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Nuova immagine (42) copiaI fatti, per ora. Se necessario verranno poi i nomi.
Un docente che ha – purtroppo per lui – una storia di militanza in uno di quei fastidiosi sindacati di base, presenta un documento in Segreteria da consegnare al Capo d’Istituto. La legge glielo consente e obbliga l’Ufficio a protocollarlo. Gli si dà un numero a voce, ma si sa, è potere del Capo d’Istituto valutare se occorra far ricorso al protocollo riservato del Dirigente Scolastico. Un foglio scritto, perciò, non gli viene rilasciato. E’ vero, sì. Un protocollo particolare, istituito, guarda caso , in età fascista, con gli articoli 11 e 85 del R.D. n.965 del 1924 esiste ancora e invano lo Stato repubblicano ha provato a liquidare questa eredità dell’Italia nera, approvando il D.L. n.112 del 2008 che ne prevede l’abrogazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 24 e del n. 224 dell’allegato A.
Non avendo voglia di far storie, al docente va bene così. Decida il Dirigente se conservare personalmente il documento che sta consegnando. Si appella solo però – ed è un suo diritto – alle norme per la gestione del protocollo, che non lasciano spazio ai dubbi; il Dirigente prenda pure visione delle carte che consegna, ma si ricordi l’obbligo di legge, prescritto dall’articolo 53 del D.P.R. 445 datato 328 dicembre 2000. Consenta, cioè, “la produzione del registro giornaliero di protocollo, costituito dall’elenco delle informazioni inserite con l’operazione di registrazione di protocollo nell’arco di uno stesso giorno”. Insomma, se non subito, ha diritto a veder protocollata in giornata la busta che ha consegnato e l’Amministrazione non può dirgli di no: ometterebbe un atto d’ufficio.
Per quieto vivere lascia l’ufficio e aspetta. Passano i giorni, torna in segreteria, chiede di conoscere il numero di protocollo, ma non ottiene nulla. Farla lunga non serve. Al momento le cose stanno così: ha chiamato la polizia che è venuta a scuola solo per dar ragione al capo d’Istituto. Inutile chiedere in virtù di quale legge o regolamento. Forse perché il Capo ha di nuovo sempre ragione. Poiché, però, non ha dimostrato di credere, obbedire e combattere, il docente, com’era prevedibile, invece del numero di protocollo ha ricevuto una lettera d’addebito che prelude a provvedimenti disciplinari. Mentre il collega si prepara a difendersi, il Capo d’Istituto continua a calpestare la legge e invano il docente attende non dico il numero di protocollo, che ormai somiglia all’araba fenice, ma una volgare scartoffia attestante, se non altro, che su un modulo prestampato per le ricevute, sia segnata la data e l’ora di ricezione del suo documento, il suo oggetto e il nominativo della persona che lo ha presentato, chiuso dalla sigla dell’impiegato che l’ha ricevuto.
Certo, il collega non può giurarci, ma ne è sicurissimo e probabilmente non ha torto: da qualche parte, in uno schedario politico, ben ordinato e molto efficiente, esiste ora un fascicolo personale che porta il suo nome e contiene documenti riservati con data, oggetto e numero di protocollo particolare, in cui è definito “sospetto in linea politica, probabilmente ostile al governo nazionale e pericoloso per l’ordine pubblico”. Sembrerà strano, ma è invece perfettamente logico: il fascismo storico, che nei testi scolastici studiosi compiacenti presentato agli studenti come “regime “inclusivo”, è tornato alla grande sul palcoscenico della storia. E non ci sono dubbi: la scuola è il suo autentico laboratorio sperimentale.

Fuoriregistro, 6 febbraio 2016 e Agoravox, 8 febbraio 2016

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Niente auguri solo una lezione da imparareLe classi subalterne sono stremate, è vero, ma la realtà dei fatti insegna sempre qualcosa e forse conosciamo da tempo la lezione, addirittura dal 1848: “non ci vuole una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza”. In questo senso, la condizione in cui è ridotta la scuola non segna solo un grave arretramento della civiltà, ma rivela una drammatica svolta ideologica. Poiché in ogni momento storico le idee dominanti sono sempre e solo quelle dei ceti dominanti, la crisi di un’epoca della storia è automaticamente crisi dell’ideologia che giustifica il dominio. E’ naturale, quindi, che nessuno, meno che mai gli esponenti del potere, creda più nei pilastri teorici del tempo che abbiamo vissuto e ci stiamo lasciando alle spalle.
Qui non si tratta di una data che cambia su un calendario. La libertà, l’eguaglianza e la fraternità, per cui si sono ripetutamente levate in armi generazioni di rivoluzionari borghesi, i principi e le norme fondanti dell’attuale “patto sociale”, sono ormai gusci vuoti. Dopo più di due secoli, la maschera cala e una concezione “storica” del diritto e della società cessa d’un tratto di essere un’acquisizione eterna di civiltà; la crisi e la sua logica inesorabile mostrano brutalmente che l’idea borghese di democrazia, Montesquieu, la sua “divisione dei poteri” e l’insieme delle regole ad essa legate – il diritto borghese – sono il prodotto di rapporti storici, non leggi eterne, razionali e naturali.
In queste condizioni, mentre il potere si arrocca e il conflitto produce nuovi rapporti storici da trasformare in “principi universali”, la battaglia che si combatte ovunque su questioni falsamente morali, come la difesa della famiglia e il modello di educazione, segna la trincea di prima linea di uno scontro mortale, che non è culturale. La difesa ideologica del modello borghese di famiglia è figlia del terrore prodotto dai cambiamenti in un momento di transizione e riassetto del potere. Sul terreno della formazione, in particolare, il tentativo di privatizzare o, peggio, di “statalizzare” nel senso peggiore della parola, mira a garantire la supremazia di un pensiero nuovo, non ancora ben definito, ma così feroce che, per diventare dominante, pretende il sacrificio di ogni possibile formazione della coscienza critica.
A chi non accetta di subire inerte tanta violenza, si rimprovera strumentalmente una concezione ideologica dell’educazione e – rovesciando la realtà – si imputa un’idea gramsciana di “egemonia culturale”. Come in uno specchio deformante, l’eversione dall’alto, sempre più evidente, diventa sedizione dal basso. Eppure la sottomissione del sistema formativo al potere esecutivo è sotto gli occhi di tutti, così come la sua riduzione a strumento di controllo sociale. Ciò che si vuole è la cancellazione della scuola e dell’università come fucina di intelligenza critica e autonomia di giudizio. Tutto questo è terribile, ma la lezione è chiara e va capita: di fronte a una crisi che minaccia di essere strutturale, la scuola è terra di conquista per chi mira a ristabilire un’influenza ideologica sui ceti subalterni e a trasformare “i giovani in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”. La lotta per i diritti dei lavoratori è sacrosanta, ma dio salvi i popoli ai quali sottrai la capacità di riconoscerli e la memoria storica di quanto costarono in termini di lotte, repressione e sangue!
Che fare? Marx non avrebbe dubbi. Da secoli rivolge invano la sua domanda retorica al servi del potere: “non è che la vostra educazione determinata dai rapporti sociali entro ai quali voi educate”, nasconde “l’intervento più o meno diretto della società per mezzo della scuola?”. Mai come oggi è stato così chiaro: se non riusciremo a difendere la scuola, noi non addestreremo più nemmeno lavoratori: produrremo servi o, tutt’al più, bestiame votante. Non abbiamo scelta perciò: dobbiamo strappare l’educazione all’influenza della classe dominante. Costi quel che costi.

