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Posts Tagged ‘Statuto dei lavoratori’

Vicentini_2Va bene sì, anzi, non va bene niente, ma è Pasqua e faccio gli auguri a tutti. Auguri ad amiche e amici.
Auguri anche ai nemici come Monti, Fornero, Renzi e Napolitano?
Sì, certo, cavolo, siamo a Pasqua e bisogna essere buoni. A questa gente, perciò, rivolgo i miei auguri:
Che facciano al più presto la loro felice visita a San Pietro. Possibilmente assieme, così ci sarà il primo sciopero nella storia dell’altro mondo. Scenderanno in piazza uniti nella lotta, angeli, arcangeli, santi e diavoli di ogni specie. “Fuori la feccia dall’alto dei cieli!”
Il padreterno, gli piaccia o no, sarà così finalmente costretto a spiegare perché è stato tanto terribilmente sfaticato. E’ facile dire che lavorò per sei giorni e il settimo riposò. Se in Paradiso non fosse ormai giunto il defunto Statuto dei Lavoratori, sarebbe licenziato in tronco. Diciamo la verità, una volta tanto: si poteva anche stancare un pochino di più, il creatore onnipotente! Ci avrebbe almeno evitato oscenità così disonorevoli per il genere umano.

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Me lo ricordo come fosse oggi. Avevo 24 anni e i bagliori di civiltà del lungo Sessantotto aprivano ancora il cuore alla speranza. Era il 20 maggio del 1970, Fini, Gasparri, La Russa e i loro camerati portavano ancora sulle spalle il peso dell’infinita miseria morale della loro storia e l’Italia approvava lo Statuto dei lavoratori. Ci fu allora tra i giovani chi criticò; si poteva fare di più e troppi rimanevano esclusi, ma lo dico con orgoglio: senza le lotte della mia generazione non sarebbe mai stato possibile. Si disse allora – e non era retorica – che la Costituzione diventava legge anche per i padroni. Sono trascorsi 42 anni, la mia vita è giunta al capolinea. Fini è Presidente di un Parlamento che vale quanto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Gasparri e La Russa sono stati ministri e un ministro del lavoro, Elsa Fornero, lavora apertamente contro i lavoratori. Il fascismo, salvato dalla mancata epurazione, è tornato a governare e un esecutivo reazionario che nessuno ha eletto ha brutalmente espulso la Costituzione dai posti di lavoro. Si discute coi toni beceri dell’accademia se il lavoro sia un diritto, ma si finge d’ignorare che non ha più diritti: è il grazioso prestito riservato a chi serve, tace e acconsente, e si restituisce con gli interessi se e quando piace ai padroni. La vita ormai si gioca sui mercati ed è una vita da schiavi.

L’Italia batte la Germania a suon di gol, ma il suo centravanti nero, non sapesse tirar calci a un pallone su un prato verde, si troverebbe rinchiuso in un campo di concentramento; una banda di malfattori vende un’effimera vittoria calcistica come vittoria politica di un governo di senza patria nella partita del capitale italiano contro gli italiani. Noi non guadagneremo nulla dagli accordi che Monti ha strappato ai tedeschi. Ci guadagna tutt’al più chi ha quattrini accumulati: evasori, faccendieri,  ladri, speculatori e specialisti del riciclaggio. In cambio del permesso di respirare, il governo dei padroni impone ai lavoratori il lento strangolamento del fiscal compact. Tradotto in parole povere, il capitale italiano si salva a spese dei lavoratori, che continueranno a subire  tasse crescenti, tagli, licenziamenti, sfruttamento, svendita di beni comuni e rinuncia a ogni diritto. Il governo vende al grande capitale i ceti subalterni e la stampa alza il tricolore e fa festa. Se avessi ancora 24 anni mi procurerei le armi e lotterei per la libertà. Lo dico chiaro e non mi tiro indietro: è diritto dei popoli rovesciare governi traditori. 

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Odio le mezze verità. Fanno più male d’una menzogna e sono pericolose come un inganno.
Il governo di Napolitano ha deciso di fare della mazzata contro lo “Statuto dei lavoratori” il forcipe per dare alla luce la Terza Repubblica”, scrive strabico Flores D’Arcais, che qui si ferma, a metà del guado, e non vede la piazza. Questo attaccare il Palazzo, senza guardare cosa accade fuori, questo tenere in conto i colpi del potere, senza dare la parola ai contraccolpi, sterilizza l’analisi e disarma le masse. Le mezze verità sono la minestra senza sale di chi si schiera al coperto e fa la guerra dalle retrovie.

