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imagesIl 23 di febbraio è la ministra Giannini che apre i cuori alla speranza: “53 miliardi per la scuola sono pochi”. Segue a ruota l’autorevole conferma del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il giorno seguente precisa: “Il primo punto del programma è il rilancio dell’educazione. Da giugno a settembre realizzeremo un piano straordinario per le infrastrutture scolastiche”. Un impegno chiaro e ufficiale, che gli guadagna fiducia e consensi. Il 26 febbraio, però, a stretto giro di posta, la postilla di Renzi affidata a “Repubblica” apre la lunga stagione delle docce scozzesi: “Abbiamo due miliardi per ristrutturare le aule”. Dai 53 miliardi che parevano pochi si passa a un saliscendi di numeri buoni per il banco lotto. L’8 marzo la ministra Giannini dimezza i fondi promessi da Renzi e dichiara impassibile che “per la sicurezza sono pronti interventi per 1 miliardo”. Il 10 marzo, due giorni dopo, Renzi, stremato dalla quotidiana dose di twitter, ignora i tagli dichiarati dalla Giannini e, come Cristo coi pani e coi pesci, moltiplica i fondi e confida alla “Stampa” che si son “trovati 2 miliardi e mezzo per interventi sull’edilizia”. I tempi però si sono allungati: devono bastare per tutto il 2016.
Mentre sorge, inquietante, il dubbio che nel governo la destra non sappia ciò che fa la sinistra, il sottosegretario all’Istruzione, Roberto Reggi, rilascia sconcertanti dichiarazioni: “Tutti i numeri che leggete sull’intervento del governo sull’edilizia scolastica – afferma – sono falsi. Tutti falsi” Proprio così: falsi!. “Nessuno sa davvero quante e quali sono le scuole su cui dobbiamo intervenire, né conosce i fondi disponibili. Qui nessuno sa niente” sbotta il viceministro, “Renzi spara razzi nel cielo, quello è il suo talento, ma poi noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli”. Sui razzi si apre così un’incredibile gara. Per Renzi la scuola ha già avuto 3 miliardi e 700 milioni, per la Giannini sono 200 milioni in meno e il 15 giugno, dopo mesi di fuochi d’artificio e razzi a moltissimi stadi, sulla “Stampa” i numeri ridimensionati gelano quanto sopravvive dell’iniziale entusiasmo: “Piano scuola al via. Pronto un miliardo”, dichiara il governo, senza rinunciare a promesse nate per tirar su il morale e destinate puntualmente a buttarlo giù: “Tra il 2015 e il 2020 arriveranno altri 4 miliardi”. Quello ch’era dato per certo è rimandato così alle calende greche, ma ci consola la luce di un tracciante: “La mia scuola parlerà inglese”, dice a fine marzo la Giannini, che ad aprile, però, narra “Repubblica”, ruba l’elmetto alla collega della difesa Pinotti, prende il fucile e va in trincea: “Mi batterò contro i tagli agli atenei”. afferma, e svela così che il governo lotta contro governo.
In attesa che uno dei razzi lanciati vada a segno, a luglio si parla di “un premio ai professori”, che, però, “dovranno lavorare di più”. Non c’è tempo per capire che razza di premio sia quello che ti aumenta il lavoro senza contrattare miglioramenti dello stipendio: il primo razzo di Renzi, lanciato a febbraio, è ridotto a un misero bengala, ma c’è infine la buona novella. Il razzo stavolta lo lancia la “Stampa”: “partono le ‘scuolebelle’ di Renzi. Da domani arrivano gli imbianchini. Stanziati 150 milioni da usare entro dicembre”. E’ un anemico bengala: i fondi già utilizzati per i lavoratori socialmente utili, messi alla porta, sono stati usati per reclutarli di nuovo con le vecchie mansioni più il ruolo di imbianchini. Nel silenzio biecamente complice dei media, si scopre che i 53 miliardi di febbraio erano una bufala e non resta che lanciare la campagna per l’elemosina: “Via libera all’8 per mille per rilanciare l’edilizia scolastica” titola la “Repubblica”, il 24 luglio, pochi giorni prima che Renzi faccia un triste dietrofront e imponga lo “stop alla pensione per 4 mila insegnanti”. La stagione dei razzi è finita? Nemmeno per sogno! Renzi, narrano giocosi giornali e televisioni al servizio del re, presi per il bavero il tecnici del Tesoro, ha promesso: “Troverò io le risorse'”.
Agosto batte il record delle docce scozzesi. Si parte con la doccia gelata di “Repubblica”, che regista l’allarme delle Province: “Scuole senza soldi, riapertura a rischio, […] colpite dai tagli per 9 miliardi: non possiamo garantire sicurezza e riscaldamento delle aule”, ma ci si fa coraggio alla luce d’un razzo del “Corsera” che alla vigilia di ferragosto alimenta i sogni: “informatica dalla primaria e alla maturità si parlerà inglese”. Caldo, freddo, freddo caldo, si rischia la bronchite: un giorno il missile di Renzi che ci mette la faccia – scuola? “tratto io, sarò giudicato su questo”, che è come dire, finora abbiamo scherzato – un altro l’annuncio: “Scuola, nuovi concorsi e aumenti”. Nuovi concorsi? Ma no, che avete capito? C’è una grande “svolta sui precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. Assunzione? Sì, forse, ma intanto “servirà un miliardo e mezzo”. E come si fa? Niente paura avvisa Renzi, “il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva che, a differenza di altre occasioni, intende andare nella direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente che è la negletta spina dorsale del nostro sistema educativo”. Razzi stupefacenti che non fanno male, sicché la moderata Giannini, si spinge fino alla “rivoluzione scuola”, ed espone il suo piano: ‘Meritocrazia e apertura ai privati Mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori” Gongolano i giornali tra il 26 e il 27 agosto, quando due razzi di rara potenza annunziano un “piano per riassorbire i precari” che è l’annuncio degli annunci: “precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. In un agosto freddino come non mai, si gioca al rialzo e il “Corsera”, per non farsi scarseggiare missili, razzi e un buon bengala, titola entusiasmato: “sono 120 mila i professori a termine”. Crescono i numeri, ma cambiano le modalità del reclutamento, si assumeranno precari “ma senza cattedra fissa”. La doccia bollente si fa d’un tratto tiepida e “Repubblica”, preoccupata, lancia l’allarme: doccia veloce, sennò rimarrete insaponati! Mancano i soldi e le cose stanno così: “chi lavora di più prenderà più soldi”. Toccherà ai presidi, ma non si sa come si valuterà il lavoro: si tratta di quantità? Conta la qualità? Nessuno sa dirlo e, mentre l’acqua si gela, si torna a parlare di rivoluzione. “Rivoluzione del merito” spiega Repubblica, e il “Corriere” mette in orbita il razzo dei razzi, scrivendo convinto: “Scuola. Liceali, stage al museo. E alle elementari più maestri per classe. Piano istruzione da 3 miliardi l’anno”. Mentre si cercano disperatamente soldi – la BCE ci avverte: non potrete stamparli – si apprende che per “medie e maturità, gli esami cambiano. Le linee guida della riforma puntano alla semplificazione delle prove alla fine dei cicli”. E’ una tale esplosione di razzi che persino il presidente del Consiglio, che pure di razzi e bengala è maestro cinese, sente il bisogno di puntualizzare: calma, signori pennivendoli, “troppa carne al fuoco, la scuola slitta”. Così racconta il “Corriere” il 29 agosto.
La scuola slitta, scarroccia, rischia il testacoda, ma si continua con acqua gelata come fossimo in un manicomio: “Per studenti e prof. ora si cercano i fondi” avvisa il “Corsera” il 29. Gli fa eco la stampa con la classica cura scozzese: “Scuola, assunzioni congelate. Problemi con le coperture, rinviata la riforma. Oggi in Cdm nemmeno le linee guida”. Si va verso l’autunno. “Settembre andiamo è tempo di migrare”, ricorda il vecchio poeta, ma ci si può consolare, perché come saggi pastori, Renzi e Giannini, “rinnovato hanno verga d’Avellano” e se un razzo cadente avvisa che è tempo di verità – “niente assunzioni. Non basta 1 miliardo per stabilizzare i precari” – un razzo di speranza fa luce nel cielo e fa appello all’ottimismo: “c’è un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana, nei prossimi 12 mesi occorre ripensare come l’Italia investe nella buona scuola. Nel bilancio dello Stato metteremo più soldi sulla scuola e assumeremo 150 mila precari. A partire da gennaio i provvedimenti normativi, perché il 2015 sia l’anno in cui si inizia a fare sul serio”.
Faranno sul serio? Chissà. Finora ci hanno preso per i fondelli.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto il 19 settembre 2014, col titolo Sulla scuola piovono miliardi di promesse.,

