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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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Mettetela come meglio vi pare, ma le cose stanno così: in una trattativa i rapporti di forza sono decisivi e si parte proprio da lì. Chi ha il colpo in canna e vuole fare la rivoluzione, non tratta, non si siede e non contratta: spara. E mira diritto, senza pensarci due volte.
Una trattativa si fa così, e non è un’opinione, lo sa bene ogni sindacalista che non ha mai venduto i lavoratori: tu cedi su questo, io convengo su quello, un po’ perdi tu, un po’ perdo io e infine si fa l’accordo. Se non ho stravolto l’anima e la filosofia della mia proposta, è un buon patto.
Che accordo ha fatto il governo di Alexis Tsipras? Ha proposto che l’Iva sia a tre livelli: 6, 13 e 23 %. Poteva proporre aliquote diverse? Certo. Se non fosse stato solo contro tutta l’Europa, poteva provarci. Ma è solo, non ha colpi in canna e non vuole uscire dall’Europa. Doveva volere uscire?I Greci non vogliono e il referendum sarebbe stato battuto, se Tsipras l’avesse proposto. Quindi? Quindi piedi per terra, unghie e denti in azione e sui punti più controversi, prendi tempo, sperando che il fronte si allarghi e i rapporti di forza cambino.
Per difendere quanto più possibile la salute, l’Iva sui medicinali resta al minimo e si impedisce la scelta maligna “mangio, ma resto al buio e non mi difendo dagli attacchi del clima”; sull’energia, infatti, l’Iva è ferma al 6%. Per i prodotti alimentari freschi e i generi alimentari di base, non si è lasciata via libera alla Troika e ci si è accordati per il 13 %. Non è un capolavoro, ma è la linea mediana dell’Unione Europea. La Troika voleva a tutti i costi difendere gli evasori, ma è nato, invece, un organismo autonomo per l’amministrazione fiscale, si sono adottati criteri più rigorosi per valutare le auto-dichiarazioni e per fermare così la valanga di imbrogli e l’esercito di imbroglioni. E’ vero, si andrà in pensione a 67 anni, ma solo dal 2022. Più che di cedimento, si dovrebbe correttamente parlare di tempo guadagnato, mentre si segnano punti. Aumentano, infatti, la tassa di solidarietà, aumenta l’imposta sugli yacht medio – grandi e aumentano le tasse sul lusso. In quanto ai profitti delle società, dal 26 % si sale al 28. Aumenta la fiscalità sugli armatori, che pagano una imposta sul tonnellaggio, e si tagliano le spese militari. Passano l’aumento del salario minimo, che partirà dal prossimo autunno, si aboliscono i licenziamenti collettivi e si torna alla contrattazione nazionale di categoria. Non è quanto si voleva? No, non lo è. ma non c’è trattativa che si concluda con una parte che cede su tutto e un’altra su niente.
Il punto più delicato dell’accordo, però, quello che decide chi vince e chi perde e ti dice se alla fine hai difeso fino il fondo il principio che ti faceva da bussola, è facile da individuare ed è quello decisivo: non si farà nessun accordo, se non si arriverà a un serio taglio del debito. Qui i sacerdoti del neoliberismo non cadono in piedi. Sull’accordo non c’è scritto e ci mancherebbe, ma è passato un principio che cancella un dogma: decidono i popoli e non è vero che il debito non si tocca. Questo peserà molto sul futuro.
Certo, a voler essere rigorosi, duri, puri e rivoluzionarissimi, bisogna prendere atto con dolore che i Greci non hanno nemmeno provato a chiedere la fucilazione della signora Merkel. Una vergogna. Da questo punto vista, non c’è dubbio: Tsipras non solo perde, ma tradisce. Mettiamolo al muro.
Qui da noi Renzi, dopo aver cancellato tutti i diritti dei lavoratori e tutelato con una legge vergognosa la definitiva devastazione del territorio, in questi giorni, proprio durante la battaglia greca, ha ucciso anche la scuola statale. L’hanno difesa solo gli studenti, i docenti e alcuni sindacati di base, questo è vero, però siamo seri e diciamola tutta: è andata così soprattutto per colpa dei Greci. i nostri rivoluzionari, infatti, erano tutti molto impegnati nel totoscommesse: Tsipras sì, Tsipras no. Ora che la Grecia s’è “piegata” e anzi, per qualcuno, si è addirittura “sbracata”, gli italiani, famosi nel mondo per i loro attivi salotti rivoluzionari, faranno vedere ai Greci smidollati come si trattano i ducetti alla Renzi, i boss della Troika e la Germania di Angela Merkel.

