al teatro lirico “San Carlo“. Ero con gli studenti, come da giorni nelle aule dell’università occupata e nelle piazze, dove la loro protesta si salda a quella di ricercatori, precari, disoccupati e lavoratori massacrati da una crisi che non hanno provocato e dovrebbero e pagare. Così hanno deciso il governo e la Confindustria. Loro, i giovani, e con loro, i deboli e gli emarginati. Ancora e sempre gli stessi. I padroni del vapore no. Quelli non pagano.
In piazza, però, la situazione è anomala. La protesta si scontra con forze dell’ordine che, più i giorni passano, più assumono un inaccettabile e pericoloso ruolo politico di braccio armato del governo. In piazza ci si va per difendere la scuola umiliata, il diritto allo studio negato, l’università pubblica privatizzata e il futuro della ricerca cancellato, ma si è costretti a difendersi fisicamente da attacchi violenti, cariche, manganellate e fermi di polizia. Un clima “cileno“, in un momento di evidente crisi delle istituzioni democratiche e mentre un’intera generazione prende coscienza di un dato inoppugnabile e disperante: è stata derubata del futuro.
In piazza si chiede giustizia, si pretende il rispetto di diritti. “Noi la crisi non la paghiamo!“, urlano assieme i giovani, “i diritti non si meritano, si conquistano. Uno slogan immediatamente politico che sfida un sistema, smaschera la ferocia del mercato e incute timore al potere. A chi, inebetito dalle televisioni e scimunito dal pensiero unico, guarda e li lascia inspiegabilmente soli, ai loro docenti, ai genitori silenziosi, rassegnati o complici, i giovani si volgono con rabbia e hanno ragioni da vendere: “Se ci bloccano il futuro , noi blocchiamo la città!“. E’ l’espressione lucida d’una ribellione che parte dal profondo, esprime un disagio reale, ma si sottrae per ora alla violenza. Ed è un miracolo di maturità.
Di questo si trattava giovedì scorso a Napoli: diritto al futuro. Tranquillo e determinato, il corteo è giunto al Teatro lirico “San Carlo”, tempio della cultura, che la settimana prossima aprirà la sua stagione. Fino all’ingresso li ha seguiti e filmati, maldestramente mimetizzato tra i passanti un manipolo di agenti della Digos, cui qualcuno stupidamente ha insegnato che senza divisa si passa inosservato. Ce n’era una, una donna, che portava appresso un cane. L’ho carezzato, per poco non m’ha morso. Ai cani voglio bene e l’ho placato: “senti l’odore della mia Alice?“, gli ho chiesto piano, e m’ha fatto le feste, mentre l’agente, con l’aria furba di chi ti prende per scemo, se lo tirava via e si mentiva passante incuriosita. Ai tempi miei, donne non ce n’erano, ma l’idea sbagliata d’essere molto furbi, quella sì, quella me la ricordo e l’ho detto ai ragazzi: “ci scorta la Digos“. Quasi faceva pena. Che strano mestiere: studenti e docenti sono i loro “delinquenti
All’ingresso del teatro gli studenti hanno parlato con i lavoratori: intendevano esporre uno striscione e raccogliere la solidarietà degli artisti. I tagli che ha subito l’Università rispondono alla stessa logica politica di quelli effettuati a tutto il settore culturale. Tremonti l’ha detto chiaro: “la cultura non si mangia“. E questa è una classe dirigente che ha costruito buon parte della sua fortuna attorno al verbo “mangiare“, nei suoi mille, e talvolta ignobili, significati. Gente che teme la cultura, perché non ama i cittadini. Vuole servi.
Ma qui conviene lasciare la parola a lavoratori e artisti del “San Carlo”.

Comunicato di solidarietà del San Carlo
Napoli, Teatro San Carlo, ore 20:30

Alle ore 18:15 una manifestazione pacifica di studenti degli atenei napoletani stava manifestando contro la riforma Gelmini dell’università. Arrivati all’altezza dell’aentrata principale, gli studenti sono entrati nell’atrio del lirico napoletano per tentare di incontrare i lavoratori, in quel momento impegnato in una prova della Tosca.
In quel momento la polizia e i carabinieri, non chiamati dal San Carlo, sono sopraggiunti caricando gli studenti mentre stavano dialogando con una rappresentanza delle maestranze artistiche, rimasta coinvolte nella carica.