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3secondigliano_censi2_primaTerranei limacciosi, roventi d’estate e gelati d’inverno, ammassati tra Via Cassano, il cimitero e gli stucchi umbertini di Corso Italia: questo erano i “Censi” a Secondigliano negli anni Settanta del secolo scorso. Miseria, ignoranza, rassegnazione, povera gente messa a marcire in lerci tuguri, grumi di umanità diffidente e straniera che ti seguiva con la coda degli occhi finché poteva. Così, con la sensazione d’esser seguito, ci passai per sei anni e fu sempre come la prima volta, quando da via Tagliamonte sbucai su una spianata di terra battuta e ciuffi d’erba olivastra: al centro, due prefabbricati con le finestre a vetri rinforzati, circondati da un muro di tufo, tra bidoni anneriti dai falò notturni, carcasse d’auto, cumuli d’immondizia, copertoni, zingari accampati, tende, roulotte, celerini e una folla inferocita. Una scuola in una terra di camorra.
– Via una tribù – sibilò quel giorno il Direttore Didattico – ce n’è un’altra che arriva.
Cominciai così, tra zingari rifiutati, mamme inviperite, manganelli e bambini di prima elementare entrati in classe a fatica in mezzo a compagni distesi a terra, aggrappati ai piedi delle madri. Era scritto in quegli occhi piangenti che parlavano più chiaro delle bocche: la scuola che da studente avevo odiato mi avrebbe ferito di nuovo. Però l’avrei amata.
Erano tempi di svolte così radicali che non bastavano bombe. La scuola si apriva alla società e ai “Censi” la “democrazia partecipata” fu vita vera; per un po’ i collettivi tennero il campo e si lottò. La destra fece carte false per tener fuori la scuola pidocchi, pidocchiosi e pensiero critico e trovò muti consensi a centro, la sinistra frenava ogni forma di autonomia, ma facemmo causa comune coi pidocchiosi che chiedevano diritti, tenemmo duro e la sorte dei pidocchi non pesò su quella dei pidocchiosi ai quali, però, quando si votava – Consiglio di Circolo o Parlamento poco importava – in cambio di voti, i clerico-fascisti donavano pettini stretti, aceto, miracolose polveri antiparassitarie e per sopramisura un impegno allettante: mai più zingari ai “Censi”. I docenti spaesati dalla scuola di massa cercarono riferimenti: la sinistra attirò i liberali, la destra i nostalgici dei tempi andati, che nello schifo per i pidocchi della scuola di massa misero l’odio di classe. In quanto alla “società civile”, piantò baracca e burattini e si buttò sul privato.
Il Direttore Didattico mise in campo il coraggio di ex combattente, ma alla scuola di massa mancò sempre qualcosa, dai bidelli agli arredi, dalle aule alla palestra, dai laboratori ai sussidi. E non bastò nemmeno che molti dei docenti ostili, capito il gioco, scendessero in trincea; la “democrazia partecipata” morì nell’impotenza degli Organi Collegiali e la stagione di lotte si chiuse in labirinti di zingari, copertoni, carcasse d’auto rubate e battaglie sindacali sugli stipendi.
Coi ragazzi di prima giunsi alla quinta, ma a Natale erano analfabeti. Grandi cerchi fuori dai righi, ominidi stilizzati come fossimo al paleolitico, macchiaioli, impressionisti, ma analfabeti: qui mi aveva condotto una “Guida per il maestro” che ignorava l’esistenza dei “Censi” e dei suoi ragazzi. A parte i pidocchi, le classi “migliori” stavano anche peggio, ma aver compagni al duol non scema la pena. I ragazzi mi volevano un bene dell’anima, erano un miracolo di democratica indisciplina, ma il profitto valeva zero e mi prese un’ansia senza nome. La notte sognavo l’alfabetiere, balzavo su col cuore in gola e mi calmavo preparando esami per l’università.
Fu a fine febbraio. Un lampo negli occhi e Bocchetti, trionfante, esibì fogli zeppi di parole corrette. Tartagliava come sempre, in preda a indomabili tremori nervosi, ma la spuntò. In un quadratino in alto a sinistra, come si doveva, aveva messo un topo accettabile; la coda era forse lunga, ma la pagina era piena di parole che cominciavano con “zeta”: corsivo, stampatello, maiuscole e minuscole. Preciso e pulito.
– Bravissimo! – gli feci, sobbalzando – ma dimmi che hai scritto.
– La ”z” di zoccola, pruvessò! E la luce dei suoi occhi entrò nella mia testa. Per i ragazzi dei “Censi” il topo aveva due nomi: “sorice” o “suricillo”, se intendevano topolino, “zoccola” o “zucculona” se si trattava di notevoli dimensioni o donne di facili costumi, E’ terra straniera, mi dissi, e a casa lavorai come un pazzo. Ventiquattr’ore dopo ero uno straccio, ma giunsi ai “Censi” ch’era quasi l’alba. La celere come sempre circondava zingari e scuola. Tappezzai l’aula di nuovi cartelloni. La “z” di “zoccola” al posto d’onore, rinforzata da un frate francescano – “ze’ monaco” ai “Censi” era una finezza da Basilio Puoti – e col frate, a scanso equivoci, incollai un “suricillo” vivace con le sue letterine: “s” maiuscola, minuscola, in stampatello e corsivo. Più in basso, un trionfo di gatti stampati con cura; uno bianconero e un altro fulvo, con le chiarissime iniziali: la “i” di “iatta” e la “m” di “mucillo”. Questo era il gatto ai “Censi”: “iatta” o “mucillo”. Una botte marrone a cerchi neri suggeriva decisa la “v” di “votta”, un’oca grande e grossa stava lì per la “p” di “paparella”, cui facevano compagnia una balena, che confermava con la “p” di pesce la “p” di “paparella”, e via così, doppi e tripli cartelloni per un terremoto che inserì la scuola, la lettura e la scrittura tra le conquiste della vita dei miei tripudianti ragazzi.
In quegli anni divenni maestro. Non chiedete di errori o di danni. Andò come poteva andare. Mi vollero bene, li amai. Ignoranti senza futuro, però sul viso denutrito e negli occhi vivi c’era ancora posto per il rosso dell’imbarazzo, della vergogna e della timidezza, per l’innocenza dell’infanzia, appannata dal velo di chi conosce la vita, per la luce dei sogni, che una parola poteva spegnere, per una domanda di affetto contrastata da ombre nascenti nei momenti di già apprese violenze. Niente era già perso. Regine e re, galantuomini e sognatori, scrittori e pittori geniali, arte, scienza, umanità incorrotta, tutto portavano dentro. Tutto il bene del mondo. Dei genitori, i padri erano invisibili e le mamme a trent’anni già vecchie.
Subito fuori, però, il veleno della “società civile” ci soffocava più degli zingari e della celere. Sullo slargo dopo Via Tagliamonte i cortei di protesta che attraversavano la città non giunsero mai. La politica ai “Censi” si preparava a sostituire nuovi ghetti a vecchi formicai; politica era la licenza concessa a una scuola privata per borghesi benpensanti, che spedì a centro voti progressisti; era il favore in cambio del favore, il voto che valeva lavoro, il commissario governativo per gli esami di Stato scelto ad arte tra chi non vedeva o sentiva e lasciava fuori dal gioco chi rifiutava la “busta”, minacciando denunce; è “un giovane impulsivo e immaturo che crea inutili imbarazzi”, si diceva, e “il Commissario non lo farà più”. Promisi a me stesso che non avrei imparato e sono un vecchio immaturo. Un alunno si perse. Uno piccolino che mi aveva avvisato: “Ce sta nu Mecedes che mi piace. Dimane vedimme’ comme va.
I carabinieri lo inseguirono a sirene spiegate: al volante non si vedeva nessuno, ma guidava come un pilota di formula uno. Quando strinsero l’auto al muro dopo il marciapiede, era sdraiato al posto di guida. Toccava i pedali con la punta dei piedi, teneva il volante tra le mani dio solo sa come e davanti vedeva e non vedeva, però gli bastava. Il giorno dopo finì sulle pagine dei giornali e a scuola mi sfidò: – Io ve l’avevo ditto.
Sulle prime pagine tornò anni dopo: ergastolo per omicidio durante una rapina. Uccise il custode di una fabbrica con una fucilata. Degli altri non so. Passai alle medie e ai “Censi” non tornai più. Me li sono portati dentro per sempre e lì sono ancora, ma ormai non esistono più; li spazzò via la ruspa alla fine degli anni Settanta: recupero delle aree periferiche, si disse, ma tutto finì sulla soglia di un limbo, là dove i sogni si fanno incubi. Sulle macerie ora trovi impenetrabili ghetti e una camorra da società dei consumi. Intanto, più feroce di ogni ferocia, la politica continua a “riformare la scuola”; Renzi ora vuole “salvarla” con la sua incredibile “mobilità nazionale”. Un omicidio, questo, che nessuno pagherà.

