Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Toni Negri’

downloadIn un articolo intitolato 4 marzo prossimo venturo: tante più sinistre, tanti più orfani?, Enzo Sanna, collocandosi al confine tra sinistro e sinistra, non si contenta di presentare ironicamente Potere al popolo, come un «rassemblement piuttosto variegato che si autoproclama l’unica  lista di sinistra». A corto di argomenti, fa il gioco sporco, mette sul tavolo la carta della sovversione e scrive:

«Già il nome evoca l’extraparlamentarismo stile anni ’70 dello scorso secolo. Ricordate il Potop, Potere Operaio fondato da Toni Negri? Certo, i tempi sono cambiati e lo sono i sentimenti, ma dover digerire l’acronimo Potpop di Potere al popolo non è invogliante per il sincero attivista ed elettore di sinistra che allora, ragazzo nei lontani anni ’70, combatteva l’estremismo gruppettaro al pari delle destre eversive».

Per la storia: Potpop è un’invenzione dell’autore; l’acronimo, se proprio ne occorre uno, è PaP. Potpop è funzionale al paragone con gli anni Settanta, improponibile, perché non trova alcuna conferma nei fatti.
Può non piacere, ma Potere al popolo ha un legame diretto con il primo articolo della Costituzione, per il quale «la sovrantà appartiene al popolo». Sanna non lo sa – o finge d’ignorarlo – ma in termini di diritto, la parola sovranità indica proprio un «potere originario e indipendente da ogni altro potere» (Enciclopedia Treccani).
I tempi sono cambiati, è  vero, ma gli imbecilli no. Quelli non cambiano mai.

Read Full Post »

