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Sotto gli occhi di tutti, Draghi e Trichet dettano, Tremonti scrive e legge in Consiglio dei Ministri, Berlusconi ci mette la faccia che non ha, il ricatto targato SIM, Stato Internazionale delle Multinazionali della Finanza – più o meno il “delirio” di Curcio, – passa alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni con la benedizione del presidente della nuova Repubblica Sociale. La povera gente? A quella non resta scelta: rischiare di farsi massacrare dalla forza armata – non è questa la via obbligata? – o farsi massacrare certamente e senza scampo dalla socializzazione delle perdite causate dai sanguisuga della Finanza e pagare la barca di debiti contratta da una manica di cialtroni che prima inocula il virus e poi prescrive l’antibiotico. 

Due inetti, due servi, due banchieri centrali europei, pagati per difenderci dalla speculazione, dopo anni di sonno profondo e chiacchiere sull’età dell’oro del postcomunismo e sulle taumaturgiche, terapeutiche e infallibili virtù del mercato libero, dal 2008 dettano il passo alla vita dei lavoratori: “unò, dué, unò dué, unò dué! In marcia, poltroni!

Ieri conoscevano a memoria il libero mercato, oggi giurano sulla necessità che sia lo Stato a ripianare i fallimenti privati coi soldi pubblici. Questa scienza economica che sa di marioleria, questo capitale da rapina che sa di golpe, questa banda del buco che ha svaligiato i forzieri, ora mette mano alle vite di chi non c’entra nulla. Colata a picco la Borsa, la banda punta ora un’arma alla schiena del lavoratore: pensione e salario in cambio della vita. Questa è la “scienza nuova“ dell’economia borghese: rigorosamente privato il profitto, militarmente socializzate le perdite.

Si gioca con le parole. Va di moda il default, s’impazzisce per lo spread, il rating impazza e non c’è chi non chiuda la triste giornata senza un pensiero riverente alla riapertura delle borse e alle scelte dell’Eurotown. Tutto procede così velocemente che presto l’attenta Gelmini ammodernerà la riforma con un’ora settimanale di Religione economica. Mentre la barca affonda e mancano i salvagente, in tutta l’Europa “civile” i padroni che Trichet mette in salvo sull’Arca della Bicciè, guardano divertiti il diluvio e la tragica fine della povera gente impreparata, che non ha ancora trovato un Noè. Nel secolo della vantata fine delle ideologie, un principio ideologico insensato, una furia crociata, un nuovo e cieco integralismo, decidono della sorte di miliardi di persone: “Io sono il mercato, Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me”.

Privatizzare è la parola d’ordine e l’obiettivo finale è la privatizzazione della vita umana. C’è un principio di vita? Il mercato l’acquista a prezzi stracciati e poi vende l’uomo-merce al miglior offerente. Il 2013 è un anno importante: pareggeremo il bilancio. E’ l’unica parità possibile. Di parità tra gli uomini nessuno parla più e chi s’azzarda a farvi cenno è un vero terrorista. Pari sono i padroni. Ciò che rimane è solo profitto.  

Abbiamo sbagliato a gridare al fascismo. Sbagliato molto. E ancora ci mancano strumenti di lettura adeguati. In più – e questo è il peggio – tanti, tantissimi tra noi, cercano soluzioni nelle “storiche dottrine”. Tra noi, reperti archeologici del Novecento, scorie pericolose dell’equilibrio del terrore atomico, umilmente però si può nutrire qualche dubbio e, fatte le debite eccezioni, registrare un pauroso deficit di capacità critica e un rifiuto di guardare le cose per quello che sono. Dopo una serie di sconfitte epocali che non abbiamo provato a spiegare, il “Manifesto” del nuovo ‘48 agita ancora uno spettro e ci ammonisce: “c’è un fantasma che si aggira…”. Il fatto è, però, che, dopo 160 anni, non si tratta di rivoluzione proletaria, ma di una pericolosissima reazione capitalistica. Forse sì, forse è una convulsione estrema e i padroni sono alla canna del gas, ma non c’è da farsi illusioni: tenteranno di farci morire della loro stessa morte e potrebbero riuscirci. Com’è andata non so; forse leggono Marx alla rovescia e capiscono prima e meglio di noi, forse c’è qualcosa che non va nella teoria, ma noi? Noi abbiamo provato a spiegare dov’è che s’è sbagliato? Noi siamo certi di sapere dov’è che il giocattolo s’è rotto? Sono ancora in tanti quelli che pensano di poter uscire da questo evidente e inspiegato rovescio per le vie ordinarie. Io nutro più di un dubbio.