Uscito su Fuoriregistro il 31 dicembre 2015 e su Agoravox l’1 gennaio 2016.

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aContro ogni fondamentalismo, quanto resta dell’Europa democratica, nonostante Salvini e i suoi camerati nazionali ed esteri, vanta anzitutto la scuola. Su di essa, ben più che sulla ferocia delle armi, si può costruire il futuro, oggi più che mai, mentre la barbarie della guerra si ripresenta, con il suo carico d’odio e d’infinito dolore. Se strumentalmente, dopo la tragedia di Parigi, la Francia della rivoluzione e la Marsigliese sono diventate la prima barriera di civiltà e hanno chiamato a raccolta i nostri studenti, c’è un che di spontaneo nei mille toni con cui si è ripetuto l’elogio della «liberté» e l’accento è caduto sulle radici rivoluzionarie della cultura laica, sulla tradizionale apertura di pensiero che dovrebbe caratterizzare la scuola, intesa soprattutto come fucina d’intelligenza critica, che non conosce tabù e mira a formare coscienze ben oltre il conformismo imperante.
In questo quadro di valori, il 17 dicembre scorso, in Francia, al Collège «Julie Simenon» di Vannes, città bretone, situata nel Dipartimento del Morbihan, un rivoluzionario italiano, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, è stato ospite d’onore e il «Telegramme», ha potuto titolare: «La storia d’un militante antifascista italiano raccontata ai ragazzi delle quinte». Nel quadro di un articolato lavoro sugli «eroi del mondo», realizzato in un corso di educazione morale e civile, i giovanissimi studenti francesi hanno ascoltato così David Borl che ha raccontato la storia di suo nonno, Federico Zvab, eroico combattente della Quattro Giornate. Un uomo, questo va detto, che i carabinieri fascisti definivano malfattore e anche oggi rischierebbe di passare per “terrorista”, perché progettò un attentato contro Hitler. In realtà, Zvab fu un rivoluzionario, un combattente di Spagna che, dopo le Quattro Giornate e la guerra mondiale, partecipò ai moti sociali del centro America e si schierò a fianco di Che Guevara. Una figura complessa, che può porre problemi alle coscienze, perché la sua vita conduce al tema del tirannicidio e a quello della violenza politica. Ci voleva coraggio per accettare la proposta di David Borle e affrontare la questione con giovanissimi studenti. E il coraggio non è mancato.
La scuola francese non ha paura di confrontarsi con i suoi studenti e di riflettere sul bene e sul male, sui mille volti del potere e sulle sue contraddizioni? Non è facile rispondere; si direbbe però, che, se non altro, riconosce nel passato una indispensabile chiave di lettura del presente e sa che il silenzio è spesso manipolazione o censura e produce disastri. Ad ascoltare il racconto di David Borle e della sua compagna Fabienne Rufin, c’erano perciò, non a caso, autorità scolastiche, genitori, docenti. Uniti in quel difficile lavoro che si chiama formazione.
Mentre tutto questo avveniva e i giovani francesi discutevano liberamente di una storia così complessa, che è nata e si è sviluppata nonostante e contro la volontà dell’ordine costituito del suoi tempi, a Napoli, terra d’adozione di Zvab, il principio adottato in Francia è stato rifiutato. Per uno di quei paradossi di cui è ricca la storia, è accaduto proprio nella scuola in cui nel settembre del 1943 operò il Comitato Rivoluzionario delle Quattro Giornate, al liceo «Jacopo Sannazaro», tra i corridoi e le aule in cui Federico Zvab si mosse assieme ad Antonino Tarsia in Curia e ad Eduardo Pansini, capi dell’insurrezione napoletana. Proprio lì, una dirigente scolastica ha deciso di zittire d’imperio i suoi studenti, nei quali evidentemente non vede i naturali eredi di quell’Adolfo Pansini, studente come loro, che nel liceo Sannazaro fu condotto, dopo che fu ucciso, dai nazifascisti mentre combatteva assieme a Zvab. La loro colpa? Voler ascoltare il racconto della mamma di un ragazzo ucciso un anno fa dai carabinieri in un quartiere della periferia napoletana.
Intendiamoci. Qui non si tratta di azzardare paragoni tra gli argomenti scelti dagli studenti, ma di valutare un metodo, per capire se l’imposizione del silenzio possa essere strumento formativo, anche se un dato è evidente: mai due episodi così lontani tra loro e però così simili da poterli scambiare, hanno gettato luci così diverse su realtà che dovrebbero essere invece omogenee. Nella bretone Vanne, la scuola francese ha affrontato il tema della testimonianza con quanto ne derivava di scabroso – dall’attentato, alla lotta armata – e l’ha fatto con l’intento di riflettere sul valore della testimonianza e su una vicenda complessa, com’è sempre quella dei rivoluzionari. Qui a Napoli, si è preferito, invece, impedire la discussione, laddove forse sarebbe stato necessario confrontarsi, spiegare e puntualizzare. I ragazzi avevano torto? E quale modo migliore per dirlo, se non ascoltarli e smontarne i ragionamenti? Lo sanno tutti, può ignorarlo la scuola? Negare il diritto di parola, significa dar ragione a chi ha torto.
La differenza tra il modello francese a quello italiano è tutta qui. Sembra piccola ma è grande. Ed è paradossale che sia accaduto proprio nella scuola napoletana, in cui la repubblica democratica cominciò ad essere concepita. Come a Vannes, anche a Napoli, si trattava di riflettere. E c’è un particolare che fa male: la parola è stata tolta soprattutto alla madre del ragazzo ucciso. Si è così esercitato nella maniera più burocratica e autoritaria un ruolo di comando padronale del tutto incompatibile con la funzione della scuola. I due racconti avevano una valenza diversa e quello napoletano poteva condurre su terreni scivolosi? A maggior ragione sarebbe stato molto meglio lasciare che tutti parlassero, interpretando con intelligenza la lezione di Zvab, che lasciò parlare e difese dall’ira popolare tutti, anche i cecchini fascisti. Bisognava farlo, perché, per conoscere e riconoscere il bene, occorre definire il male senza averne timore. E’ questo il lavoro della scuola, che non può contrastare un’idea che ritiene sbagliata, impedendone l’espressione.
In questo senso, la distanza tra le due relatà appare incolmabile e i molti interrogativi suscitati dalla “Buona Scuola” di Renzi tornano di attualità. Il Sannazaro, la piccola realtà locale, dimostra che la grande realtà sovranazionale, l’Europa, non sarà mai unita se, al di là della moneta e delle banche, non avrà un unico modello di scuola e di cittadino, che non può essere quello, frettoloso, imposto da Renzi a un Paese che non era per nulla d’accordo. Un modello che alla prima occasione, com’era prevedibile, mostra i suoi limiti e la sua vocazione autoritaria.

