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Posts Tagged ‘terrorismo’

Ecco i fatti: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1115499688556693/

Ci diranno che è necessario, che ci stanno difendendo… E’ una menzogna!
Ci diranno che la Costituzione consente… Non è vero, è una colossale bugia!
Ci diranno che non dobbiamo preoccuparci, che tanto ci sono loro… Così dicono sempre dittatori, fascisti e banditi della politica!

Un governo privo di ogni legittimità, un Parlamento di nominati e abusivi, inchiodati alle loro responsabilità da una Sentenza della Corte Costituzionale e dai risultati del Referendum del 4 dicembre, smantellano la Repubblica e cancellano diritti conquistati col sangue.

Ogni giorno, centimetro dopo centimetro, misuriamo la distanza che ci separa da un abisso senza ritorno. La nuova Repubblica di Salò si vede ormai sempre più chiara all’orizzonte.

Mentre mio figlio si prepara a cercare ancora una volta il pane fuori dai nostri confini, perché qui ai padroni si consente tutto, mentre sotto i miei occhi va in scena lo spettacolo indecente di Questure tornate alla tradizionale e autentica vocazione fascista, mi domando qual è il dovere di un uomo della mia generazione. Raccontare ai giovani frottole sulla “legalità”, tenere a freno la loro rabbia, vergognarsi, perché un vecchio adagio popolare giustamente condanna chi dice “armiamoci e andate”? Qual è oggi il compito che ci tocca, mentre il tempo della vita è finito e ci resta forse solo la coscienza tormentata?

Forse è venuto il tempo di parlar chiaro e prendersi la responsabilità di dirlo: abbiamo di fronte un nuovo autoritarismo. Non sarà, Crispi, non sarà Mussolini, ma qui è nato il fascismo e ce l’avevamo prima ancora delle camicie nere. E’ un autoritarismo più pericoloso e più vile di quello che abbiamo battuto con la guerra di liberazione. Un regime che lascia vivere, svuotati di ogni contenuto e valore, i simulacri della democrazia.
Forse è venuto il tempo di dire che noi non ci stiamo. Che dovranno fermarci con la violenza aperta e gettare la maschera.
Come faremo a uscirne? Non è facile dirlo, ma esiste una bandiera a cui nessuno può rinunciare – si chiama dignità – e c’è un primo passo da muovere. E’ urgente, necessario, come l’aria che respiriamo: stare uniti e lottare. Con le buone se possibile, con le cattive, se non ci si lascia scelta. Non partiamo da zero. Abbiamo dalla nostra molti dubbi, ma due preziose certezze: è vero, i diritti non si conquistano per sempre, ma nessun regime autoritario è durato in eterno. Nemmeno quando pareva impossibile scardinarlo.

Ci parlano ogni giorno di terrorismo, ma è il terrorismo ce l’abbiamo in casa; ha fatto e fa molti più morti dell’Isis. Basta contare i morti affogati nel Mediterraneo, i lavoratori uccisi sul lavoro e quelli che si tolgono la vita perché il lavoro non ce l’hanno.
Di questo alla fine si tratta, non di altro: di delinquenza parlamentare.

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Terrorismo

Noi definiamo terrorismo tutto ciò che di male facciamo agli altri, quando gli altri lo fanno a noi.

