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Posts Tagged ‘Soviet’

la-banalit-del-male-5-638Quando i villaggi sui sette colli divennero “città-stato”, inglobarono terre confinanti e fecero i conti con i popoli entrati nel nuovo territorio, nacquero immediate questioni di diritti. Il padrone romano volle negare la cittadinanza, impedire la mescolanza di genti, difendere privilegi e imporre un’iniqua divisione della ricchezza. L’egoismo di classe nascose così interessi ignobili dietro la bandiera nobile della “civiltà dei patres” e trovò i suoi Salvini, i suoi Trump e le scorciatoie ideologiche di chi s’illude di impedire il corso della storia.
L’Islam non esisteva, è vero, ma la predica sull’islamismo e la pratica dell’espulsione era già nata.
L’egoismo e la cecità sono antichi come l’uomo ma non meno antica è la risposta delle classi discriminate e “inferiori”. Migliaia di anni fa, cinque secoli prima di Cristo, la plebe di Menenio Agrippa, che sull’Aventino incrocia le braccia, impone alla ferocia di un’antica Le Pen un immortale principio di civiltà: non c’è organo del corpo sociale che non abbia una sua insopprimibile funzione e non contribuisca alla salute dell’intero organismo, sicché chiunque pensi di poter metterne impunemente al bando una parte, condanna a morte gli altri e se stesso. Come sempre, i Trump e i Salvini, campioni di un’eterna purezza latina, incitano alla reazione e mettono mano alle armi. Pugnalare i Gracchi, però, non basta a fermare il corso della storia, che procede indifferente sui suoi binari . Molti secoli dopo i liberi Comuni dimostrano che non c’è alcun bisogno di poteri universali e invano Barbarossa riveste di menzogne universalistiche la fame di potere e la difesa dei privilegi feudali. L’imperatore muore, condannato all’inevitabile sconfitta, ma la lezione non basta e quando, in uno dei ricorrenti deliri della sedicente “civiltà occidentale”, complici le immancabili “grandi democrazie”, Hitler, un Tramp in formato tedesco, porta le sue armi assassine verso l’est degli odiati “Soviet”, Barbarossa dà il nome alla spedizione. Sappiamo tutti come finì.
Si potrebbe spiegare il mondo d’oggi così, seguendo il corso delle cose passate, perché in ogni momento di crisi è nato un Salvini, mentre è mancata talvolta la risposta unitaria della plebe. Bisogna dirlo: furono i liberi Comuni di Lodi, Pavia e Como a chiedere l’aiuto dell’Imperatore contro Milano, così come oggi questioni di consenso hanno spinto le pallide ombre di una agonizzante sinistra a dar man forte ai Salvini.
Basta guardarsi attorno per capire. L’allarme per l’ennesimo pericolo islamico non è che la fotocopia della pazzia che agitò l’Europa ai tempi del complotto pluto-giudaico-massonico. E chi grida al lupo? I complici del massacro palestinese, gli alleati di Erdogan, un macellaio della razza dei Mussolini, i soci in affari dei dittatori del pianeta. Sono questi lestofanti i crociati della “civiltà superiore”. Di quale civiltà parliamo non è difficile capire e non occorre scomodare l’etnocidio dei popoli del nuovo mondo, non occorre ricordare i milioni di maghi e streghe bruciati vivi o l’indice dei libri proibiti. La civiltà che difende Salvini è quella di Abu Ghraib e Guantanamo, della pena di morte, del Ku Klux Klan, e delle prigioni piene zeppe di bianchi poveri e miserabili immigrati, la civiltà dell’Euro, della Grecia colonizzata e del Mediterraneo trasformato in cimitero.
La verità è sotto gli occhi di tutti: non s’è ancora ripulita l’aria dal fumo dei camini nazisti e già si sente il tanfo di nuovi genocidi, già si vedono ombre terrificanti di muri rinforzati dal filo spinato. Non c’è da farsi illusioni: tutto questo finirà, ma la banalità del male non si cancella e pagheremo prezzi altissimi. Tuttavia, prima saremo capaci di costruire vie alternative a questa nuova e terribile saga dei Nibelunghi e meglio sarà; una cosa occorre sia chiara, però: le mezze misure possono avere una funzione tattica, ma non hanno respiro. Non è più tempo di compromessi. E’ tempo di riprendere la via dell’Aventino.

