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Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895. Abbandonata dai genitori e adottata da una famiglia di lavoratori, frequenta a stento le elementari. Ai primi del ‘900, Giolitti apre una stagione di riforme sicché nel 1911, quando Emilia entra in fabbrica, per i minorenni la legge vieta turni di notte e mansioni rischiose e limita l’orario a dodici ore con due di pausa. La giovane donna difende coi compagni i diritti calpestati dai padroni, ma il lavoro è così rischioso, che un incidente la priva del cuoio capelluto. Nel 1921 Emilia è a Milano col tipografo Federico Giordano Ustori, che, accusato di un attentato e assolto dopo un anno di carcere, va a vivere con lei a Nocera. Tornati a Milano per le minacce fasciste, nel 1924 si sposano, ma dopo le leggi «fascistissime» fuggono in Francia.
A Parigi «casa Ustori» è un riferimento per molti fuorusciti e quando Federico attacca Stalin, «spietato necroforo della rivoluzione» e denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS, Emilia è con lui. Il 2 novembre 1930, Federico muore ed Emilia si trova accanto tanti antifascisti, da Treves, che lo ebbe linotipista alla «Libertà», a Piero Montanini, della Concentrazione Antifascista che promette di riportare a casa da vincitori Federico, Amendola, Gobetti e i tanti operai morti in esilio come testimoni del sacrificio popolare. «Casa Ustori» sparisce così dalla «geografia politica» di Parigi, ma Emilia. che trova lavoro presso Ettore Carozzo, editore ed emigrato politico, non si allontana dai fuorusciti. Tutto ormai nella sua vita ha un colore politico, anche i luoghi frequentati. In un caffè in via Diderot, ritrovo di fuorusciti, nel 1932 incontra Pietro Corradi, che curerà le ferite d’una donna sofferente.
Vicina a «Giustizia e Libertà», la Buonacosa frequenta i libertari Renato Castagnoli e Bruno Gualandi e il dott. Temistocle Ricciulli. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici. Ricorda il Ricciulli perché nel 1935 le curò una polmonite. In realtà, hanno combattuto i franchisti. Tornata a Parigi nel 1938 la donna procura documenti per i reduci in fuga dalla Francia. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 avvisa un’amica: «quelli […] considerati i più sinceri fra gli amici […] oggi cercano di pugnalarti alla schiena».
L’attacco italiano alla Francia la trova esule in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Condotta ad Aquisgrana, il 9 ottobre è in mani fasciste. A Napoli, a novembre, nega l’attività antifascista, la Spagna e le riunioni di «Giustizia e Libertà». Il 2 dicembre 1940, quando è condannata a cinque anni di confino, non ha un legale, l’accusa non esibisce prove e un medico attesta che è idonea al regime del confino. La Buonacosa ricorre: le accuse sono solo ipotesi, la condanna è «enorme e inumana», perché non si è giudicato un «atto violento», si sono ignorati l’infortunio e il bisogno di cure e si poteva mandarla infine in un luogo in cui i familiari potevano aiutarla. Il ricorso è respinto.
Giunta a Ventotene il 13 dicembre 1940, ottiene che un medico attesti il bisogno di cure e di una parrucca. Inizia così un duello sulle regole, che sembra rendere la confinata più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime in cui il diritto coincide col potere e il potere nasce dalla forza bruta. La prima richiesta – «un sussidio di vestiario» – chiama i carcerieri al rispetto dei «principi umanitari» della finta «civiltà fascista»: se manca di tutto, è perché il medico ha ignorato il suo infortunio e la polizia l’ha trascinata via senza lasciarle prendere le sue cose. Tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco e pagare per la parrucca rotta.
Per quanto sofferente, Emilia insiste. Per la parrucca, propone, potrebbero condurla a Napoli e per le cure avvicinarla a casa. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere con altre donne». Invano il prefetto di Littoria approva il viaggio e il medico ricorda che la «psicoastenia a sfondo depressivo», vissuta «in comune con altri confinati», può «indurre al suicidio», il Ministero nega il trasferimento. Emilia vacilla – «vivo in penosissime condizioni», ammette – ma non cede e torna sulle valigie, in cui c’era il suo corredo, costato anni di lavoro e del quale, nonostante le ricerche promesse, non sa nulla. Quando infine si decide di condurla a Napoli, si scopre che manca la scorta. Per otto mesi, afflitta da dolori alla testa e dal timore del «ridicolo per le […] condizioni della parrucca», la donna resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia». Il calvario termina il 19 agosto 1941, quando, partita per Napoli, torna con una parrucca nuova.
Ai primi del 1943, il Ministero le permette di scrivere a Parigi al Corradi, che, per aiutarla, le ha venduto dei mobili, ma la donna critica il cambio con la moneta francese, così sfavorevole, da scoraggiare altre vendite. Meglio conservare ciò che ha, altrimenti, scrive, scontata la pena, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra». Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta di cui l’isola è ricca, la Buonacosa peggiora e il sistema nervoso, già debole per l’infortunio, le causa  vertigini e oscuramenti della vista. Per curarla, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il Ministero, deciso a piegarne la resistenza, colpisce dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo. Il direttore, Marcello Guida, un vero aguzzino fascista – è lui che consiglia di prolungare la pena per Terracini e la Ravera – conosce l’intento del regime ed esercita con ferocia il suo potere, ritardando l’invio delle richieste a Roma.