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occupazione_ex_manicomio_giudiziario-kcRE--640x360@CorriereMezzogiorno-Web-MezzogiornoGiunta a ridosso delle dure condanne chieste per gli imputati dei fatti di Roma del 14 dicembre 2010, l’occupazione dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli, ha messo l’accento sull’uso politico della giustizia e su quel codice Rocco che, invece di far parte del museo degli orrori fascisti, è la bibbia della legalità nella repubblica antifascista.
Chi sfida la minaccia di sgombero della Guardia penitenziaria ed entra nelle celle dei detenuti, trasferiti da alcuni anni in un altro manicomio, si trova subito di fronte una sofferenza invisibile ma palpabile, un dolore così intenso, che presto diventa anche suo. Persino gli angoli remoti dell’immenso edificio, infatti, chiedono ascolto ai visitatori inorriditi. Sono voci che attraversano la ragnatela di corridoi, cancelli, sbarre e reticolati e raccontano vite oltraggiate, ancora leggibili nelle scritte sui muri delle celle, talora così anguste, che entrarci e chiudersi alle spalle la porta, vuol dire sentirsi soffocare. Si può restare dieci anni in un posto così, solo per aver scassinato un distributore di sigarette e poi, espiata la condanna a due anni, non avere chi faccia da garante per il reinserimento. Persino i piedi dei letti di continenza, saldati al pavimento, hanno mille storie da raccontare a chi si ferma e sente che tutto gli parla di piscio, escrementi e violenza, compagni abituali del detenuto “contenuto”. Chi trova la forza di non andar via scopre che le voci hanno un volto e se ne sceglie uno tra le foto sparse su tavoli abbandonati, foto che i “matti” non hanno mai visto, come non hanno mai ricevuto lettere ormai ridotte in brandelli e molto probabilmente mai consegnate. A governare il tutto, un principio feroce: la “pericolosità sociale”, l’attitudine a delinquere. Figli naturali della “scienza positiva” di Lombroso, che s’inventò la razza inesistente dell’uomo-delinquente, utilizzata poi con grande perizia dalla criminale politica fascista. Quella politica di cui il Codice Rocco, ereditato dalla Repubblica antifascista, è stato e rimane il prodotto più riuscito.
Dalla struttura bifronte, qui il disagio psichico, lì quello sociale, si potranno tirar fuori le “Mille e una notte” dell’orrore, ma occorrerà ben altro per scalfire la logica aberrante dell’articolo 133 del Codice Penale, parzialmente attenuato dalla successiva abolizione di alcune ipotesi di ”pericolosità sociale presunta”. Una modifica che non riguarda il principio ispiratore dell’articolo. Il punto vero, infatti, è proprio questo: fascista era e rimane il riferimento vigente alla “personalità del delinquente”, che rende centrale, rispetto al “fatto” commesso, la “natura” e il carattere del reo. Impresso a fuoco lo stigma della “pericolosità sociale”, lo Stato – repubblicano o fascista qui non fa differenza – ipoteca il futuro di chiunque sia incompatibile con l’ordine costituito e può zittire per sempre chi non si adegua al modello sociale dominante. Un terreno fatalmente scivoloso per il dissenso politico.
Ieri come oggi, per finire in mano a questa “giustizia” malata non occorre molto. La fine di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto dopo novanta ore di letto di continenza, ne è la prova agghiacciante. Per entrare da vivi all’infero, non occorre la responsabilità di reati efferati e seriali. Basta a volte la reiterazione di crimini di lieve entità, commessi con un chiaro intento volontaristico. Quell’intento che dimostra, cioè, coscienza e volontà di violare regole del gioco. Per questa via passa la sterilizzazione dei deboli strumenti del garantismo e delle tutele assicurate dalla Costituzione antifascista. Fascismo o repubblica, le condizioni di emergenza, le eterne leggi speciali, l’incertezza della norma, le formule indeterminate, danno al diritto penale un’impronta politica strettamente legata a una concezione dello Stato. Quella concezione che trasforma il “criminale politico”, il vagabondo e persino la vittima dello sfruttamento, nel “nemico”, nel sabotatore degli interessi vitali di un Paese che utilizza ancora un codice nel quale i “delitti contro la sicurezza dello Stato”, codificati da Zanardelli sono diventati “delitti contro la personalità dello Stato”.
Noi potremo modificare negli anni e fingere di chiuderli i manicomi giudiziari, non cambierà nulla, finché sarà vigente il principio che li tiene in vita: la “pericolosità sociale”, laddove pericolosa è invece la società che nega diritti e produce disagio, disperazione e “reati”. E’ questa la verità che raccontano le storie di vite spezzate da uno Stato che non si limita a tutelare il cosiddetto ordine pubblico, ma crea reati e sistemi di pene che tendono a cancellare ogni forma di conflitto per garantire il tornaconto economico, i privilegi politici e il sistema di valori delle classi dominanti.
“Liberato”, più che occupato, l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario mostra al visitatore che al suo interno è stata reclusa anzitutto ogni maniera di vivere ritenuta incompatibile coi valori riconosciuti dal pensiero dominante. Lì è finito chi quei valori ha contestato o rifiutato, chi quel tornaconto ha denunciato, violando la norma. Il reato vero che vi è stato frequentemente punito, quindi, non è il “fatto commesso”, ma l’espressione di una volontà contraria al regime vigente, il gesto di ribellione ai privilegi di minoranze di cui lo Stato si fa garante. Rovesciando il ragionamento giuridico, che dovrebbe occuparsi del fatto, ha prevalso così il concetto fascista della repressione come difesa del potere. Dati sulla realtà repubblicana non è facile trovarne, ma un’idea ce la possiamo fare esaminando i criteri adottati per combattere il “terrorismo”. In quanto all’Italia liberale e fascista, un elemento certo svela la logica repressiva che la repubblica eredita dal fascismo: come fosse un male contagioso, più sono stati ristretti i margini di libertà e pericoloso è diventato di conseguenza il potere, più sono aumentati i casi di dissidenti politici “impazziti”. Tra pericolosità sociale di natura politica e manicomio, si è creato così un rapporto di proporzioni tanto abnormi, che l’otto per cento dei “sovversivi” è finito in ospedali psichiatrici. Naturalmente, tantissimi tra loro erano così “folli”, che vi sono poi rimasti sepolti per sempre.
Così stando le cose, si può onestamente credere che tutto questo non c’entri con la drammatica realtà di un Paese che, nel pieno di una crisi economica che è anche crisi istituzionale, da un lato restituisce ai fasti fascisti l’anima repressiva del Codice Rocco, dall’altro rifiuta di darsi una legge sulla tortura?