Fuoriregistro, 20 dicembre 2015 e Agoravox 22 dicembre 2015

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LETTERE

Manifesto per la difesa della Scuola Pubblica Statale Libera e Democratica

laBuonaScuola-310x232Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La legge n. 107 del 9 luglio 2015 ha soppresso la libertà e la democrazia nella scuola pubblica di Stato.

Nell’approvarla nonostante il netto e pressoché unanime dissenso espresso dal mondo della scuola in tutte le sue componenti, il Parlamento ha compiuto il lungo percorso di dismissione della funzione civile dell’istruzione statale avviato con l’autonomia scolastica. L’autonomia organizzativa e gestionale ha cancellato l’unitarietà del sistema e ha posto i singoli istituti scolastici in competizione tra loro, privando l’istruzione della sua natura di diritto/dovere e trasformandola in una merce, soggetta alle leggi della domanda e dell’offerta.

Amputata della propria funzione civile, l’istruzione pubblica è stata ridotta alla mera funzione economica, per il controllo della quale si è istituito il Sistema Nazionale di Valutazione, che determina gli obiettivi didattici e commissaria gli istituti scolastici che ad essi non si conformino.

Con la legge n. 107/2015 il Parlamento è intervenuto su materia di rango costituzionale, qual è la scuola, malgrado la sua composizione risultasse delegittimata oltre l’ordinaria amministrazione dalla sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale.

La legge n. 107/2015:

Ø ha sottoposto i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti;
Ø soggioga i lavoratori alle scelte arbitrarie del Dirigente scolastico che può di fatto a propria discrezione collocarli in mobilità, demansionarli, sanzionarli con procedura monocratica;

Ø con l’Alternanza Scuola-Lavoro, ha piegato il diritto allo studio in sfruttamento del lavoro minorile, attribuendo alle scuole l’esercizio di un caporalato istituzionale;

Ø ha espropriato i docenti della propria autonomia professionale trasferendo all’INVALSI la titolarità dei parametri di giudizio dell’attività di insegnamento.

La legge n. 107/2015 palesa nel suo stesso articolato, che consta di un unico articolo con 212 commi – di cui 11 di deleghe generiche al Governo – la violenza esercitata sulle procedure legislative previste dall’Ordinamento.

La manifesta violazione dei principi costituzionali dell’identificazione del lavoro come valore fondante della Repubblica (Art. 1), dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (Art. 3), del diritto al lavoro (Art. 4), del diritto alla manifestazione libera del proprio pensiero (Art. 21), della libertà di insegnamento (Art. 33), del vincolo per l’iniziativa economica privata a non potersi svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana (art. 41), della perequazione contributiva (Art. 53), del diritto del Parlamento di definire principi, criteri direttivi e validità temporale della delega affidata all’Esecutivo (Art. 76), dell’imparzialità dell’Amministrazione (Art. 97) impone alle cittadine e ai cittadini che si riconoscano nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza, di contrapporsi con ogni mezzo lecito all’attuazione della suddetta legge, in virtù di quel principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente, che nei lavori dell’Assemblea Costituente si condensò nella seguente formulazione:

Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino.” (onn. Giuseppe Dossetti e Mario Cevolotto).

Le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori che si riconoscono in questo Manifesto, dichiarano di dare immediato avvio a tutte le pratiche di corretta informazione, resistenza e di disobbedienza civile intese a disarticolare l’impianto della scuola disegnato dalla suddetta legge, nella chiara e convinta consapevolezza di agire nell’interesse della comunità, per la difesa dei principi di uguaglianza, libertà e di giustizia sociale a cui sono stati educati e in cui professano fede, su di un fronte che non consente alcun margine di compromesso e nel quale a ciascuno viene chiesto di scegliere di collocarsi in solidarietà alla lotta, fino alle ultime conseguenze.

Contestualmente, le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori che si riconoscono in questo Manifesto si impegnano, nelle istituzioni scolastiche e nella società civile, ad elaborare e sperimentare esperienze di didattica collaborativa, inclusiva, egualitaria e criticamente formativa per la costituzione della scuola in comunità educante libera e democratica.

Ludovico Chianese, Lucia Fama, Mauro Farina, Ferdinando Goglia, Marcella Raiola, Massimo Montella, Teresa Vicidomini, per il gruppo di lavoro Cobas Scuola Napoli, Coordinamento napoletano per la difesa della Scuola pubblica e Coordinamento Precari Scuola Napoli.

 

Primi firmatari:

Giuseppe Aragno, storico, Piero Bevilacqua, ordinario Storia Contemporanea Università La Sapienza, Roma; Giuseppe Caliceti, docente e scrittore; Roberto Ciccarelli, giornalista del Manifesto e filosofo; Erri De Luca, scrittore; Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli; Angelo D’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico, Università di Torino; Elio Dovere, ordinario di Istituzioni e Storia del Diritto Romano presso l’Università “Parthenope” di Napoli; Cristiana Fiamingo, Storia e Istituzioni dell’Africa, Università Statale, Milano; Ferdinando Imposimato, Magistrato; Citto Maselli, partigiano e regista; Ugo Olivieri, docente di Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Valeria Pinto, docente di filosofia teoretica Università Federico II, Napoli; Rossana Rossanda, giornalista e scrittrice; Sara Sappino, storica, Enzo Scandurra, ordinario di Urbanistica Università degli Studi La Sapienza, Roma, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano.