La Sinistra Quotidiana e Agoravox, 12 luglio 2015

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Due giorni di confronti sui temi più attuali e scottanti nel magico contesto del Cortile di Santa Chiara.

DEMOS
le radici della politica

confronti:
#LaScuolaBuona
pubblica, laica e.. sfiduciata?

mercoledì 8 luglio ore 18.30

Intervengono:
Maurizio Tiritticco / ispettore tecnico
Giuseppe Bagni / Presidente Cidi
Salvatore Pace / dirigente scolastico
Marcella Raiola / rete scuole Lip
Tiziana Mazzeo / precari terza fascia

modera:
Annamaria Palmieri / Assessore all’ Istruzione del Comune di Napoli
 

La sfida di Atene, l’Europa nasce con i suoi popoli
così può nascere l’Europa
giovedì 9 luglio ore 18.30

intervengono:
Dimitri Deliolanes / giornalista autore de “La sfida di Atene”
Argiris Panagopoulos / Syriza
Geppino Aragno / storico e attivista politico
Marco Sarracino / segretario Giovani Democrtici – Napoli
Pippo Civati / Possibile
Luigi de Magistris / Sindaco di Napoli

modera:
Emiliana Cirillo / giornalista

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30 ottobre 2010 Napoli manifestazione nazionale precari scuola 62Sono fatto a mio modo. Penso con la mia testa, dico ciò che penso, remo controcorrente e non cerco la popolarità a tutti i costi. Lo so, il mondo della scuola mostra i segni del lutto, ma ingannerei me stesso se mi accodassi al coro di “Bella ciao”, puntando ipocritamente il dito solo sul governo e su Confindustria. In questi mesi di tardivo risveglio della protesta, ho vissuto la micidiale sconfitta della scuola con un dolore lontano, anestetizzato da una duplice consapevolezza. Nel cuore e nella mente sopravvive anzitutto una certezza: ci sono momenti della storia in cui bisogna toccare il fondo, per pensare a una risalita; noi il fondo l’abbiamo toccato da tempo e l’abbiamo colpevolmente ignorato, aspettando che il Senato firmasse il certificato di morte della scuola statale. Ieri, solo ieri, ci siamo accorti della tragedia, ma il lutto giunge tardi e la rabbia esplode fuori tempo. I funerali della scuola pubblica si sono celebrati in forma strettamente privata, senza “bella ciao”, senza moti dell’animo e crisi d’isteria, più di quattro anni fa, nel dicembre del 2010, dopo la sconfitta degli studenti, in una Roma blindata, tra ambulanze e pantere lanciate a sirene spiegate, cariche violente, fumo d’incendi e lacrimogeni e il Senato difeso a mano armata come una trincea sul Piave dopo Caporetto.
Me lo ricordo come fosse oggi: da Napoli era partita una folta rappresentanza di studenti, decisi a forzare blocchi e a penetrare nell’aula del Senato abusivamente occupata da “nominati”, che si scambiavano voti e milioni per manipolare la fiducia e tenere in vita l’ennesimo governo Berlusconi. Lo striscione che aprirono nella prima linea di quella battaglia, assieme a migliaia e migliaia di loro compagni giunti da tutta Italia, recava una scritta forte e significativa: “La gioventù vi assedia”. Era mia quella dichiarazione di guerra. Mia, che