.Uscito sul Manifesto il 13 settembre 2014 col titolo La scuola pidocchiosa ai Censi di Secondigliano e su Libertà e Giustizia il 15 settembre 2014 col titolo Ricordi di una “scuola di vita”.

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df921002b0359ed337122e81e9bc81cd-kzKE--640x360@LaStampa.itRetrocessione o «Coppa dei Campioni», nessun tecnico parla di sistema di gioco, campagna acquisti, vivaio e obiettivi finali, se la sua squadra gioca su un campo di patate. Prima di tutto chiede un buon manto erboso, maglie tute, palloni, palestre, spogliatoi, attrezzi e quanto comanda il dio del calcio per mettere in campo anche dilettanti. Solo se avrà tutto questo, si vedranno ragazzi in mutande correre dietro a un pallone: i più adatti a un’idea di calcio e al modulo che l’allenatore pensa di applicare.
Persino chi organizza un gioco ha un irrinunciabile punto di partenza: le strutture. Più in alto punta, migliori dovranno essere e lo sanno tutti: non s’è mai visto un centravanti che affina la mira senza avere un bersaglio o un portiere che rinuncia al riferimento dei pali. Risolto il problema strutturale, una società che vuol vincere mette mano alla tasca, si affida a un «mister» sperimentato che restituisca in qualità quanto gli dai per stima, sceglie il modo di giocare e gli uomini adatti a eseguirlo. E’ lui, il «mister», un maestro di calcio a decidere se occupare la metà campo avversaria o attendere l’offesa, indurre l’avversario all’errore e lanciare il contropiede. Nessuno parla di scudetto senza schierare «top player» e nessuno trova campioni al costo di una mezza tacca. Quando tutto questo c’è, vali o no, decidono i risultati, ma non è scienza esatta.
Se come si vuole la scuola dev’essere un’azienda come una squadra di calcio, bene, l’Italia è l’unico Paese al mondo che sogna di fare questo impossibile miracolo: avere una scuola che faccia da traino per lo sviluppo, che sia azienda leader, ma si arrangi con i decrepiti capannoni dell’età liberale e fascista, stia sul mercato senza piani industriali e senza una politica retributiva che tenga il passo della concorrenza. Sono quindici anni ormai che i nostri governi pretendono centravanti da «Champions League» retribuiti a cottimo e portieri che valgano Zoff col minimo salariale e la canea che gli sputa addosso perché si gioca male e si perde. E se dici piano industriale, pensi all’attività che intendi fare. Da quando Abravanel e soci pontificano su un’azienda che non c’è, l’Italia non ha più una scuola, ma una riserva di caccia per bande criminali e chiama «riforma» ciò che un tempo si definiva correttamente rapina a mano armata.
Da anni nessuno parla più di metodo e di rapporto tra scuola e «specifico locale»; nessuno s’interroga su una scuola che non condiziona la realtà in cui opera ma ne è condizionata, sicché i teorici del neoliberismo insistono impunemente su test buoni per valutare allo stesso tempo un istituto che opera in terra di camorra e uno che lavora in un quartiere della buona borghesia. Da anni si «tagliano» risorse con effetti ovunque disastrosi, ma diversamente distribuiti sul territorio e da anni i servi sciocchi del mercato presentano i test Invalsi e pletore di «ispettori seri» come la medicina per il male che hanno causato, leggendo in chiave economica ciò che andrebbe analizzato in termini di pedagogia e didattica. Da anni si nega che esista un problema di fondi e si finge di ignorare che, senza contare gli investimenti negati, la «continuità didattica» pugnalata alla schiena, ha privato la scuola di una delle sue migliori risorse. Da anni si sostiene un assurdo, affermando che la qualità non costa e non occorrono soldi, perché, anche dopo i «tagli», nella nostra scuola il rapporto insegnanti-studenti è buono. Buono, si dice, benché sia cresciuto ai livelli di un’Europa che ha ben altre strutture; così buono, che non c’è più tempo per interventi individualizzati, i docenti sono stremati e in ampie zone del Paese l’analfabetismo di valori e la sottocultura veicolata dalla criminalità organizzata e dalla corruzione politica rendono praticamente impossibile «fare scuola». Questo dicono i dati Ocse a chi li legge con onestà intellettuale e li incrocia con gli altri dati che riguardano la scuola. Da anni nessuno si chiede cosa voglia dire insegnare, nonostante i «tagli», le «riforme» e la precarizzazione. Da anni non si riflette sul concetto d’insegnamento e sui processi di apprendimento e tuttavia, ignorando la micidiale «pressione di conformità» che famiglia e società esercitano sulla scuola, si tirano in ballo criteri di valutazione che aprono le porte ai pregiudizi tipici delle diverse collocazioni sociali e alle interferenze del mondo delle imprese. Un mondo legato a filo doppio a interessi di classe che, per sua natura, tende a condizionare idee e strategie di formazione con logiche del profitto che tutto possono volere, tranne un sistema formativo che miri alla crescita della coscienza critica.
La scuola di Renzi, che promette ai precari il paradiso terrestre, non assumerà. Lo vietano i patti scellerati con l’Europa. Capovolgerà, questo sì, i termini reali in cui si pone la questione della selezione d’ingresso del personale docente, diminuendo ancora le risorse economiche con la cancellazione degli scatti di anzianità. Non bastasse, si affiderà ai capi d’Istituto per neutralizzare le migliori energie presenti nella scuola con la guerra di sterminio condotta contro chiunque dissenta dalle decisioni imposte dall’alto. Se Renzi volesse fare davvero qualcosa per la precarietà, non scriverebbe inutili manifesti virtuali. Per assumere docenti, basta spendere meno in cacciabombardieri. Si potrebbero così stabilizzare insegnanti già esperti e assumere giovani laureati che ne hanno diritto, affiancandoli a colleghi che lavorano da tempo con profitto e avviando una formazione «fatta in classe», fondata sullo scambio tra passato e presente, esperienza e motivazioni, valori acquisiti e rinnovamento.
Chi parla di merito e valutazione annuale dei docenti, finge d’ignorare che questo tipo di «merito» l’abbiamo già sperimentato negli anni del fascismo, quando il miglior docente era quello che dimostrava all’Ispettore a quale livello di fanatismo aveva condotto i suoi alunni. Checché ne pensino Renzi, Abravanel e soci, la scuola vera si valuta secondo tempi che decide la storia, perché, ben diversamente da un’azienda, essa gioca su un campo di calcio che non ha porte e palloni e non si prepara alla partita breve che si gioca sul mercato. Quella dei suoi giocatori è una partita che gli ispettori non potranno vedere. La scuola produce ipotesi che solo il lungo trascorrere degli anni può davvero verificare. Non cerca e non può cercare successi immediati, perché prepara alla partita della vita, quella che si vince o si perde col variare dei tempi, nel lungo corso degli anni, di fronte ai capricci della sorte, alle scelte decisive e alle difficoltà dei comportamenti sociali. La scuola non spera di creare disciplinati soldatini del capitalismo, pronti a credere, obbedire e combattere nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, o a porgere la guancia dopo un ceffone per sprofondare nella rassegnazione. La scuola spera di produrre cittadini, persone capaci di ragionare con la propria testa e – per per dirla con Don Milani – mira a tirar «su figli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere, […] felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle».
Quel «figliolo» che i test dell’Invalsi bocciano senza pietà.