Per aderire scrivere a geppinoaragno@libero.it

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intervento-ita-manifestione-buona-scuola-ss01Dopo Rossana Rossanda, ha appena aderito Citto Maselli, partigiano e regista di film notevoli come Il sospetto e Storia di un operaio, con Volontè. Non riesco a essere distaccato – con gli anni è sempre più difficile – e mi sono commosso. L’ho inserito tra i primi firmatari e gli ho scritto che per me e per tutti noi è un onore averlo a fianco in questa battaglia. “Il Manifesto”, che ha pubblicato questo testo, ci dà voce. Le adesioni ci daranno forza per una battaglia che riguarda tutti, non solo studenti, personale amministrativo e docenti: la scuola lotta sull’ultima spiaggia. Firmate!

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Manifesto per la difesa della Scuola Pubblica Statale Libera e Democratica

La legge n. 107 del 9 luglio 2015 ha soppresso la libertà e la democrazia nella scuola pubblica di Stato.
Nell’approvarla nonostante il netto e pressoché unanime dissenso espresso dal mondo della scuola in tutte le sue componenti, il Parlamento ha compiuto il lungo percorso di dismissione della funzione civile dell’istruzione statale avviato con l’autonomia scolastica. L’autonomia organizzativa e gestionale ha cancellato l’unitarietà del sistema e ha posto i singoli istituti scolastici in competizione tra loro, privando l’istruzione della sua natura di diritto/dovere e Trasformandola in una merce, soggetta alle leggi della domanda e dell’offerta.
Amputata della propria funzione civile, l’istruzione pubblica è stata ridotta alla mera funzione economica, per il controllo della quale si è istituito il Sistema Nazionale di Valutazione, che determina gli obiettivi didattici e commissaria gli istituti scolastici che ad essi non si conformino.

Con la legge n. 107/2015 il Parlamento è intervenuto su materia di rango costituzionale, qual è la scuola, malgrado la sua composizione risultasse delegittimata oltre l’ordinaria amministrazione dalla sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale.

La legge n. 107/2015:

ha sottoposto i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti;
soggioga i lavoratori alle scelte arbitrarie del Dirigente scolastico che può di fatto a propria discrezione collocarli in mobilità, demansionarli, sanzionarli con procedura monocratica;
 con l’Alternanza Scuola-Lavoro, ha piegato il diritto allo studio in sfruttamento del lavoro minorile, attribuendo alle scuole l’esercizio di un caporalato istituzionale;
ha espropriato i docenti della propria autonomia professionale trasferendo all’INVALSI la titolarità dei parametri di giudizio dell’attività di insegnamento.

La legge n. 107/2015 palesa nel suo stesso articolato, che consta di un unico articolo con 212 commi – di cui 11 di deleghe generiche al Governo – la violenza esercitata sulle procedure legislative previste dall’Ordinamento.
La manifesta violazione dei principi costituzionali dell’identificazione del lavoro come valore fondante della Repubblica (Art. 1), dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (Art. 3), del diritto al lavoro (Art. 4), del diritto alla manifestazione libera del proprio pensiero (Art. 21), della libertà di insegnamento (Art. 33), del vincolo per l’iniziativa economica privata a non potersi svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana (art. 41), della perequazione contributiva (Art. 53), del diritto del Parlamento di definire principi, criteri direttivi e validità temporale della delega affidata all’Esecutivo (Art. 76), dell’imparzialità dell’Amministrazione (Art. 97) impone alle cittadine e ai cittadini che si riconoscano nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza, di contrapporsi con ogni mezzo lecito all’attuazione della suddetta legge, in virtù di quel principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente, che nei lavori dell’Assemblea Costituente si condensò nella seguente formulazione:

Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino.” (onn. Giuseppe Dossetti e Mario Cevolotto).

Le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori che si riconoscono in questo Manifesto, dichiarano di dare immediato avvio a tutte le pratiche di corretta informazione, resistenza e di disobbedienza civile intese a disarticolare l’impianto della scuola disegnato dalla suddetta legge, nella chiara e convinta consapevolezza di agire nell’interesse della comunità, per la difesa dei principi di uguaglianza, libertà e di giustizia sociale a cui sono stati educati e in cui professano fede, su di un fronte che non consente alcun margine di compromesso e nel quale a ciascuno viene chiesto di scegliere di collocarsi in solidarietà alla lotta, fino alle ultime conseguenze.
Contestualmente, le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori che si riconoscono in questo Manifesto si impegnano, nelle istituzioni scolastiche e nella società civile, ad elaborare e sperimentare esperienze di didattica collaborativa, inclusiva, egualitaria e criticamente formativa per la costituzione della scuola in comunità educante libera e democratica.

Ludovico Chianese, Lucia Fama, Mauro Farina, Ferdinando Goglia, Marcella Raiola, Massimo Montella, Teresa Vicidomini, per il gruppo di lavoro Cobas Scuola Napoli, Coordinamento napoletano per la difesa della Scuola pubblica e Coordinamento Precari Scuola Napoli.

Primi firmatari:
Giuseppe Aragno, storico, Piero Bevilacqua, ordinario Storia Contemporanea Università La Sapienza, Roma; Giuseppe Caliceti, docente e scrittore; Roberto Ciccarelli, giornalista del Manifesto e filosofo; Erri De Luca, scrittore; Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli; Angelo D’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico, Università di Torino; Elio Dovere, ordinario di Istituzioni e Storia del Diritto Romano presso l’Università “Parthenope” di Napoli; Cristiana Fiamingo, Storia e Istituzioni dell’Africa, Università Statale, Milano; Ferdinando Imposimato, Magistrato; Citto Maselli, partigiano e regista; Ugo Olivieri, docente di Letteratura italiana, Università Federico II, Napoli; Valeria Pinto, docente di filosofia teoretica Università Federico II, Napoli; Rossana Rossanda, giornalista e scrittrice; Sara Sappino, storica, Enzo Scandurra, ordinario di Urbanistica Università degli Studi La Sapienza, Roma, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano.

Per aderire scrivere a geppinoaragno@libero.it.