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Agoravox” il 9 marzo 2015

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A Carpineto Romano, cittadina in provincia di Roma, la nostra “grande democrazia” ha dato ancora una volta forfait. La presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani, intitolato Lascia che il mare entri, prevista per il 21 agosto, è stata downloadannullata. La giunta comunale formata da SEL e PD, dopo averla patrocinata, ci ha ripensato per «evitare strumentalizzazioni di ogni genere o manifestazioni che possano turbare la tranquillità della nostra comunità». Così si legge in un comunicato che annuncia la disordinata Caporetto dell’Amministrazione di fronte alle polemiche dell’opposizione di destra, sostenuta da un giornale locale. Per salvare la faccia, poi, i liberi pensatori del sedicente centrosinistra hanno ribadito «la loro ferma contrarietà ad ogni forma di terrorismo e violenza nei confronti delle Istituzioni Democratiche».
La civiltà dell’Occidente e l’inesausta lotta al terrorismo si arricchisono così di un nuovo, originale e nobile principio: chi si azzarda a presentare un romanzo sul tema della donna fiancheggia pericolosi piani sovversivi che al momento non esistono, ma nessuno può escludere possano nascere. Per l’amministrazione comunale di Carpineto Romano, quindi, Barbara Balzerani, dopo ventinove anni trascorsi dietro le sbarre e in semilibertà per la sua militanza nelle Brigate Rosse, non ha diritto di parola. La pena scontata? La libertà riacquistata da tre anni? Siamo in guerra col terrorismo e la Costituzione è sospesa.
Chi si meraviglia della ferocia è un ingenuo. Un Paese che si scioglie nella retorica del Risorgimento, ma dimentica Mazzini morto clandestino in patria, sotto falso nome e Garibaldi circondato di spie e questurini, quand’era ormai vecchio e quasi paralitico, è un Paese nato male e destinato a vivere peggio. Lo so, i “democratici” alleati dell’estrema destra, i benpensanti per vocazione e i cialtroni di professione si scandalizzeranno per la bestemmia – la “terrorista” e i “padri della patria” – ma le cose stanno così e Mazzini e Garibaldi, per chi ha memoria corta o fa il finto tonto, ieri furono rivoluzionari e oggi sarebbero “terroristi”. Questo è un Paese geneticamente destinato a sostenere Crispi, che sputacchiò sul Parlamento fino al disastro di Adua, e a vantare tra i suoi “grandi statisti” Giovanni Giolitti, che Salvemini definì “ministro della malavita”. Un Paese che non s’è mai vergognato del suo passato fascista e dei suoi generali criminali; un Paese oggi targato Renzi e governato di fatto da un pregiudicato per reati comuni che, invece di eleggere domicilio tra Rebibbia e Regina Coeli, frequenta Palazzo Chigi e il Quirinale e cambia la Costituzione antifascista, accoppando diritti costati sangue. Piero Gobetti sostenne che il fascismo è stato l’autobiografia degli italiani e non aveva torno. Un Paese così, nato male e cresciuto peggio, non può comportarsi diversamente e gli pare normale: il pregiudicato che  sconta la risibile pena può governare, la scrittrice libera deve invece tacere.
Per ignorare la decomposizione della sua coscienza civile,  un Paese così in fondo non ha che una scelta: disprezzare tutto ciò che è insorto a difesa della dignità e della giustizia sociale e negare quel tanto di buono che ha saputo e sa dare. Lo so, beghine, cattocomunisti e benpensanti mi scomunicheranno, ma questa è la realtà: se ogni cosa marcisce e tutto si corrompe, la degenerazione diventa regola. Così Berlusconi frequenta Napolitano e un pensiero libero è imbavagliato.
A Barbara Balzerani, ieri brigatista, oggi scrittrice di forte sensibilità, si rinfacciano scelte lontane, benché i suoi conti con la giustizia siano chiusi e quelli con la storia, tutti ancora da sistemare, non è detto che risultino in passivo. In realtà, la condanna morale del passato è un alibi immorale che non sta in piedi; ciò che davvero non si tollera sono la coerenza d’una vita e l’umanità che traspare dalla scrittura. Una donna come Barbara Balzerani, di fatto, è un quesito inquietante e un involontario ceffone assestato in pieno viso a quanti – e sono tantissimi ormai – si trovano nella tragicomica condizione di chi fa il moralista, ma s’è venduto e ogni giorno si vende al migliore offerente. La gente che vive così accetta la più disumana cialtroneria, ma diventa immediatamente feroce con le manifestazioni di umanità.