Si potrebbe titolare “La polemica sull’Invalsi continua”, mentre l’università si accende di speculari timori per i connotati dell’Anvur, e non sono in pochi a chiedersi sconcertati se non sia tornata la Gelmini. I devoti di Monti e dell’Italia “nuova” si scandalizzeranno, ma le cose stanno così e, a ragionare laicamente, c’è poco da far festa: va, se possibile, anche peggio e mentre i ripetuti segnali di continuità fanno suonare campanelli d’allarme, il dato più inquietante è che stavolta alla barra del timone c’è uno dei grandi “tecnici” per cui si meditano processioni di ringraziamento e s’è avviato, con i doverosi caratteri dell’urgenza, il processo di santificazione del già beato Napolitano.
Che l’articolo 51 del “decreto semplificazioni” firmato dai tecnici sia, in realtà, il solito “decreto falsificazioni” di marca politica, è facile capire. Si pensava, però, che, se non altro, si fosse riconosciuto un confine che nessuno mai più, tecnico o politico, avrebbe osato varcare: il confine della decenza, che il governo “salva Italia”, in linea con l’armata Brancaleone passata da Berlusconi a Monti ha invece violato. E’ indecente, infatti, che, dopo le battaglie politiche sulla teoria e la pratica della valutazione, il governo “tecnico” abbia sistemato all’Istruzione la sottosegretaria Ugolini, giunta al Ministero dai vertici di quell’Invalsi, imposto poi come attività “ordinaria” alle Istituzioni scolastiche. Mai come oggi è stato così chiaro: a ispirare Profumo, che sa di scuola molto meno di un qualunque cittadino di media cultura, c’è con tutta evidenza la filosofia della vituperata ma trionfante Gelmini. A nulla è servito che appena un anno fa la Magistratura abbia intimato alla politica di non imporre quiz ai docenti. A nulla purtroppo serve ormai appellarsi alla Costituzione, che invano sancisce la libertà di insegnamento e l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Nel clima di una negata ma operante “sospensione della democrazia”, il governo “tecnico” agisce ormai come se l’Italia fosse davvero la “repubblica dei Presidenti”.
C’è una logica stringente in ciò che accade sotto i nostri occhi. Il governo Monti, nato com’è nato e vissuto con amara soddisfazione – è il prezzo da pagare al dopo Berlusconi, pensano in molti – e il timor panico per una crisi devastante, non è frutto di un caso. Monti, Berlusconi e ciò che attorno a loro si unisce in termini di cultura padronale, fastidio per i diritti, le tutele socialdemocratiche e i vincoli keynesiani, vengono da lontano, nascono nel 1992, con la vittoria del capitalismo liberista su quello di Stato del socialismo reale, con le barriere cadute a est e il pianeta a portata di mano di avventurieri il cui solo ostacolo, per un apparente paradosso, diventa quella “democrazia borghese” che del Capitalismo è stato a un tempo maschera e arma vincente.
Occorre l’animo di dirlo: abbiamo di fronte i due volti di una sola realtà, dominata dalle criminali aspirazioni di sparute, ma agguerrite pattuglie di guastatori agli ordini di una concezione reazionaria della società e della filosofia della storia, di un potere che non ha patria e non chiede legittimità ai popoli. La conoscenza, la coscienza critica, la filosofia della “formazione di massa”, il pensiero che attribuisce un ethos politico alle classi subalterne, armi efficaci e naturale presidio della democrazia, sono perciò l’obiettivo privilegiato di una guerra senza quartiere: il conflitto per la supremazia tra i mercanti, celati dietro l’astrazione che definiamo mercato. Una guerra in cui annientare le tutele democratiche e la cultura dei diritti non è meno vitale di un conflitto scatenato per conquistare la via del petrolio. Sembrerà un’esagerazione, ma è nella logica di questo conflitto: scuola e università sono da tempo nel mirino di governi apparentemente diversi tra loro. Il controllo del potere passa anche e soprattutto per il controllo della scuola e non c’è nulla che lo spieghi meglio del filo rosso che attraversa e unisce le politiche per la formazione lungo l’asse Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo; politiche che, non a caso, privilegiano il privato d’élite a danno del pubblico. Chiunque provi a leggere tra le righe nei progetti sulla scuola elaborati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio troverà nei concetti economici di produttività, impresa ed efficienza la chiave di lettura politica delle cortine fumogene su merito e “competenze”. Dietro, è facile vederli, ci sono la svendita della funzione docente, l’asservimento economico di insegnanti ormai dequalificati, la cancellazione dell’autonomia della ricerca e della libertà d’insegnamento. Dietro, si coglie soprattutto la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su un’imprecisata volontà di “cambiare” il sistema formativo, copre abilmente l’obiettivo ambizioso e pericoloso: utilizzare la formazione per trasformare il Paese. Di intenti “pedagogici” del governo ha talora parlato il prof. Monti.
A ben vedere, la crisi, chiedendo scelte radicali, riconduce al conflitto tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che la fanno propria e chiama i governi borghesi alla necessità, storicamente ricorrente, di imporre ai ceti subalterni di pagare con la salute, la miseria, il sacrificio del futuro dei figli e la rinunzia al sogno di un mondo migliore l’esito devastante delle contraddizioni del sistema.
In questo senso se, com’è evidente, la crisi riguarda anche le strutture di comando capitalistico, non meraviglia che il lavoro intellettuale e i docenti che, piaccia o no, sono essi stessi “intellettuali”, siano nel mirino. Toni Negri, da cui si può dissentire ma non è mai banale, riflettendo sull’attuale natura del lavoro intellettuale, coglie il senso dell’attacco alla formazione, portato da un potere economico che diventa politico nonostante la crisi, o forse proprio perché c’è la crisi, e si mostra deciso a costruire una società di automi attivati da un pensiero unico, privi di senso critico, capaci di vivere solo in una “moltitudine produttiva” e incapaci, perciò, di autonomia personale. “Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale” egli osserva, “tanto più diviene […] produzione della vita”. Tornano in mente Marcuse, sbrigativamente pensionato, Marx ripudiato e le domande sono serie: se questo è, quale “vita” si vuole produca oggi un docente? Il lavoro di chi si propone di offrire dal basso chiavi di letture della pluralità e complessità degli eventi, coltivando l’autonomia del pensiero critico, rientra nel modello di società che si va costruendo? Il “docente-intellettuale”, che non vuol dire per forza l’intellettuale organico e neanche quello “impegnato” che era tutt’uno con la sua lotta, ma perdeva il contatto coi lavoratori, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, il docente che non a caso si presenta ormai come pietra dello scandalo, perché di quella cesura è molto spesso figlio, quel docente ha cittadinanza in una società tornata rigidamente gerarchica? Tutto lascia credere di no: il docente che vive di dubbi socratici e al dubbio forma i suoi studenti, di fatto si rivolta contro il pensiero unico ed è per questo “rivoluzionario” sul terreno teorico ed eversivo su quello della prassi. Questo docente, perciò, e la scuola che egli sa e vuole fare vanno cancellati.
Così stando le cose, la scuola dei quiz, che umilia la classe docente per asservirla, ha una funzione chiara: non valuta gli alunni, seleziona i docenti. Chi non si svende non rientra nei fini pedagogici di base della “scuola nuova”: la produzione di una umanità che Labriola definì “bestiame votante”, massa di manovra e manovalanza generica, priva di pensiero autonomo e senso critico, dannata a vivere d’elemosina, stenti e supina rassegnazione clericale. In altri termini, la base di consenso del regime che avanza. Il De Felice di turno spiegherà poi ai nostri nipoti che eravamo tutti convinti.

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Paesesera” il 5 aprile 2012

Read Full Post »

C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il costituzionalissimo ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, il Maroni, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno. Con discutibile coerenza, però, il Maroni – per dirla com’è senza badare alla forma – ha continuato a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

Read Full Post »