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Canto Libre, 4 febbraio 2018

 

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Luigi Parente, in Giornale di Storia Contemporanea, n. 2 dic 2010

Leggere, spiegare interpretare la storia:
ogni nuova lettura è infatti una nuova costruzione,
una riscoperta del passato ad uso del presente

Michael Walzer, Esodo e rivoluzione, 1985

Di certo si ripete un banale truismo quando si dice che è il presente con l’insieme dei suoi problemi politici e sociali a spingere lo storico a interessarsi di un dato tema, così da concludere che in ultima istanza ogni movimento storico risulta contemporaneo. Nessuno meglio di Marc Bloch, tra gli storici del XX secolo, ha insistito sull’indissolubilità del legame passato-presente per fare storia, ed è altrettanto significativo che su questo nodo egli s’interrogasse nei mesi precedenti la sua fucilazione ad opera delle truppe naziste avvenuta alle porte di Lione, nella primavera del 1944. Antifascismo popolareMi sembra questa la premessa d’obbligo dal momento che è la crisi del modello democratico occidentale che stiamo vivendo, unita alla deriva populistico-autoritaria dei governi di centro-destra del nostro Paese, il focus storico e ideologico del recente, interessante saggio che Giuseppe Aragno ha dedicato all’antifascismo popolare a Napoli (Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, manifesto libri, Roma, 2009)1. Ed è ancora una volta il pensiero di Bloch – “L’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato. Forse però non è meno vano affaticarsi a comprendere il passato, ove nulla si sappia del presente”2, a sollecitare un corretto approccio d’analisi per un tema di così aperta attualità, nonostante i non pochi tentativi contrari messi in campo dal revisionismo storico negli ultimi anni.
Parlare quindi dell’antifascismo della città di Benedetto Croce, il riconosciuto capofila dell’antifascismo “morale”, la cui “religione della libertà” portò – come è noto – più di una generazione di lettori delle sue opere alla scelta della lotta armata contro la dittatura significa fare i conti oltre che con la storiografia contemporanea con il dibattito che considera questo tema ormai obsoleto.
Finora la letteratura dell’antifascismo napoletano – è risaputo – si è polarizzata essenzialmente su due filoni di ricerca. Da una parte ha analizzato il mondo dell’intellighenzia che vedeva muoversi intorno allo stesso Croce personaggi della cultura come Adolfo Omodeo, Roberto Bracco, Francesco Flora e altri, tutti in fondo riconducibili alla lezione dell’idealismo storicista; dall’altra il mondo del lavoro d’area comunista sta, cui si rifacevano nei primi anni Trenta del secolo scorso i “giovani” intellettuali Emilio Sereni, Manlio Rossi Doria, Giorgio Amendola. Decisamente altro invece è l’obiettivo di Antifascismo popolare: nessuna concessione alla “storia dall’alto” né tantomeno a quella dei leader dei partiti, dal momento che l’attenzione dell’Autore è rivolta alla soggettività dei militanti e al complesso definirsi e manifestarsi dell’antagonismo dei “sovversivi”, non limitato infine alla sola area comunista. In una parola, sono le “storie di vita” ricostruite dall’onnipotente polizia di Arturo Bocchini a fare la storia dell’antifascismo, da cui muove Aragno nel ripercorrere il difficile e sofferto “viaggio” delle idee e delle e delle azioni di uomini e donne contro il totalitarismo in un saggio originale che si colloca perciò ai massimi livelli della storiografia contemporanea. A questo punto, se un riferimento si deve fare, il richiamo obbligato non può che essere al lavoro di Danilo Montaldi e che cosa ha significato l’ “osservazione partecipe” che lo studioso cremonese ha messo in piedi nella ricostruzione del movimento socialista italiano tra Ottocento e Novecento nelle sue molteplici espressioni e derivazioni, a cominciare ovviamente dal riconoscimento dell’importanza avuta dal rimosso anarchismo3. Tornerò dopo sull’aspetto specificamente metodologico-storiografico e sugli interrogativi che il saggio di Aragno sollecita, mentre ora mi sembra opportuno fare alcune considerazioni di ordine politico generale per contestualizzare il tema affrontato.
Il punto di partenza di Antifascismo popolare è in diretta connessione con il ciclo storico e politico degli ultimi venti anni, l’origine cioè della crisi attuale. Il periodo che ha visto implodere in campo internazionale, nel 1991, l’Urss e il “socialismo reale” mentre in Italia la vittoria del liberismo portava al potere, nel 1994, il primo governo Berlusconi, espressione di un reazionarismo populistico sintesi della collaborazione dei partiti dell’estrema destra, tra cui Alleanza Nazionale e la Lega Nord. In contem-poranea si assisteva alla scomparsa del Pci, il più forte partito comunista d’Occidente protagonista di “storiche” conquiste politiche e sindacali dell’ultimo mezzo secolo, a favore di una nuova formazione partitica d’impostazione democratica che tagliava però di netto con la tradizione del movimento operaio e la cultura di sinistra. Una tale pratica politica ovviamente si accompagnava a livello ideologico con un revisionismo storiografico sia di destra che di sinistra che considerava il fascismo e il comunismo due utopie tragiche e speculari del Novecento …
Per quanto concerne propriamente l’antifascismo italiano, il riferimento polemico di Aragno anche se appena richiamato è il fortunato pamphlet di Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo4, eccessivamente esaltato e pour cause dalla sinistra nostrana, dal momento che non si può tralasciare di ricordare che lo storico torinese è rimasto vittima dello stesso schematismo revisionistico che voleva combattere. Se il fascismo è definitivamente morto da anni e non se ne vede ormai ombra alcuna – è questa la tesi di Luzzatto – l’antifascismo quindi, privo di avversari, rappresenta un pugile suonato, prigioniero com’è di un’anacronistica coazione a ripetere. In Italia poi, egli precisa, “non vi è stato antifascismo senza il contributo decisivo del comunismo”; ora “è vero che il comunismo è finito male. Come stupirsi, allora, se la fine dell’uno ha accelerato l’agonia dell’altro?”5. Circa i partigiani sopravvissuti, la conc1usione è ancora più obbligata: “L’ombra del comunismo, con il suo carico enorme di sofferenze e di atrocità, si allunga su questi vecchi […] fino a farli apparire improbabili come campioni di moralità e maestri di democrazia”6. Caduto infine il muro di Berlino, è morto anche il comunismo, ed allora per il nipotino italiano di Nolte anche l’antifascismo muore per inedia mentre la generazione che lo ha vissuto si esaurisce per legge naturale …
Si sarebbe visto di lì a poco che la retorica delle “magnifiche sorti e progressive” della “catastrofe” epocale del 1989-91 preludeva semplicemente ad una fase di selvaggio liberismo, il cui collante ideologico poggiava enfaticamente sulla “fine della storia” e la centralità del mercato quale unico mezzo di sviluppo. Dapprima la guerra civile nell’ex Jugoslavia poi l’assorbimento dei paesi dell’Europa dell’Est da parte di quelli: capitalistici dell’Europa unita, infine la guerra del Golfo segneranno la caduta delle illusioni dell’ultimo decennio del Novecento.
Su una novità di tale portata vale la pena ricordare quanto scrisse un irriducibile critico delle ideologie correnti come Franco Fortini “I grandi movimenti, non possiamo ancora decifrarli. Possono avere esiti imprevedibili, buoni o pessimi. Ma una cosa è certa: qualcosa è crollato, non solo laggiù, ma qui. Non è la libertà‟ di cui scrivono i ridicoli mostri della pubblicistica di servizio. È una liberazione. Non credevo di arrivare a vedere questo inizio. Devo ripensare, imparare, capire”7.
Diversamente però dall’impegno rivendicato dall’intellettuale Fortini per comprendere il presente in movimento, la politica internazionale risponde con le armi di sempre, a cominciare dalla guerra. È anche il momento, detto tra parentesi, della massima diffusione nel nostro paese del pensiero di Carl Schmitt. Dopo l’abbattimento delle torri gemelle di New York e la successiva guerra all’Irak di Saddam Hussein usando falsi documenti circa il possesso di armi di distruzione di massa, la politica imperialistica di George W. Bush localizza nel mondo islamici il centro del terrorismo internazionale, aprendo contro di esso una crociata in difesa dei valori occidentali e questo significa la sostituzione del Welfare con il Warfare e l’annessa politica di potenza. “Il passaggio dallo stato sociale all’economia politica è stato decisivo, ha scritto Mario Tronti dinanzi al manifestarsi delle prime crepe del mercato globale. E si è incontrato con il fallimento della costruzione di socialismo, l‟intero campo anticapitalistico si è sfaldato”.