Qui c’è poco da star coperti e fare chiacchiere politologiche. Il Palazzo sfida la piazza, Napolitano e il suo “governo dei padroni” sparano ad alzo zero sulla dignità del lavoratore. Non è più tempo di analisi fini a se stesse o buone tutt’al più per l’ennesimo papocchio elettorale e la millesima battaglia nei parlamenti squalificati. Un regime si va consolidando. Non sarà un intervento asettico e indolore, però, una di quelle cose tutta palazzi e niente piazze. E nemmeno sarà un minuetto, coi passi già scritti: tu decidi, io protesto, levo la bandiera e marcio in corteo, così l’onore è salvo. La servitù si impone con la forza e l’ambiguo rapporto tra legalità e giustizia sociale ha sempre macchiato di sangue le pagine della storia. Chi guarda alle nostre radici, lo vede chiaro: uomini nati alla pace – chi direbbe Salvemini un violento? – decisero di “Non Mollare“. Ne venne fuori la sfida fatalmente armata – “non vinceremo subito, ma vinceremo” – che condusse Rosselli a Gualajara e il dittatore di turno a Piazzale Loreto. No, l’intervento non sarà asettico e indolore.

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Ci sono iniziative di lotta per la scuola e circolano inviti a riunioni che intendono far sentire “l’urlo della scuola”“. Non urleremo più forte della Val di Susa, temo, ma va bene, sì, riuniamoci e parliamo. Da tempo appare evidente che la “scuola militante”, debole e isolata, non riuscirà mai a modificare da sola la sua terribile condizione in un contesto di sconfitta generalizzata della democrazia, ma non c’è che fare: viva la scuola e pazienza se il resto va alla malora. Chi in questa scelta scorge i sintomi d’un male pernicioso, nuota controcorrente. C’è un che di non detto in questi giorni amari, un equivoco di fondo che ha mille ragioni d’essere, ma rischia di condurci all’ultimo atto di un tragedia annunciata. E’ vero, sul piano della forma, tranne qualche pesante scivolone, subito perdonato, il paragone con il precedente governo appare improponibile. La conseguenza immediata è sotto gli occhi di tutti: i “professori” tecnici governano col programma della Banca Centrale Europea. La vecchia politica è tutta lì. Discreditata quanto si vuole, ma stretta a quadrato attorno ai sedicenti “tecnici”: massacrare i pensionati e cancellare la pensione per i giovani è stato un gioco da ragazzi; per fucilare i diritti dei lavoratori non c’è voluto nemmeno il plotone d’esecuzione, Napolitano firma tutto, detta i tempi, chiede rapidità e, in quanto al resto, provvede Marchionne. Ancora pochi giorni, poi anche lo Statuto dei lavoratori finirà nella pattumiera, ma tutto fila liscio come l’olio. Se t’azzardi a parlare, qualcuno tira furi la foto impresentabile di Berlusconi e il gioco è fatto. A nessuno importa nulla se la banda che ci governava ieri mantiene in piedi la cricca che ci governa oggi, con l’aggiunta di una ex opposizione che regge il moccolo a Berlusconi e a Monti. Questi ministri son oro colato per le banche e gli speculatori internazionali, ma va bene così: chi prendeva uno stipendio o una pensione e pagava le tasse, è ormai derubato ogni giorno, ma continua a credere che pensione e stipendi glieli paghi Monti e non gli importa nulla dei giovani senza futuro e dei milioni di disoccupati. Basterebbe poco per capirlo, ma il Paese è accecato. Ci muoviamo in un contesto tragicamente semplice: un vero e proprio golpe consente di inserire nella Costituzione la parità del bilancio e un accordo tra i Paesi dell’Unione Europea affida il controllo della spesa pubblica a organismi non elettivi e assolutamente fuori dal controllo del Parlamento. Non c’è legge elettorale in grado di produrre domani una maggioranza bulgara, quantitativamente così numerosa come quella che oggi sostiene un governo che ha di fatto i poteri di un’Assemblea Costituente. Ciò che si decide oggi, non potremo sperare di cambiarlo domani col voto. Formalmente la repubblica democratica vive ancora, ma è vicina al coma irreversibile. Pochi mesi ancora, pochi giorni forse, poi Napolitano ne firmerà ufficialmente l’atto di morte.
Questo penso oggi con infinita mestizia, mentre ascolto i numerosi e valorosi difensori del governo e dei suoi ministri. Ci penso e l’amarezza mi conduce alle storie d’un tempo, recitate a soggetto da antichi scavalcamonti:

Narrano i cantastorie, che il ministro Vattelapesca, s’era fatto un nome come scaldapoltrone e viveva da osservatore strapagato. Un giorno, però, convinto di non essere ascoltato, per dimostrare che da ministro sapeva ben meritarsi lo stipendio, pensò di compiere finalmente un gesto politico significativo: “è uno schifo”, sibilò tagliente, parlando con un collega. Ce l’aveva coi deputati e nella cerchia ristretta di un’élite senza popolo si sarebbe guadagnato di certo il titolo di principe dei moralisti, se qualcuno, però, non l’avesse ascoltato. Ne nacque invece un immediato pandemonio, si scatenò nel totoschifo il qualunquismo e si accettarono scommesse su chi di tutti facesse veramente poi più schifo. Vattalepesca allora badò al sodo, mise da parte l’etica, difese la poltrona e lo stipendio e si scusò davvero prontamente: “lo schifo c’è, un ministro lo sa bene, però non deve dirlo, perciò domando scusa”.
Tutto tornò com’era, raccontano i cantastorie. Vattelapesca riprese a scaldar poltrone, facendo l’osservatore strapagato e i politici accusati di fare schifo non esitarano a tenere in vita il governo che li disprezzava, ma gli chiedeva un voto e si metteva alla pari, facendo così schifo come loro.
Chi di schifo ferisce, però, poi di schifo perisce, narrano i cantastorie, sicché un bel mattino il popolo schifato si sollevò indignato e mandò a gambe all’aria Vattelapesca, il governo e pure il Parlamento
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Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo 2012.

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Intervistato nel 1971, Nenni non ebbe dubbi: “Ho vi­sto crescere sotto i miei occhi ben tre generazioni, […] ora mi accingo a vedere quella dei miei pronipoti. Guardandoli penso: non so­no stati inutili questi decenni di lotta, oggi si sta tanto meglio di quanto si stesse ai tempi miei. Sì: la vita è infinitamente meno dura, oggi. Non c’è paragone col mondo in cui erano na­ti mio padre e mio nonno”.
La citazione è lunga, ma il sottosegretario Paolillo onnipresente ospite televisivo, pronto a metter mano allo Statuto dei Lavoratori, la merita; di socialisti straparla, ma pare ignorare ciò che pensava Nenni e quanto presto si capì che squilibri gravi e costosi si facevano strada, con il carico doloroso di nuove marginalità, nuovi stenti e un capitalismo animato dalle peggiori scelte ideologiche.
In termini assoluti il miglioramento c’era stato, lo coglievano gli anziani se ricordavano l’alimentazione da fame, di classe, uniforme e malaticcia del Sud e di rare terre del Nord; per il resto, era chiaro che sviluppo e spostamento nelle città creavano bisogni nuovi e non me­no immediati: la casa, anzitutto, poi i beni di consumo legati all’urbanizzazione e alla produzione come elettrodomestici, automobile e televisore. All’alba degli anni Settanta, De Rita, con una sintesi felice, spiegò che la domanda di beni sociali riconduceva a “bisogni collettivi”: casa, servizi, trasporti. In poche parole, diritti e democrazia. Quando si dice che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità è questo che si pone in discussione: diritti e democrazia. Una filosofia della storia e una storia di lotte, di costi e di sacrifici. Tutti a carico dei lavoratori, tutti contro una ottusa e statica modalità di intervento, che oggi trova il contraltare nella “dinamica” e disumana flessibilità. Sono i limiti del “miracolo economico”, non il tenore alto di vita dei lavoratori, il punto di frattura sociale ed economico da cui partire per capire la crisi e le soluzioni da ricercare. Le voci critiche – un economista non può ignorarlo – si fecero sentire, ma ebbero contro tragiche buffonate, come il governo Tambroni e il goffo tentativo di un gollismo tutto tecnocrazia autoritaria e potere di notabili, cui seguirono minacce di golpe del peggior capitalismo d’Occidente. Atterrita dall’autunno caldo e dall’esplosione della contestazione, la reazione puntò sin da allora alla creazione di un esercito di riserva. E’ in quegli anni – e a partire da quegli anni – che si discute di “età opulenta”, da quando il “miracolo economico” ci ha condotti a fare i conti con gli “occupati precari”. L’economia che non sa di storia e sociologia del lavoro può chinarsi alla bibbia liberista, ma non siamo nati ieri: Scalfari, disegnando una mappa del potere in Italia, nel settembre del ‘69 scriveva già di un Autunno del­la Repubblica. Preti parlò di Italia malata  nel ‘72, e La Caporetto economica di La Malfa risale al ‘74, quando Rosario Romeo parlava da tempo di “soluzione dei problemi del paese in chiave di riformismo demo­cratico nel quadro di una società libera […] con carattere alternativo […] al mero immobilismo conservatore”.
Il fantasma di un incompiuto “sviluppo europeo”, di una fragilità economica mai superata, di una moderniz­zazione insidiata dalla re­cessione non lo scopriamo ora. Sylos Labini nel ’75 fu chiarissimo: un terzo della popolazione era povero, ma gli facevano da contraltare due terzi in cima alla scala sociale: uno, quello medio, faceva da scudo al ceto medio-alto con un’aliquota che si arricchiva fortemente ed era chiusa e selezionata. Era lì che si produceva e si produce debito e si immiseriscono i ceti sottostanti. La linea riformista e, quindi, lo Statuto dei lavoratori, mediava il conflitto. Bene o male, è andata così sinora. Questo governo che spalleggia la “società opulenta” non salva l’Italia. Dimezza il peso e il valore della democrazia e riproduce un’atmosfera sociale “chiusa” da anni cinquanta. Si apre così una fase di scontro sociale che è il vero salto nel buio.