Uscito su Agoravox il 25 agosto 2014

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2cd6d79f06654e298976fc0983e7c7df09f909348c0ccb84175d9638I confini dell’Iraq sono figli legittimi del capitalismo. Un reato e un dito puntato su moralisti e finti pacifisti che predicano guerre “umanitarie”, come un tempo la rassegnazione per i bambini schiavi nelle zolfare in attesa della provvidenza. Linee tracciate con la riga, una gabbia e dentro molte minoranze e genti inconciliabili tra loro: sciiti, curdi e i sunniti. Chi prega per la tragedia irachena chiama in causa un Dio che non c’entra. Il fondamentalismo responsabile del dramma si chiama capitalismo: ha il feticcio del mercato sull’altare e il suo corano è la legge del profitto. La vicenda dell’Iraq, metafora del nostro tempo, ha due volti: in scena istanze autonomiste, colpi di Stato, ripetuti macelli, resistenze e attentati. Dietro le quinte l’Occidente che mira al petrolio.
Senza andar troppo indietro, la successione di eventi nel secondo dopoguerra raggela. Nel 1956, con la crisi di Suez, Baghdad diventa importante base inglese e nel 1958 c’è l’Occidente dietro la caduta della monarchia. Nel 1961 gli inglesi dichiarano indipendente quel Kuwait, che Baghdad ritiene terra irachena. Karim Qãsim, primo ministro, apre trattative con partner diversi da quelli angloamericani, tra cui l’ENI di Mattei. Risultato? A ottobre del 1962 l’aereo di Mattei esplode in volo; tre mesi dopo, nel febbraio 1963, la CIA favorisce un golpe e Qãsim, che ha proibito di assegnare nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere, fa la stessa fine di Mattei. La stampa si guarda bene dal dirlo, ma Tommaso Buscetta, riferì a Falcone che Mattei fu ucciso da “Cosa Nostra” su richiesta di agenti stranieri, com’era accaduto con Mauro De Mauro, il giornalista che sapeva troppo sul caso Mattei.
Si può essere ostili al movimento di Grillo – è peggiore di Forza Italia? – ma se Di Battista scrive che il caso Iraq ripete ciò che s’è già visto più volte, non sbaglia. in Irak, gli occidentali hanno prodotto presidenti fantoccio, guerra civile e miseria. Saddam Hussein, alleato di ferro degli Usa, utilizzato in funzione antiraniana e rifornito di gas tossici, li usò prima nella guerra con l’Irak , poi contro i curdi; a partire dall’11 settembre del 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle, in Iraq non c’è stata più pace. Gli Usa e i loro alleati hanno sulla coscienza non solo il milione di morti causati dal conflitto iraniano, ma le guerre civili e gli innumerevoli golpe che hanno travagliato il pianeta. Basterebbe ricordare che nel 1954 fu la CIA ad armare mercenari dell’Honduras contro Arbenz, Presidente del Guatemala eletto legalmente, che aveva espropriato terre incolte della statunitense United Fruit Company. Stesso copione con Allende in Cile. Fanno parte della storia, per tornare all’Irak, Colin Powell e le menzogne narrate all’ONU per aggredire Saddam Hussein, inventandosi inesistenti armi di distruzione di massa. La guerra costò innumerevoli vittime civili. Noi ci scandalizziamo per le vittime dell’ISIS, ma quali sono le responsabilità dell’Occidente? Perché compriamo gli F35, che sono pane tolto di bocca ai figli dei lavoratori massacrati? Non serviranno ancora una volta per colpire “terroristi” e massacrare civili? E’ ora di finirla con scelte criminali, che hanno un’unica origine: la sottomissione della politica all’economia e la subalternità dell’Italia agli USA.
Di Battista fa scandalo? Scandalosi sono l’ipocrisia e il conformismo imperanti. Se feroce è infatti la violenza dell’ISIS, criminale e disumana fu la menzogna propinata dal Segretario di Stato USA all’ONU. “Mi chiedo per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA”, scrive Di Battista. Bestemmia? E allora bestemmierò anch’io. Mandare gambe all’aria un governo legalmente eletto per oscene questioni di profitto, mettendo nel conto la guerra civile e le vittime che produrrà, non è forse un disegno criminale?
Invece di fare classifiche tra terroristi, chiediamoci dove ci condurrà la scelta di seguire ancora gli USA che hanno causato fame, miseria, disperazione e morte. A Roma, nel 2003, scrive Di Battista, contro l’intervento militare italiano in Iraq, dicevamo: “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Come negare che siamo stati facili profeti? Come pensare di armare i curdi sapendo che alla prima occasione useranno le armi come vorranno? Esistono vie diverse da quelle che calpestano sistematicamente il diritto internazionale. Da tempo gli USA si proclamano poliziotti del mondo e noi gli andiamo dietro, ingannando noi stessi. Che poliziotti potranno mai essere coloro che hanno sostenuto golpe in tutto il pianeta, venduto armi a tutti i dittatori fedeli e affamato mezzo mondo, pur di sfruttare la più gran parte delle risorse mondiali? Che credito può avere chi, con la scusa del terrorismo, ha invaso l’Iraq e l’Afghanistan e ha lasciato mano libera ai criminali sionisti? Come si fa a ignorare che con i loro bombardamenti terroristici gli USA hanno moltiplicato gli attentati? Di Battista ha ragione: in Irak non si è esportata la democrazia, ma “25.000 contractors […], uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno”.
Non si tratta coi terroristi, si dice. Ma dov’è scritto e chi appioppa questa terribile etichetta? Gli Usa di Hiroshima e Guantanamo? Apriamo un tavolo in cui parlare di pace in Medio Oriente; ci si seggano tutti, l‘Europa, l’Iran, la Lega Araba, il gruppo dell’ALBA, la Russia, criminalizzata senza mai esibire una prova, mentre è provato che a Kiev governano i nazisti. Pace, non subordinazione a Obama, al quale va detto che Guantanamo è un crimine atroce e Powell ha reso inaffidabili gli Usa. Niente armi, per cominciare, né ai curdi, né ad altri. Non parli di pace mentre vendi armi a chi ti pare e ti arricchisci creando povertà, immigrazione e guerra. Di Battista ricorda che nel “2012 la Lokeed , quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia”. Chi si scandalizza per i crimini dell’ISIS, quindi, è lo stesso che gli ha messo in mano le armi. “Armiamo i curdi”, si dice. Ma chi può escludere che, vinta la guerra non volgeranno le armi su altri? Non è stato così con Saddam, in Afghanistan e in Libia “dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale? L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro […] eliminandone le cause, non occupandosi esclusivamente degli effetti”, afferma Di Battista. Come dargli torto? Come negare che chi condanna Boko Aram in Nigeria, tace sull’ENI che, impoverendo i nigeriani, agevola i fondamentalisti? Perché ignorarlo? Se un drone ti bombarda la casa e ti uccide i figl, se non hai droni e non hai soldi per comprarne, fai di te stesso un’arma. Autobomba o drone, l’esito è uno: uccidi innocenti. Chi lo dice giustifica i terroristi? No. Usa la testa e fa politica, riconoscendo errori che hanno fatto crescere la violenza e provando a capire come uscirne.
Isolare i disperati vuol dire moltiplicarli. Cominciamo col riconoscere i nostri integralismi e basta con l’ipocrisia: una bomba tirata su una scuola dell’Onu piena di rifugiati è un atto terroristico. Lo è soprattutto quando l’ONU, testimone neutrale dichiara: “avevamo avvisato chi bombardava. Qui ci sono solo persone inermi, niente armi, né armati”. Cominciamo da qui, invece di scandalizzarci per parole che condannano i bombardamenti terroristici sulle città. Cominciamo col dire no agli F35, che useremo per compiere azioni terroristiche e scatenare risposte terroristiche. Sono scelte che possono fare Renzi e l’Europa delle banche? No. E allora lottiamo per liquidare Renzi e chiudere i conti con una Europa unita che non ha nulla da spartire con quella degli antifascisti che la progettarono.

