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Posts Tagged ‘Siria’

libero-islamiciOra lo so. Se una bomba islamica mi ammazzerà a Parigi assieme a qualche altro sventurato, diventerò un martire. La gente indosserà una bandiera francese, accenderà lumini e canterà la marsigliese; Belpietro invocherà la vendetta e Bruno Vespa racconterà commosso la mia storia: era un vecchio studioso, amante della democrazia.
Se invece una bomba francese mi farà fuori in Siria, assieme a donne, vecchi e bambini arabi, nessuno indosserà bandiere. Non mi porteranno lumini, non si canterà la marsigliese e Bruno Vespa non racconterà la mia storia. Solo Belpietro si occuperà di me e titolerà: “così impari, infame traditore, amico dei bastardi islamici”.
Oggi, al presidio, non andrò per rispondere a Parigi che chiama dopo il macello francese. Sono cittadino del mondo, risponderò al richiamo di tutti gli oppressi e ci andrò per i morti innocenti ammazzati dall’imperialismo. Tutti. Nessuno escluso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox il 16 novembre 2015

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slide_3Sto cercando di tirare le somme e valutare se i miei duecento antifascisti dimenticati che fecero le Quattro Giornate meritano di essere raccontati; soprattutto mi sto interrogando: te la senti di mettere penna su carta e cominciare? Non sarà fatica di poco conto.
Il mondo ovviamente corre e non aspetta me. Ci mancherebbe. A Napoli prima si è deciso di organizzare una manifestazione nazionale contro la guerra e poi ci si è riusciti. Nunc est bibendum, mi sono detto, benché da quasi trent’anni son diventato santo e non bevo più. Come accade però sempre più spesso, anche su questo tema prima ci sono state discussioni e poi i dissensi sono degenerati. Così funziona da tempo ormai e non s’è ancora spenta l’eco dei litigi per la faccenda greca. Alla manifestazione c’è stato chi ha spinto e chi è stato spinto, chi ha allontanato dal corteo e chi è stato allontanato e ora c’è chi la racconta cotta e chi cruda e siamo tutti fascisti. Tu per lui, lui per te e tutti contro tutti.
Io non c’ero. Ero a Roma da mio figlio che vedo molto raramente, ma se ci fossi stato mi sarei sentito come un pesce fuori dall’acqua. Anche questo accade da tempo ormai. In questi giorni ho scoperto che, chiunque parli di Siria, il più ignorante della compagnia sono io. Ho scoperto anche che devo stare attento a ciò che dico, perché basta una sfumatura e subito c’è chi pensa che, quando nessuno mi vede naturalmente, metto una sciarpa littoria e mi pavoneggio. Succedeva così anche quando ero giovane e si discuteva tra stalinisti, autonomi, trotzkisti e compagnia cantante.
Non ho difficoltà a riconoscerlo: come di centomila altre faccende, sulla Siria non ho informazioni sicure e stento a capire che accada davvero da quelle parti. Di conseguenza, faccio fatica a dire la mia. Non mi fido dei giornali e delle televisioni e non riesco a verificare le centomila notizie giornaliere e le reciproche accuse tra le parti che la gente mi posta su facebook. Non scherzo, lo giuro solennemente: vorrei avere almeno una delle certezze che dimostrano di avere tutti quelli che inondano la mia bacheca, sostenendo tutto e il contrario di tutto. Tutti quelli che mi spiegano quotidianamente che Assad è un governante lungimirante e la Siria un modello di tolleranza. Per quello che ne so, la Siria è governata da un dittatore e sono in molti a volerlo morto. Per carità, lo so, questo non basta a schierarsi e alla fine non sono del tutto scemo: mi ricordo bene ciò che è accaduto in Irak, in Libia e in mille altre parti del mondo. Me lo ricordo e ho anche scritto più volte in questi anni che i paesi capitalisti, di qualunque religione e credo politico, sono una piaga per l’umanità. Questo però mi pare sufficiente per convincermi a schierarmi contro UE, USA, Russia e Israele e cialtroni col turbante, ma non basta a farmi indossare una maglietta con la faccia di Assad. Sono un ignorante che è in grado di elaborare solo pensieri semplici.
Di una cosa sono sicuro e non cambio idea: non sto con chi bombarda la Siria per attaccare Assad, non sto con chi la bombarda per difenderlo e non sto nemmeno con i piloti dei suoi bombardieri. Tutti – lui, i suoi difensori e i suoi nemici – stanno ammazzando tantissima povera gente inerme. Gente che mi fa una pena immensa.
Nella mia ignoranza, semplice fino al semplicismo, trovo incomprensibile che si dica di non volere la guerra e poi si scelga di stare dalla parte di uno che la fa.

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Per carità, nessuna maliziosa discendenza. Giulio Terzi non c’entra nulla con quel criminale di Giulio Secondo, il “papa guerriero e terribile” di un’Italia che fu “non donna di provincie ma bordello“, ma non c’entra niente nemmeno con le aspitazioni politiche della sventurata Italia contemporanea, che vuole abolire le provincie e rimaner bordello. Se si fosse votato, nessuno l’avrebbe voluto, ma guida la Farnesina, è ministro degli Affari Esteri nel governo Napolitano e s’è messo in testa di far guerra alla Siria.  Che dire? Non so se Giulio Terzi, marchese, conte, barone, cavaliere del Sacro Romano Impero e signore feudale di Sant’Agata, abbia figli maschi. Mi attendo da lui, però, che sia pronto ad invitare tutti i membri della sua famiglia in grado di metter mano alle armi ad arruolarsi per primi, soldati per la guerrra che l’imperiale cavaliere intende fare.