Uscito su Fuoriregistro il 4 settembre 2014 e su Agoravox il 5 settembre 2014.

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Mi scrive un lettoreIl commento è un po’ romanzato ma la sostanza è questa: «La Scuola? Massimo rispetto, per carità, ci metto la maiuscola. Un’importante funzione sociale, un vasto potenziale per numero di addetti, ma»… C’è un ma che hai sentito milioni di volte. Una litania, un ritornello assillante, giornali, televisione, autobus, famiglia, metropolitana: «Oggi, salvo lodevolissime ma rare eccezioni, la scuola è infestata da una classe docente ignorante, parassitaria, conservatrice e indisponibile ad ogni forma di evoluzione».
Altro che maiuscola! Non fai in tempo a replicare che arriva la minuscola:
«Gli insegnanti si muovono solo per protestare in piazza, orientati da un’appartenenza politica che ne fa un tradizionale bacino elettorale. Insomma, una categoria funzionale al mantenimento della “casta”.
Nell’immaginario collettivo è così: gli insegnanti, massacrati dalla politica, sono il solido sostegno dei politici. Salvo lodevolissime ma rare eccezioni, non c’è famiglia in cui i genitori non sentano il bisogno di impartire ai figli studenti la doverosa lezione: «Gli insegnati non li stimiamo. Li conosciamo bene e non li stimiamo. Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti».
E’ vero, la prima reazione è un moto di stupore e la risposta è acuta: «Più dei tuoi colleghi, papà?», chiedono, sorpresi e un po’ insospettiti, i ragazzini, che ne sanno ormai di cotte e di crude su tutto e su tutti. La risposta, però, tocca la corda morale e liquida i dubbi:
«No, non più di altre categorie. A loro però è affidata la futura possibilità che i giovani possano inserirsi da cittadini e non da “sudditi furbi” in un mondo nuovo che in altri Paesi, in Europa soprattutto, stanno disegnando».
Una condanna senza appello e un ragionamento che a prima vista non fa una piega: «come esempio, noi facciamo pena, è vero, ma loro, i docenti, stanno lì apposta per rimediare». Cacchio, che fa un insegnante in cinque ore di scuola, se non riesce a ripulire le piaghe purulente d’una società messa ormai veramente male? L’imprenditore evade? L’avvocato e l’architetto danno i numeri? La sanità è un affare da miliardi e non si capisce più chi è la guardia e chi il ladro, sicché la casa crolla? Beh, l’insegnante faccia il suo mestiere, no? Glielo dica ai ragazzi: non fate anche voi così, mi raccomando, non rubate.
Ormai, i panni sporchi non si lavano più in famiglia. E’ la scuola la grande lavandaia d’Italia! La scuola, sì, che tuttavia, guarda caso, non sa che pesci pigliare ed è sempre più a corto di detersivo. Agli insegnanti, d’altra parte, tanti ragazzi non credono più e non hanno torto; papà li ha avvisati: «Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti». E’ vero, ci sono i dirigenti scolastici, ma li si vuole “capi” e autoritari e anche per loro non sono rose e fiori. Quando gli va bene, «sono l’espressione relativa dell’attuale classe dirigente italiana e, come tale, agiscono e dirigono il loro piccolo “regno”».
In un paese così ridotto, è facile sognare e ancora più facile scambiare fischi per fiaschi. Quanti siano i fischi e quanti i fiaschi, non è possibile dire, perché sui numeri ormai imbrogliano tutti, ma in queste condizioni, c’è sempre più gente che apertamente dichiara: «credo che Renzi debba “decapitare” l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese in ogni direzione. Lo so che è brutale e richiede qualche compromesso ma, al momento, non vedo alternativa».