giovane non ero, però c’ero. M’era venuta in mente all’ultima assemblea, prima della partenza, nell’aula di mille discussioni e iniziative. Non c’era un docente, non c’era un genitore e non c’erano sindacati. Per mesi, ragazze e ragazzi avevano riempito le piazze dello loro rabbia e per mesi, soli, in mille occupazioni, cortei e manifestazioni, avevano preso botte e denunce senza mollare. Non era Genova, non era il Sessantotto, ma da decenni non si vedevano in campo tante intelligenze che agivano assieme, tanta passione, consapevolezza e voglia di lottare. Non dimenticherò più gli incontri col mondo dello spettacolo in agitazione, i tentativi di saldare le lotte, la proposta di portare nelle fabbriche aggredite da Marchionne i temi delle lezioni che si facevano in piazza, la rabbia per il futuro rubato, gli slogan e i San Precario. Non dimenticherò la speranza e la dignità che si leggevano negli occhi di quella generazione in lotta per la vita e la risposta arrogante di un sindacalista: con gli operai i rapporti li teniamo noi.
dentro_e_fuori_111Era inevitabile. Dopo la lotta dura e il traguardo sfiorato, la sconfitta portò un riflusso micidiale. Quante ragazze e quanti ragazzi abbiamo perso per sempre in quel dicembre di speranze tradite? Quanti “adulti”, tra i tardivi manifestanti di oggi, se ne stavano a casa in quei giorni decisivi e si apprestavano a votare la pseudo sinistra “liberatrice” contro la sedicente destra berlusconiana?
Non se ne accorse praticamente nessuno, ma in quel dicembre senza fortuna morì la scuola della repubblica, nonostante la strenua battaglia di una generazione lasciata sola e abbandonata al suo destino. Tra noi, tanti non videro o non vollero vedere e molti misero a tacere la coscienza sprecando parole sulla violenza da rifiutare, sui “cattivi maestri” e sulle buone pratiche della politica.
Da allora per anni si è fatta una guerra già persa usando per armi fiori e lumini. Per anni chi ha accennato alla necessità di costruire percorsi di lotta adeguati alla sfida, si è trovato di fronte alla risposta “legalitaria”: il referendum.  Con una sfida alla logica che non lascia speranze, da mesi, mentre si canta con rabbia appassionata la canzone dei partigiani, si aprono al vento le bandiere del referendum come un’arma risolutiva. Non sai più se piangere o ridere e non puoi fare a meno di pensare che è come riunire sui monti le Brigate Garibaldi per raccogliere firme e consegnarle ai fascisti. Quando capiremo che contro un governo illegittimo, che ha fatto e farà carta straccia delle regole e dei diritti, più che cantare i canti dei partigiani, è necessario lottare come fecero loro?
Non facciamoci illusioni e smettiamola di sognare miracoli referendari. O settembre ci troverà asserragliati nelle scuole occupate assieme agli studenti, pronti ad affrontare i giudici del nuovo regime, o lacrime, lumini e inermi cortei variopinti diventeranno solo la triste prova dell’antica saggezza: ogni popolo ha il governo che si è meritato.