Domenico Di Dato, della produzione Sancarliana, Leopoldo Passero, dei Servizi Trasporti, il primo violino Giuseppe Carotenuto, Giuseppe Benedetto (corno inglese), Vittorio Guarino (trombone), Maria De Simone (cantante): sono solo alcuni dei lavoratori del San Carlo colpiti senza motivo dalle forze dell’ordine.
Altri studenti sono stati poi prelevati e allontanati di forza.
I lavoratori del San Carlo e gli studenti tutti, che hanno partecipato alla manifestazione

DENUNCIANO CON FORZA

l’atto di violenza gratuita delle forze dell’ordine e chiedono il rilascio immediato dei ragazzi fermati di cui ad ora non si hanno notizie.

Laura Valente
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa.

Stavolta è andata male ai tutori del… disordine. Ci avevano inseguiti e caricati più volte con furia. Una caccia all’uomo. Io me l’ero cavata con un micidiale spintone regalatomi da un brav’uomo in borghese al quale nessuno ha spiegato che un poliziotto che non ha divisa e ti mette le mani addosso senza nemmeno qualificarsi, quando per giunta non ha nulla da contestarti, si comporta come i delinquenti dai quali dovrebbe tutelarti. Intanto circolava, messa in giro ad arte, la voce che uno dei due fermati aveva in tasca l’immancabile coltello… Gli artisti, gente libera, hanno “rotto le uova nel paniere. Ma la frittata era ormai fatta. Assolutamente indigesta. A spiegare meglio che accade nel Paese ci ha pensato poi il Prefetto, che ha subito emesso un’ordinanza per mettere un po’… d’ordine:

niente sit-in («manifestazioni statiche», traduce la nota della Prefettura) e raduni simili che blocchino la viabilità; le proteste «dovranno svolgersi senza intralciare o rendere difficile l’accesso» nel palazzo regionale e anche nelle case private della zona di Santa Lucia; ancora, una sorta di coprifuoco che vieta cortei notturni e troppo mattinieri dalle 22 alle 10.

Un modo come un altro per riesumare la cosiddetta “adunata sediziosa“. I “benpensanti” naturalmente applaudono e, strano a dirisi, c’è ancora chi teme che si stia costruendo un regime. Come si fa a non vederlo? Questa è una vera democrazia.

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il costituzionalissimo ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, il Maroni, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno. Con discutibile coerenza, però, il Maroni – per dirla com’è senza badare alla forma – ha continuato a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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Il polverone che s’è levato attorno alla vicenda Fini, può fa ben sperare per la fine di Berlusconi, ma rischia di coprire la pericolosissima china sulla quale il berlusconismo di destra e di sinistra ha cacciato il Paese. Della crisi della nostra democrazia, checché ne pensino i rivoluzionari da strapazzo e i pasdaran del nuovo che avanza, Fini è responsabile a destra, quanto Veltroni a sinistra e non lo salva il “gran gesto” ora che tutto rischia d’andare a catafascio e persino una nullità come Marchionne fa il maramaldo e sputa nel piatto in cui ha lautamente mangiato.

Non c’è dubbio, se l’ingombrante guitto che confonde la politica con il trono di cartapesta della “Mediaset” chiuderà la sua penosa vicenda impolitica, non solo ci leveremo di torno Cicchitto, Bondi, Gasparri e l’angelico Capezzone – che non è cosa da poco – ma eviteremo, per il momento, il disastro del sistema formativo e daremo un’immediata pedata nel sedere all’italo canadese della Fiat. Magari scopriremo poi che con Bersani e soci gli risarciremo il danno con gli interessi, ma il punto non è questo. Il punto è che manderemo al diavolo Tremonti, Calderoli e la loro sudicia idea di federare la miseria e dividere l’Italia per soddisfare gli egoismi di qualche produttore di latte e di un banda di fanatici in divisa verde. E’ qui, però, che la faccenda pare complicarsi.