Adesioni:

  1. Abate Francesca, insegnante scuola Primaria, Napoli;
  2. Abati Velio;
  3. Abbruzzo Paola;
  4. Acerbi Luisa, Milano;
  5. Acerbis Giulia;
  6. Acinini Roberta, docente, Gentileschi, Napoli;
  7. Aiello Giulia Irene;
  8. Aiello Raffaella, docente, Gentileschi, Napoli;
  9. Albarella Giuliana, Docente, Lettere Moderne, Anacapri;
  10. Albeggiani Edoardo, docente ,Liceo Artistico Catalano Palermo
  11. Alemanni M. Grazia, Presidente “Associazione. Scuola è futuro”;
  12. Amato Marcella;
  13. Amitrano Ciro, studente;
  14. Amitrano Ciro, studente;
  15. Ammendola Rosa, docente, Gentileschi, Napoli ;
  16. Andreolini Carla, insegnante in pensione, Occhiobello (Rovigo);
  17. Aquaro Giovanna, liceo classico “Socrate”, Bari;
  18. Arancione Marta;
  19. Arcangeli Pier Giuseppe, musicologo, ex direttore Conservatorio di Terni;
  20. Arciello Adele, insegnante precaria;
  21. Arpaia Giampiero, impiegato autoferrotranviere;
  22. Asaro Marina, C.S. di Ruolo, Roma;
  23. Ascione Gennaro, docente;
  24. Baiardi Marta, Firenze;
  25. Balzanelli Patrizia, autrice radio, tv, teatro;
  26. Banfi Antonio, Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Bergamo;
  27. Barbieri Daniele, Imola;
  28. Barzaghi Giansandro, Associazione NonUnodiMeno;
  29. Benedetti Giorgio;
  30. Benedetti Mirco;
  31. Benedetti Niccolò;
  32. Bersani Berselli Gabriele, Alma Mater Studiorum-Università. Bologna;
  33. Bertini Cinzia, assistente amministrativa;
  34. Bianchi Loredana, assistente amministrativa precaria;
  35. Bises Anna;
  36. Bocchino Nicoletta, C.S. di Ruolo, Milano;
  37. Boni Romano, Pres. Associazione “Scuole per il terzo millennio”
  38. Borrelli Chiara;
  39. Bosso Raffaella, docente Istituto Superiore Statale “Pitagora”, Pozzuoli;
  40. Buccianti Antonella, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Firenze;
  41. Buiano Roberta;
  42. Buono Antonio;
  43. Caccese Ermenegildo;
  44. Calabrese Alessio, (Insegnante di Filosofia e Storia);
  45. Calvino Paola;
  46. Cammalleri Calogero Massimo, diritto del lavoro, Università degli Studi di Palermo;
  47. Campo Giorgio;
  48. Canavese Mauro, pres. Comitato scuola famiglia, Scuola materna “Vittorio Veneto”, Torino;
  49. Candreva Luigi, docente di filosofia e storia al liceo Cicerone di Frascati;
  50. Cangini Rossella;
  51. Canti Nelly;
  52. Capo Monica;
  53. Capotorto Eleonora, insegnante presso ITIS de Pretto di Schio;
  54. Caputo Caterina, docente elementare in pensione
  55. Cara Paola;
  56. Caracciolo Anna, docente, Gentileschi, Napoli ;
  57. Cardella Carmela, docente scuola superiore, Rimini;
  58. Carducci Rossella, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  59. Caroli Angela, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  60. Caronia Maurizio, A.A. Roma;
  61. Casadei Maria Grazia, pensionata;
  62. Cascone Ciro, precario II fascia GI;
  63. Casola Elisabetta, docente, Gentileschi, Napoli;
  64. Castagnolo Gloria;
  65. Casulli Stefano, ricercatore Università di Macerata ed educatore sociale;
  66. Catarzi Marcello, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  67. Cerasuolo Giuseppe;
  68. Cernuto Rosachiara;
  69. Cerutti Emanuela, insegnante;
  70. Chiappetta Maria Vittoria, docente, Gentileschi, Napoli;
  71. Chiappini Mara;
  72. Chichierchia Giuseppe, studente;
  73. Ciccarelli Assunta, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  74. Cicellyn Comneno Anna Maria, Pres. Circolo Legambiente Napoli Centro;
  75. Ciliberto Cosimo Antonio, Docente, Liceo Classico “Orazio”, Roma;
  76. Clash City Workers;
  77. Clemente Alida, Ricercatrice storia economica, Università degli studi di Foggia;
  78. Cobas Roma;
  79. Cobas scuola Cuneo;
  80. Cocchi Giovanni, insegnante e papà;
  81. Coccia Elena, avvocato, vice sindaco metropolitano, Napoli;
  82. Cocozza Flavia, chef, ISIS Tassinari di Pozzuoli;
  83. Coiante Irene,docente scuola superiore, Roma;
  84. Colantuono Gaetano, docente e storico;
  85. Collettivo Autorganizzato Universitario;
  86. Colocchio Maria Grazia, docente, Gentileschi, Napoli;
  87. Comitato per la difesa della scuola della Repubblica Catanzaro e Prov.;
  88. Coppola Camillo, un uomo senza particolari pregi;
  89. Coppola TullioRsu Cobas ISIS Europa, Pomigliano;
  90. Coppoli Franco, insegnante ITT Terni;
  91. Corraso Maria Rosaria, Co.Co.Co. Università;
  92. Corsi Anna, collaboratrice scolastica di ruolo;
  93. Cosito Rosa, docente, Gentileschi, Napoli ;
  94. Costa Maria, maestra;
  95. Cozza Luigi, insegnante s. m. sup.;
  96. Craus Cinzia, architetto, madre single;
  97. Cuomo Valentina; docente, Liceo classico “Q. Orazio Flacco”, Bari;
  98. Curatola Adelaide;
  99. Curci Anna, docente, Gentileschi, Napoli;
  100. D’Amato Anna Paola, insegnante;
  101. D’Angelo Lucio, ordinario Storia contemporanea, Università di Perugia;
  102. D’Annibale Paola, A.A. precario, Roma;
  103. D’Antonio Carmine, pensionato Italsider;
  104. D’Antonio Maria Rosaria docente, Liceo Statale “A. Pansini”, NA;
  105. D’Agnes Carmen, Docente, I. C. Maiuri, NA;
  106. Dainese Mario, docente precario, scuola secondaria II grado;
  107. Dalla Giovanna Massimo, Genova, Ingegnere;
  108. Dama Alessandro, Ricercatore Fisica Tecnica Ambientale, Politecnico di Milano;
  109. De Bonis Rosa, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  110. De Carlo Sara, docente, Liceo italiano, Istanbul;
  111. De Castro Eliseu Leão;
  112. De Feo Teresa, insegnante a tempo indeterminato;
  113. De Lucia Mariarosaria, Assistente Amministrativa;
  114. De Martino Pier Paolo, docente, Gentileschi, Napoli;
  115. De Negri Marcella;
  116. De Nitto Cosimo;
  117. De Rosa Gabriella, docente, Gentileschi, Napoli;
  118. De Rosa Giuseppe, ricercatore, Agraria, Università Federico II, Napoli;
  119. De Simone Francesca, Liceo Artistico Boccioni-Palizzi di Napoli;
  120. De Stasio Pino, Consigliere Municipale Napoli;
  121. De Stefano Concetta, docente di scuola dell’Infanzia statale;
  122. De Stefano Laura, docente, Gentileschi, Napoli;
  123. Del Vecchio Aurelia, pensionata Italsider;
  124. D’Elia Maria, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  125. Della Ragione Clelia;
  126. Della Vecchia Luana, A.A. precario, Roma;