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Temo che questa maniera di ragionare non sia figlia del caso e non sia una novità. La conclusione del breve commento offre, di fatto, una sintesi illuminante del rapporto che lega Renzi a quanti si attendono dall’ex sindaco la “rivoluzione” che cambi il Paese: «credo che Renzi debba “decapitare”… in ogni direzione».
Non penso di sbagliare, se dico che questa speranza corrisponde, persino nelle parole, a quella che nell’immediato primo dopoguerra condusse a Roma un avventuriero senza storia. I giornali dell’epoca sono testimoni di quel suicidio della democrazia liberale. Fu un’aspettativa di cambiamento, irrazionale e del tutto infondata, che aprì la via al fascismo, come ricorda il titolo che Renzo De Felice volle dare al primo volume della sua biografia del duce: “Mussolini il rivoluzionario”.
La storia non si ripete, è vero, se non per diventare farsa; il fascismo è ufficialmente morto e chissà  che accadrà domani. E’ singolare, però, l’incoscienza con cui, di fronte a ogni crisi economica, soprattutto se finanziaria, il nostro Paese affronta il tema dei diritti e della democrazia. Renzi è probabilmente il clone meglio riuscito di quella classe dirigente che dovrebbe “decapitare”; lavora gomito a gomito con Berlusconi, ha il consenso indiscusso dei grandi monopoli dell’informazione, gode dell’appoggio dei Monti, dei Casini e degli Alfano e ha per padrini “uomini nuovi” come Giorgio Napolitano, uno che ha messo le tende a Montecitorio nei primi anni cinquanta e – caso unico nella nostra storia – è al secondo mandato da Presidente della repubblica. Renzi ha il compito di fare il boia, questo è vero, ma decapiterà solo i diritti sanciti dalla Costituzione. Non so dove abbiano studiato i ferocissimi critici dei nostri docenti, in quali scuole e in quali università si siano formati e non so nemmeno quanti tra loro pensino per davvero che i loro insegnanti siano stati individui “piccoli” e disonesti. So che su un punto hanno certamente ragione: il nostro sistema formativo ha fallito. Ciò che pensa ormai tanta gente, anche intellettualmente onesta, ne è una prova. Amara ma inconfutabile. Quando in buona fede si scambia l’effetto con la causa, vuol dire che il senso critico è stato davvero messo al bando.
Non c’è nulla di più sconcertante della convinzione ferma, quanto ottusa, che in un Paese molto malato possa esistere una scuola in piena salute. L’Italia ha una febbre da cavallo e nel delirio ha un incubo ricorrente: pensa che la terapia in grado di curarla sia nelle mani di un pupo pronto a usare la scure. Il microscopio, però, non ha dubbi: il virus che ci ammazzerà è proprio l’attesa terapia. In quanto all’Europa che andrebbe disegnando un mondo migliore, non so quale sia quella che suscita speranze disperate; io la vedo all’opera ogni giorno: è quella dei CIE e degli affogamenti nel Canale di Sicilia, quella che appoggia i nazisti ucraini e tace sulla Palestina. L’Europa sempre più razzista che dilaga e ci avverte: non vuole la guerra, ma non la esclude.
In quali riforme speri chi ha scelto Renzi come salutare boia della democrazia non è chiaro a nessuno. Le uniche di cui si ha notizia sono quelle del misterioso “accordo del Nazzareno”. Il patto con Berlusconi. Una strage probabilmente ci sarà, ma non cadranno di certo le teste di coloro che costituiscono “l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese”. Non s’è mai visto un boia che decapiti se stesso.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2014

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Markus Antokolski - Socrate morente

Markus Antokolski – Socrate morente

Premessa: Com’era giusto, ho mandato questo articolo al sig. Roberto Reggi. Lo sfascista renziano, sottogretario di Stato al Miur per meriti ignoti in un governo afflitto da un grave analfabetismo di valori democratici, non ci ha pensato due volte e l’ha cancellato dalla sua pagina facebook. Ecco un esempio classico di pidiota con marchio d’origine controllata…

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Parliamoci chiaro. Il problema della scuola che Renzi, buon ultimo, mette in ginocchio dopo anni di attacchi devastanti, non può ridursi ora a un orario di lavoro che aumenta a parità di retribuzione, alle strutture fatiscenti fino all’inagibilità, al trattamento economico e giuridico dei lavoratori, ai tagli, alla precarietà, al potere sconosciuto e pericoloso di dirigenti scolastici che decideranno a chi dare i bonus stipendiali e alla rapina degli scarsissimi investimenti pubblici, utilizzati per foraggiare il privato. Ognuno di questi problemi è di per sé gravissimo, ma sarebbe facile per i “riformisti” battere la grancassa sul “corporativismo” dei “docenti conservatori” e scatenare i pennivendoli nella caccia all’untore. Di fronte all’analfabetismo di valori di Renzi, la questione centrale e inquietante è anzitutto una: la legittimità democratica di un governo che esercita il potere in modo così autoritario e, di conseguenza, il diritto-dovere alla disobbedienza e all’obiezione di chi è chiamato a eseguirne gli ordini. Diritto-dovere legato sia al valore costituzionale e al ruolo sociale della funzione docente, sia al tema storico di una Repubblica che nasce e si costituisce giuridicamente come risposta a una tragica esperienza autoritaria e non può, quindi, chiedere a nessun cittadino un’obbedienza che comporti la negazione delle sue stesse ragioni fondanti. Mentre si annuncia l’ennesima riforma liberticida, non si tratta più di orari di lavoro e retribuzioni; prima c’è da affrontare la questione cruciale della compatibilità tra coscienza democratica e legalità, avendo ben presente che, se giuridicamente “legali” furono vent’anni di regime totalitario, moralmente e politicamente legittima fu l’illegalità antifascista. In quanto al dato storico, il governo fascista “legalmente costituito” e i giudici che condannarono gli oppositori del regime oggi, a giusta ragione, sono reputati volgari criminali; Gramsci, Pertini e i loro compagni di lotta, invece, sono maestri dei nostri giovani e vanto del Paese. Renzi giura che tutto andrà bene e non ci sarà battaglia, ma sbaglia di grosso. Ci sarà e sarà molto più dura di quanto creda. Più che l’effetto disastroso dei suoi provvedimenti – gli ennesimi volti a colpire la dignità della scuola repubblicana – agli insegnanti interessano ora i motivi che spingono il governo a un inaccettabile autoritarismo e la legittimità democratica delle firme in calce alle proposte di riforma. Una legittimità che o esiste e ci impedisce di rifiutare l’obbedienza, o non esiste e ci autorizza a contestare, legittima l’obiezione e di questo passo ci obbliga alla resistenza. Se la riforma della scuola si pone fuori dalla legalità costituzionale, alla scuola di Renzi e Giannini non può bastare il consenso di un Parlamento che, a sua volta, nasce da una legge dichiarata fuorilegge e trasformato ufficialmente, complice Napolitano, in un’accozzaglia di nominati, pericolosa per la salute della Repubblica. E’ questo lo scontro che si prepara, perché dubbi non ce ne sono: allo stato delle cose, non esiste nessuna condizione minima di legalità che imponga l’ubbidienza. I docenti antifascisti, infatti, quelli che sacrificarono la libertà e la vita affinché nascesse la scuola della Repubblica, ci hanno lasciato in eredità un testamento spirituale, passato così come fu scritto nella nostra Costituzione. In un foglio clandestino, stampato alla macchia sui monti dei partigiani, i docenti in armi contro il regime scrissero col sangue – e non è retorica – quale scuola voleva l’antifascismo per l’Italia nuova. Ogni regime autoritario, osservarono, sa bene che “l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni”; ogni regime antidemocratico, che teme il popolo, quindi, “vuole il gregge, la massa, la folla” e perciò “tarpa le ali all’insegnamento libero, lo soggioga, lo vuole domare e dirigere per costituire una società fondata unicamente sulla potenza del denaro”. Di qui, aggiungevano, “l’insegnante asservito e domato con la miseria e col bisogno diuturno, l’insegnante ridotto a una vita grama e stentata che mortifica e immiserisce anche i più arditi”; di qui una “professione angusta, che si fa conformismo e infine rinunzia”. Di qui, una gioventù “formata a principi falsi, di qui la catastrofe e l’ineluttabile”. Il gioco si ripete: carriere in mano a burocrati legati al carrozzone governativo, docenti affamati, umiliati e costretti a scegliere tra sopravvivenza e libertà d’insegnamento. Tutto questo, per mano di un governo sostenuto da parlamentari mai eletti ma nominati grazie a una legge ufficialmente illegale; parlamentari che, non bastasse, manomettono la Costituzione antifascista. Tornano alla mente Turati, per il quale certe riforme sono “il manganello applicato alla scuola”; torna in mente Matteotti, che accusò Gentile di voler “assoggettare la scuola a un pesante controllo politico”. e Rodolfo Mondolfo, che apertamente invitò alla disobbedienza perché, diceva, è chiaro a tutti che, quando si colpiscono i docenti a tradimento e si accresce l’autorità delle gerarchie scolastiche, si cancella la scuola come fucina di coscienza critica e si abolisce, di fatto, la libertà d’insegnamento. I docenti, quindi, non possono tacere, né obbedire, ma devono opporsi – scriveva Mondolfo – perché nessun insegnante democratico può subire in silenzio una riforma che non vuole cambiare la scuola, ma modificare i rapporti tra Stato e cittadini.