Agoravox, 26 giugno 2015

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Cara amica,
dopo il colpo di grazia alla scuola, non riesco a immaginare la sorte dell’università, che ho lasciato tempo imagesfa, come sai, per un moto di invincibile disgusto. Non è bastata la sparuta minoranza che rappresenti a tenermici dentro. Non so che accadrà, ma un dato di fatto basta e avanza a tingere di nero le previsioni: quando dovrete accogliere studenti privi di autonomia di pensiero, nemmeno la migliore delle accademie potrà far fronte all’analfabetismo di valori che salirà in trono. Aggiungici il fatto che nessuno porrà mano ai problemi veri della ricerca – si fa anzi di tutto per renderla serva – e il quadro diventa più chiaro.
Ho sputato l’anima per trovare consensi attorno a una iniziativa “illegale” contro la falsa legalità di Renzi, ma di occupare le scuole, per esempio, provocare uno scontro vero e giungere ai docenti in manette, non se n’è mai fatto nulla. Sarebbe stata l’occasione per trasformare i tribunali in una cassa di risonanza delle nostre ragioni, per diventare, da imputati, giudici di una indicibile vergogna. Ci sono precedenti nobili, ma non disponiamo nemmeno di un’ombra reincarnata di Matteotti, Amendola o Pertini e ci stiamo meritando questa grande gabbia. Ci finiremo dentro senza opporre resistenza. Non occorreranno manganello e olio di ricino e lo faranno con o senza Renzi, un pupo, uno qualunque, in mano a un potere che non “scende in campo”. Un potere che si può contentare di ebeti fantocci come il sindaco fiorentino e il contorno di compiacenti signorine di bell’aspetto, senza sale d’ingegno, buone a solleticare i desideri inconfessati dei maschi, le frustrazioni di casalinghe alcoliste e il pattume della sinistra radical chic, tradizionalmente arrendevole con il “nuovo che avanza”.
“Il Manifesto”, incredibile a dirsi, si segnala per un articolo sulla sconfitta elettorale di Renzi e – senza volerlo, suppongo – aumenta così la dose di sedativi che frena quel tanto di rabbia sopravvissuta all’ebetismo scientificamente prodotto dal baraccone mediatico. La rabbia finirà così in mano ai neofascisti, nel caso improbabile che occorra usare le maniere forti.
Che vuoi che ti dica? Finché sogneremo un riscatto che passi esclusivamente per urne, partiti e vaghissime “coalizioni sociali”, continueremo a scivolare nel fango. Sarebbe tempo che un manipolo di forti ingegni mettesse mano di nuovo al “Non Mollare” e piuttosto che chiudersi nella mormorazione su facebook e nella rivoluzione virtuale, chi può, prendesse la via di un volontario esilio. Tu guardati attorno, però. Se di lontano vedi un Salvemini o anche solo un acerbo Rosselli, fa festa e mandami un telegramma cifrato. In Campania abbiamo ora al potere un pessimo arnese alleato ai neofascisti; tu ti immagini un fermento rivoluzionario? Invece no. La sedicente “società civile” discetta sulla “politica del fare”, sul “carisma del capo” e si tiene equidistante da “destra” e “sinistra”, come non ci fossero dietro due sistemi di valori incompatibili e ne avesse disponibile un terzo che nessuno conosce. Al di là della sospetta equidistanza, negli occhi di tanti vedi però un possibilismo per ora taciuto, ma pronto a rompere in consenso.
Due giorni fa, in una sorta di set in cui si provava la “politica nuova”, ho ascoltato con angoscia una, cui non mancano titoli e ambizioni, che suggeriva con inconsapevole protervia di “mettere in soffitta Gramsci”, del quale probabilmente conosce poco più del nome e del cognome. Per questo campione della “nouvelle vague“, Vincenzo De Luca va bene. Prima che politica, la sconfitta è culturale, amica mia. Come sempre accade in questi casi, la tradizionale attitudine al trasformismo di galantuomini e benpensanti si esalta e chi non si vende si svende. Difendere la scuola sarebbe un imperativo etico. Ma dove la cerchi l’etica, nell’animo di chi se non insegue direttamente il modello e il pensiero dei banchieri, non ne ha uno suo dal quale ripartire?
Questo è. Negli anni Venti del secolo scorso ci fu chi badò al valore dell’esempio, sicché, nonostante il conformismo trionfante, le oltraggiose conversioni e la malafede eletta a norma di vita, la scintilla della dignità e la passione civile sopravvissero alla reazione e si poté poi appiccare l’incendio. A eterna vergogna della mia generazione, ce ne andremo tutti via o complici o impotenti e non basteranno due volte vent’anni. Questo non è fascismo, è molto peggio. Non c’è un capo, non è il regime d’un leader, non ci sono le teste fini come Rocco e Gentile. E’ un sistema collettivo di potere che può sostituire i capi e dar l’idea che esistano regole e partecipazione. Si sono inventati un’egemonia culturale priva di pensiero, hanno lavorato per sostituire le leggi della convivenza civile con un’unica legge: quella della  giungla, sulla quale si regge un’economia da prima rivoluzione industriale. Sullo sfondo, terribilmente reale, la guerra. Il gioco è fatto e le generazioni di disperati non hanno valori di riferimento per immaginare un’uscita dalla gabbia non dico rivoluzionaria, ma solo “resistente”.
Se sto sbagliando e sono eccessivamente pessimista, mi farà immensamente piacere doverlo riconoscere domani. Ammesso che domani io ci sia. Grazie per la citazione. In genere mi ignorano. Tu come stai e come te la passi? Stammi bene e riprendi a tirare di pistola. Non si può mai dire. La violenza giustifica talvolta la legittima difesa e la penna potrebbe non bastare. Un abbraccio, Giuseppe