Nello specifico italiano, intanto, assistevamo alla crisi del sistema dei partiti ad opera di Tangentopoli con il trionfo dell’homo novus, il cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi, il cui obiettivo era arrivare attraverso un bonapartismo mediatico all’annullamento degli istituti di democrazia rappresentativa nati dalla Resistenza. Ancora una volta, un abile animale politico tentava, in tempo di alta tecnologia dell’informazione, il recupero del peggiore reazionarismo della storia novecentesca del nostro Paese, facendo tesoro del senso di sfiducia diffuso tra l’opinione pubblica e del rigetto della politica che accompagna periodi del genere8. Di qui il manifestarsi di un progetto populistico-autoritario che vede un attacco sistematico alle regole della democrazia, dal ridimensionamento del parlamento a vantaggio dell’esecutivo e in particolare del “capo” del governo che legifera prevalentemente con decreti-legge, alla lotta costante all’autonomia e ai rappresentanti del potere giudiziario, che ha “osato” incriminarlo in diverse occasioni per provati reati di corruzione e falso nella gestione delle sue aziende televisive, alla sempre maggiore influenza della chiesa cattolica negli affari dello Stato e nelle questioni di bioetica – si ricordi la violenta crociata dei difensori della vita sul tema dell’eutanasia a proposito del “caso Englaro” -, alla caccia allo straniero, al quale una superficiale quanto indiscutibile lettura razzista della crisi economica attribuisce l’origine di ogni malessere.
Dalla parte dell’opposizione di sinistra, l’incapacità politica del governo Prodi, determinata dall’assenza di un progetto politico-culturale alternativo a quello berlusconiano, ha portato quell’area all’inevitabile sconfitta elettorale dell’aprile 2008, trascinando con sé anche la rappresentanza della “sinistra radicale”. In questo stato di cose, che ho sintetizzato per ovvi motivi in maniera cronachistica, si viene alimentando giorno dopo giorno la deriva populistico-autoritaria della democrazia italiana, e ridotti così gli spazi del dibattito tra posizioni non più diverse – tanto dal punto vista politico che ideale -, si afferma il pensiero politico del regime. La definizione di deriva populistico-autoritaria è di uno storico della letteratura, attento da sempre alle contraddizioni della società capitalistica, qual è Alberto Asor Rosa e risale all’estate 2008. inoltre Asor Rosa si rivela tra i pochi intellettuali italiani impegnati a seguire storicamente i segni del “fascismo” e/o del totalitarismo del quarto governo Berlusconi in polemica con la lettura moderata della sinistra e della maggioranza della stampa, che non riconosce alcuna matrice antidemocratica a quella prassi politica.9
Per tornare al nostro argomento, va detto che è l’attuale situazione politica italiana con i suoi numerosi caratteri antidemocratici – talvolta sfocianti in aperto fascismo da parte dell’esecutivo in carica – ad aver spinto alcuni analisti allo studio del fenomeno fascista del XX secolo, mentre nel frattempo le posizioni del revisionismo di destra sono diventate ormai giudizi storici acquisiti. In questo clima di impudica quanto strumentale amnesia dei recenti processi storici, di cui qualsiasi deputato del Partito della libertà o della Lega Nord dà quotidianamente testimonianza, uno studioso del fascismo, Emilio Gentile, ha ricordato quanto sostenuto tra il provocatorio e il surreale da un anonimo nostro contemporaneo “Forse il fascismo non è mai esistito”10. Ma nonostante una tale grottesca situazione – o grazie ad essa? – da alcuni anni stiamo assistendo ad una lenta, qualificata ripresa della storiografia del fascismo napoletano tanto da poter parlare di un Faschismus-Renaissance. alla cui base va collocata la messa in discussione dell’ideologia berlusconiana dell’ “eterno presente”. I primi risultati finora conseguiti fanno ben sperare, ed è certamente questo il modo migliore di rispondere ai revisionismi nostrani che teorizzano la defascistizzazione del fascismo come la definisce appunto lo stesso Gentile, per caratterizzare la dittatura mussoliniana alla stregua di uno Stato autoritario privo del parlamento! In breve si nega in maniera esasperante che vi sia stata un’ideologia fascista, una classe dirigente fascista, una cultura fascista, una dittatura fascista, dato che la perdizione del regime è dovuta principalmente all’intesa con la Germania nazista e di qui il successivo razzismo e antisemitismo.
Di questo filone d’indagine di storia locale non si può trascurare di citare la ricerca realizzata qualche anno fa dalla Cgil e curata da Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli. Sindacato corporativo e antifascismo popolare (1930-1943), del 2006, con saggi di Giuseppe Aragno, Alessandro Hobel, Andrea De Santo11. In quell’occasione sempre Aragno aveva dato un’anticipazione dell’indagine avviata sull’antifascismo popolare napoletano che si sarebbe concretizzata nell’omonima monografia del 2009. Un altro lavoro degno di segnalazione è senza dubbio il Seminario di studio su Fascismo e antifascismo a Napoli (1922-1952), tenuto presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli tra il gennaio e l’aprile 2005 e pubblicato l’anno dopo con l’omonimo titolo da “La Città del Sole”, contenente saggi di Luigi Cortesi, Luigi Parente, Sergio Muzzupappa, Alessandro Hobel, Fabio Gentile12. Si tratta di una significativa summa di analisi politico-sociali sullo scontro fascismo-antifascismo nella metropoli del Mezzogiorno che supera cronologicamente il ventennio e si collega alle novità critico-metodologiche apertesi con il Sessantotto in particolare grazie al lavoro pionieristico di Guido Quazza e Luigi Cortesi13. Il merito di questi due studiosi è stato infatti il superamento del “mito della Resistenza” tanto a cuore ai partiti di massa antifascisti insieme alla considerazione della sua centralità nella storia dell’Italia del Novecento, così che stigmatizzando i caratteri della democrazia da essa derivata veniva messo in risalto il ritardo dell’applicazione della Costituzione nel fondare una reale società democratica.
Nell’analizzare inoltre – per quanto concerne il caso Napoli – la transizione dal fascismo alla Repubblica all’indomani del Secondo conflitto mondiale, Cortesi, in un saggio del 1977, esemplare per il rapporto instaurato tra i dati strutturali di quella società e la memoria collettiva dei protagonisti delle lotte di quegli anni, ha parlato della città partenopea come di un “laboratorio politico” della storia italiana del XX secolo. E ciò per essere stata l’ex capitale del Regno delle Due Sicilie una delle sedi della nascita insieme a Torino del Partito comunista fondato per iniziativa di Amadeo Bordiga14. Ed ancora, quello che accadrà a Napoli dopo la rivolta antifascista popolare delle Quattro giornate (28 settembre-1 ottobre 1943) e la presentazione del “partito nuovo” di Togliatti con la “svolta di Salerno” (aprile 1944) sarà niente altro che la prefigurazione dello sviluppo moderato entro cui s’incanalerà la politica comunista nei decenni successivi. Come è noto, il progetto del “partito nuovo” del Pci “verteva sulla collaborazione delle forze della sinistra con la vecchia classe politica prefascista in direzione di una “democrazia progressiva” da realizzare nell’ambito degli istituti di uno Stato liberal-costituzionale. In una parola, è Napoli la capitale della nuova Italia nel 1943-44, visto che è essa e non Brindisi né Salerno il centro politico del “regno del Sud”, ed è qui che il vecchio blocco storico proverà i nuovi compromessi di governo prima di passare a Roma.