Il colpo più doloroso giunge quando i genitori chiedono di vederla e la Buonacosa implora: la madre anziana potrebbe d’un tratto mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora. […] La devozione per il Regime li raccomanda. Non vorrete negare una consolazione». Il duce rifiuta e un no riceve anche la madre, che il 29 aprile 1942 gli confida l’ansia terribile «per il figlio combattente, che non scrive dal mese di novembre» e lo implora: non «avrò molto da vivere […] e vorrei vedere almeno la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».
Alla clemenza, che può sembrare debolezza o ammissione di colpa, i tiranni preferiscono spesso la crudeltà, sicché il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata resiste, finché, Guida sente morire il regime e abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia non ha più senso e il 27 giugno 1943, dopo che Roma ha deciso di liberare i «politici» meno «pericolosi», benché sia molto attiva e stimata dalle compagne, la inserisce in un elenco di 140 confinati ai quali  commutare in ammonizione la pena.
La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, si recano dal Guida, che, tolto il quadro del duce dall’Ufficio e il distintivo fascista dalla giacca, d’un tratto cortese, accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio, incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivamente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, lasciando Ventotene, crede di tornare a casa. L’attendono invece le macerie e i morti di Formia bombardata e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.
La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave, giunte con lei da Ventotene e a nome suo e delle compagne malate e prive di cure, ricorda al vecchio fascista  Badoglio un titolo che ora impone rispetto: la sua strenua lotta al fascismo. Noi tutte, scrive, «protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Il senatore Umberto Ricci, però, ex prefetto di Mussolini e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, prende tempo. Invano il 31 agosto da Fraschette chiedono che fare di Emilia Buonacosa, che, giunta al campo 24 agosto, per il direttore è ancora una «politica». L’ordine di liberarla parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga, e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia torni a casa.
Tornata a Pagani il 7 agosto 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva, mentre il sipario cala sulla sua vicenda umana e politica. Poco prima della Liberazione, Nenni le scrive, promettendo di andare a farle visita, ma non lo farà. Di lì a poco, quando Emilia chiede il passaporto per un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista come Nenni e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, fuggì quando gli Alleati liberarono l’isola e conclude con parole terribili: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».
Per le autorità, quindi, La Buonacosa è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui rimesta il prefetto non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito, poi torna a casa. Su quella melma, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Una melma destinata a riaffiorare, se nel 1959, con Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Tambroni al Tesoro, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’ il Tesoro che, per decidere sul diritto alla pensione assegnata ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie sulla donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste ed è chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo eterno fascicolo, il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e la «sovversiva» rimane la «donna di facili costumi, capace di azioni delittuose» che «convisse more uxorio con un tipo politicamente pericoloso».
Si chiude così un fascicolo che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in catene, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia e ai morti di Milano, che aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, alla televisione, Emilia vede il fango del ventennio che riemerge e riconosce Marcello Guida, l’aguzzino di Ventotene. Questore di Milano, indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.Emilia muore il 12 dicembre 1976, ancora «pericolosa» per  istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico.

Fonti e Bibliografia

ACS, Confino, f. 164; Necrologio in “Umanità Nova”, 6-3-1977; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, Athena, Napoli, 1989, pp. 105-106; Giuseppe Aragno, Emilia Buonacosa, in AA.VV. Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, I, p. 274; Idem, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 53-72; Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Ippogrifo, Sarno, 2012. Ilaria Poerio, Vania Sapere, Vento del Sud. Gli antifascisti meridionali nella guerra di Spagna, Istituto Ugo Arcuri, Cittanova, 2007, p. 233.

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