Se il governo dei nobiluomini Scajola, Fitto, Brancher, Caliedo, Cosentino e Berlusconi, va gambe all’aria, cade miseramente nel nulla anche l’astuto progetto dei fascio-leghisti. Le cose stanno così, lo sanno tutti, anche se nessuno lo dice: il movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”, meglio noto come “Lega Nord” o “Lega Nord – Padania”, ha come prima finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. Così dichiara urbi et orbi lo Statuto del partito, approvato nel marzo 2002 e mai modificato. E’ vero, Maroni e soci dicono di volerci arrivare “attraverso metodi democratici e il […] riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”, ma quel galantuomo di Bossi, che sente puzza di bruciato, spara ormai a pallettoni. L’ha fatto il 31 luglio a Colico, ad una delle adunate in cui si galvanizza la minacciata guerriglia verde. Bossi  non si è limitato, infatti, a rifiutare un Governo tecnico. No. Il ministro della Repubblica l’ha detto chiaro: “Non staranno fermi, cercheranno di puntare su un governo tecnico […]. Ma se questo scenario dovesse profilarsi la Lega non starà ferma. Fortunatamente la Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine.

Ci sarebbe devvero da ridere, se non venisse da piangere.

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Saranno gli storici a dirlo domani. Oggi non è ancora possibile sapere chi ha fatto più danni negli ultimi due anni, ma una cosa è certa: nel gioco delle parti che li divide e li unisce, lo spettacolo che ieri hanno saputo offrire a “Ballarò” l’aspirante “capo” del governo, per ora semplicemente Presidente del Consiglio, e il tesoriere del disastro Italia non s’era visto in politica nemmeno ai tempi di Araldo di Crollalanza, Farinacci e Caradonna. In un confronto diretto, Berlusconi e Tremonti avrebbero dato dei punti persino a Stan Lorel e Holiver Hardy, illustri maestri della “comica finale“.
Il clima era quello del “vogliamoci bene” e teniamoci uniti. Le cose vanno ormai di male in peggio e prima o poi la gente si rivolta. Un tal Morando, senatore d’opposizione, non sapeva a che santo votarsi per trovare un argomento che lo separasse da Tremonti e il cassiere della macelleria dava i numeri com’è solito fare. Se la prendeva con i pensionati, gli invalidi veri e finti, gli impiegati di terza fascia e quella manica di privilegiati degli insegnanti, che da troppo scialano e fanno disastri. Bonanni, il sindacalista, faceva tappezzeria e Giannini, l’aguzzo vice direttore di “Repubblica“, mancandogli l’occasione di sparare a zero su una qualche storia di sesso e di corna, si arrampicava sugli specchi per marcare una generica differenza sull’equità d’una “manovra correttiva“, che addossa sul pubblico impiego la catastrofe prodotta dal neoliberismo e dalla più ottusa politica di classe che si sia mai vesta nella storia della repubblica. Non ci sarebbe voluto molto ad affondar la lama e fare a pezzi la cortina fumogena di Tremonti che delirava di “statali privilegiati“, maestri nababbi che hanno ricevuto “incrementi di stipendio sistematicamente superiori al tasso d’inflazione” e accampava l’alibi scandaloso di un’Europa che ce lo chiede. Una scaramuccia su “case emerse” e condono edilizio, un tira e molla lezioso sulla tracciabilità degli assegni con la massaia che spiegava all’economista “ma io pago in contanti” e il faccendiere che strizzava