A questo punto, bisogna sottolineare che l’antifascismo napoletano che esce dal saggio di Aragno si presenta estremamente variegato e differenziato nei suoi caratteri ed obiettivi anche se ovviamente non molto diffuso nella società locale, ma non fu questo il proprio dell’opposizione nazionale, dato il forte controllo messo in piedi dai sistemi di repressione, come sta chiarendo la recente storiografia dello Stato totalitario mussoliniano? Lo studioso napoletano si muove con padronanza nell’area dell’antifascismo, tra la tradizionale critica delle “anime belle” alla Croce e l’opposizione moderata di una limitata parte del mondo cattolico, subalterna al fascismo delle gerarchie ecclesiastiche che si riconoscevano nell’opera del cardinale Ascalesi, fino all’antagonismo di classe dei militanti e “sovversivi” di sinistra, in primis gli anarchici, la cui individuazione e sistemazione rappresentano senz’altro la parte la parte più originale dell’intero lavoro. Di conseguenza, risulta oltremodo difficile dar conto delle numerose iniziative e forme di lotta che l’Autore ha ricostruito sulla base delle carte del Casellario Politico Centrale dell’Archivio Centrale dello Stato, mentre lo spettro d’esame va oltre la limitata fase dello “spontaneismo” del dopo 8 settembre, rimasto tuttora il motivo ispiratore della rivolta dell’autunno 1943 secondo la vulgata storiografica. E ciò, nonostante le immediate conclusioni “aperte” su quelle “giornate” di uno storico, attento analista della dialettica socio-politica come Corrado Barbagallo in Napoli contro il terrore nazista15.
Entrando poi nel merito dell’antifascismo napoletano, si esce dall’impasse dei luoghi comuni o peggio dal minimalismo revisionistico oggi di moda soltanto seguendo – a dire di Aragno – il “lungo viaggio di generazioni diverse dal punto di vista sociale e/o ideologico di quella singolare galassia culturale e politica che fu la Napoli dei primi decenni del Novecento. Ancora una volta, come è accaduto per casi di altre realtà del nostro Paese, il primo problema da affrontare riguarda lo studio della società nelle sue stratificazioni – così l’indagine spazia dalla grande borghesia delle professioni libere alla classe operaia di fabbrica all’artigianato, elemento di forza dell’economia locale, ed ancora dalla piccola-borghesia al sottoproletariato metropolitano hegelianamente liquidato come “plebe” dallo storicismo contemporaneo: in una parola, è realmente l’antifascismo popolare napoletano il protagonista dell’analisi.
Per inquadrare infine la tradizione rivoluzionaria di questa area di irriducibili oppositori del regime ci aiuta la storia della città di Napoli tra Ottocento e Novecento, la sua presenza nelle vicende delle lotte per la democrazia postunitaria non disgiunta da quella del contemporaneo movimento operaio e socialista. Alla base di quest’ultimo, si ritrova l’eredità del movimento anarchico di Bakunin, che nell’ex capitale borbonica fu attivo all’indomani dell’Unità, e la cui critica al parlamentarismo democratico mazziniano portò alla fondazione della prima Sezione italiana dell’Internazionale (1869). Ed inoltre non minore influsso esercitò nella galassia della sinistra – nel secolo successivo – il comunismo internazionalista di Bordiga, dopo la breve fase del sindacalismo rivoluzionario che ebbe in Arturo Labriola ed Enrico Leone le avanguardie di livello nazionale. Ancora una volta l’utilizzo della categoria di “laboratorio politico” si rivela proficuo ai fini di una ricostruzione sine ira et studio del movimento operaio e socialista napoletano che in quell’area mise in piedi un importante centro di teoria pratica.
Ma è proprio il ruolo dell’ anarchia nella conoscenza e diffusione del pensiero di Marx nel nostro Paese poco considerato da Aldo Romano nella sua fondamentale Storia del movimento socialista in Italia (Milano-Roma, 1954-56, voll. 3; ripubblicata nel 1966), è stato ritenuto invece nodale dalla successiva storiografia socialista e ha ricevuto da Aragno l’inoppugnabile conferma della tendenziosità della tesi dello storico napoletano. Nel libro, il caso del giovane Romano divenuto negli anni Trenta del secolo scorso uno storico vicino alle posizioni del fascismo, viene affrontato con la necessaria acribia filologica e non minore sensibilità umana, rivelando così tutta la maturità del ricercatore nel trattare argomenti di tale delicatezza.
Il ventenne studente liceale Aldo Romano, figlio di Nunzio proprietario e direttore dell’Istituto scolastico privato “Vittoria Colonna” della città partenopea, nutrito in un ambiente di idee radical-socialiste, viene condannato per antifascismo insieme all’amico Giovanni Pugliese-Carratelli, il futuro filologo classico della Scuola Normale di Pisa, a due anni di confino a Cava. Dopo però appena 8 mesi di “condotta irreprensibile”, il capo del Governo lo restituisce alla famiglia (12 luglio 1931)16. Pentitosi degli errori giovanili, questi riesce ad iscriversi al Pnf, nonostante il parere negativo della Federazione napoletana, ed inizia così con la protezione di Gioacchino Volpe e del ministro dell’Educazione nazionale De Vecchi la folgorante carriera di storico del Risorgimento, rappresentando il fascismo agli appuntamenti culturali internazionali.
In quegli stessi anni la recrudescenza del controllo quotidiano della polizia nonché il suo sempre più duro comportamento nei confronti dell’antifascismo militante si spiegano, secondo l’Autore, alla luce dell’aumento del costo della vita indotto dalla crisi industriale e produttiva che colpisce sia la città che la regione, interessando l’area chimica e metallurgica, il settore marittimo, quello tessile senza trascurare il mondo dell’artigianato, elemento portante dell’economia locale. Si acuisce di conseguenza il sistema repressivo della dittatura, e pur tra non poche contraddizioni il Questore riesce a mettere in piedi un collaudato apparato di controllo, da cui sarà colpita in particolare la sinistra di classe, mentre l’obiettivo del potere è d’ora in poi uno Stato totalitario efficiente.
Nel secondo dopoguerra, Aldo Romano, ormai noto per gli studi su Carlo Pisacane e per la genesi nazional-democratica del comunismo italiano, aderirà al Pci, e vestiti i panni dello stalinismo imperante contesterà dal punto di vista storiografico l’azione del rivoluzionario Bakunin, fino a definirlo un “deviazionista” e un “opportunista” del movimento socialista17. Violenza settaria e pregiudizi ideologici che riportano ad una stagione politica definitivamente storicizzata, sulla quale la critica storica sviluppatasi sull’interdetto mondo dell’anarchia, si ricordi per tutti il lavoro avviato fin dagli anni Cinquanta da Pier Carlo Masini ha conseguito contributi di indiscusso valore ed importanza.