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180_scuolaE’ un mistero glorioso: la scuola che Renzi propone, la favola bella della “svolta epocale”, attiva e innovativa, non prevede studenti. E’ una scuola che divide i docenti, fa ardite promesse – quattrini per l’edilizia scolastica, aumento dei progetti formativi pomeridiani grazie ai soldi di generosi privati, porte aperte alle aspirazioni di chi “merita” – ma gli studenti non li trovi nemmeno a pagarli. I loro bisogni, ciò che hanno proposto in anni di assemblee, occupazioni, autogestioni, lezioni in piazza, denunce, narrazione dei loro problemi e soluzioni da adottare, tutto ciò non ha voce in capitolo. Per Renzi la scuola si fa senza studenti. In loro nome, il governo s’è posto la domanda che li rappresenta e s’è dato la risposta: volete entrare nel mondo del lavoro che preferite? Ci andrete. E’ già pronto per voi un “hackathon” per suggerire app in un quadro generale di “opening up education”. Dietro l’inglese americanizzato, però, c’è solo l’armamentario ideologico di governi falliti: guerra all’istruzione pubblica, gerarchizzazione del personale e privatizzazione del sistema.
Gli studenti come soggetti pensanti, non esistono.
Eppure chi vive con loro l’esperienza scolastica e li affianca nelle lotte, sa che nei Consigli d’Istituto e negli organi accademici le loro rappresentanze non contano nulla. Devono lottare per tutto: un’aula autogestita in cui esprimersi e creare cultura, una scuola inclusiva, che privilegi il pensiero critico, un corso pomeridiano, la sostenibilità dei costi per poter studiare, la possibilità di accesso ai più alti gradi dell’istruzione . Si scontrano ogni giorno con una realtà che li chiama ad avallare ciò che altri hanno deciso per loro. A torto o a ragione , si sentono trattati come contenitori vuoti, che la scuola riempirà di nozioni e regole di comportamento “adeguato” e invano chiedono che il loro mondo trovi cittadinanza tra i banchi, che i loro problemi siano ascoltati. Di coscienza critica non si parla più e tutto ciò che conta è l’acritico rispetto verso ogni autorità. Per gli studenti, la favola non cambierà la scuola: Renzi finge di ascoltare tutti, amministrativi, presidi e docenti, ma agli studenti non promette niente. La “buona scuola” di loro non parla. E’ come un carcere senza detenuti, un ospedale senza malati, un cinema senza film. Con loro soprattutto Renzi mostra la sfida autoritaria di Renzi svela il suo valore devastante: dovete imparare a credere che la realtà coincide con le mie chiacchiere surreali. E’ questo il mondo: il vuoto dietro un tweet.