Uscito su Fuoriregistro il 3 luglio 2014 e su AgoraVox il 7 luglio 2014 e su Libertà e Giustizia il 10 luglio 2014 col titolo La scuola pubblica messa in ginocchio.

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Come ormai fanno tutti, anche Paolo Giordano ha sparato a zero sulla scuola, che gli pare «rigida e alienante»; egli ha aperto così la pista a Stefania Giannini che, per suo conto, ha accusato la scuola di non garantire più uguali possibilità a tutti e di non essere più presidio di potenziale uguaglianza tra le classi sociali. Quali competenze vanti lo scrittore per inserirsi autorevolmente nel dibattito sulla scuola non è chiaro, ma non c’è dubbio: il giovane e premiatissimo autore della “Solitudine dei numeri primi” deve molto al nostro sistema formativo. Figlio di una docente d’inglese, ha studiato nella scuola e nell’università italiana. Diplomato nel 2001 in un liceo statale, nel 2006 si è laureato con lode all’Università di Torino, dov’è diventato dottore di ricerca; attualmente si occupa delle proprietà del quark bottom, particella fondamentale scoperta tempo fa al Fermilab. Un gioiello made in Italy, insomma, di quelli che scuola e università ci regalano ancora, nonostante il disastro prodotto dalla politica.
Come Giordano, anche Giannini è figlia della nostra scuola ma, diversamente dallo scrittore, in qualità di ex rettore di Università e attuale ministro del MIUR, è parte in causa nel processo degenerativo del sistema formativo. Se le cose stanno come sostiene il ministro, infatti, il problema è anzitutto politico e riguarda le classi dirigenti, di cui la Giannini è esponente di rilievo. Proprio per sottrarsi a tale responsabilità, il ministro mette probabilmente “le mani avanti” e dice di credere “che quella scolastica non sia un’emergenza politica ma educativa”, perché, spiega, “la scuola non riesce fino in fondo ad assolvere a quel compito” e – va a capire per quale glorioso mistero – ha d’un tratto smarrito “una visione generale e un obiettivo educativo fondante”. Il ministro non ha dubbi: non è questione di tagli lineari, politiche culturali miopi e fallimentari, privatizzazione strisciante, risorse insufficienti e precariato diffuso. No. Il problema della scuola, confusamente denunciato dal giovane Giordano, sono – serve dirlo? – i docenti, che, sciagurati, hanno “perso la percezione di fare un mestiere importante” e si mostrano incapaci “di concepire la scuola nel tempo e nello spazio”.
Nel dibattito, lo scrittore, benché, figlio di una docente, non ha nemmeno provato a domandare al ministro quanto pesino sulla questione i bassi salari e la scarsa considerazione sociale, né ha ricordato alla Giannini che significhi giungere alla soglia dei quarant’anni, dopo la laurea, la Scuola di specializzazione e i concorsi vinti invano, senza alcuna certezza d’una cattedra, E’ vero, Giannini potrebbe farcela da sola a valutare quali effetti devastanti abbiano sui tanti insegnati precari la pratica umiliante delle assunzioni di ottobre, cui fanno seguito i sistematici licenziamenti di giugno e la probabile disoccupazione. Ma il ministro sforzi non ne fa.
La verità è che la scuola si regge ormai sulla passione di buona parte dei docenti e non si può chiedere di più a chi sa bene che, se mai entrerà nei ruoli, sarà vecchio e stanco. Ciò, senza contare i colpi derivati dalle campagne di stampa e dal qualunquismo di ministri che suggeriscono all’immaginario collettivo l’idea che i docenti siano solo un’armata di mangiapane a tradimento. Ignorando lo stato dell’arte, Giannini sceglie la retorica, tira in ballo i “valori” di cui il docente dovrebbe farsi portatore e dimostra così di non conoscere la scuola che governa: i docenti, infatti, trasmettono valori ogni giorno. Il guaio è che quei valori, dalla solidarietà al ripudio della guerra, dall’amore per la democrazia alla coerenza, all’onestà personale e alla centralità della giustizia sociale, sono quotidianamente smentiti dai messaggi televisivi, dal contegno delle classi dirigenti, dalla corruttela che dilaga e dal Parlamento annichilito.
Giannini e Giordano dovrebbero saperlo. La scuola è figlia di un tempo storico e si inserisce in un contesto sociale ed economico che da sola non può modificare. Checché ne pensi il ministro, perciò, il problema è politico e non riguarda i docenti, ma la società nel suo insieme. Una società che, più tempo passa, più soffre purtroppo di un grave analfabetismo di valori.
Con le formule magiche si incantano i polli, non si risolvono i problemi. Quella della trasmissione di valori potrà anche sembrare agli ingenui la panacea di tutti i mali; nell’aria, tuttavia, sospesa e inquietante, una domanda c’è che non trova risposta: quali valori? Quelli del neoliberismo nella versione aggiornata e corretta che qualcuno chiama renzismo?

Uscito su Fuoriregistro il 17 giugno 2014

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E’ un tiro al piccione e non è questione di colore politico. Come si parla di scuola e di insegnanti tutti hanno un colpo da sparare, anche chi a scuola ci vive. Persino in una riflessione sensata ti puoi imbattere in un attacco generico e superficiale. La scuola, sostiene Giuseppe Montesano, scrittore e docente,

14636_1208811834021_1640469587_522820_6273709_n“deve dire […] chi è Platone, non può non dirlo, e non solo perché sta scritto nel misero programma ministeriale, ma perché è il suo unico compito, la sua unica chance, deve spiegare la geografia astronomica, i terremoti, i pianeti, le cose elementari e importanti della cultura. Però si tratta di un punto di partenza, quando invece è considerato il punto di arrivo, diventando così una stupida gabbia, e non un grimaldello per aprire la gabbia. Questo non succede solo perché molti insegnanti sono pigri, ripetitivi, figli di questa società e quindi uguali agli alunni, ma anche perché gli alunni adolescenti hanno sì una grande potenzialità, che gli insegnanti, adulti, in genere non hanno più, ma questa energia spesso non sanno nemmeno di averla e non sanno che possono usarla per sapere e capire il mondo: tutto gli insegna, dalla scuola alla famiglia alla società, che il mondo devono solo accettarlo senza capirlo“.