Se intanto ci soffermiamo al puro dato statistico dell’antifascismo Napoletano vi troviamo oltre 2000 antifascisti schedati dal Casellario Politico, e 396 confinati. A costoro poi occorre aggiungere gli ammoniti, i diffidati, coloro che finirono davanti al Tribunale Speciale, quanti insomma passarono tra le maglie del sistema poliziesco – e sì che ce ne furono! -, ed infine non pochi esponenti femminili, a cominciare da quella Teresa Pavanello, una napoletana nata in emigrazione in Brasile, che conoscerà tutti i luoghi della repressione, prima di finire sepolta nel manicomio provinciale della sua città.
Essenzialmente due risultano le novità di rilievo del libro di Aragno: il riconoscimento della presenza in realtà abbastanza considerevole del movimento anarchico nella metropoli meridionale, finora identificato soltanto con la militanza del dentista Giuseppe Imondi e della sua compagna, l’indimenticabile Maria Berardi; e last but not least, l’antifascismo femminile. Senza tuttavia voler sottovalutare il significato e la portata critica del pensiero libertario all’interno del movimento socialista, di cui l’indagine dà non pochi dati sia storici che archivistici di prima mano, credo che la ricerca dovrà in futuro continuare a insistere sul secondo argomento, dal quale emergono in maniera inequivocabile tanto l’originalità che la diversità del femminismo quale si espresse nella lotta al fascismo.
Tra le tante “storie di vita” tirate fuori dall’oblio e ricostruite in maniera davvero partecipe da Aragno si colloca quella della famiglia Grossi che vale la pena seguire attraverso le vicissitudini dei suoi componenti, all’indomani della fuga dalla Italia alla ricerca di un rifugio sicuro. L‟internazionalismo socialista del XX secolo è incarnato come meglio non si potrebbe dall’avvocato antifascista Carmine Cesare Grossi e dalla moglie, Maria Olandese, noto soprano lirico conosciuto finanche a Pietroburgo, dove ha cantato alla corte dello zar. In breve, siamo in presenza di una esperienza politica che attraversa gli avvenimenti cruciali del secolo, segnando al tempo stesso la irriducibile forza d’animo di tali convinti militanti. L’avvocato Grossi è una figura nota della ricca borghesia napoletana dell’età liberale; i suoi amici sono Enrico De Nicola, Giovanni Porzio, lo stesso Croce, ma dinanzi alla dittatura fascista decide, nel 1926, d’emigrare in Argentina con la moglie, i due figli maschi Aurelio e Renato, e la figlia femmina Ada. A Buenos Aires si farà subito conoscere per l’opposizione decisa al totalitarismo, per gli articoli su “L’Italia del popolo” e il dialogo aperto all’interno del rissoso fronte antifascista. Allo scoppio dello scontro “civiltà-barbarie”, la famiglia Grossi torna in Europa per partecipare alla guerra civile in Spagna, a fianco delle Brigate internazionali. Intanto l’avvocato è nominato dal governo Largo Caballero responsabile del settore della propaganda, Ada è speaker di “Radio Libertà” di Barcellona, e così la sua voce entra nelle case degli italiani, la moglie è crocerossina, i due figli lavorano da telegrafisti al fronte. Durante lo scontro bellico, Cesare ha modo di vedere da vicino il discutibile modo di far politica dei comunisti stalinisti ed aderisce quindi all’anarchismo, e ciò non solo per quanto è accaduto a Camillo Berneri e B. Durruti. Occupata intanto Barcellona dai falangisti, i Grossi cercano scampo in Francia, e dopo diverse peripezie finiscono nel campo di concentramento di Argelès-sur-mer, mentre Ada, sposatasi con un giovane medico anarchico, resta in Spagna a combattere il franchismo. Rientrati separatamente in Italia, sono condotti prigionieri da Mentone al carcere di Poggioreale a Napoli; Maria e Aurelio finiscono nel confino di Melfi, Carmine è spedito a Ventotene dove si ritrova con il compagno Giuseppe Sallustro conosciuto al tempo della guerra spagnola, mentre il potere si accanisce sul malconcio Renato, trasferito nell’Ospedale psichiatrico provinciale della città, verso il quale s’indirizzano i classici metodi di repressione. E infatti pienamente acquisito che il manicomio rimane il luogo ideale del potere borghese per eliminare i “sovversivi” di ogni tendenza, molto prima che Foucault mettesse in luce la capacità distruttrice e disumanizzante della scienza medica.
A tal proposito, la madre scrive al ministro dell’Interno una lettera emblematica per il quadro di violenza che dà della situazione italiana del tempo. Ella ricorda che il figlio “non potrà mai guarire se lo si lasci per più lungo tempo con alienati, inattivo intellettualmente e completamente isolato dal consorzio civile e dall’ambiente familiare, essendo prescritto come unico rimedio in tali casi (e com’è stato riconfermato dalla esperienza medico-psichiatrica e illustrato in congressi, quale l’ultimo tenuto a Bruxelles) che l’infermo […] reintegrato al suo ambiente familiare abituale, riprenda le sue abitudini e i suoi studi e attività”l8.
Alla disumanità indotta dalla shock-terapia di Sakel insieme alla violenza messa in atto dal fascismo a tutti i livelli della società risalta inequivocabilmente che l’obiettivo di una giustizia umana di una parte definita dell’area antifascista è l’utopia che il totalitarismo mussoliniano non potrà mai accettare così che il destino di Renato è ormai maniera irreversibile, Alla caduta del fascismo, Ada si troverà in Spagna dove vivrà per quarant’anni con il marito, Cesare sarà liberato alla fine dell’agosto 1943 e ritroverà a Melfi la moglie e il figlio Aurelio, mentre l’altro figlio Renato sarà l’irrecuperabile prigioniero delle istituzioni totali, In definitiva, il tutto è stato vissuto dalla famiglia Grossi nella completa consapevolezza del proprio impegno e nel rispetto delle singole individualità, come ci tiene a sottolineare Maria, ed altrettanto normale è per la famiglia superstite il rientro nell’anonimato all’indomani della conquista della democrazia nel nostro Paese.
Come ho detto prima, è il mondo dell’opposizione femminile a rappresentare un’interessante quanto originale novità della ricerca di Aragno. Ma cosa vuol dire, in sostanza, antifascismo al femminile? È qualcosa d’altro, anzi di più del rapporto classe-sindacato o classe-partito vissuto dai militanti di base e quel di più richiama all’autonomia della donna come “soggetto politico”, la cui esistenza conduce all’origine di tutti i: movimenti di emancipazione e di liberazione come ha dimostrato la storia del secolo appena trascorso. Sono questi i caratteri che accomunano figure indimenticabili e tanto diverse nelle loro provenienze culturali quanto nelle singole storie di vita come Maria Olandese, Maria Berardi, Adele Bennoli, Clotilde Peani, Emilia Buonacosa, Ada Grossi e tante altre: insomma intellettuali, operaie, semplici donne di casa, “compagne di vita”, tutte però unite dall’odio al regime e dall’insopprimibile desiderio di eguaglianza tra le classi e i sessi.

