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Volantino rivolto alle donne di NapoliPer liquidare le Quattro Giornate di Napoli – «il glorioso […] episodio aurorale della Resistenza» – Claudio Pavone si fermò al ricordo crociano d’una lotta disperata «pro aris et focis» di «lazzari» senza éthos politico, che, nella storia della città, «per la prima volta si trovano dalla parte giusta». Qualcuno si scandalizzerà, e per questo probabilmente nessuno lo dice, ma i «lazzari» di Pavone fanno singolarmente il paio con la «plebaglia», il termine sprezzante utilizzato puntualmente dagli ufficiali di Hitler per descrivere la popolazione civile napoletana che li attaccava. Ci sono modi di dire che si ripetono costantemente. Ricorrono non solo nel linguaggio duro e venato di malcelato razzismo del tedesco Steinmayr, il direttore dello «Stern», che nel 1961 definì «la ribellione allo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, null’altro che un parapiglia tra papponi e prostitute», ma nelle note delle questure italiane dal 1861 a oggi; Settimana Rossa, o lotte per il salario, proteste per la casa o per il carovita, ogni volta che in piazza i lavoratori si fanno sentire e si ribellano a una qualche ingiustizia, la polizia tira fuori la «teppaglia».
Sembra quasi che esista una sorta di «internazionale del linguaggio classista» che è caratteristica del potere nelle sue diverse espressioni: quello secco e mistificatorio dei militari in guerra, quello dello storico, che si configura spesso come una variante colta della lingua dei vincitori, quello strumentale e fuorviante degli apparati repressivi nella loro anima poliziesca e in quella giuridica.
A cercare la verità, nell’incredibile guazzabuglio delle falsificazioni ufficiali, qualcosa, tuttavia, alla fine viene fuori. Per le Quattro Giornate, il lapsus freudiano è dei militari hitleriani, che, per giustificare la violenza bestiale delle rappresaglie, rivelano un dettaglio illuminante che smantella la ricostruzione bugiarda. Non c’era da andare troppo per il sottile – scrivono, infatti, gli ufficiali – c’era solo da «agire senza riguardo» e farlo senza indugio, perché la «mentalità vile e malvagia» della «canaglia» era ormai facile preda di una «propaganda comunista», che, sommata alla fame, rischiava di scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Nella protesta che cresceva, quindi, – ecco la verità taciuta – si muovevano ed arano pronte ad agire forze politiche e si temeva addirittura una rivoluzione. Altro che «lazzari»! Dopo tante chiacchiere sulla «canaglia», ecco emergere un’anima politica delle «Quattro Giornate». Ecco anche, però, allo stesso tempo, la lezione della storia che riguarda il passato, ma parla al presente. Mettete i militanti e i disoccupati arrestati in questi giorni tra Roma e Napoli al posto della «teppaglia», mettete la polizia e un giudice al posto degli ufficiale tedeschi e non farete fatica a vedere ciò che si cela dietro gli arresti e le denunzie: la crisi incalza e morde così forte, che non bastano certo Renzi e il suo pugnale da Bruto a fermare la giusta rabbia della gente. Senza violenta repressione, la «canaglia», sensibile alla «propaganda comunista», e l’osceno spettacolo offerto dalla politica, potrebbero scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Non ci vuole molto a capirlo e la lezione è amara, ma preziosa: il processo che si sta mettendo in scena non solo è evidentemente politico, ma rivela una preoccupazione che sconfina nella paura. A chi non ricorda più come andarono le cose, conviene rammentarlo: in quattro giorni i tedeschi sbaraccarono.
Spesso la «canaglia» ha dalla sua le leggi della storia e le ragioni del futuro.

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