Gli insegnanti sono figli di questa società, scrive Montesano. E’ proprio così o si tratta di una banale generalizzazione? Si insegna per quaranta anni; in servizio ci sono, quindi, docenti nati negli anni Cinquanta, che si sono formati quando la repubblica era giovanissima: anni Sessanta – Settanta. C’è chi è nato invece quando altri docenti completavano gli studi o iniziavano la carriera e ha cominciato a insegnare negli anni Novanta. L’Italia era profondamente cambiata. E c’è anche una terza generazione, i più giovani, quelli entrati da pochissimi anni. Anche qui le differenze sono enormi e non sono figli di società uguali tra loro. Se poi società sta per epoca della storia e indica in senso lato un mondo, un “tempo”  con le sue caratteristiche generali e la sua cultura, beh, questo è accaduto e accadrà sempre e nessuno potrà evitarlo, ma le differenza esistono ugualmente. Gli storici del Novecento non hanno interpretato i fatti della storia tutti allo stesso modo e nessuno si azzarderebbe a sostenere che gli artisti, diventati “adulti”, perdono la creatività. Non si capisce perché, invece, i docenti peggiorano con gli anni e lavorano tutti allo stesso modo. Si tratta di un’affermazione che non è solo generica e superficiale, ma decisamente deformante, perché induce a riflettere su uno stereotipo di docente, un insegnante che non esiste, non sui docenti in carne ed ossa. Stesso discorso per la scuola, che, secondo Montesano,  insegnerebbe ad accettare il mondo senza capirlo. E’ un’affermazione molto parzialmente vera e somiglia maledettamente a un luogo comune. Che la scuola sia figlia di un “tempo della storia” è vero. Vero è anche, però, che in una società chiusa e repressiva come quella russa della seconda metà dell’Ottocento, quando una riforma di carattere democratico aprì le porte della formazione a tutti, anche ai figli dei contadini, i docenti “progressisti” tirarono su la generazione di rivoluzionari che scardinò l’impero. Nel Sud borbonico, dopo il 1848, le scuole private libere, come quella di De Sanctis, furono tutte chiuse: erano una minaccia per l’ordine costituito e la formazione fu affidata al clero. Per non dire dell’Italia risorgimentale, che non fu mai larga di maniche con la scuola – troppo alfabeto fa male alla salute – ma si ritrovò coi maestri socialisti che facevanoo guerra all’analfabetismo nonostante gli stipendi da fame.
Non c’è dubbio, la scuola è figlia di un tempo storico, ma davvero è pensabile che quotidianamente tutti gli insegnanti si mettano all’opera per convincere gli studenti che il mondo migliore è quello che hanno e devono accettarlo? E’ credibile che essi vadano a scuola per fare dei nostri ragazzi degli utili idioti, rassegnati, imbottiti di nozioni e incapaci di capire? Tutti gli insegnanti, in tutte le nostre scuole? Le cose non stanno così. Ogni scuola, in realtà, è una sorta di repubblica a sé, una collettività con caratteri distinti, con insegnanti pigri, insegnanti attivi, lavoratori solerti, menti aperte e gente chiusa e ottusa. All’interno di ognuna delle nostre istituzioni scolastiche ci sono manipoli di docenti che hanno un’idea emancipatrice della formazione. Bisogna stare attenti alle semplificazioni. Esse  hanno una valenza divulgativa, un impatto molto condizionante e spesso sono dannose. Generalizzare vuol dire cogliere i caratteri generali e perdere quelli particolari. I dettagli, però, non sempre sono dati secondari e spesso sono decisivi per disegnare un profilo. Quando si dice totalitarismo, per esempio, si riesce a mettere agevolmente assieme fascismo, nazismo e bolscevismo. Chiunque si metta a guardar bene, però, si accorge che è un imbroglio. Tre dittature, certo, ma L’Italia fascista non è la Germania nazista e soprattutto nazismo, fascismo e bolscevismo sono tre pianeti lontani e profondamente diversi tra loro.
E’ vero, un insegnante deve dire chi era Platone, ma è vero anche che non può farlo senza passare per Socrate, senza indurre cioè a rifiutare un mondo che non si è capito.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 gennaio 2014 e sul “Manifesto” il 7 gennaio 2104 col titolo Insegnano il mondo senza capirlo.

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images«All’azienda scuola sono stati sottratti 10 miliardi di euro e non si sa più come evitare il fallimento? Per favore, calma e ricordiamoci che la miglior difesa e l’attacco». Parlano chiaro tra loro il Presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, perché in fondo sanno di non correre rischi. Il mondo dell’informazione, quello che conta soprattutto e ha grande influenza sull’opinione pubblica, è tutto dalla loro parte e questo ha un peso decisivo. Se la stampa non fosse legata al carro dei padroni del vapore, il governo sarebbe al capolinea; aveva esordito promettendo dimissioni se non avesse lavorato per salvare dal fallimento il sistema formativo e oggi sarebbe facile metterlo alle corde: la scuola e l’università mancano persino di ossigeno in sala rianimazione e lo sfascio è evidente. Al governo però – orribile a dirsi! – ci sono assieme Berlusconi col suo impero mediatico e il PD, che con De Benedetti non ha certo difficoltà nella manipolazione delle coscienze. Passata parola, perciò, in un battibaleno la linea è tracciata e da sera a mattino si scatena un inferno. Anzitutto riflettori accesi sui 400 milioni stanziati dal governo per la Ricerca e la Scuola. Pensate che sia solo un’elemosina e vi sembra acqua che non toglie sete? Avete certamente ragione, ma il fuoco di fila di giornali e televisioni copre lo scandalo, convince i dubbiosi, zittisce i critici e capovolge i fatti. Non c’è giornale o televisione che non esulti, non venda patacche,  non trasformi la miseria in ricchezza, non parli di inversione di tendenza. L’azienda è sempre più vicina al fallimento, ma non c’è mezzobusto che non registri la scelta illuminata d’una classe dirigente che ha finalmente messo al primo punto della sua agenda il pianeta formazione.
E’ vero, sì, il 70 % degli undicimila vincitori di un imbroglio chiamato concorso rimarrà a casa, ma niente paura: è pronto un piano triennale di assunzioni che porterà a scuola 69.000 nuovi docenti… E poiché c’è ancora una pattuglia di insegnanti che non ama il quieto vivere, tenta di dar battaglia, e fa notare che è ora di piantarla con le promesse, ecco la stampa passare all’attacco: «Se non si inquadrano gli insegnati» – titola il giornalismo indipendente – «è inutile che il governo punti sulla formula magica Scuola–futuro». Il fuoco di fila è micidiale: «Per chi non lo sapesse» – cantano in coro le televisioni – «gli alunni sono somari perché i docenti non conoscono il loro mestiere!». E’ un coro da tragedia greca, una criminalizzazione da Colonna Infame e in fondo qualche ragione ce l’hanno. Politici e stampa sono, di fatto, la prova vivente dei limiti del nostro sistema formativo. Se avesse funzionato, noi non avremmo giornalisti messi così male che, al paragone, persino Interlandi vincerebbe il premio Pulitzer e risulterebbe un modello d’indipendenza. In quanto ai politici, spesso praticamente analfabeti, c’è poco da lamentarsi: probabilmente Renzi e compagni sono usciti quasi tutti dalle nostre aule.
Il fatto è, però, che noi, asini matricolati, abbiamo frequentato le facoltà in cui insegnano e ci hanno insegnato a insegnare i docenti delle nostre università. Se dagli studenti si dovessero giudicare gli insegnanti, beh, non ci sarebbero dubbi: gli asini per eccellenza andrebbero cercati là. Invece per loro la regola non vale. Sono tutti bravi, anzi, sono tutti bravissimi, come Berlinguer, Profumo e Carrozza, docenti universitari e ministri dell’Istruzione.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2013 e su Liberazione.it il 18 settembre 2013