Nel trionfo virtuale dell’illusionismo, la favola è un incubo: il motore perde colpi? Lo metteremo a punto con gli attori che lo fanno funzionare: presidi, amministrativi, docenti. Nessuno meglio di loro può dire quali siano le regole inutili e le complicazioni superflue. Assieme a loro sbloccherò la scuola. E’ una gara di formula uno studiata ascoltando tutti, meno che il rombo del motore, come se a tagliare il traguardo a fine corsa dovessero essere il preside-manager, i docenti sopravvissuti alla guerra dei poveri sul “merito”, i criteri di valutazione, e le aule vuote. Svaniti gli studenti, ai quali nessuno chiede se nella corsa c’è il rischio di rompersi l’osso del collo, Renzi non dice nulla sul lavoro che si farà in classe. La sua, è la favola d’un’azienda che, ottimizzati i ritmi della produttività dei docenti, si dà una nuovo monte ore, decide le modalità di assunzione, la quantità di progetti da sfornare, i costi della pubblicità e i tagliandi per la messa a punto con la verifica dei test. Degli studenti, della loro umanità, della corrispondenza tra le loro domande e le risposte del bolide che andrà in pista, di tutto questo la favola di Renzi non parla. La “buona scuola” è pensata per una società di yesman e disciplinate carte assorbenti. Si raccontano mirabilie, ma il modello di riferimento non sono gli individui da formare.
Gli studenti non c’entrano nulla con la scuola di Renzi. La favola buona è un’impresa produttiva per padroni che intendono far profitto, investendo sulla formazione. Gli studenti, il diritto allo studio, le disparità tra condizioni economiche e sociali di partenza, sono sciolte nell’acido dei test Invalsi. Se Renzi si fosse ricordato che a scuola ci vanno gli studenti, si sarebbe accorto che c’è bisogno di una formazione che conti su laboratori attrezzati, che aprano la mente e guardino lontano fino all’accademia; c’è bisogno di maggiori scambi culturali e di momenti collettivi da vivere furori dalle aule. Di tutto questo la “buona scuola” non parla. Confindustria ha raccontato a Renzi che il mondo degli studenti vive di uno sogno solo: “la possibilità di fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali, così come pubbliche e del no profit” e lui non è stato a pensarci: ha promesso che questa possibilità “sarà resa sistemica per gli studenti di tutte le scuole secondarie di secondo grado”.
Digital, appl, inglese a gogò, la fanfara suonata per musica e storia dell’arte, e poi che si fa? Senza studenti, la rivoluzione di Renzi diventa uno spot per lo sfruttamento. Altro che formazione della coscienza critica: lavoro senza retribuzione e una grande riserva di manovalanza a basso costo o gratuita, grazie ai tirocini, che manda in brodo di giuggiole i padroni. La “buona scuola” di Renzi è un elementare dettato del padronato. Mentre gli studenti, cancellati dalla scuola, raccontano di “libretti delle giustifiche”, trasformati in pubblicità del pub “Pollo Veloce” – l’impresa si sa, non fa nulla per nulla e il proprietario del locale ci ha messo quattrini – la Lockheed presto vanterà sui moduli d’iscrizione le delizie degli F35 e la Beretta ricorderà che il suo modello di mitra fa il record di morti con un solo caricatore.