  127. Di Carlo Antonio;
  128. Di Dio Bruna;
  129. Di Francia Ciro, Pres. Osservatorio Tutela Ambiente e Salute NA;
  130. Di Guida Elisa, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  131. Di Nuzzo, Annalisa, storia e filosofia Cast.mmare Stabia liceo classico Plinio Seniore;
  132. Dionisi Gabriel Maria, prof. a t. ind. al J.von Neumann di Roma;
  133. Dolce Mariateresa, avvocato;
  134. Donadio Aristide, docente;
  135. Donatello Elisabetta, insegnante;
  136. Egitto Marcello;
  137. Emma Antonio, pensionato;
  138. Esca Gennaro, docente polo liceale “G. Mazzatinti” di Gubbio;
  139. Esposito Anna, docente, Gentileschi, Napoli;
  140. Esposito Assunta, docente , Liceo scienze umane ‘Virgilio”, Pozzuoli;
  141. Esposito Giuseppe, genitore;
  142. Esposito Vincenza, docente, Gentileschi, Napoli;
  143. Ex OPG occupato Je so’ pazzo;
  144. Fabiani Carla Maria, docente filosofia e storia licei;
  145. Fadda Donatella;
  146. Falanga Maria, docente di scuola primaria;
  147. Falcone Anna;
  148. Famà Valeria; Docente, I. C. Maiuri, NA;
  149. Fanti Claudia;
  150. Farina Marina;
  151. Fasce Luigi, psicologo scolastico, pres. circolocalogerocapitini.it Genova;
  152. Fazzari Massimo, docente, Gentileschi, Napoli;
  153. Felice Sandra;
  154. Ferraiuolo Nino, docente in pensione;
  155. Fiore Antonio, A.A. Napoli;
  156. Fiorillo Amelia, docente, Gentileschi, Napoli;
  157. Fiorillo Anna, A.A. precaria, Milano;
  158. Fiorini Lara, mamma e partigiana della Costituzione;
  159. Fontanelli Monica, Insegnante Scuola Primaria Carducci, Bologna;
  160. Forti Steven, ricercatore Storia Contemp., Università Nova Lisboa;
  161. Francato Jenny;
  162. Franzina Emilio, Storia contemporanea Università di Verona;
  163. Frattasi Antonio, segretario PCdI, ex consigliere comunale NA;
  164. Fuccio Giorgio, A.A. precario, Roma;
  165. Fusco Mimmo, musicista;
  166. Gabriele Angelica, A.A. Roma;
  167. Gabrieli Giorgio;
  168. Galeotti, Elisabetta, assistente amministrativo di ruolo;
  169. Gallo Lorella,
  170. Gallo Luigi, cittadino eletto alla Camera dei Deputati , MoVimento 5 Stelle;
  171. Garau Amanda, docente scuola superiore, Roma;
  172. Gardani Romana;
  173. Gargarella Paola, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  174. Garofalo Lucio;
  175. Garofalo Maria Antonietta, docente liceo, Castelvetrano;
  176. Gatta Federico, studente;
  177. Gavazza Maria Teresa, insegnante e storica;
  178. Gelli Luigi;
  179. Gentile Gemma, docente in pensione;
  180. Giammatteo Luigina;
  181. Giannattasio Anna, docente Scuola Superiore;
  182. Gianquitto Bianca, liceo Pansini Napoli;
  183. Giordani Mauro, docente, Ist. Tecnico Agrario “E. Sereni”, Roma;
  184. Giordano Carmine;
  185. Giraldi Alfredo, attore e maestro burattinaio;
  186. Giudici Gabriella, docente, Perugia;
  187. Giuliano Maria, docente precaria secondaria di II grado;
  188. Granato Bianca Laura, Catanzaro;
  189. Grassini Tina, Cousellor sistemico relazionale;
  190. Grattagliano Daniela, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  191. Greco Francesco, presidente dell’Associazione Nazionale Docenti;;
  192. Grieco Paola, docente, I. C. Maiuri, NA;
  193. Grimaldi Mariolina;
  194. Grippo Cristiana, C.S. di Ruolo, Verona;
  195. Guaccio Marianna;
  196. Guarrera Alfio, assistente amministrativo di ruolo;
  197. Guida Antonio;
  198. http://insegnanticalabresi.blogspot.it/;
  199. Iacovella Nino;
  200. Iannacci G. Camilla;
  201. Iercitano Caterina, docente scuola superiore, Milano;
  202. Iervolino (Maite) Maria Teresa;
  203. Iorio Donatella, docente scuola superiore, Roma;
  204. Isopi Marco, Matematica, Roma “la Sapienza”;
  205. Italialaica;
  206. Italiano Annunziata, docente in pensione, Messina;
  207. Kaiser Ferdinando, ferroviere;
  208. Keller Fiorella, docente, Gentileschi, Napoli;
  209. La Carrozza d’Oro, scuola d’arte teatrale;
  210. La Rocca Claudio, Ordinario di Filosofia teoretica, Università di Genova;
  211. La Sala Rita, Assistente amministrativo;
  212. Lamagna Giovanni;
  213. Lauropoli Gloria;
  214. Liverani Paolo, Topografia dell’Italia Antica, Università di Firenze;
  215. Lo Fiengo Maddalena, educatrice precaria;
  216. Lo Fiengo Maria, docente scuola secondaria I grado e genitore;
  217. Lombardi Giovanni;
  218. Lombardo Francesco;
  219. Lonardi Giorgio, insegnante di filosofia e storia;
  220. Losito Sverio, programmatore informatico;
  221. Luzzi Saverio, docente/ricercatore precario;
  222. Madaro Diana, architetto;
  223. Maffione Daniele, Comitato politico naz. Rifond. Comunista;
  224. Maggio Paola, docente, Gentileschi, Napoli;
  225. Malaponte Giuseppe, pensionato;
  226. Mancini Ugo, docente;
  227. Manfroni Patrizia;
  228. Mangone Jo;
  229. Marengo Alba, docente, Gentileschi, Napoli;
  230. Margaira Liliana;
  231. Marotta Carla, docente, scuola secondaria I grado, Anagni FR;
  232. Martucci Luana, attrice e regista;
  233. Marzy Mariarosaria;
  234. Mauriello Alessio, studente;
  235. Mauro Ida, Universitat Barcelona – Ass. Altraitalia-Barcellona”;
  236. Mauro Patrizia, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  237. Mazzella Antonio, Macchinista presso EAV e sindacalista USB;
  238. Melchionda Gerardo, Libera (Basilicata);
  239. Mele Antonia F., docente, Francavilla Fontana (Br);
  240. Melito Maria Rosaria, docente di ruolo sostegno superiori;
  241. Melito Mariella;
  242. Meloni Vito, responsabile nazionale scuola PRC-SE;
  243. Messina Paolo, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  244. Meterangelis Annamaria;
  245. Minarda Mario;
  246. Monaco Maria, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  247. Monaco Ruggiero;
  248. Monaco Vincenzo, Assistente Tecnico:
  249. Moncada Giuseppe, preside in pensione, Lentini;
  250. Mondello Luigi studente;
  251. Monello Gigi;
  252. Moni Ovaida, attore, drammaturgo, scrittore, cantante;
  253. Montesi Nadia;
  254. Morandi Mara, docente, Gentileschi, Napoli;
  255. Morelli Silvia, precaria, Roma;
  256. Moretti Claudio, assistente tecnico di ruolo;
  257. Moretto Bruno, Comitato bolognese scuola e Costituzione;
  258. Morgese Daniele, studente;
  259. Morniroli Andrea, cooperativa sociale Dedalus;