Ho seguito per un po’ la vicenda islandese. Lo so, un piccolo Paese, un altro mondo, altre condizioni… E però il piccolo Paese la sua piccola rivoluzione l’ha fatta, la gente s’è ribellata e ha scelto la sua via: non socializza le perdite e sta meglio. Paga chi ha di che vivere, hanno detto, e – ciò che più conta – hanno mandato a frasi fottere la banda del buco: BCE, UE, FMI e soci. Lo so, i nostri economisti ci spiegano che così ci affamano. Io vorrei sapere chi affamano. I cassintegrati, i disoccupati, i clandestini di Nardò, quelli che muoiono nel Mediterraneo, i giovani senza futuro? Ma come fanno? Di fame non si muore due volte. E allora? Penso che di voti e referendum ci stiamo suicidando. Penso che occorrano strumenti teorici e il massimo di unità possibile. Occorre disegnare e proporre un modello di società diverso per costruire alleanze internazionali e cambiare rapporti di forza e di potere. Contemporaneamente, credo che occorrano nuovi e concreti strumenti di lotta. E dico di più: assieme alla ricerca d’una via politica, occorre organizzare una guerriglia. Chi aspetta il regime che verrà, attenderà in eterno. Il regime c’è già e non è nemmeno un problema locale. C’è e noi siamo spalle al muro. Pochi passi ancora in questa direzione, poi l’incendio esplode. Teniamoci pronti. Occorrerà badare ai pompieri.

Uscito su “Onda Libera” il 9 agosto 2011

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Un tempo carnevale era il cosmopolitismo e la partecipazione collettiva del mondo greco ai riti per Dioniso, o il gioco orgiastico dei Saturnali latini che simulava la sovversione dell’ordine sociale. Il punto politico, però, era chiaro: il carattere rituale della festa cancellava la connotazione di “classe” e – lo sapevano tutti – piuttosto che aprire, carnevale chiudeva lo scontro sociale. Di bello ci rimane il gioco delle parti, l’illusione dell’emancipazione dalle regole e del ribaltamento di ruoli e gerarchie. Una “finzione felice” che dissolve il potere nella caricatura, come voleva l’antica, feroce saggezza d’una società piramidale e classista, fondata sul sangue e sul censo, che concedeva divertita agli emarginati l’effimero e innocuo piacere del cambiamento.

Lontani dal significato reale di quello che va in scena, noi ci divertiamo: Venezia mostra dame mascherate, lustrini e cicisbei vanesi con parrucche incipriate, Acireale muove i suoi carri di cartapesta e cartone romano, coi fiori, le luci e la forza dell’acqua che dà il movimento, Tricarico se la gode con le antichissime “scaramucce” tra le maschere variopinte dei tori e delle mucche. Da un po’ il carnevale, a Napoli, lo fanno le “occupazioni” dei “bravi ragazzi fascisti” che odiano il SIM, lo “Stato Imperialista delle Multinazionali”, e senza saperlo, sposano così le tesi delle Brigate Rosse, attaccano la Charitas che, a sentirli, alimenta la guerra dei poveri favorendo gli immigrati, sognano l’autarchia e il ritorno alla geopolitica degli “anni Trenta”, con le “cannoniere” in rotta dal Mediterraneo all’Oceano Indiano.