Il “lungo viaggio” di Giuseppe Aragno attraverso l’antifascismo popolare napoletano si conclude con l’estate 1943, che trova il suo culmine nelle “Quattro giornate”, la “prima grande insurrezione urbana antifascista d‟Italia e d’Europa” (Cortesi), che rappresentano la cartina di tornasole della città che diventerà il “laboratorio politico” del secondo Novecento”.
Su questo nodo cruciale della storia della Resistenza del nostro paese si è aperta una violenta, talvolta scolastica, querelle politica già all’indomani delle “giornate” di settembre, polarizzata sull’interrogativo: fu, quella rivolta, organizzata oppure semplice frutto della spontaneità?
A questo punto, dobbiamo richiamarci allo stato della ricerca sulla Napoli dei “quarantacinque giorni” per un inquadramento d‟insieme della questione che ci sta a cuore. L’estate 1943 fu senza dubbio per i napoletani il più terribile e sofferto tra gli anni della Seconda guerra mondiale, sia per la crisi economico-alimentare, che attanaglia la città, che per i quotidiani bombardamenti, che fanno strage tra i civili. Se nelle campagne meridionali di quei mesi si assiste a scontri ed occupazioni d‟ogni genere, altrettanto dura è in ambito metropolitano la risposta operaia con mobilitazioni e scioperi nelle maggiori fabbriche già a partire dalla primavera; è il caso, tra le altre, della Navalmeccanica, della Miani e Silvestri. Dopo 1’8 settembre, la città è abbandonata a se stessa per l’incapacità dei responsabili delle istituzioni, dal prefetto Soprano al podestà Solimena al questore Lauricella al provveditore agli studi: ragion per cui tutta la classe dirigente fascista sarà accusata pubblicamente, all’indomani della cacciata della Wermacht, di aver favorito le stragi naziste del “settembre nero” dal direttore del “Roma”, il vecchio liberaldemocratico Emilio Scaglione.
Alla base della sommossa dobbiamo intanto mettere il comportamento del colonnello Walter Scholl, che aveva decretato lo stato d’assedio il 12 settembre, ed ancora più inaccettabile quello sul lavoro obbligatorio per i giovani delle classi dal 1910 al 1925.
Se poi si passa ad analizzare il fronte dei partigiani combattenti durante le “giornate”, si deve sottolineare a fianco del numeroso popolo metropolitano (professionisti, impiegati, commercianti, operai, disoccupati, studenti, sottoproletari, casalinghe, ragazzi di strada o “scugnizzi” ecc.) un consistente nucleo di rappresentanti delle forze armate (qualche alto ufficiale, vari ufficiali inferiori, sottufficiali, moltissimi soldati semplici) che fungeranno perlopiù da organizzatori delle azioni, mentre per ovvi motivi politici è da rimarcare la completa assenza dei partiti che soltanto dopo il 25 luglio si erano messi in movimento. Altrettanto vasto e variegato si presenta il settore della sinistra, per quanto riguarda la composizione del fronte di lotta antifascista, e in esso è l’area comunista che merita una particolare attenzione analitica, visto che dall’area staliniano-togliattiana sono venute le letture “patriottiche” più definite della rivolta. Tra i militanti comunisti però risulta egemone la frazione internazionalista, di base potremmo dire di ascendenza bordighiana, irriducibile antagonista della linea “centrista” di Togliatti che avrebbe portato alla formazione del “partito nuovo” dell’anno seguente. È la stessa componente che realizzerà di lì a qualche settimana la “scissione di Montesanto” e la relativa nascita ad opera della frazione bordighiano troskista della seconda Federazione napoletana del Pci. Degna di rilievo risulta non di meno la componente troskista rappresentata dai fratelli Ennio e Libero Villone, ed ancor più consistente di quanto si voglia di solito riconoscere dai “compagni di strada” del Pci si presenta il movimento anarchico, sul cui ruolo proprio il lavoro di Aragno e il recente Dizionario biografico degli anarchici italiani della Biblioteca “Franco Serantini” hanno dato un contributo fondamentale. Come è facilmente immaginabile, se di certo più conosciute e storicizzate risultano l’area liberale formatasi intorno a Croce così come anche la liberalsocialista basti ricordare il nome di Pasquale Schiano, infaticabile organizzatore di iniziative politiche negli anni della crisi del fascismo – tutta da analizzare invece è ancora, tranne qualche leader, quella cattolica, che dinanzi alla violenza nazifascista scelse la via delle armi. Com’è noto, con il Sessantotto prende avvio una riconsiderazione critica della Resistenza così che il nuovo paradigma storiografico (Guido Quazza, Luigi Cortesi) segna – per lo specifico napoletano – il superamento della visione “nazional-popolare” con la quale la sinistra comunista aveva guardato alle Quattro giornate.
Di questa tendenza la migliore narrazione resta senz’altro il fortunato libro di Aldo De Jaco, La città insorge: le quattro giornate di Napoli, uscito nel 1956 e arrivato alla quarta edizione, tutto poggiato com’è sull’esaltazione della rivolta del “popolo” metropolitano in risposta alla violenza intollerabile dei tedeschi19. Particolare risalto è poi riservato alla partecipazione degli “scugnizzi” negli scontri dei quartieri in rivolta divenuti per ciò i protagonisti del patriottismo di una intera comunità, insistendo eccessivamente sull’aspetto prepolitico delle loro azioni! Sarà comunque, questa, la lettura più diffusa e accettata nel clima politico del dopoguerra, che porta difilato alla mitizzazione di quelle “giornate”. Con l’utilizzo dello stereotipo storico-antropologico dell’homo neapolitanus, impasto di anarchia e ribellismo atavici, si trascura di guardare al diffondersi nel Mezzogiorno, nel corso dei duri mesi estivi di una “coscienza pubblica” che rinnega la scelta bellica del fascismo, di cui vede finalmente come in un nitido specchio il volto di classe e la repressione che l’accompagna.
“L’antifascismo del ventennio – ha scritto Guido Quazza – non crea la ribellione: questa quale moto di popolo nasce da un soprassalto della coscienza delle masse, e non dalla lezione dei politici”20. Anche per Napoli questa considerazione è indiscutibilmente fondata. Per la prima volta infatti la città conosce, oltre l’antifascismo operaio e quello morale à la Croce, l’antifascismo popolare, meglio la Resistenza armata, che coinvolge in uno stesso fronte migliaia di cittadini, studenti, soldati, proletari e non, giovani (quelli che per un vezzo folclorico duro a morire si vorrà ad ogni costo chiamare “scugnizzi”, mitizzati dall’immagine fotografica di Robert Capa).
Dal riorientamento degli anni Sessanta e Settanta verrà invece: l’analisi sulla spontaneità collettiva delle masse urbane di quelle ‘‘giornate”, elemento di certo non alternativo – come sostenevano in modo apodittico gli studiosi legati al Pci – all’organizzazione del partito, considerata l‟unica strada vincente della rivoluzione; ed altrettanto adeguato rilievo si sarebbe riservato alle forme di autonomia della classe operaia che avevano condotto agli scioperi della primavera. Con tali premesse si superavano giudizi correnti e luoghi comuni sulle Quattro giornate viste come classica jacquerie urbana, giudizio che univa sullo stesso fronte (strani scherzi dello storicismo assoluto!) personaggi tanto diversi come Benedetto Croce e Palmiro Togliatti2l.
Valgono più che mai al riguardo le riflessioni metodologiche che in quel periodo avanzava Luigi Cortesi: “Lo studio di Napoli e della Campania negli anni della seconda guerra mondiale consente appunto di far giustizia della tentazione di relegare la regione ad un ruolo soltanto passivo o frenante, ad una estraneità alle tensioni e alle scelte degli anni dell’esperienza fascista, della lotta antifascista e della ricostruzione, passività ed estraneità che corrisponderebbero fatalmente alla generale arretratezza delle strutture economiche e dei rapporti sociali. Esistono tutti gli elementi che possono indurre a considerare la lotta politica e civile che allora si svolse in Campania non come un capitolo atipico della storia nazionale, o come serie di effimeri fuochi di paglia rispetto all’incendio della “vera” Resistenza e della “vera” Liberazione, ma come parte organica del fatto storico complessivo, nel quale ciascuna città o regione –  Roma e Milano non meno che Napoli, l’Emilia o il Veneto non meno che la Campania – apportò proprie peculiarità e propri livelli di partecipazione”22. Da qui, di conseguenza, l’evento-Quattro giornate era considerato un momento significativo della Resistenza napoletana oltre che elemento di non minore importanza per la nascita della Repubblica democratica italiana, e come tale deve essere studiato, sia cioè dal punto di vista del “politico” sia da quello delle strutture socioeconomiche, sia focalizzandosi sulla vita quotidiana di una metropoli esposta ai rischi di una guerra totale, sia badando ai comportamenti della forza lavoro nelle fabbriche, sia esaminando infine l’immaginario di una comunità che combatté fino alla morte per un “mondo nuovo” …
Ho già detto in altra sede che la Napoli dell’autunno del 1943 non è altro che il capitolo centrale dell’antifascismo popolare meridionale, la cui ribellione rinvia direttamente agli scontri e ai morti di Ponticelli, di Orta d’Atella, ed ancora a quelli di Giugliano, Mugnano, Acerra, Matera, Lanciano e di tante altre località in una soluzione senza fine23. Ed aggiungevo inoltre che le Quattro giornate non potevano essere più lette come “un fatto a sé”, in conformità cioè al tradizionale “paradigma della Resistenza del Nord”, dal momento che esse facevano parte con le proprie specificità e caratteri del “lungo periodo” della storia dell‟antifascismo napoletano, ed i risultati di Antifascismo popolare di Aragno stanno ora a confermarlo.
Habent sua fata libelli dicevano gli antichi dei libri che portavano nuove conoscenze alimentando nei lettori la riflessione e gl’interessi sul proprio tempo. Lo stesso si può ripetere ora per il libro di Aragno così attuale e al tempo stesso così controcorrente. Realizzata con controllato rigore filologico unito alla sensibilità politica dell’Autore per i problemi contemporanei, l’opera sconta però l’imperdonabile mancanza dell’indice dei nomi, strumento insostituibile d’orientamento nella selva dei tantissimi “volti” e “storie” che la stessa ricerca ha il merito di recuperare. Nell’epoca dell‟”eterno presente” come gli storici sono soliti definire il mondo postmoderno in cui viviamo, l’Autore ha voluto; scommettere sulla memoria e lo ha fatto con la guida di uno grandi filosofi del Novecento scomparso qualche anno fa, Paul Ricoeur. Questi per una vita intera si è interrogato sul rapporto memoria-oblio alla base della storia, focalizzando l’analisi sull’evento del nostro tempo il totalitarismo fascista, lasciandoci un libro riconosciuto ormai come un classico, La memoria, la storia, l’oblio24. Con la dialettica passato-presente siamo tornati di nuovo al partigiano Marc Bloch dell’apertura. Dinanzi agli “estremi” del XX secolo (totalitarismi, due guerre mondiali, i genocidi di popoli, Shoah ecc), il filosofo francese non riconosce legittimità al “dovere della memoria” come si è fatto negli ultimi tempi da parte degli Stati europei nello stabilire per legge giornate a ricordo di qualche evento speciale – e così che l’Italia ha scelto il 27 gennaio quale giornata della memoria delle vittime dei Lager nazisti. Anzi per nulla ossessionato dalla memoria – di cui invece la maggior parte degli’ studiosi esalta l’esclusività epistemologica – egli rivendica di per contro il “dovere storico” per analizzare i fatti del recente passato sollecitando – in risposta alla visione revisionistica del “nuovo antisemitismo” nazifascista – un rigoroso lavoro storico all’altezza degli interrogativi del nostro presente …
Da oggi in poi si può dire con soddisfatta sicurezza che il mondo dell’antifascismo popolare napoletano si presenta molto più conosciuto e meglio indagato, tanto nelle idee che nelle azioni dei suoi protagonisti, e quest’acquisizione di conoscenze la si deve in modo particolare all’intenso e partecipe saggio di Aragno. Infine voglio soltanto augurarmi che il “lungo viaggio” di quelle donne e di quegli uomini per l’affermazione di una reale democrazia ci accompagni ancora a lungo.