l’occhio ai furbi – qualunque cifra si può dividere per 10 per 100 e per 1000 – e si procedeva così con dosi massicce di Lexotan e un armistizio dichiarato sui temi che scottano. Paralizzati dal feticcio del mercato, i sacerdoti del libero scambio, della logica del profitto e del primato dell’economia borghese sulla politica davano per scontato che la maggiore aspirazione della povera gente sia il benessere delle aziende che lavorano al nero, il condono per gli evasori, lo scudo fiscale per chi nasconde all’estero i capitali, la certezza che le banche possano esercitare legalmente l’usura, l’incondizionata sottomissione alla speculazione finanziaria affinché la vita sia sempre movimentata dalla produzione di bolle e disastri economici. A sentire ieri Tremonti e i suoi “avversari“, gli italiani sono felici di far la fame, di avere scuole alla sbando, ospedali fatiscenti, università ridotte sul lastrico, istituti di cultura chiusi e non chiedono altro che di togliere dalla bocca dei figli anche l’ultimo tozzo di pane, pur di avere due eserciti potentissimi: quello di chi non paga le tasse e di chi “porta la pace nel mondo” a spese dell’innumerevole schiera di poveracci che popolano il nostro sventurato Paese.
Sarebbe finita così, con un nulla di fatto e con gli insegnanti messi alla gogna nel complice silenzio di tutti i presenti se, per eccesso di zelo, Giannini non avesse finto una sortita: “Non parliamo di tasse, per favore, lo sappiamo tutti che il capo di Tremonti ha giustificato più volte gli evasori!“. Trascinato nella mischia, il sondaggista Pagnoncelli gli aveva fatto eco con una statistica piuttosto negativa sulla caduta di consenso di cui pare che soffra il “leader maximo“. Apriti cielo. Il padrone del vapore, che gode ormai di una impunità morale che nessun popolo civile e nessuna democrazia consentirebbe a un esponente politico, ha chiamato da una delle sue principesche residenze di miliardario che “s’è fatto da sé“, ha preteso la parola. Cosa aveva da dire di così urgente all’Italia l’uomo che dal 1994 a oggi ha ampiamente contribuito a rovinarla? Nulla. Ha dato del bugiardo a Giannini, ha negato la validità dei sondaggi di Pagnoncelli e subito dopo, da perfetto maleducato, ha sbattuto il telefono in faccia agli ascoltatori ed è tornato nel nulla da cui è uscito, lasciando al fido cassiere l’indecorosa difesa d’ufficio.
Pretende, quest’uomo senza misura, che alle elezioni ottiene il consenso di meno di 25 votanti su 100, di essere in cima ai pensieri del 62 % degli italiani. Di tutti, anche di quelli che, nauseati dallo stato comatoso della nostra vita politica, non sanno nemmeno che esiste. In quanto a Giannini, con arroganza senza fine, Berlusconi ha sostenuto che mai e poi mai s’è permesso di giustificare l’evasione fiscale.
Bene. Domani, nelle scuole d’Italia gli insegnanti vilipesi da Tremonti, attaccati da Gelmini, oltraggiati da Brunetta e massacrati da Berlusconi, torneranno al loro lavoro. Checché ne pensino Limina e le sue circolari, chi ha dignità e amore per la Repubblica terrà una lezione sull’etica della politica, spiegherà brevemente e in maniera neutra quello che è accaduto, poi farà un clik su questo link: i ragazzi sono molto più intelligenti di quanto creda il nostro aspirante capo del governo” che, a suo dire è moralmente autorizzato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 giugno 2010