Uscito il 18 agosto 2014 su Agoravox.

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Basta con le vostre maledette menzogne – gridò Ernesto, saltando su dal divano con impensabile agilità – BASTA!
L’urlo liberatorio sembrò calmarlo e tornò a sedersi, mormorando:
Eccola la bomba più terribile di tutte, la televisione. Bell’idiota che sono a darti retta
A poco a poco, nella solitudine del vecchio salotto, il desolato soliloquio riusciva in qualche modo a diventare dialogo col mondo virtuale che aveva di fronte; come l’avesse davanti in carne ed ossa, l’uomo faceva il verso alla giovane cronista che, microfono in mano e tono di allarme commosso, ripeteva il suo mantra: “Mai accaduto! Una bomba davanti a una scuola… mai!”
Così t’hanno istruita, certo, ma tu non sai nemmeno di che parli. E’ comoda questa tua “prima volta”, si capisce, ma è anche schifosamente falsa. Chi ti passa veline lo sa, ma non gliene frega niente. A lui la “prima volta ” serve a intimidire chi ascolta, ma non è la prima volta, cara la mia giornalista. Non è andata così. L’hanno già fatto due volte a Trieste, davanti a una scuola elementare slovena e l’antiterrorismo lo sa. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, qualcosa per fortuna s’inceppò e non ci furono morti; nel 1974, invece, la bomba fece il suo mestiere ma trovò la scuola chiusa e si evitò la strage. Era aprile, però, me lo ricordo bene, e a maggio il botto di Brescia fece morti e feriti in Piazza della Loggia. No, non è la prima volta e la mafia non c’entrava nulla. La mafia fa saltare saracinesche e auto se non paghi il pizzo e se mira più in alto c’è un potere “legale” a coprirle le spalle.

Gracchiava da un’ora la televisione. Le esclamazioni, le note banali e i dettagli più atroci, messi lì per solleticare interessi morbosi, si alternavano al cordoglio degli immancabili “servitori dello Stato”, pronti al rito composto, ma stranamente sconcio, delle dichiarazioni ufficiali, tutte uguali tra loro, tutte segnate da una sapiente miscela di lutto, commozione e insinuazioni. Mafia e terrorismo in ogni possibile salsa: o piste alternative, che si escludevano a vicenda, o un pericoloso intreccio per l’eterno attacco al cuore di uno Stato innocente per definizione e pronto a reagire con la forza e la severa maestà della giustizia. Ci sarebbe voluto ben poco a cogliere i tratti d’una scontata retorica, i dettagli “scollati” dai fatti e le falle di ricostruzioni che non stavano in piedi, ma i giornalisti se ne stavano zitti – “la gente è ormai carta assorbente“, rifletteva Ernesto – e si capiva che ormai bastava davvero poco a montare e smontare cervelli: parole dietro parole, senza un serio costrutto, senza la spina dorsale d’un cenno storico e d’una nota critica, senza il salutare tarlo del dubbio. Il solito copione: verità presto smentite da successive e più vere certezze, rivelazioni, ritrattazioni e un susseguirsi di effetti speciali, un incrociarsi di flash che accecavano un popolo di “senzastoria”. Cose sperimentate probabilmente da esperti prezzolati in terre sventurate. Chi muoveva i fili non cercava più la disinformazione. In campo c’erano progetti più ambiziosi e ad Ernesto il colpo pareva da tempo pienamente riuscito.

Per istinto più che per una ponderata riflessione, tutto era ben chiaro a Ernesto, il professore che in testa, sotto la neve candida dei capelli ancora folti, si portava un’idea di società che più il tempo passava, più era contraddetta e sconfitta dalla realtà, più gli cresceva dentro con la forza singolare della ragione che non si piega alle ragioni della forza. Non si trattava certo di un vecchio sognatore incapace di adattarsi ai cambiamenti. Aveva sessant’anni ma, a guardar bene oltre il velo delle lenti, gli occhi si mostravano così vivi e accompagnavano con tanta armonia di sfumature le parole e i moti dell’animo inquieto, che l’intelligenza, benché affaticata dagli anni e da una vita amara, s’intuiva lucida e penetrante. Così penetrante, che quando la cronista si avventurò in un’apologia della democrazia, con un brutto arnese che a Genova s’era distinto per la brutalità, le oppose subito parole taglienti:
E’ una verità scomoda e forse la conosci, ma io voglio dirtela. Nella tua santa democrazia il criterio quantitativo causa inevitabili storture: spesso la ragione sta dalla parte di sparute minoranze. Lo vedono tutti e ne sono convinti, ma quando ci si conta entrano in ballo i più svariati interessi e un torto evidente diventa ragione.