NOTE

1. Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie. Roma, 2009.
2. Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, con uno scritto di Luciene Febvre, a cura di Gilmo Arnaldi, traduzione italiana, Torino. 1969, p. 54.
3 Convinto assertore del presente come storia, Danilo Montaldi (1929-1975) ha studiato un originale metodo di ricerca, tra il sociologico e lo storico, la società italiana negli anni dello sviluppo capitalistico, polarizzandosi sulla vita quotidiana e le forme di lotta politica delle classi operaie e subalterne. Restano fondamentali i saggi Autobiografie della leggera (Torino, 1961), Militanti politici di base, (Torino, 1971), Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), (Piacenza, 1976). Per un inquadramento della sua opera e del suo pensiero, vedi Luigi Parente (a cura di), Danilo Montaldi e la cultura di sinistra del secondo dopoguerra, Atti del Convegno, Napoli 16 dicembre 1996, Napoli, 1996.
4 Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Torino, 2004. Ibidem, p. 8.
5 Ibidem.
6 Ibidem.
7 Citato in Luigi Parente, Oltre le banchine di Auschwitz. Coscienza pubblica e storiografia nella Germania d’oggi in Orizzonte Europa, “Bollettino dell’Istituto campano per la storia della Resistenza”, 1990, n- XII, p, 20.
8 Marc Lazar, L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi, traduzione italiana Milano, 2009.
9 Secondo Alberto Asor Rosa, “Il terzo (sic) governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d’Italia. Più del fascismo? Inclino a pensarlo”, “il manifesto”, 4 giugno 2008. Questo giudizio è stato successivamente analizzato all’interno della crisi della cultura italiana contemporanea ne Il grande silenzio, la lunga intervista sugli intellettuali raccolta da Simonetta Fiori (Roma-Bari, 2009).
10 Mi riferisco, in particolare, al volume Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, 2002, il cui punto d’analisi è appunto la boutade negazionista citata.
11 Gloria Chianese (a cura di), Fascismo e lavoro a Napoli. Sindacato corporativo e antifascismo popolare (1930·1943), Roma, 2006.
12 Sergio Muzzupappa e Alessandro Hobel (a cura di), Fascismo e antifascismo a Napoli (1922-1952). Sette lezioni, Napoli, 2005.
13 Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Milano, 1997; Luigi Cortesi, Introduzione a Luigi Cortesi, Giovanna Percopo, Sergio Riccio, Patrizia Solvetti (a cura di), La Campania dal fascismo alla Repubblica. Società politica cultura, Regione Campania, I, 1977, ora in Id., Nascita di una democrazia. Guerra fascismo, Resistenza e oltre, Roma, 2004, pp. 175·243. Una sintesi della storiografia della Resistenza è il saggio Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, 2004.
14 Sulla questione Bordiga, nell’ambito del marxismo del XX secolo, una attenta analisi è venuta da Luigi Cortesi (a cura di), Amadeo Bordiga nella storia del comunismo, Napoli, 1999. Altri dati, circa la lotta politica nella Napoli post-prima guerra mondiale e il ruolo di Bordiga nella fondazione del Pcdi, in Id., Il comunismo tra fascismo e Resistenza, in Fascismo e antifascismo a Napoli (1922-1952), cit., p. 34 e ss.
15 L‟introvabile pamphlet di Corrado Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista . (8 settembre-1° ottobre 1943), uscito nell’inverno del 1943, è stato di recente ripubblicato a cura di Sergio Muzzupappa, pref. di Luigi Parente, Napoli, 2004. Esponente interessante, oltre che prolifico, della storiografia economico-giuridica del XX secolo, Corrado Barbagallo è noto per essere stato tra i primi divulgatori del marxismo in Italia con Il materialismo storico (Milano, 1916), e per avere fondato e diretto insieme ad Antonio Anzilotti dal 1917 la “Nuova rivista storica”.
16 La questione è analizzata in dettaglio da Giuseppe Aragno, op. cit. p. 69 e ss.
17 I limiti dell’impostazione storiografica di Aldo Romano, che si può definire propriamente democratico-togliattiana, furono individuati, già alla comparsa della sua Storia del movimento socialista in Italia, dallo storico del Risorgimento Walter Maturi, che si rifaceva agli studi recenti di Leo Valiani sul socialismo europeo e di Franco Venturi sul populismo russo (Walter Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, Lezioni di storia della storiografia. Pref. di Ernesto Sestan, Torino. 1962. pp. 634-38). Su quelle basi, la tesi del Romano è stata riproposta negli anni Settanta sul piano filologico da Alfonso Scirocco, Democrazia e socialismo a Napoli dopo l’Unità 1860-1878, Napoli, 1973, che ha individuato la teoria rivoluzionaria di Bakunin all’origine della crisi della democrazia mazziniana napoletana, servendosi in particolare dei fondamentali risultati degli storici anarchici Arthur Lehing e Pier Carlo Masini.
18 Giuseppe Aragno, op. cit., pp. 36-7.
19 Aldo De Jaco, La città insorge. Le quattro giornate di Napoli, Roma, 1956. Alla situazione politica e sociale delle città e delle campagne del Mezzogiorno nell’ “anno mirabile” l‟Istituto campano per la storia della Resistenza di Napoli ha dedicato l’importante Convegno del settembre 1995, i cui atti sono stati pubblicati con il titolo Mezzogiorno 1943. La scelta, la: lotta, la speranza, a cura di Gloria Chianese, Napoli, 1996. Per la questione delle stragi naziste di quegli anni vedi, ora, Gabriella Gribaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, Napoli, 2003.
20 Guido Quazza, op. cit., p. 128.
21 Luigi Parente, Due o tre considerazioni sulle Quattro giornate, in Gloria Chianese, op. cit., p. 369. Allo stesso stereotipo è rimasto legato anche Claudio Pavone nell’eccellente volume frutto di una vita, Una guerra civile. Saggio sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991.
22 Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia, cit., p. 176.
23 Luigi Parente, Due o tre considerazioni sulle Quattro giornate, cit., p. 368.
24 Vedi in particolare Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, trad, it., Milan.

Luigi Parente, in Giornale di Storia Contemporanea,  n. 2 dic 2010

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Le solite divisioni, pensava sconcertato, lasciando il campo che presentava due cortei per un’unica lotta e  mentre si lasciava alle spalle la splendida Santa Chiara, scuoteva la testa sconsolato. Non aveva torto Pascal quando sosteneva che la vera religione non insegna solo amore e grandezza, ma anche odio e miseria. La lunga militanza gli aveva ormai insegnato a non sorridere più di questa convinzione. Non è facile rinunciare a credere per fede, mormorò a se stesso; spesso purtroppo ci rifugiamo in un’idea religiosa della militanza che conosce la grandezza, ma non rifiuta la miseria: Questo non solo dà ragione a Pascal, ma spiega molte delle nostre più cocenti sconfitte…
– Buonasera, professore, gli fece d’un tratto un ragazzo, tirandolo fuori dai suoi pensieri.
Ricambiò, si rese conto di conoscerlo bene, ma se gli avessero chiesto il nome, non avrebbe saputo che dire. Ne incontrava tanti, molti li aveva per compagni nelle ultime lotte della sua vita, ma se li ricordava solo per taluni particolari. Quello che gli stava di fronte, per esempio, lo aveva colpito soprattutto perché, nelle assemblee, i suoi occhi neri e vivi sembravano specchio d’una sua intima onestà. Parlava di corsa e si vedeva ch’era dispiaciuto:
– Lei forse non lo sa, professore, perciò voglio avvertirla. Alcuni suoi amici ci parlano male di lei quando non c’è. Ieri ho provato a difenderla da un giovane studioso venuto da Roma a presentare un suo saggio. Diceva che lei scava tra eretici e dissenzienti perché vuole attaccare la sinistra.
– Ti ringrazio, replicò il professore, nascondendo il fastidio, ma in fondo è una critica. E poi tu non devi difendermi. Prova a farti un’idea e a capire se ha ragione.
– Ma lei lo conosce?
– Credo di sì. Se è lui, dovremmo essere amici; abbiamo scritto persino più di un libro assieme.
– E allora perché fa così quando lei non c’è? Quella non era una critica, era un’accusa…
– Non lo so, tagliò corto il vecchio professore, bisognerebbe chiederlo a lui…
Era tardi e il saluto fu breve, ma nei vicoli uguali a sempre l’uomo non riuscì più a leggere com’era solito fare avviandosi alla metro. Ripose il libro nella borsa e lasciò che i pensieri corressero in suo soccorso e si perse in una sorta di monologo che aveva l’aria di un curioso dialogo con se stesso.
– Non mi pare sia il caso di prendersela, si disse, e soprattutto, per carità, non farti venire in mente parole grosse come la slealtà.
– Ma no, si rispose immediatamente, ma che credi? Non sono nato ieri e so come vanno queste cose. Il fatto è che io sono un senzadio, non ho fede. Una ce l’avevo, ma l’ho persa definitivamente tanti anni fa, nell’agosto del Sessantotto. Pare ieri: Praga insanguinata, le cannonate dei tank che giungevano cupe qui sino a noi assieme agli slogan di manifestanti inermi, coraggiosi e sventurati. Un amico che era a lì in quei giorni terribili me lo confermò: c’era stata un’esplosione di libertà e i manifesti, i disegni, gli slogan, come documenti di un archivio vivente, ci invitavano a riscrivere la storia ambigua che ci avevano insegnato.
– C’è chi l’ha vissuta diversamente, fece notare a se stesso pignolo, ma non bastò a disperdere i mille ricordi.
– Ognuno a suo modo, rispose. Anche i credenti sono parte della storia e va bene così. Per me fu una tragica e amara rappresentazione, qualcosa che, mentre mi feriva, mi incantava e sentii subito mia. Non m’importava nulla che quei giovani fossero tutti per la socialdemocrazia contro cui ci stavamo battendo nelle nostre piazze e intuivo che non era una questione di dottrine. Non c’era nulla che venisse da destra o nascesse dalla conservazione. Di questo fui subito certo. Era vero il contrario. “No pasaran!”, la sfida che la Spagna repubblicana aveva già lanciato tre decenni prima ai fascisti di Franco, in quel lontano agosto del Sessantotto diventava l’urlo di Praga contro i carri armati dei sovietici invasori e tardi, troppo tardi il Pci si decideva a condannare. Ho scoperto con gli anni le distanze mai prese, le parole mai dette, e i tanti “compagni” condannati per eresia. Non so come possa uno studioso “ordinare” le sue carte in modo da trovare una giustificazione per la terribile religione che ci educava alla miseria morale, impedendoci di riconoscere le mille gradazioni del grigio e riducendo la complessità della storia al bianco e al nero. Sarà che lui non c’era, quando la vicenda di Enrico Russo, dirigente della Fiom, combattente di Spagna, comunista nemico dello stalinismo, morto di solitudine in un ospizio per i poveri, mi insegnava ad ascoltare con rispetto i miei coetanei di Praga, a capire la profonda e tragica verità che emergeva chiara dalle loro parole: c’è stato più di un Vietnam e la colomba della pace non ha sanguinato solo perché a ferirla sono state le armi fasciste.
“Piazza Quattro Giornate”, annunziò gracchiante la solita voce metallica e preziosa, ricordandogli ch’era arrivato. Fece in tempo ad uscire, si lasciò portare su dalla scala mobile e abbandonò i suoi cupi pensieri nelle viscere della terra. Pochi minuti ancora, poi la vecchia Alice lo avrebbe accolto saltando e scodinzolando. Alice, col suo pelo fulvo e la sua inattaccabile onestà di cane.