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Rajna Dragićević, insegna lingua serba, lessicologia, storia della lessicografia e lessicografia pratica, alla facoltà di Filologia di Belgrado; autrice di varie monografie, manuali per licei e università e numerosi contributi scientifici, gode della stima di una cerchia di studiosi in Serbia e in altre regioni dell’ex Jugoslavia.
Rajna DragićevićIl contributo più efficace e lucido alla vita culturale del suo Paese, ha saputo darlo parò probabilmente in occasione della festa dei laureandi che si è tenuto quest’anno alla sua facoltà. Invitata a parlare, Rajna Dragićević ha tenuto, infatti un appassionato discorso agli studenti. I giovani, sono stati così colpite dalle sue parole, che all’indomani della festa hanno deciso di consegnarne il testo a Blic, un quotidiano di Belgrado che senza pensarci due volte l’ha pubblicato così com’è stato pronunciato. La reazione non è stata unanimemente positiva e c’è chi ha trovato i toni retorici e chi ha criticato l’eccesso di attenzione per la disciplina linguistica a scapito delle altre. A leggerle con attenzione, però, le parole della studiosa serba hanno valore universale.
Qui da noi un discorso di questo genere non è facile ascoltarlo. Da anni ormai politici, giornalisti, Dirigenti Scolastici Regionali e gran parte di chi ha responsabilità di governo delle istituzioni scolastiche e delle università o tace o copre e giustifica le demenziali scelte ideologiche di governi incompetenti, privi di autonomia, ridotti a esecutori d’ordini della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e degli onnipresenti economisti neoliberisti che dettano legge entro e fuori i centri di potere dell’UE. Sono parole che val la pena di leggere, qui, soprattutto, in Italia, dove vergognose campagne di stampa hanno veicolato nell’opinione pubblica l’immagine distorta di docenti ignoranti, fannulloni e mangiapane a tradimento. Talvolta, è vero, s’è sentita qualche voce autorevole esprimere flebili dubbi e manifestare un qualche dissenso; una posizione di sfida così aperta e di così alto profilo, però, non s’è ancora sentita
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“Cari studenti, stimati colleghi, cari laureandi
nello stesso giorno della vostra festa di laurea sono stati rinviati gli esami per la licenza ginnasiale perché i test sono stati illegalmente pubblicati. E’ solo una delle manifestazioni del crollo del nostro sistema educativo e del sistema sociale a tutti i livelli…

Questo articolo è uscito su “Fuoriregistro”, una rivista che amo e di cui sono redattore. Non prendetevela perciò per l’interruzione. Chi vuole continuare a leggere, clicchi e potrà farlo tranquillamente.

 

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In una lontana introduzione a un ormai classico saggio di Pietro Grifone sul peso della finanza nella nostra storia, Vittorio Foa tornava addirittura a Bucharin per cogliere nella «simbiosi del capitale bancario con quello industriale» l’essenza della finanza e ricordare un insegnamento di Lenin che non è mai stato attuale come oggi: non si può modificare la natura socialmente ingiusta e strutturalmente aggressiva del capitalismo dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia vivere i diritti.
I ricorsi preoccupano la ministraA guardare com’è ridotto il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, è difficile dar torto al rivoluzionario russo. Ai ragazzi provenienti da classi subalterne si garantiscono scuole e università solo nelle fasi di espansione e crescita o quando, comunque, la difesa del saggio di profitto chiede pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di «gerarchie sociali». La borghesia, figlia di una rivoluzione vittoriosa, conosce i meccanismi della storia e sa che una riforma del sistema formativo produsse il personale politico del populismo russo, avviò il processo che condusse all’ottobre rosso e costò l’Impero agli zar.
Di educazione in senso socratico – quella che ha a cuore l’intelligenza critica e l’autonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non è un’offerta che rientri nei piani dell’azienda. Cosa sia cambiato da Gelmini in poi, dove si differenzino i modelli di società, cosa distingua tra loro l’idea dei rapporti tra le classi e la concezione dello Stato non è dato capire. Il linguaggio è stato così violentemente deformato che un discorso politico diventa un non senso. E’ una torre di Babele; Una linea comune, al contrario, traspare: la sottomissione incondizionata al predominio del capitale finanziario, la rinuncia ad assumere ruoli di mediazione di stampo giolittiano – persino il Giolitti del dopo Turati – con quel che ne discende in termini di trasparenza, autoritarismo, controlli di banche private sui pubblici affari e scelte operate all’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione.
Non è un caso se pratica di governo e cultura storica parlino ormai lingue diverse e il dibattito politico si riduca al desolante scontro tra opposizioni che fanno i conti della spesa, misurando il rapporto qualità-prezzo e maggioranze che insistono su promozioni da supermarket: «qui da me, prendi uno e acquisti tre». Tutto qui. Solo un’offerta accattivante, tutta lustrini e paillettes, mentre la miseria cresce e la tragedia incombe.
Non smentisce la regola la ministra Carrozza, ultima arrivata, in ordine di tempo, a quel Ministero dell’Istruzione che da anni spara a raffica su scuole e università, da anni precarizza e umilia il personale docente e lascia ai giovani briciole di istruzione che annunciano l’avviamento a un lavoro che non c’è. Ieri, in un incontro informativo coi sindacati, la ministra ha mandato in onda il suo spot, tutto numeri e percentuali: 11.268 docenti assunti per l’anno che comincia, le nomine divise a metà, 50% dalle graduatorie e 50% dal concorsone 2012, nozze coi fichi secchi, un tanto ai precari più anziani e qualcosa a giovani scelti con “metodo meritocratico”, come comanda lo slogan che tira di più. Un colpo al cerchio e uno alla botte, senza far cenno alle procedure del concorso che non sono state completate e alla marea dei ricorsi pronta a salire. L’edificio crolla: 450 milioni per la sicurezza degli stabili sui 13 miliardi necessari e se un disastro farà morti ci penserà Napolitano con l’immancabile telegramma.
C’è chi ritiene che sia un problema culturale, chi sospetta si tratti invece di una cultura che non c’è più, ma la ministra non si fa domande. Come scendesse dalla luna, si dice sconcertata. Chissà, forse gli addetti all’immagine le hanno assicurato che la campagna pubblicitaria è andata bene e funzionerà. Non è facile capire, ma è certo che non si è accorta che le sue 11.000 immissioni sono ad un tempo un modelle perfetto d’ingiustizia sociale e un granello di sabbia nel deserto. Chiunque al suo posto ricorderebbe il fanciullo di Sant’Agostino che con la sua conchiglia travasa l’Oceano mare in un buco scavato sulla sabbia. Lei no. Per lei l’«offerta è giusta» e c’è poco da discutere: prendere o lasciare, come vuole il mercato. In quanto ai ricorsi, secondo il costume della neonata democrazia autoritaria, stupita che la gente ancora pensi, si opponga e tenti le vie legali, la Carrozza scarta e finisce fatalmente fuori strada: c’è un’emergenza, dice, «la soluzione non può essere sempre il ricorso». La faccenda dei ricorsi, insomma, questo malnato diritto di difendere diritti, è un vero eccesso di diritti, un’anomalia da sanare al più presto. Chissà, forse la ministra pensa a una nuova campagna e all’immancabile offerta accattivante. E’ urgente: la gente deve capire che la democrazia crea troppi impicci al mercato.
La storia, maestra senza allievi, è lì a dimostrarlo: la borghesia divisa sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo «experimentum crucis»: non sa dove andare, ma non vuole stare ferma e si compatterà. Anche la sinistra è giunta ormai a un bivio cruciale: la gente è allo stremo. Il generico appello alla «legalità» non può bastare. Occorre tornare a una inequivocabile categoria di sinistra: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 agosto 2013 e su Liberazione.it e Report On Line il 22 agosto 2013

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