Le televisione gli dava ormai la nausea e si sentiva impotente, benché, per difendersi dalla valanga di menzogne, ricorreva a un suo sistema di difesa, forte di meccanismi logici così sperimentati da essere ormai automatici. Da anni s’era abituato a credere che quando il baraccone mediatico ti indirizzava al no, dovevi puntare sul sì; da anni faceva di ogni esclamativo un punto interrogativo e nella verità del potere cercava la menzogna che si voleva coprire. Stavolta il vecchio professore era partito da una riflessione apparentemente balzana: la scuola era da tempo nel mirino del potere e l’attentato che aveva dilaniato corpi, puntava a cancellare un più atroce massacro.
No, non è come racconti. Questa bomba che non è stata la prima come ci vuoi far credere, diceva a se stesso, questa bomba che ha dietro una storia di bombe mai punite, esplose ogni volta che si trattava di farci ingoiare medicine amare, questa bomba ha obiettivi più tragici di quello centrato. Ha dilaniato delle povere ragazze sventurate, ma ha anche levato un immenso polverone attorno a ciò che è accaduto alla scuola e ai giovani in questi ultimi anni…
Qui si fermava, quasi consapevole del suo isolamento e critico con se stesso. Gli pareva di sentirli gli eventuali interlocutori e le loro accuse di dietrologia e di becero complottiamo, ma mentre il diavoletto critico che gli viveva dentro pareva imporgli un pensiero parassita sulla valenza estetica di parole come dietrologia, egli si richiamava all’ordine e non smarriva il filo del ragionamento.

Quando i giovani hanno scoperto la reale portata della rapina e si sono accorti che tra formazione privatizzata, pensioni cancellate e precarietà levata al rango di feticcio, gli hanno rubato i sogni, sono comparse prima le solite squadre nere, poi son venute le bombe.
“Quali bombe?” avrebbe dovuto chiedergli la cronista dal maledetto televisore, ma non poteva e, d’altro canto, muta com’era persino quando poteva parlare, figurati se avrebbe pensato di fargli una domanda ora che le era impossibile intervenire. Per Ernesto, però, anche quell’obbligato mutismo era un modo di interloquire e rispose perciò alla domanda come se davvero gliel’avessero fatta:
E sottrarre fondi alla scuola pubblica per passarli ai privati non è stato un attentato gravissimo? La continuità didattica ammazzata, il diritto allo studio negato e i professori “fannulloni”, investiti da campagne di stampa che ne hanno fatto mangiapane a tradimento, tutto questo non è stato un sanguinoso massacro? Chiunque abbia messo una bomba oggi davanti a una scuola viene a completare un lavoro iniziato da tempo e cala una pesante cortina di paura su tutto e su tutti: qui c’è un pericolo immediato, si urla, e lo si fa per coprire il pericolo più grave, quello che non fa rumore, non esplode, non dilania e non brucia. Annichilire con la paura la coscienza critica – si diceva da tempo Ernesto – è l’obiettivo del terrorismo vero. Così è con la crisi. Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, ci ripetono ogni giorno, è ora di pagare. Anche questa è un bomba – pensa ora Ernesto – un colpo sparato nel mucchio, senza lasciare scampo. Ne ha fatto e ne farà di morti, questa paura, perché la gente dignitosa e onesta si lascia morire piuttosto che vivere nella vergogna.

Si sentiva in colpa il vecchio professore. Non perché avesse mai davvero vissuto prendendo più di quanto dava. In banca aveva un conto disperato e dopo quaranta e più anni di lavoro non possedeva praticamente nulla. Il suo primo stipendio superava di poco le 100.000 lire e l’ultimo, misurato in euro, sfiorava la miseria. In quanto alla pensione, che da un po’ figurava sui giornali come un furto ai danni di figli e nipoti, non gli sarebbe bastata a campare. Nella vita Ernesto non aveva guadagnato nemmeno la millesima parte di ciò che toccava in un anno ai mille Soloni che da qualche tempo andavano cancellando diritti, in nome d’un delirio chiamato mercato, però si sentiva in colpa.
Buona parte dei delinquenti che occupano oggi i posti di comando – si diceva con vera amarezza – l’abbiamo formata noi, io e i miei colleghi.
Si confortava, però, ricordando a se stesso che per decenni aveva tirato su tantissime intelligenze. I più s’erano poi distinti all’università e nelle libere professioni; i figli degli operai erano saliti su fino ai piani alti della società o avevano trovato lavori dignitosi. Non era vero nulla, pensava, il treno dei diritti aveva fatto onestamente la sua corsa. Era stato l’altro a truccare la corsa, il treno dei privilegi, che aveva continuato a viaggiare su un binario parallelo. Se tornava indietro e rifaceva il viaggio per intero tutto era chiaro: ogni volta che il treno dei diritti, aveva soprapassato quello dei privilegi era scoppiata la bomba. I criminali erano lì, su quel treno occorreva cercare fabbrica e proprietario delle bombe.
La televisione, intanto consumava con sperimentata perizia l’assurdo rituale di accuse sparate a caldo. I soliti anarchici, naturalmente, e l’anarchico Ernesto, che si sentiva d’un tratto chiamato in causa, sorrideva per vincere l’inquietudine. Al posto del “ballerino” Valpreda, era comparso ora un nuovo tipo di mostro: un sessantenne “asociale”.
Va a capire che vuol dire asociale, si chiese per un attimo Ernesto. E io, che di natura sono schivo e me ne sto da parte perché in questo condominio della malore si mangia pane e regolamento e non si vive senza sparlare dei vicini, io che sono?
“Un asociale” gli rispose qualcuno o qualcosa nascosto chissà dove nella sua testa. Un asociale.