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Me lo ricordo come fosse oggi. Avevo 24 anni e i bagliori di civiltà del lungo Sessantotto aprivano ancora il cuore alla speranza. Era il 20 maggio del 1970, Fini, Gasparri, La Russa e i loro camerati portavano ancora sulle spalle il peso dell’infinita miseria morale della loro storia e l’Italia approvava lo Statuto dei lavoratori. Ci fu allora tra i giovani chi criticò; si poteva fare di più e troppi rimanevano esclusi, ma lo dico con orgoglio: senza le lotte della mia generazione non sarebbe mai stato possibile. Si disse allora – e non era retorica – che la Costituzione diventava legge anche per i padroni. Sono trascorsi 42 anni, la mia vita è giunta al capolinea. Fini è Presidente di un Parlamento che vale quanto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Gasparri e La Russa sono stati ministri e un ministro del lavoro, Elsa Fornero, lavora apertamente contro i lavoratori. Il fascismo, salvato dalla mancata epurazione, è tornato a governare e un esecutivo reazionario che nessuno ha eletto ha brutalmente espulso la Costituzione dai posti di lavoro. Si discute coi toni beceri dell’accademia se il lavoro sia un diritto, ma si finge d’ignorare che non ha più diritti: è il grazioso prestito riservato a chi serve, tace e acconsente, e si restituisce con gli interessi se e quando piace ai padroni. La vita ormai si gioca sui mercati ed è una vita da schiavi.

L’Italia batte la Germania a suon di gol, ma il suo centravanti nero, non sapesse tirar calci a un pallone su un prato verde, si troverebbe rinchiuso in un campo di concentramento; una banda di malfattori vende un’effimera vittoria calcistica come vittoria politica di un governo di senza patria nella partita del capitale italiano contro gli italiani. Noi non guadagneremo nulla dagli accordi che Monti ha strappato ai tedeschi. Ci guadagna tutt’al più chi ha quattrini accumulati: evasori, faccendieri,  ladri, speculatori e specialisti del riciclaggio. In cambio del permesso di respirare, il governo dei padroni impone ai lavoratori il lento strangolamento del fiscal compact. Tradotto in parole povere, il capitale italiano si salva a spese dei lavoratori, che continueranno a subire  tasse crescenti, tagli, licenziamenti, sfruttamento, svendita di beni comuni e rinuncia a ogni diritto. Il governo vende al grande capitale i ceti subalterni e la stampa alza il tricolore e fa festa. Se avessi ancora 24 anni mi procurerei le armi e lotterei per la libertà. Lo dico chiaro e non mi tiro indietro: è diritto dei popoli rovesciare governi traditori. 

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La bandiera subito alzata dal governo politico dei “tecnici” è di quelle che fanno un grandisimo effetto in questi giorni di crisi trionfante: favorire la concorrenza economica nel mercato interno. Per quel che riguarda la formazione, però, alle chiacchiere degli esordi piagnucolosi non corrispondono i fatti e pare quasi che il concetto stesso di “concorrenza” abbia assunto significati decisamente fuorvianti. Che senso ha, infatti, chiedono i precari, voler fare concorsi per aprire ai giovani, quando migliaia di validi professionisti della formazione, che giovani sono pur stati, risultano abbandonati così al loro destino? Concorrenza per il Ministero significa forse mettere l’uno contro l’altro i giovani e i meno giovani, in modo gli uni tolgano il pane agli altri e tutti insieme facciano la fame? E da un punto di vista puramente “tecnico“, poi, dov’è mai scritto che più si è giovani e più si vale? E un mistero glorioso.

All’università, come oggi s’usa, in nome come della immancabile “qualità“, il ministro dell’Istruzione ha deciso di assegnare i fondi per la ricerca di base a gruppi di almeno cinque “unità di ricerca” che facciano parte di dipartimenti l’uno diverso dall’altro. Secondo Profumo, è questa la via per indurre le singole università a stabilire rapporti di collaborazione su progetti aperti a più larghi orizzonti, in modo da aumentare la qualità media della ricerca italiana e impedire che tutto vada alle punte di eccellenza. Qualità ed eccellenza! Non c’è un ministro che non sia obbligato a recitare questa commedia tre volte al giorno, assieme alle dieci Ave Maria e ai venti Pater Noster prescritti dal confessore subito dopo la quotidiana messa mattutina. A chiedere in giro, però, con laica diffidenza, sembra che in questo modo si vadano a colpire i gruppi più piccoli, quelli che, in realtà, sono il vero motore di una ricerca che, qui da noi, è fondata appunto sulle “eccellenze” e sui piccoli gruppi, che andrebbero, a quanto pare, sostenuti in ben altra maniera. A conferma di questa critica ci sono i numeri: nel 2005, in Italia, su 51 progetti finanziati in campo economico, ad accaparrarsi le risorse sono stati 54 atenei. In pratica, la quasi totalità delle Università.

Il ministro, nato e cresciuto nell’università, sui precari tace, prende tempo, balbetta e si direbbe quasi che non sappia di che parli. Sui fondi universitari, invece, un terreno su cui evidentemente si muove molto meglio, risponde con una punta di arroganza: occorre semplificare le procedure perché il numero delle domande è elevato per l’entità dei finanziamenti. Un’osservazione acuta, se la lentezza delle procedure non dipendesse proprio dal suo Ministero.

Sull’entità dei fondi, meglio tacere. Di tagli alla formazione l’Italia ormai muore, ma il governo dei tecnici non se n’è ancora accorto e tutto quello che ha saputo fare finora è seguire le tracce dei predecessori. La scuola del Mezzogiorno attende il miracolo dell’immancabile “progetto pilota” fondato sul prolungamento dell’obbligo in uno stretto e ambiguo rapporto con gli istituti professionali regionali (che si fa, si va dal padrone e poi si dice che si è andati a scuola?), sui concorsi per “giovani docenti”, coi “vecchi” messi alla porta dalla Gelmini o costretti dalla Fornero a lavorare fino a settant’anni, trovando in classe, magari, i nipoti dei nipoti dei loro primi studenti.