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Tutte le chiacchiere possibili e – perché no? – gente che vuole crederci la trovi sempre e la fiera dei sogni fa voti e consensi: anche le chiacchiere impossibili. Purché non costi nulla, una vergogna si può tranquillamente spacciare per “riforma”.
Sorprendere chi ascolta e rompere gli schemi sono regole d’oro della pubblicità. In tema di scuola e lavoro l’avvocato Gelmini e il prof. Brunetta, ministri per caso, “piazzisti” per vocazione – absit inuria verbis e non se l’abbiano a male i venditori veri – danno da tempo una dimostrazione di irripetibile bravura. Non c’è da spendere il becco d’un quattrino – Tremonti non consente – e lo sanno persino sulla luna, è questione d’umanità: se un centesimo c’è nel borsellino, tocca agli squattrinati della Marcegaglia. E allora che inventarsi per dare ad intendere che la scuola è in cima ai pensieri del piazzista? Il “merito”, anzitutto. Semplice e non banale, come comanda il manuale d’una televendita che si rispetti. E sull’abbrivio – c’è una logica, in fondo, e non capita spesso – ecco il rovescio della medaglia: punire il demerito e, quindi, bocciare col 5 in condotta e contare una a una, col pallottoliere, le assenza dei soliti fannulloni – qui vedi lo zampino di un’aquila come Brunetta – per imporre l’alt con metodo e puntualità a chiunque passi troppo tempo a contestare e occupare le scuole ormai distrutte. Mica è da tutti, questa gran pensata: è così che si provocano quelle “emozioni” che Battisti cantava e un governo che fa una pubblicità da “Carosello” ha il dovere sacrosanto di suscitare in petto al cittadino ridotto ormai a puro e semplice consumatore.
A chi pensa d’avere in po’ di sale nella zucca – merci che messe insieme sono sempre più rare – e non capisce nulla di pubblicità sembrano trovate buone per giocare alle “tre carte”, e ritiene che una sterzata vera verrebbe probabilmente da programmi che tengano in equilibrio competenze, abilità e conoscenze e puntino soprattutto al senso critico e all’autonomia, da docenti ben pagati e formati magari in una università che non abbia tra i suoi ranghi troppi Brunetta. E, tuttavia, si sa: queste sono le fissazioni stupide della pedagogia, il lascito rovinoso della tabe sessantottina. Marcello Veneziani, un “intellettuale” di destra che va per la maggiore e fa la grancassa ai battitori, trova invece che Maria Stella Gelmini stia dando un gran bel “segnale di innovazione”, perché – e qui la tecnica del venditore è sopraffina – “è quello che gli italiani si aspettavano”.
A leggerlo, Veneziani, che se la prende coi docenti per la solita storia della selezione e del merito, un dubbio si fa strada anche nel più convinto sostenitore della bontà del nostro sistema formativo. Com’è possibile che la nostra scuola abbia prodotto questo genere di “intellettuali”? E da dove diavolo esce un ordinario di economia che, parlando di Costituzione, dichiara che, fosse per lui, comincerebbe a cambiarne l’articolo uno? D’accordo, la regola d’oro del bravo venditore impone di rompere le regole. Ma qui si va ben oltre. Non si tratta, per carità, di difendere Fort Alamo, tirando fuori la cultura notoriamente vetero-comunista della difesa a oltranza della legalità repubblicana che, a quanto pare, non conta ormai più niente per nessuno. No. E non c’entra nemmeno la logica. E’ questione di semplice buon senso. Un furioso consesso di bolscevichi tira fuori per una volta un’etichetta che incontra i gusti del mercato, e Brunetta vorrebbe rifarla! E cosa c’è da cambiare in una definizione così terribilmente neutra: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”?. Che facciamo, togliamo repubblica e scriviamo monarchia? Ci dichiariamo uno Stato totalitario fondato sul fannullonismo? Diciamo che la sovranità appartiene a chi ha i soldi per comprarla? Che siamo un’azienda in cui il padrone fa quello che gli pare?
Ma dove vive Brunetta?