Sono curioso. Sarei lieto di sapere se nelle molte guerre in cui ci hanno cacciato lui e i suoi compari, ha mai indossato una divisa e affrontato un nemico, il cavaliere Terzi; mi piacerebbe sapere da lui, che con l’Afghanistan c’è entrato molto, se la notte riposa tranquillo, sapendo che la guerra è illegale, la Costituzione la vieta e sulla coscienza di chi l’ha voluta pesa un enorme numero di vittime innocenti. L’eroico nobiluomo saprà certamente che, grazie alla sua guerra, negli Usa, tra i soldati, quest’anno si è registrato finora un sucidio al giorno. E saprà anche da dove tirar fuori i quattrini per la sua guerra, lui, ministro di un governo che ogni giorno piange miseria e rapina la povera gente.

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Parlando di lavoro in anni non sospetti, Pietro Ichino l’ha scritto con onestà che va riconosciuta: “la sicurezza è un bene della vita”. Subito dopo, però, chiamato all’ordine dal feticcio che adora – dio ci scampi dall’integralismo degli economisti! – e sentendo sulla coscienza l’intollerabile peso dell’eresia, come ogni credente peccatore, cosparso il capo di cenere, s’è presentato a Canossa, precisando: “Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.

Proprio così: rifiutarsi. Come se al giorno d’oggi, cococorizzati, flessibili e precari, come li han voluti la scienza di Treu e di Biagi e il singolare concerto di padroni, politici e grandi sindacati, i giovani potessero dire un sì o un no ed essere ascoltati. Ichino, Giavazzi, Alesino e compagni, presi da ben altri pensieri, non se ne sono accorti, ma i giovani i loro no li dicono da tempo; ovunque, tuttavia, a Roma come a Madrid, a Tunisi come in Siria, ognuno a suo modo, con le nobili forme liberali e quelle ignobili delle dittature che i liberali tengono in piedi, ovunque la sapienza politica del mercato ha dato l’unica risposta che conosce, quando le formule fanno bancarotta e la fame si fa sentire: repressione. Di questo Ichino non si occupa. Altri hanno il compito di por rimedio ai danni prodotti dalle sue teorie; maialino ben pasciuto e sazio, lui chiama a raccolta i benpensanti, gridando al teppismo”, o pretenda la scorta perché si sa: chi protesta è di norma un… terrorista.

Il fatto è che più gli economisti borghesi fanno le loro analisi, più il loro “mercato” si rivela un tragico “Monopoli”, in cui le previsioni puntualmente sbagliate di Giavazzi e le correzioni rovinose di Alesino mettono in gioco la vita della gente. E’ vero. Tutto può avere logica economica – ce l’aveva persino la pelle d’ebreo, usata per costruire paralumi – ma non ci sono dubbi: se non la governano una filosofia della storia e un sistema di riferimento fondato sui diritti e sulla solidarietà, la legge del mercato ha esiti aberranti. Gli studi di Gotz Aly e Susanne Heim l’hanno dimostrato: anche l’olocausto ebbe ragioni economiche. Ichino ha certamente ragione: “La sicurezza è un bene della vita”. E’ disumano, però, fa dubitare della buona fede e chiama alla mente i paralume degli ebrei, quando, correggendo se stesso, riprende la solfa del mercato e sostiene che il “problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo.

Nel lucido delirio delle formule su cui si fonda l’analisi di mercato, non esistono uomini e costi umani. Il pianeta è un deserto. C’è un mercato senza mercanti, c’è un prodotto e non ci sono i produttori. Tutto si sacrifica a un astratto fine economico e per il resto vada come vada. E’ la logica di Mussolini che il 10 giungo del ’40 delirava: occorrono alcune migliaia di morti per sedersi da vincitori al tavolo della pace. Preso da quest’idea religiosa del mercato, come Ichino parla di lavoro e ignora i lavoratori, cosi Giavazzi, in trance, vede davanti a sé uno scenario astratto, tutto banche, Tesoro, e Federal Reserve. Questo vede e non s’accorge del macello di sogni, di speranze e vite umane travolte e spente. Tre anni fa, nel settembre 2008, quando i media prezzolati ridussero la tragedia di Lehman Brothers a un via vai di tranquilli impiegati che portavano a casa scatoloni di carta e un licenziamento, Giavazzi scrisse un’apologia del fallimento deciso dall’infallibile mercato: Ieri, sostenne, preso da irrefrenabili contrazioni di piacere “è stata una buona giornata per il capitalismo”. Così: una buona giornata. E si lanciò in un elogio adornate del Tesoro USA che, a suo modo di vedere “con grande coraggio […] ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d’investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire”. Il mercato per Giavazzi aveva capito tutto e subito. Lo Stato non era intervenuto più di tanto, liquidi in circolazione ce n’erano ad abudantiam, e di che preoccuparsi? Quando c’è un problema, ci pensa il mercato. E’ come dire la provvidenza divina. Per Giavazzi il settembre del 2008 era “una svolta importante, la vittoria del mercato. Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti è la prova che il capitalismo è finito.” Oggi sappiamo come sono andate effettivamente le cose: “E’ stata una buona giornata per il capitalismo”. ma le giovani generazioni non hanno futuro e l’intero pianeta s’è imbarbarito.

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