Si va avanti così: miracoli o scommesse, come quella di trasformare edifici scolastici che dovrebbero essere da tempo in pensione e nessuno sa come stiano in piedi, in centri di aggregazione, oltre che, se ci sono tempo, voglia e possibilità, centri “anche” di formazione a buon mercato, con i docenti sempre peggio pagati. Soldi naturalmente non ce ne sono, ma si fa affidamento sull’Europa. Quale Europa, nessuno sa, nemmeno Profumo, al quale Unicredit evidentemente non ha fatto in tempo a mandare il suo avviso alla clientela: “Le preoccupazioni relative all’aggravarsi della situazione del debito sovrano dei paesi dell’area euro potrebbero portare alla reintroduzione, in uno o più paesi dell’area euro di valute nazionali o, in circostanze particolarmente gravi, all’abbandono dell’Euro“. Testuale. Non sarà la banca di Profumo, ma non c’è dubbio: la faccenda riguarda anche lui. Lui e la fantasia che i “tecnici” hanno saputo portare al potere, come fossero giovani e scapigliati sessantottini. Con il rispetto dovuto a Capanna.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2012

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Che il potere tema la conoscenza narrano, impareggiabili, i Greci antichi nel mito di Pallade Atena, vergine dea della sapienza, nata contro il volere di Zeus, padrone dei cieli, dei numi e del mondo.
Spodestato il padre Cronos e incantato da Metis, titana della conoscenza, Zeus volle farla sua. E’ andata sempre così: il potere desidera possedere la conoscenza. Messa incinta Metis, però, Zeus sentì nascergli dentro la paura; se dall’ammaliante titana fosse venuto al mondo il frutto d’un connubio col potere, quel figlio l’avrebbe di certo spodestato. Lo spettro del timore trovò conforto nella superstizione, che anche sull’Olimpo fu puntello al dominio, e un oracolo confermò: “il figlio che avrai da Metis sarà la fine del tuo regno…
Come animale ferito, disposto a tutto per salvare se stesso, Zeus divorò la titana e si sentì al sicuro dal rischio.
Nata dalla testa di Zeus, folle per il dolore prodotto dalla pressione devastante d’un pensiero che gli cresceva dentro con elmo e lancia, l’invincibile Atena sconfisse il potere e, benché poi tentasse di piegarla alla sua volontà, Zeus dovette subirla e Atena non fu mai serva.

Nessuno difenderà la scuola così com’è ridotta, ma occorre dirlo: l’insegnamento è una scienza e, in quanto tale, non è semplice erudizione e non racconta gli eventi accaduti senza alcuna conoscenza del passato e senza una visione dell’avvenire. Questo invocare Monti, “il traduttor de’ traduttor d’Omero“, questo attaccare ossessivo e decontestualizzato il Sessantotto, Don Milani e Gianni Rodari, non è un delirio da Don Chisciotte che parte lancia in resta contro un nemico che non c’è più. No. C’è di più e di peggio. C’è un obiettivo politico antico, com’è antica la storia della scuola: l’insegnamento come strumento di democrazia reale e di crescita di intelligenze critiche. E’ Zeus che torna a mangiare Metis, per assorbire la conoscenza e farla serva. E’ il potere, che mette in tasca al maestro i contenuti della sua “verità” per cancellare Socrate, che Atene non a caso mise a morte per il suo rivoluzionario insegnamento: “un maestro insegna a diffidare delle certezze. E’ l’eredità che la Grecia consegna all’uomo, dopo averlo ammonito per bocca di Chirone: “conosci te stesso“.

Quando giunge a scuola, un bambino ha assorbito in famiglia e ha respirato nell’ambiente in cui è vissuto modelli sociali e vincoli di lealtà. Sembra libertà, ma può esser galera. La famiglia fascista insegnava ai suoi figli la dottrina della rivoluzione squadrista. Scuola e docente dovevano rafforzare in lui la fede nel duce e la cultura di ceti dominanti. Cultura del potere, con Zeus che divorava Metis per impedire la nascita di Atena. La repubblica antifascista si è data per scuola un laboratorio libero che non trasmette una “cultura ufficiale“. Come sempre, un ragazzo vi porta le sue esperienze umane. Il maestro l’accoglie, lo aiuta a semplificarle in fattori, a scomporle e ricomporle mille volte, fuori dal mondo in cui sono nate, affrancate da ipoteche di “lealtà” di clan, a riviverle razionalmente e criticamente. Nasce così il rifiuto o l’adesione: dal libero confronto, da una valutazione autonoma rispetto ai principi fondanti fissati dalla Carta costituzionale. In rapporto a questa scala di valori, un docente governa il laboratorio e di questa attività deve dar conto, perché la “misura” è decisiva e l’alunno va difeso dallo strapotere dell’attività della struttura cognitiva adulta. Di questo dà conto. Ogni altra valutazione è politica e tende ad annichilire Socrate. E’ qui lo scontro. Si vuole una scuola che non si opponga all’insostenibile “pressione di conformità” prodotta da famiglia, amici, strada e mercato. Una scuola che assuma un modello. Quello “normale”. O l’alunno e il docente, “normalizzati“, lo accettano o per l’uno c’è emarginazione, per l’altro cicuta.

La polemica contro la scuola statale e lo “Stato gestore” non ha nel mirino il ’68, Don Milani o Gianni Rodari. No. Si mira a colpire chi sostiene che la formazione del cittadino sia dovere della collettività, cioè dello Stato, che ha il compito di “realizzare il bene comune, far […] rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri e formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. Non è stato il bolscevico Zinoviev che ha affermato questo principio nell’intento di “scristianizzare” il mondo. Lo decise solennemente il cattolico ufficio internazionale dell’infanzia per combattere la ricorrente patologia del potere e i piccoli e ciechi tiranni. Quelli che, come Zeus, divorano Metis, sperando d’incatenare Pallade Atena.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2011 e sul “Manifesto” il 5 ottobre 2011

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Se in Italia scuola e università sono un disastro, gli studi dell’avvocato Gelmini sono il frutto di quel disastro, sicché, a rigor di logica, una cultura disastrosa riforma un presunto disastro e invano Cassandra ci allerta: Troia perirà.

Il 14 dicembre scorso i fatti di Roma ci hanno posto davanti a uno specchio. Sarebbe bastato tener presente il monito di Lucrezio – “il lato ch’è destro del corpo sta nello specchio a sinistra” – e avremmo guardato la realtà in maniera più problematica. Di che morte moriamo? Ci acceca lo splendore del sole o è una notte profonda a toglierci la vista?

E’ difficile dirlo. Qual è la realtà e quale l’immagine sua deformata? Il Parlamento chiuso alla piazza e protetto da uomini in armi, o la piazza, in fiamme, gli studenti in rivolta, la rabbia degli eterni precari e le proteste degli artisti? Sia quel che sia, crepuscolo della ragione o eccesso di luce, la riforma è infine passata e il ministro, davanti allo specchio della storia, confonde il passato col futuro che l’assedia e delira: “è una bella giornata“, archiviata “definitivamente la cultura falsamente egualitaria del ’68“, inizia “una nuova stagione all’insegna della responsabilità e del merito“.

A quale Sessantotto si riferisce il giovane avvocato culturalmente disastrato?
A quello che, levatosi in piazza contro una società gerarchizzata, dichiara guerra alla guerra, afferma la dignità del lavoro di fronte al capitale, lotta per la libertà sessuale, rifiuta la doppia morale borghese e combatte contro un sistema formativo ridotto a strumento di trasmissione dei valori dei ceti dominanti? Se questo è il Sessantotto da archiviare, non ci sono dubbi, non si tratta più semplicemente di una riforma, ma di un articolato disegno ideologico, che oppone all’utopia egualitaria della “città nuova” e alla ricerca di un mondo migliore, la pretesa fatalità di un invivibile mondo futuro e il trionfo della distopia. Dietro la realtà rovesciata dallo specchio s’intravede chiaramente il Leviatano. In discussione non sono solo la scuola e l’università.

E’ ben altro.
E’ il potere che impone una visione reazionaria della società e racconta se stesso: il Vietnam, dice, è legittimo, la schiavitù della donna e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono pilastri dell’ordine costituito. Così, “simulacro che torna a noi dallo specchio”, per dirla con Lucrezio, la democrazia ci si presenta nei panni del suo “rovescio”, diventa “meritocrazia” e afferma un principio: la povertà è una colpa e merito è la ricchezza.

Riforma nel senso calvinista della parola, quella che la Gelmini firma in nome e per conto della Confindustria, disegna allo stesso tempo la “nuova scuola” e un’antica società, Realtà vista allo specchio da Giavazzi e Abravanel, la meritocrazia perde il carattere doloroso e oppressivo che le assegnò Young e scopre una pretesa nobiltà morale della ricchezza che, comunque accumulata, è la figlia gloriosa dello sviluppo del capitale umano. Non ha genitori la miseria e i sacerdoti del merito tacciono sulla dottrina della salvezza, esito drammatico della nuova fede. Reciso il filo prezioso dell’approccio critico, è difficile partire da sinistra per guardare il lato destro e collegare al merito la tragica battaglia che si combatte negli Usa contro la “nobiltà della ricchezza” per obbligare un medico a curare un povero diavolo e costringere un ospedale ad aprirgli le porte, se non c’è un’assicurazione che copra le spese.

Giavazzi, Abravanel e Gelmini si guardano bene dal ricordarlo, ma Yuong lo ha messo nel conto e il 14 dicembre l’ha annunciato. Prima o poi la cultura della meritocrazia conduce a un bivio fatale: o una élite schiavizza le masse o le masse scatenano una rivoluzione sociale.

Uscito il 27 dicembre 2010 su “Fuoriregistro” e “Report on line“.

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