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Posts Tagged ‘Tolstoj’

socrateOdio l’unanimismo perché amo la lezione per la quale Socrate diede la vita e Brecht scrisse la sua immortale lode del dubbio. E’ questione di laicità.
Per il “grandissimo” Cesare, un uomo del suo rango – Bruto, suo figlio adottivo – toccò tasti che sembravano stonati e cantò fuori dal coro. Non importa se a torto o a ragione, uno ci fu, uno almeno, che seppe dubitare e temere che nell’ombra, non visto o volutamente ignorato, un impasto di ambizione e di certezze errate rendesse l’elogiata grandezza presente una cieca piccolezza, se misurata sulla larga scala del futuro.
Del “geniale” macellaio corso, uno scrittore filosofo, Lev Tolstoj, colse i limiti e nuotando controcorrente puntò il dito sul Bonaparte che “non poteva non inebriarsi di onori”  e gli addebitò la rovina dell’esercito francese nel 1812 per l’avanzata troppo  tardiva e senza preparazione invernale nel cuore della Russia.
Si dirà che è facile criticare la grandezza, quando la sorte la trascina nella polvere, ma non è così. Tolstoj non esaltò nemmeno il Bonaparte di Austerlitz, del tutto indifferente alla tragedia dei morti e dei moribondi che pagavano il suo trionfo.
Avrei voluto sentire una voce autorevole revocare in dubbio l’esattezza della dottrina economica del “grande manager”, la fede cieca nell’automazione che cancella l’omo e produce di conseguenza una disumana gestione delle risorse umane.
Avrei voluto che qualcuno trovasse in tanta presunta luce un’ombra, com’è naturale che sia. Una di quelle ombre che col tempo si allargano cupe e fanno la storia  ben più delle presunte luminose vittorie.
Avrei voluto sentire da qualcuno che conta, in controcanto, il nome di Maria Baratto – lei sì,  una piccola, grande persona – che la politica del manager ferì a morte – e i nomi dei cinque coraggiosi compagni che l’hanno onorata rimettendoci il posto. Non è andata così e quel nome lo faccio io per dire che un grande che non sbaglia  non esiste. E’ solo una menzogna. Piccola e senza storia.

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Va in scena l’Occidente, “faro” di civiltà e “bussola” del pianeta. Il copione commuove, mentre un brivido “umanitario” corre la schiena inconsapevole e prona del popolo sovrano. Emozioni antiche nelle piazze per un attimo minacciose e subito imbrigliate nella “ribellione elettorale” che tutto cambierà per non cambiare nulla. Va in scena l’Occidente e, insieme alla guerra per la pace, alta si leva ormai, e non a caso simmetrica, la bandiera della “rivoluzione pacifica“. Si completa così un inganno sottile e già evidente nella “contraddizioni in termini” che forza il lessico dei saltimbanchi del potere: assieme alla guerra, ora diventa pacifica anche la rivoluzione. Non c’è altro da dire.
Come vuole l’antica tradizione dei teatranti, la commedia è finita, se v’è piaciuta applaudite.

La guerra non è guerra.
L’ha detto e ripetuto, il garante: tutto in regola con la Costituzione. E’ vero, a questa nostra “guerra e pace“, che non è pace e non è guerra, manca l’epica grandezza del capolavoro di Tolstoj. Qui però non si tratta di letteratura e sogni anarco-pacifisti; qui siamo alla concretezza della politica e il garante tiene i piedi piantati a terra, come comanda quel feroce boia della giustizia sociale che, dio solo sa perché, chiamiamo “ragion di Stato“. Ragione, sì, per quanto di ragionevole non abbia nulla e sia da sempre l’irragionevole radice dei peggiori disastri. La guerra, ripete ossessivo, il garante, la guerra, dico a voi, operai e cassintegrati, giovani derubati dei sogni, del futuro e di quella speranza che in ogni tempo fu la ricchezza della gioventù, uomini e donne che stentate la vita, vecchi oppressi dagli anni, che siete ormai fuori dal ciclo produttivo, pesi morti, scarpe rotte, che non sapete più come mettere Insieme dignità e miseria. Dico a voi: questa guerra di pace la dovete combattere.

Pacta sunt servanda“.
Così dice Napolitano, quasi appellandosi a Grozio, che gettò le basi del diritto internazionale. Grozio, però, non tenne insieme la guerra con la pace e ben sapeva che un patto assai spesso contrasta con altri, sicché, quando scegli di rispettarne uno, infrangi fatalmente gli altri. Questa guerra, però, non è guerra, afferma Napolitano, e in ogni caso si rispettano i patti ad ogni costo. Ad ogni costo. E non serve che andiate a raccontargli il vostro dramma. Lo sa bene che non riuscite a far quadrare i conti a fine mese, che siete disperati e che non c’è lavoro. Lo sa che mancano i soldi per la scuola, la ricerca e la salute, che non c’è padrone che rispetti i patti e non c’è regola che ancora tenga. Lo sa bene, il garante, ma questi sono altri fatti e altri patti. La guerra si fa. La guerra che non è guerra si deve fare.

Il Paese sta zitto.
Questo fa impressione. Va in scena l’Occidente. Stanno zitti gli opinionisti, tutti naturalmente “indipendenti“, gli ingenui autentici come fiori di fango, i finti tonti, i lacchè del potere noti e ignoti – “servitori dello Stato“, dice così l’insopportabile retorica democratico-costituzionale – i velinari, i pennivendoli, gli agitatori dei “salotti buoni“, perennemente scandalizzati da ogni sventurata iraniana lapidata, ma lieti sorridenti quando prendono il the coi più bestiali aguzzini d’ogni razza, religione e colore, quelli che comprano e vendono la fame e la sete del mondo. Tutti zitti in questo nostro misterioso Paese. La parola d’ordine è cambiata, ma rimane categorica. Non serve più che tu sia pronto a credere, obbedire e combattere. C’è chi lo fa per te. Tu accetta democraticamente di “proteggere i civili” ovunque una landa coloniale prometta ragionevoli profitti a chi sui civili morti di bombe, di fame e di lavoro costruisce ogni giorno la sua personale fortuna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 giugno 2011

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