  260. Moscato Maria Stefania, Assistente amministrativo precario;
  261. Moschetti Angela, insegnante scuola media, Roma;
  262. Mosconi Giuseppe, Università di Padova;
  263. Musto Rosaria, assistente amm.va di ruolo;
  264. Muto Vincenza;
  265. Napolitano Pasquale, attore;
  266. Napolitano Salvatore, studente;
  267. Nardello Giuliana;
  268. Nave Antonello;
  269. Negri Fiamma, attrice, genitore;
  270. Nobili Marcello, docente di ruolo Italiano e Latino, Roma;
  271. Orsini Stefania, docente, Gentileschi, Napoli;
  272. Pace Salvatore, dirigente scolastico;
  273. Pace Vincenzina, docente;
  274. Padovan Manlio;
  275. Palladini Isabella, assistente amministrativa, precaria;
  276. Palmisano Maria teresa, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  277. Palumbo Maria;
  278. Pandolfi Francesca;
  279. Panella Giuseppe, (Scuola Normale Superiore di Pisa);
  280. Paolozza Marcello, pensionato;
  281. Pappalepore Aldo;
  282. Parri David, Docente;
  283. Pascuzzi Vincenzo, Insorgenza per la Scuola;
  284. Pastore Mariaclaudia, Docente, I. C. Maiuri, NA;
  285. Patini Anna, A.O.U. Salerno;
  286. Pavan Beppe, gruppo Uomini in cammino di Pinerolo;
  287. Pellini Dario;
  288. Pernice Rosaria, docente di Lettere, scuola Leonardo da Vinci, PA;
  289. Perrone Daniela, Coordinamento ATA precari;
  290. Perrone Patrizia, insegnante scuola primaria, Napoli;
  291. Petrone Maria Laura;
  292. Pianta Lopis Barbara, NapoliScuole – Zona Franca;
  293. Pianura Gennaro, Dirigente Giunta Reg.le Campania in pensione;
  294. Picca Ada, docente, Gentileschi, Napoli;
  295. Picone Giovanni, C.S. di Ruolo, Palermo;
  296. Pinto Mauro, dottorando Università Orientale di Napoli;
  297. Piotti Virginia, insegnante, liceo classico J. Sannazaro, Napoli;
  298. Pipicelli Ivan, artigiano;
  299. Pisani Gianfranca;
  300. Piscopo Paolo;
  301. Pivato Claudia;
  302. Pizza Antonio, assistente amministrativo, I. C. Maiuri, NA;
  303. Pompejano Paola, Istituto tecnico agrario “P. Cuppari”, Messina;
  304. Pozzolese Mattia, docente;
  305. Praturlon Marina;
  306. Principe Asia, studente;
  307. Quattrocchi Attilio, docente, Anagni;
  308. Ragno Grazia, A.T. di Ruolo, Messina;
  309. Raia Ciro, dirigente scolastico;
  310. Raimondi Antonio;
  311. Randazzo Rita,insegnante di francese in un liceo di Siracusa;
  312. Ratto Pietro;
  313. Reale Luciana;
  314. Recine Francesca, A.T. precario, Roma;
  315. Redazione di Roars;
  316. Riccio Gianluca;
  317. Riccio Immacolata, docente di ruolo;
  318. Rindone Elio;
  319. Rispoli Maria Grazia;
  320. Rocchino Vincenzo;
  321. Romualdo Vincenza, docente Liceo “A. Genoino” Cava de’ Tirreni;
  322. Roncuzzi Cristiano, educatore;
  323. Rosato Rita, docente, Gentileschi, Napoli;
  324. Rossano Angela Maria, Materie letterarie, Liceo scientifico “L. Siciliani”, Catanzaro;
  325. Rossi Elvira, psicologa e psicoanalista;
  326. Rossi Stefano;
  327. Rotondo Carmela, docente a tempo indeterminato;
  328. Rovito Massimo;
  329. Ruggeri Cinzia, docente scuola superiore, Messina;
  330. Ruggeri Federico, A.T. di Ruolo, Roma;
  331. Ruotolo Francesco, Consigliere III Municipalità, NA;
  332. Ruzza Cristina;
  333. Sabin Alfonso, insegnante in pensione;
  334. Saini Loredana, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  335. Sala Renato, ex docente, nonno preoccupato;
  336. Salemme Rosaria;
  337. Sanges Gennaro, sindacalista Cgil;
  338. Sansone Daniela, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  339. SantanielloValeria, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  340. Santarpino Gianni, scrittore;
  341. Santesarti Fabio;
  342. Sarli Maria Teresa;
  343. Savio Giacomo, A.A. Napoli;
  344. Sbrescia Giuseppe;
  345. Schiano Rosa, (attvista e reporter);
  346. Schibeci Maria;
  347. Schibeci Paolo;
  348. Scirè Giambattista, docente (rtd) storia contemp, Univ. Catania;
  349. Scotti Antonio;
  350. Scotti Aureliana, insegnante a tempo indeterminato;
  351. Selvaduray Steave, Dottorato di ricerca in Matematica;
  352. Seminati Chiara;
  353. Sfondrini Michela, libraia;
  354. Sidonio Valeria, docente;
  355. Siracusa Daniela, Liceo Classico Sannazzaro, Napoli;
  356. Sirilli Giorgio, Dirigente di ricerca del CNR;
  357. Sisto Michele, studente, rappresentante CSRE-CSR;
  358. Sorice Manuela, docente, Gentileschi, Napoli;
  359. Spallotta Umberto, insegnante precario;
  360. Spartà Maria Alessi, docente di filosofia e storia, Mola di Bari;
  361. Stazio Adriana;
  362. Stazio Ivana, bibliotecaria univ. Federico II;
  363. Stefanino Maria Antonia;
  364. Studenti Autorganizzati Campani;
  365. Tambasco Marchina;
  366. Tarascio Luisa;
  367. Tardioli Martina, A.A. precario, Roma;
  368. Tartaglia Maria, docente, Gentileschi, Napoli;
  369. Tassinari Giorgio, FLC-CGIL Bologna e LIP-Scuola Bologna;
  370. Tecce Mario Felice, Ordinario di Biochimica, Università di Salerno;
  371. Tedesco Maria Teresa, Assistente amministrativo;
  372. Tirro Francesco, docente;
  373. Tortoriello Cinzia, assistente tecnico di ruolo;
  374. Traversa Rosa, psicologa, ricercatrice, artista;
  375. Trombini Franca, Assistente Amministrativo;
  376. Tudisco Daniela;
  377. Tullio Enrica, insegnante precaria;
  378. Turci Gabriele;
  379. Ulliana Stefano, insegnante;
  380. Urso Antonio;
  381. Vaccarello Fernando, assistente Tecnico di ruolo;
  382. Valente Adelaide, assistente amministrativo precaria;
  383. Varini Bianca Maria, docente, Gentileschi, Napoli;
  384. Vecchia Vincenzo, insegnate di scuola primaria statale;
  385. Veneruso Margherita, docente liceale, Napoli;
  386. Verdecchia Carla, IPSEDOC “Crocetti-Cerulli”, Giulianova;
  387. Vergella Claudia;
  388. Vernaleone Maria Giovanna;
  389. Verrone Marisa;
  390. Verso Emilio, docente;
  391. Verzilli Mara;
  392. Violante Sergio, Milano;
  393. Violini Evelina;
  394. Viscardi Marco, docente lettere, secondaria II grado;
  395. Vitali Giancarlo “Ambrogio”, Assemblea genitori docenti, BO;
  396. Vitelli Giardina Adriana;
  397. Viviano Matteo, Pres. CO.GE.DE. Liguria (Coord. Genitori Democratici);
  398. Vollono Giuseppe;
  399. Volpe Vito Nicola, Docente scuola sec. di II grado;
  400. Volzone Raffaele, docente, Gentileschi, Napoli ;
  401. Zampini Angela;
  402. Zanoli Nara;