Uscito su Fuoriregistro il 21 ottobre 2014

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imagesIl 23 di febbraio è la ministra Giannini che apre i cuori alla speranza: “53 miliardi per la scuola sono pochi”. Segue a ruota l’autorevole conferma del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il giorno seguente precisa: “Il primo punto del programma è il rilancio dell’educazione. Da giugno a settembre realizzeremo un piano straordinario per le infrastrutture scolastiche”. Un impegno chiaro e ufficiale, che gli guadagna fiducia e consensi. Il 26 febbraio, però, a stretto giro di posta, la postilla di Renzi affidata a “Repubblica” apre la lunga stagione delle docce scozzesi: “Abbiamo due miliardi per ristrutturare le aule”. Dai 53 miliardi che parevano pochi si passa a un saliscendi di numeri buoni per il banco lotto. L’8 marzo la ministra Giannini dimezza i fondi promessi da Renzi e dichiara impassibile che “per la sicurezza sono pronti interventi per 1 miliardo”. Il 10 marzo, due giorni dopo, Renzi, stremato dalla quotidiana dose di twitter, ignora i tagli dichiarati dalla Giannini e, come Cristo coi pani e coi pesci, moltiplica i fondi e confida alla “Stampa” che si son “trovati 2 miliardi e mezzo per interventi sull’edilizia”. I tempi però si sono allungati: devono bastare per tutto il 2016.
Mentre sorge, inquietante, il dubbio che nel governo la destra non sappia ciò che fa la sinistra, il sottosegretario all’Istruzione, Roberto Reggi, rilascia sconcertanti dichiarazioni: “Tutti i numeri che leggete sull’intervento del governo sull’edilizia scolastica – afferma – sono falsi. Tutti falsi” Proprio così: falsi!. “Nessuno sa davvero quante e quali sono le scuole su cui dobbiamo intervenire, né conosce i fondi disponibili. Qui nessuno sa niente” sbotta il viceministro, “Renzi spara razzi nel cielo, quello è il suo talento, ma poi noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli”. Sui razzi si apre così un’incredibile gara. Per Renzi la scuola ha già avuto 3 miliardi e 700 milioni, per la Giannini sono 200 milioni in meno e il 15 giugno, dopo mesi di fuochi d’artificio e razzi a moltissimi stadi, sulla “Stampa” i numeri ridimensionati gelano quanto sopravvive dell’iniziale entusiasmo: “Piano scuola al via. Pronto un miliardo”, dichiara il governo, senza rinunciare a promesse nate per tirar su il morale e destinate puntualmente a buttarlo giù: “Tra il 2015 e il 2020 arriveranno altri 4 miliardi”. Quello ch’era dato per certo è rimandato così alle calende greche, ma ci consola la luce di un tracciante: “La mia scuola parlerà inglese”, dice a fine marzo la Giannini, che ad aprile, però, narra “Repubblica”, ruba l’elmetto alla collega della difesa Pinotti, prende il fucile e va in trincea: “Mi batterò contro i tagli agli atenei”. afferma, e svela così che il governo lotta contro governo.
In attesa che uno dei razzi lanciati vada a segno, a luglio si parla di “un premio ai professori”, che, però, “dovranno lavorare di più”. Non c’è tempo per capire che razza di premio sia quello che ti aumenta il lavoro senza contrattare miglioramenti dello stipendio: il primo razzo di Renzi, lanciato a febbraio, è ridotto a un misero bengala, ma c’è infine la buona novella. Il razzo stavolta lo lancia la “Stampa”: “partono le ‘scuolebelle’ di Renzi. Da domani arrivano gli imbianchini. Stanziati 150 milioni da usare entro dicembre”. E’ un anemico bengala: i fondi già utilizzati per i lavoratori socialmente utili, messi alla porta, sono stati usati per reclutarli di nuovo con le vecchie mansioni più il ruolo di imbianchini. Nel silenzio biecamente complice dei media, si scopre che i 53 miliardi di febbraio erano una bufala e non resta che lanciare la campagna per l’elemosina: “Via libera all’8 per mille per rilanciare l’edilizia scolastica” titola la “Repubblica”, il 24 luglio, pochi giorni prima che Renzi faccia un triste dietrofront e imponga lo “stop alla pensione per 4 mila insegnanti”. La stagione dei razzi è finita? Nemmeno per sogno! Renzi, narrano giocosi giornali e televisioni al servizio del re, presi per il bavero il tecnici del Tesoro, ha promesso: “Troverò io le risorse'”.