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A inizio secolo – il “primo del nuovo millennio” ricorda la retorica dei pennivendoli – la terribile risposta del capitalismo ha spento sul nascere una voglia di cambiamento attraversata dai brividi di un’autentica ribellione. Sorpresa dalla luce di un’alba livida, la fragile impalcatura dei sogni, tuttavia, s’è sfasciata e il risveglio è stato doloroso.
Sono passati anni e, a ben vedere, tra i nostri giorni bui e le speranze di Genova 2001, non ci sono solo i “democratici” alla Fini installati nella cabina di regia della repressione, il colpo mortale tirato a Carlo Giuliani – ma il bersaglio vero qual era? – la Diaz, Bolzaneto e l’intoccabile De Gennaro. C’è, quantomeno, l’insanguinato stillicidio dei “testimoni scomodi”, i giornalisti e quei fotografi che, per dirla con Josef Koudelka, le foto le “fanno coi piedi”, perché camminano per chilometri tra mille rischi, e fissano in uno scatto o in una frase le rare verità che giungono ormai nelle nostre case assediate da menzogne di Stato. Chi ricorda Maria Grazia Cutuli? Chi conserva memoria di Baldoni o di Raffaele Ciriello freddato dal mitra d’un carro israeliano?
C’è dell’altro. E di peggio: un sonno pericoloso della ragione.
Se Tremonti, folgorato con Saulo sulla via di Damasco, si riscopre socialista e carezza con la mano destra i 130.000 precari della scuola che con la sinistra va decimando, non ci sono dubbi: questo decennio di secolo presenta finalmente la sua natura vera, doppia e schizofrenica nei tratti dominanti: la costruzione artificiosa del consenso su base mediatica e puramente virtuale e la manipolazione del reale, per cui tutto è vero, ma vero è anche il contrario di tutto.
La distruzione del sistema formativo, che giunge alla fine del decennio, si incarna metaforicamente in un San Precario che illumina il Tremonti tornato “socialista”, ma non sa e non può parlare al Tremonti ministro e non lo induce a rompere col “terrorismo psicologico” di quella Confindustria che di Genova s’è servita cinicamente per annientare la resistenza dei lavoratori. Non facciamoci illusioni. Non c’è spazio per la speranza e non ci sono dubbi: il lavoro non verrà da questo miserabile “gioco delle tre carte”. Non verrà, perché è chiaro che il precariato e la critica al precariato sono i due rovesci della stessa medaglia: il capitale “buono”, che cerca consensi alimentando i sogni che la politica di classe si incarica di soffocare con l’inaudita violenza scatenata a Genova. E’ meglio dirselo: il miliardo di analfabeti che popolano il pianeta, l’infinita sequela di disperati e morti per fame sono un’umanità di scarto, una merce avariata che non ha mercato. Merce, spiegava non a torto Marx, sono per il capitale i lavoratori, i poveri e gli emarginati. E merce sono i precari d’ogni specie, i clandestini, i lavoratori al nero, i disoccupati che formano l’esercito sterminato dei crumiri. Merce e null’altro, che si vende e si compra a tanto al chilo, come gli studenti rapinati della scuola, gli immigrati respinti in un rinnovato Medio Evo, i cristiani lanciati strumentalmente contro i musulmani, mentre i bianchi tornano “padroni dei neri” e i neri sono costretti a una nuova servitù.
Il dramma dei precari della scuola è una piccola e dolorosa goccia di sangue nell’emorragia provocata nel corpo sociale dalla sconfitta epocale del socialismo e dall’effimera vittoria d’un capitalismo stretto alla gola dalle sue stesse contraddizioni. E’ parte della svalutazione dei diritti elementari – persino quello di vivere – della marginalizzazione e della repressione spietata d’ogni forma di dissenso e di qualsivoglia volontà di riscatto. Il sogno di una nuova “narrazione del mondo” è morto a Genova, ucciso da una brutalità che pretende il silenzio su ogni vergogna del mercato, anche sui milioni di bambini che lavorano o muoiono di fame, comprati e venduti, merce tra merci, in nome del profitto. D’altra parte è innegabile: abbiamo le nostre colpe. Nuova democrazia, sussidiarietà, sostenibilità ecologica, eredità comune, diritti umani, lavoro, cibo sufficiente e sicuro, equità e diversità, le tante parole d’ordine del nostro “nuovo mondo” sono state dall’inizio un sogno affascinante che non si è mai tradotto in un programma. E’ mancata la consapevolezza. Se un nemico ti affronta con la forza, devi approntare macchine da guerra; noi marciamo invece in ordine sparso e ognuno contratta per la sua parrocchia. Contro la guerra preventiva dichiarata dal capitale siamo divisi e disarmati e questo ci condanna alla sconfitta. Per costruire un mondo nuovo occorrono buone penne, ma anche lettori avvertiti, armi taglienti, ma in mano a buoni soldati. Occorre che sia sveglio l’istinto vitale della legittima difesa. A Tremonti che riscopre l’anima socialista, timoroso delle conseguenze del malgoverno liberista, Robespierre chiederebbe “come può il tiranno invocare il patto sociale, se egli stesso l’ha distrutto” [1]. E non avrebbe torto: il patto è stato violato.

1) Maximilien Francois Marie Isidore de Robespierre, Sul processo del re. 3-12-1792, in Opere complete, IX, Discuors, (quatriéme partie, Septembre 1792-27 Julliet 1793 Phenix, Ivry, 2000.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre del 2009 e su “Report on line” il 24 ottobre 2009

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