E’ solo un carnevale, un garbuglio cristiano che ha radici pagane e natura quasi “animale”, però stiamo attenti a non ribaltare l’antica logica e a non assegnare alla caricatura il valore della realtà. I quattro gatti emersi dal buio del passato non sono la causa, ma la conseguenza di un problema e ci farebbe certamente male seguire la tentazione di sciogliere il nodo inscenando un contro-carnevale fatto di “bella ciao”, di antifascismo messo in campo nei giorni comandati e dello scontro coi celerini come rito sacrificale e mimo di un Saturnale; la sconfitta della sinistra è anzitutto culturale e non sarà una maschera a cambiare la realtà. Se ancora sappiamo leggere e far di conto, su un dato possiamo convenire: dove si crea un vuoto di progettualità politica, là fatalmente s’infila chi un programma ce l’ha. Conta davvero poco se dietro la finzione del “fascismo del terzo millennio”, dietro un “sansepolcrismo” da rigattiere, si coglie il ghigno del “fascismo vero”, col razzismo, l’omofobia, il disprezzo per la donna e tutto il fango che ci va annegando. Napoli è un ideale banco di prova e una sede particolarmente adatta ad un laboratorio politico in cui sperimentare la nuova e più barbara concezione della vita che a tratti balena a livelli ben più alti di Casa Pound, che, per suo conto, vale quanto s’è visto dietro la maschera gettata a Piazza Navona. Una concezione della vita che trova consensi crescenti nella disgregazione sociale di cui le classi dirigenti, il governo col suo leader e parte dell’opposizione sono la naturale e logica espressione. Chi pensa di uscire dal tunnel senza una profonda riflessione politica, faccia pure a botte con la polizia, e saggi le forze in vista dell’assalto al manipolo fascista: le destre non attendono altro, mentre il veleno leghista e il virus del populismo infettano il corpo sociale e il vuoto politico prodotto dall’inerzia della sinistra, offre spazi impensati alla reazione. Nulla di meglio per alimentare l’offensiva battente che l’ala più retriva della borghesia ha sferrato da tempo per cancellare i valori dell’antifascismo e i diritti dei lavoratori. Una sinistra schiettamente alternativa avrebbe ben altro da mettere in campo ed è evidente: il rinascente fascismo uscirà battuto nel Paese solo se gli sapremo fare attorno la terra bruciata. O si parte dal basso e si torna a parlare alla gente, o non c’è dubbio: la partita è persa. E non basteranno gli slogan d’un antifascismo che non sia progetto politico e pratica collettiva quotidiana; non basterà correre a destra e a manca, ovunque nasca un’emergenza, per prendere “eroicamente” la manganellata di prammatica o la denuncia di rito. Certo, dietro tutto questo c’è lo sfascio della sinistra organizzata in partito, ma si vede anche – pesa terribilmente e occorre avere l’animo di dirlo – un contrasto sociale sclerotizzato e frantumato in mille rivoli, che non cerca la sintesi, non sa più riflettere sulle cause delle sconfitte, non si studia di saldare le diverse realtà di lotta che rappresentano i mille rovesci di un unico problema. C’è gente che apre la via, gente che stenta ma esiste, dai precari della scuola, a chi si batte per i “beni comuni”, ai lavoratori delle mille aziende “vaporizzate”; il fronte è forte ma spezzettato. Saldiamolo, lavoriamo per questo, e il neofascismo ripiegherà di corsa nelle fogne da cui è riemerso.

Carlo Rosselli, un antifascista che pose mano alle armi e pagò l’impegno e il coraggio con la vita, spezzata a tradimento da un pugnale fascista, ci ha insegnato che la retorica delle bandiere e degli slogan non serve a nulla. Lasciamo il suo carnevale a Casa Pound e costruiamo un percorso di lotta, parliamo alla gente dei problemi che vive e conosce e non ci sono dubbi, anche stavolta Rosselli avrà ragione: non vinceremo subito, ma vinceremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 ottobre del 2009 e su “Report On Line” il 3 ottobre 2009.

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