Agosto batte il record delle docce scozzesi. Si parte con la doccia gelata di “Repubblica”, che regista l’allarme delle Province: “Scuole senza soldi, riapertura a rischio, […] colpite dai tagli per 9 miliardi: non possiamo garantire sicurezza e riscaldamento delle aule”, ma ci si fa coraggio alla luce d’un razzo del “Corsera” che alla vigilia di ferragosto alimenta i sogni: “informatica dalla primaria e alla maturità si parlerà inglese”. Caldo, freddo, freddo caldo, si rischia la bronchite: un giorno il missile di Renzi che ci mette la faccia – scuola? “tratto io, sarò giudicato su questo”, che è come dire, finora abbiamo scherzato – un altro l’annuncio: “Scuola, nuovi concorsi e aumenti”. Nuovi concorsi? Ma no, che avete capito? C’è una grande “svolta sui precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. Assunzione? Sì, forse, ma intanto “servirà un miliardo e mezzo”. E come si fa? Niente paura avvisa Renzi, “il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva che, a differenza di altre occasioni, intende andare nella direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente che è la negletta spina dorsale del nostro sistema educativo”. Razzi stupefacenti che non fanno male, sicché la moderata Giannini, si spinge fino alla “rivoluzione scuola”, ed espone il suo piano: ‘Meritocrazia e apertura ai privati Mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori” Gongolano i giornali tra il 26 e il 27 agosto, quando due razzi di rara potenza annunziano un “piano per riassorbire i precari” che è l’annuncio degli annunci: “precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. In un agosto freddino come non mai, si gioca al rialzo e il “Corsera”, per non farsi scarseggiare missili, razzi e un buon bengala, titola entusiasmato: “sono 120 mila i professori a termine”. Crescono i numeri, ma cambiano le modalità del reclutamento, si assumeranno precari “ma senza cattedra fissa”. La doccia bollente si fa d’un tratto tiepida e “Repubblica”, preoccupata, lancia l’allarme: doccia veloce, sennò rimarrete insaponati! Mancano i soldi e le cose stanno così: “chi lavora di più prenderà più soldi”. Toccherà ai presidi, ma non si sa come si valuterà il lavoro: si tratta di quantità? Conta la qualità? Nessuno sa dirlo e, mentre l’acqua si gela, si torna a parlare di rivoluzione. “Rivoluzione del merito” spiega Repubblica, e il “Corriere” mette in orbita il razzo dei razzi, scrivendo convinto: “Scuola. Liceali, stage al museo. E alle elementari più maestri per classe. Piano istruzione da 3 miliardi l’anno”. Mentre si cercano disperatamente soldi – la BCE ci avverte: non potrete stamparli – si apprende che per “medie e maturità, gli esami cambiano. Le linee guida della riforma puntano alla semplificazione delle prove alla fine dei cicli”. E’ una tale esplosione di razzi che persino il presidente del Consiglio, che pure di razzi e bengala è maestro cinese, sente il bisogno di puntualizzare: calma, signori pennivendoli, “troppa carne al fuoco, la scuola slitta”. Così racconta il “Corriere” il 29 agosto.
La scuola slitta, scarroccia, rischia il testacoda, ma si continua con acqua gelata come fossimo in un manicomio: “Per studenti e prof. ora si cercano i fondi” avvisa il “Corsera” il 29. Gli fa eco la stampa con la classica cura scozzese: “Scuola, assunzioni congelate. Problemi con le coperture, rinviata la riforma. Oggi in Cdm nemmeno le linee guida”. Si va verso l’autunno. “Settembre andiamo è tempo di migrare”, ricorda il vecchio poeta, ma ci si può consolare, perché come saggi pastori, Renzi e Giannini, “rinnovato hanno verga d’Avellano” e se un razzo cadente avvisa che è tempo di verità – “niente assunzioni. Non basta 1 miliardo per stabilizzare i precari” – un razzo di speranza fa luce nel cielo e fa appello all’ottimismo: “c’è un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana, nei prossimi 12 mesi occorre ripensare come l’Italia investe nella buona scuola. Nel bilancio dello Stato metteremo più soldi sulla scuola e assumeremo 150 mila precari. A partire da gennaio i provvedimenti normativi, perché il 2015 sia l’anno in cui si inizia a fare sul serio”.
Faranno sul serio? Chissà. Finora ci hanno preso per i fondelli.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto il 19 settembre 2014, col titolo Sulla scuola piovono miliardi di promesse.,

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