Fuoriregistro, 8 settembre 2015; Il Manifesto, 10 settembre 2015;

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parlamento_illegittimoLa scuola che lotta non è ferma e si discute molto, programmando riunioni persino ad agosto. Non era mai accaduto e non sono gruppi sparuti. Proibito fermarsi. Alla ripresa di settembre, sarebbe necessario che alle riunioni dei comitati partecipassero tutte le realtà di movimento, anche i NO Tav, perché il nemico è uno, la lotta è comune e socialmente trasversale. Il campo di battaglia è il Paese. A settembre dovrà funzionare una rete di riferimenti ampia e differenziata.
Ha ragione chi si preoccupa per la frattura tra gli studenti e quella parte dei docenti che ricorre a pratiche repressive, per impedire le occupazioni. Il problema si riproporrà certamente in termini anche più duri. E’ una situazione da cui uscire, volando alto e trovando un tema unificante per partire dalla scuola e coinvolgere non solo le lotte del lavoro, ma anche e soprattutto i “cittadini”, nel senso più lato possibile della parola.
Inutile negarlo: nelle recenti discussioni sulla scuola c’è qualcosa di non detto. Lasciamo da parte il referendum. Farà la sua lunga via, potrà pure spuntarla, ma difficilmente assicurerà risultati certi, come dimostra la faccenda dell’acqua. Ciò che non si dice perciò va chiarito: a settembre si andrà all’attacco di una legge approvata apparentemente con i crismi della “legalità repubblicana”. Questo vuol dire che – a parte il referendum – sarà facile per la stampa di regime, anche se il movimento si terrà sul terreno delle cose possibili, “scomunicare” le lotte, far passare per “cattivi maestri” i docenti più esposti, disorientare gli incerti e intimidire i “benpensanti”. Il tema di fondo della discussione dovrebbe quindi essere proprio la “legalità”, ma occorrerebbe farlo a parti rovesciate. E’ legale questo governo? E’ legittimo moralmente e politicamente questo Parlamento che cambia la Costituzione, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che lo lo ha dichiara eletto con una legge incostituzionale?
Ci fu, nel dibattito sulla Costituente, una proposta di Dossetti – moderatissimo, ma onestissimo e lucido democristiano – che propose di inserire nella Carta il diritto alla ribellione di fronte a leggi incostituzionali. La proposta non passò, ma il tema aveva una sua rilevanza e torna di attualità. E’ su questo problema che va aperto un urgente dibattito, per coprire le spalle a chi lotta. Questo non vuole dire che poi ci si dovrà per forza ribellare; significa solo affermare un principio che da solo fa vacillare le basi del governo. Se ne potrebbe parlare con quelli del Manifesto e, al limite, coi “liberali” del Fatto Quotidiano”; si potrebbe chiedere un incontro con le redazioni, come comitati, spiegare la cosa e vedere se i giornali accettino di fare da cassa di risonanza. Non sarebbe male – avrebbe anzi un valore simbolico altissimo – che si organizzasse una sorta di referendum popolare ufficioso, senza nessuna trafila burocratica, sulla legittimità del governo Renzi; si potrebbe scrivere un “manifesto” delle realtà di lotta – a partire dalla “terra dei fuochi”, per arrivare ai No Mous e no Tav, raccogliere quante più firme possibili e dichiarare Renzi e i suoi decaduti.
Se la raccolta di firme fosse ampia e trasversale, sarebbe una decisione senza valore giuridico, ma di grande impatto politico. Ormai è inutile girarci attorno: è necessario creare un movimento ampio, che al momento la scuola può promuovere e guidare e che potrebbe coinvolgere molta più gente di quanta crediamo, perché la misura è colma e mancano solo parole d’ordine e riferimenti. Anche per i 5 Stelle sarebbe un banco di prova e da qui si potrebbe partire per aprire uno scontro vero.
Cose complicare, certo. Ma complicata e straordinaria è la situazione e non se ne uscirà per le vie ordinarie.

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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