Fuoriregistro e Agoravox, 25 febbraio 2017

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Dich indip USASembrerà un paradosso, ma è saggezza politica: finché non fu in grado di realizzare i suoi progetti politici senza il contributo dei poteri periferici – sia feudali, che cittadini – fu il sovrano a sollecitare la partecipazione alla sua attività di governo delle componenti sociali più rilevanti. Privo di efficaci strumenti amministrativi, cercava il consenso di assemblee controllabili che ne avallassero le scelte senza esigere la condivisione di un potere realmente esercitato. Com’è naturale, però, le assemblee rifiutavano ruoli di supplenza del «consilium regni» e chiedevano una istituzionalizzazione della propria presenza politica.
La dialettica tra potere centrale e poteri periferici si configurò così come processo dinamico, da cui nasceva una complessa trama di rapporti tra forze diverse, che tenevano assieme il corpo centrale dello Stato e le sue articolazioni periferiche. Di fatto, i poteri periferici, che esprimevano interessi diversi tra loro, esercitavano un reciproco controllo e una funzione equilibratrice. Naturalmente, più il potere centrale contava su basi sociali autonome e potenti, più deboli erano le assemblee e più arretrata la realtà politica. Se il sovrano poteva agevolmente sfruttare i contrasti interni ai poteri periferici – difficili relazioni tra città e contado, rapporti tesi tra feudatari e autonomie cittadine – la logica dal «divide et impera» causava una destabilizzante frammentazione politica.
A ben vedere, quindi, la “governabilità” non solo non era – e di fatto non è – figlia unica del rafforzamento del potere centrale, ma l’indebolimento delle autonomie periferiche creava squilibri che intralciavano il «buon governo». Spesso, anzi, l’esagerata ricerca di «governabilità» era ed è sintomo di una patologia del potere, che difende interessi particolari e minoritari, a scapito dei reali bisogni collettivi. Vitale, quindi, per la fisiologia della vita politica, era ed è l’equilibrio delicato tra i poteri periferici e quello centrale e la «governabilità» si fa«valore» e agevola il «buon governo» solo se la forza del potere nasce dal confronto con assemblee forti di un’ampia rappresentanza.
La storia delle assemblee dimostra che più esse sono rappresentative della complessa realtà sociale, più articolata è la base di consenso e più efficace l’azione di governo. E’ il moltiplicarsi dei ruoli di «garanzia» nel «cursus honorum» degli uomini di governo affiancati al Senato a fare grande quella Roma repubblicana, che l’Impero conduce alla rovina, allorché, ridotto il Senato a un ornamento, la forza delle legioni svanisce perché non si trova più chi difenda uno Stato che non lo rappresenta.
Con l’Età Moderna, quando la bilancia pende dalla parte di chi governa e le assemblee si riducono a salotti di «ambasciatori» di questa o quella entità politica autonoma, in cui non conta l’importanza dei problemi, ma il «peso» di chi difende un interesse, lo scontro coi popoli si fa spesso violento. Val la pena di ricordare a Renzi – ma anche l’Europa farebbe bene a riflettere – che quando il potere centrale pone al centro della vita politica la «governabilità» a scapito della rappresentanza e spaccia per «modernizzazione» l’autoritarismo, s’apre la via per la rivoluzione. L’inglese Carlo I Stuart, travolto dalla «Gloriosa Rivoluzione», la questione della rappresentanza che spinge alla ribellione i coloni americani al grido di «no taxation without representation», sono modelli classici nelle storia della borghesia. Ed è sintomatico che l’animo degli americani non si infiamma, come spesso si crede, per l’eccesso di tassazione, ma per la richiesta ignorata di eleggere rappresentanti nel Parlamento di Londra. Lungo sarebbe l’elenco delle rivoluzioni nate dalla rivendicazione di una reale partecipazione, ma anche Renzi saprà che fu la rivoluzione a sancire la superiorità del modello fondato sulla rappresentanza: così accadde negli Usa, così nella Francia dei sanculotti e persino nella Russia del 1917, dove l’inascoltata richiesta di convocare un’assemblea rappresentativa dell’intera società zarista, espressa dai rivoluzionari all’alba del Novecento, trovò risposta nei «Soviet», che diedero rappresentanza ai ceti subalterni. Ragione non ultima della partecipazione popolare alla rivoluzione bolscevica.
Oggi sappiamo che quanto più forte l’accento cade sul tema della governabilità, tanto più s’intende tutelare i privilegi di classe e garantire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sappiamo anche che più pesante è stato il pugno calato sull’equilibrio dei poteri, più violenta è risultata storicamente la mortificazione di diritti umani, civili, politici e sociali e più spazio s’è aperto per la rivoluzione che, nel delirio liberista, è diventata la grande assente della vicenda storica. E strano, ma significativo – e fa temere una violenta burrasca – il fatto che proprio la borghesia cancelli dall’orizzonte politico la via rivoluzionaria e pretenda di leggere la storia come fosse un traballante treppiedi privo di una gamba: conservatori e progressisti, senza ombra di rivoluzionari. Eppure spesso sono stati proprio questi ultimi a scrivere pagine decisive per la vicenda umana e nessuno dovrebbe saperlo meglio di quella borghesia che, giunta al potere per la via rivoluzionaria, l’ha poi conservato grazie ai Parlamenti. Quei Parlamenti che oggi, con colpevole miopia, sono sacrificati a governi autoritari che battono in breccia la geniale creatura di Montesquieu. E’ vero, si può essere riformisti in mille modi ma non sarà male chiederselo: quante rivoluzioni sono figlie legittime di riforme concepite per negare diritti? Quanti decisivi progressi si sono affermati con la forza, quando la ragione è stata messa a tacere e hanno fatto giustizia di un’ingiustizia che non badava più alle ragioni dei popoli?

Uscito su Fuoriregistro il 13 agosto 2014 e sul Manifesto il 22 agosto 2014, col titolo Il sovrano e l’assemblea, una vecchia storia, e su MenteCritica il 29 agosto 2014.

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In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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