La tragedia era nell’aria, pensò, e la televisione, pronta, lo confermò
“Qualcuno ha pensato bene di preannunciarla”, azzardava un funzionario di polizia, fermato al volo dal microfono infuocato dell’instancabile cronista. “Dopo il colpo di pistola tirato a un manager giorni fa, è apparso chiaro a tutti che non ci saremmo fermati a quel gesto folle. Non si tratta di bande armate. Sono anarchici di sicuro, ma, gente isolata , cani sciolti che agiscono da soli. Gente inserita tranquillamente nei gangli vitali della società. Magari un insegnante. Uno di quelli frustrati dal clima nuovo, che fa la battaglia di retroguardia contro la valutazione e la società del merito”.
E giù l’elenco inconsistente dei soliti indizi buoni per tutto e per niente: la lettera con polvere di esplosivo, il riferimento a Moro, Falcone e Borsellino, un incidente in cui s’era trovato coinvolto un mezzo dei carabinieri. Tutte cose che, chissà perché, a dar retta al funzionario, facevano pensare all’immancabile anarchico, che nell’intervista diventava d’un tratto proprio come occorre che un anarchico sia per la polizia. Non un tizio che si fa domande e ha un’opinione politica. No. Un mistero glorioso, uno che non si vede, non si sente e nessuno conosce tranne gli anarchici come lui e la polizia. Se l’opinione pubblica aveva bisogno di un uomo “geneticamente” colpevole, l’intervista ne aveva fornito un vero identikit. Tutti e nessuno tra i dissidenti, i diversi e gli strampalati.
L’anarchico così come lo hanno descritto, potrei essere tranquillamente io, si disse Ernesto, mentre si rendeva conto di non avere lo straccio di una alibi. E il suo sorriso intelligente si fece un po’ più teso. Si consolò, però:
Due voli dalla finestra d’una questura sarebbero certamente troppo anche per loro. La pelle la salvo. E tornò alla televisione non senza una spiacevole sensazione d’inquietudine.
La testa ora, chissà perché, s’applicava ai particolari. E’ un inestricabile groviglio, pensava. Una povera ragazza uccisa e mille contraddizioni. Mafia dice la televisione, ma il luogo e il movente sono fuori contesto. La mafia salda i conti in Sicilia, e le altre organizzazioni criminali non fanno attentati su commissione. E Moro, poi. Cosa c’entra l’omicidio di Moro con Borsellino? E’ la prima volta che si colpiscono ragazzi… Ma chi lo dice? I morti a Trieste si volevano fare e prima ancora si fecero a Portella della Ginestra; quanti ragazzi colpiti, in quella tragedia, pensò, scuotendo il capo. Anche una madre incinta. E non se ne parla. No, nemmeno una parola.
“Un maledetto imbroglio”, gli sussurrò il solito inquietante pensiero parassita. E aveva ragione. Chi spara nel mucchio, si disse, non sa chi prende e, a essere onesti, anche un anarchico lo deve ammettere: le Brigate Rosse tiravano. prendendo la mira.
“Ma è proprio per questo che serve un anarchico”, fece allora la voce parassita. Ed era vero. Non a caso, l’ordigno era rudimentale – la rozzezza dei mezzi sta nell’idea di anarchia – e se vuoi creare dal nulla un colpevole se cerchi di depistare un’indagine perché c’è da coprire qualcuno, l’anarchico è il meglio che passa il marcato. E’ la parola stessa che fa pensare ai mostri, c’è una storia pregressa, un percorso già fatto. E la gente si accontenta di poco. Basta scatenare la paura e subito si rintana, ti chiede che gli porti al più presto il capro espiatorio e crede in qualunque fandonia. Tu rivendichi e tuoi e i suoi diritti, ammise, ma quella ci rinuncia, ti guarda con sospetto e giunge a volerti morto.
“E’ un’operazione classica, da antologia della provocazione”, gli fece d’un tratto il pensiero parassita. Poi qualcuno bussò alla porta. Ernesto si fece di ghiaccio.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2012