Uscito sul Manifesto il 7 gennaio 2012 col titolo Lo satuto dei lavoratori e i nipotini di Nenni

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– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò avvilito Francesco. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano date e generali, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che alla televisione una sera parlava dell’Asiento…
– L’Asiento? E cos’è? chiese Lucia incuriosita.
– Una parola che affascina, ma il significato è terribile. Si parlava dei grandi Stati, i “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Piano piano venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario che ognuno voleva tutto per sé. Tu ascoltavi e incontravi di tutto: sovrani, affaristi, magistrati, militari, ma non sentivi la sofferenza atroce di milioni di sventurati venduti come merce a questo o a quel padrone.
– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.
E su queste parole s’inceppò il discorso. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.
– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.
Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile confindustriale travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa gli sfruttatori: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! Urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco, lo so quanto vali!
Lucia sobbalzò.
– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!
La moglie era sbiancata a vederlo così esasperato e ora lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano giunte come in preghiera, s’erano mosse con l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazio alla tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non saper più smettere. E le tornava in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia, e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:
– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.
Di questa Waterloo dei sentimenti, non parlano mai gli esperti che rilasciano interviste. Eppure è così che accade: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri sono pieni di faccende che riguardano il prodotto interno lordo, i titoli, le oscillazioni delle borse, le importazioni e le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, dell’intimità di coppie sconvolte dalla miseria e di milioni di famiglie distrutte dai capricci del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
“Privilegiati”, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, dal piccolo schermo, col tono autorevole che gli veniva dalla sua triplice veste di avvocato, studioso e senatore. “Privilegiati“, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e la nausea gli si dipingeva sul viso largo e onesto.
– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano i padri e i figli.
Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.
– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.
Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.
– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni drl vapore, c’era la repubblica, ma si licenziava per primo chi dava fastidio. Non si diceva che era così, naturalmente, perché un motivo lo trovavi, ma si faceva. Negli anni Cinquanta ci sono stati quindicimila operai processati e sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre. E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Una legge, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo!
L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:
– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?
– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.
Per queste ricette miracolose il giuslavorista aveva collezionato premi, notorietà e prebende. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista aveva già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Una mano il professore forse l’aveva data, ma non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava pagare, come da anni, del resto, i lavoratori pagavano la scorta armata che proteggeva l’esperto.
L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:
– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?
– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te davvero ti sta facendo male questa maledetta situazione. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…
Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si accorgeva di quanto feroce fosse stata la vita.
Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.
– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Pietro, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…
– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:
– Pietro, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?
– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo. Col sindacato o contro il sindacato, dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…
Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Cgil e di Camera del Lavoro, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.
– In Parlamento, proseguiva Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.
– Che ha fatto nella vita?
– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in un lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.
– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici
– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese
Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.
– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…
– Tra me e te?
– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.
– Cercava una compagna… disponibile.
– Una puttana, dici?
– Pensava che tu ti vendessi.
– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.
– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…
Pietro, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:
– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.
Lucia fece appena in tempo a commetare:
– Non è una bella cosa, ma per forza ci vuole la scorta
Francesco la guardava come non capitava da tempo.
– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione
– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.
– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 dicembre 2011

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Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo “rosso” ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di “superiore disciplina”. Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente “sindacalismo” fascista, non negava l’idea di classe.
L’assumeva, anzi, la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo “concertativo” e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di “politica del fare”, tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante “autoritarismo democratico”. Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimazione nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.

Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre “lacrime e sangue” di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il Contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del “sindacato aziendale”.
Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una “Carta del Lavoro” e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso dà voce ad un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione “privilegiata”, non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia. A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata.
In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2011 e su “il Manifesto” il 3 luglio 2011

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