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 A Napoli la cronaca della città pone domande inquietanti: i miei giovani amici studenti, i miei compagni di lotta, i sindacati di base, sono tutti tornati d’un tratto “sovversivi”? A dar retta all’allarme dei cronisti e alle denunce, si direbbe di sì e anzi, com’è nella tradizione d’un Paese che non sa o non vuol fare i conti con la sua storia, sono diventati ormai “pericolosi”. Se dico “tornati”, non è per sopraggiunta demenza senile. E’ il contrario. E’ che la memoria, invece, è ancora buona e ricordo perfettamente che, per fare un esempio, qui a Napoli, i ragazzi del “Collettivo Autorganizzato Universitario” sono stati “sovversivi” già nel dicembre del 2010, quando sul “Mattino” Massimo Martinelli scriveva cupo e allarmato che i giovani studenti serrati “i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo” s’erano messi “contro lo Stato”. Oggi nessuno se ne ricorda e i ragazzi hanno poi smentito coi fatti Martinelli e soci, ma in quei giorni, secco come una fucilata, il giornale titolava: “Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore“. Niente spazio per i dubbi: una condanna senz’appello. In quanto al “Messaggero”, un modello di giornalismo liberale, citando un rapporto dell’antiterrorismo, “riservato” per tutti, non per il suo cronista, descriveva addirittura la “galassia” del terrore. Una “riservatezza” violata, dio sa come, anche dal “Mattino”, scatenato a sua volta nei dettagli su un fronte del “terrore” formato, guarda caso, dalle espressioni del mondo della scuola, che era in piazza ogni giorno coi ricercatori universitari; proprio loro, sì, i ricercatori, che come tutti sanno hanno antiche tradizioni bakuniniste. Gli uomini dell’antiterrorismo, poi, che a quanto pare avevano tracciato la “mappa del terrore” per passarla ai giornali, riferivano che “a Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori, ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine”. Non mancavano gli onnipresenti “duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti, […] i ragazzi delle università, […] i centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento”. Equitalia non c’entrava nulla – all’epoca il problema era Gelmini – ma i “sovversivi” a Napoli erano quelli di oggi: studenti del “Collettivo Autorganizzato Universitario” e attivisti del Laboratorio Insurgencia, che di lì a poco, però, folgorato sulla via di Damasco, si sarebbe schierato con Luigi De Magistris, al quale tutto si può rimproverare, meno che frequenti “sovversivi”.

Perché non dirlo? I “terroristi” io li conosco bene. Nell’infocato autunno del 2010, circondato da agenti-fotografi che, in quei mesi, mi “scortarono” attivamente, ero con loro tutti i giorni nelle assemblee di giovani che avevano serie ragioni per protestare: gli avevano rubato il futuro. Posso dirlo in coscienza: non c’era una sola verità in ciò che raccontava certa stampa. Tra noi, nessun accordo segreto e nessun terrorista. C’erano studenti, ricercatori e spesso artisti, gente di cultura, che si batteva contro la sciagurata “riforma Gelmini” dietro i loro illuminanti striscioni: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Nell’atrio del Teatro di San Carlo, in un’allucinante sera di dicembre, ho visto coi miei occhi manipoli di agenti scatenati – il solo pericolo vero presente nel tempio della musica – manganellare a tutto spiano studenti, docenti e persino gli artisti impegnati nelle prove e venuti a parlare con noi e a solidarizzare. Gente così inerme che, non ci fosse stata di mezzo la divisa, avresti avuto buoni motivi per pensare a un’improvvisa pazzia. Pazzia, però, purtroppo non era.

Approvata la riforma, misteriosamente sparì la “sovversione” e per due anni il silenzio è caduto tra noi. D’un tratto, giorni fa, per opera e virtù dello Spirito Santo, i presunti sovversivi si sarebbero svegliati. Che è accaduto? Perché questo improvviso ritorno di fiamma? Attentati, rapimenti, espropri proletari? No, nulla di tutto questo. Uova marce e vernice ad Equitalia, cariche immediate e qualche scaramuccia. Ci sono stati eccessi? Deprechiamoli, ma la storia dei “sovversivi pericolosi” è l’eccesso più grave.

Non partirò da Cucchi, non griderò allo scandalo per De Gennaro sottosegretario, non dirò ciò che sarebbe bene dicessero per prime le forze dell’ordine dopo che “Diaz” e Vicari l’hanno certificato: Genova fu una vergogna nazionale. Non lo farò. Parlerò di un passato che riguarda tutti, come compete allo storico, per ricordare che da Crispi al ‘68, da Romeo Frezzi a Pino Pinelli, la storia del conflitto sociale s’è macchiata di troppo sangue innocente e s’è legata spesso a montature di pennivendoli e velinari. Dirò che Frezzi era un povero muratore innocente, morto di botte in un interrogatorio e Pinelli una staffetta partigiana. Dirò che a Milano, quando Pinelli volò dalla finestra della stanza in cui lo interrogavano – gli anarchici, sempre gli anarchici – era questore Guida, il fascista che aveva tenuto confinato Umberto Terracini, l’uomo che poi firmò la Costituzione. Dirò che a Napoli, nel giugno del 1914, con quattro manifestanti uccisi, non si trovò un colpevole e finì con un processo ai soliti ignoti armati di… moschetto e pistole d’ordinanza. Dirò che settanta morti in piazza negli anni della guerra fredda, dal ‘48 al ‘68, sono un orrore italiano che fa arrossire di fronte alle dieci vittime di Francia, Inghilterra e Germania messe assieme. Dirò che tornare sulla tragica barzelletta degli studenti “sovversivi” in un momento così difficile vuol dire far finta di non sapere che qui da noi spesso, troppo spesso purtroppo, dietro il paravento dell’ordine costituito, s’è costruita la tomba della giustizia sociale. E si è cominciato così, agitando uno spettro. 

Da “Contropiano“, 19 maggio 2012

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