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Posts Tagged ‘Sant’Agostino’

Non sappiamo e non sapremo mai se, in Paradiso, Gabriele sia l’angelo meglio riuscito alla divina fabbrica del Creatore. Se la maiuscola sia d’obbligo, chiedetelo a bruciapelo al ministro Profumo e alla sua scienza dell’ortografia, ma si lasci a chi pensa il diritto del dubbio, perché non c’è rimedio: non ci sono certezze, se non permangono dubbi. Se gli angeli siano uguali tra loro, se l’impegno lavorativo del Padreterno abbia tenuto costante il livello della produzione nei fatidici “sei giorni” in cui s’è generata questa “valle di lacrime“, non siamo in grado di dire. Come un indocile ribelle, ognuno nella vita una volta almeno s’ostina a capire ciò che capire non può e, di fronte ai suoi mille dubbi, sta lì, a rovesciare invano col secchiello in un buco scavato sulla sabbia tutto l’Oceano mare. Più acqua rovescia, più vana è l’impresa, ma non per questo s’arrende la voglia di capire. Per quanto difficile sia l’impresa e disperato l’esito finale, noi scaveremo sempre, nei secoli dei secoli; fino a quando uomini e donne vivranno, questo conflitto indomabile si perpetuerà di generazione in generazione. Corpi di Pubblica Sicurezza e apparati repressivi, di cui le migliori democrazie non sanno fare a meno, vedranno in questo sforzo di progresso vene di sedizione, ma Dio ci scampi se la tesi della certezza l’avrà vinta sulla lungimiranza dell’utopia.
Nessuno sa se il sommo, infallibile artefice abbia commesso errori o battuto la fiacca, sta di fatto che tra gli angeli forgiati dalla sua mano si sono registrate immense differenze e non solo il migliore dei demoni, Lucifero, è il peggiore degli angeli ma, ciò che più conta, dal punto di vista del Male – senza del quale non si trova Bene – l’opera più perfetta è la peggiore di tutte. Sarà una divina pazzia, ma la perfezione del Creato aveva da passare per questa incomprensibile imperfezione.
Il ministro Profumo ora giura su un’idea di università che sposi le regole del mercato e, a suo modo di vedere, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, con la creazione di un clima concorrenziale tra atenei – è questo il dogma che ispira il creatore – indurrà le università a migliorare la propria offerta e finalmente si vedranno trionfare il merito e la competenza. Quando il miracolo sarà compiuto – anche Profumo il settimo giorno dovrà riposare – l’angelo ribelle, che l’irato Creatore invano sprofondò nell’inferno, seminerà i suoi dubbi: domanderà com’è che all’estero ci rubano i giovani senza difficoltà, nonostante Profumo, Gelmini, Moratti e Berlinguer; vorrà sapere se, con i ficchi secchi, s’hanno da fare matrimoni regali, indagherà sui criteri informatori della scelta dei ricercatori e dei docenti, sulla regolarità dei concorsi, siederà nei laboratori deprivati, inseguirà cervelli in fuga provenienti da buone scuole che spesso danno più incollature all’eccellenza, ascolterà, le mani nei capelli, incomprensibili lezioni dei sacerdoti della scienza nuova e, maligno com’è, concluderà che la ricetta sbagliata ha già sfasciato troppo un mondo nato male e governato peggio. Politica di classe, borbotterà, velenoso; una filosofia della storia che si fa scienza esatta non ha fondamento. Vivono ancora, però, Lucifero lo sa bene, armi efficaci come strumenti di guerra in mano a buoni maestri, che insegnano molto meglio di un accademico ciò che la peggiore delle università non riuscirà a distruggere: i giovani sanno che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù. Sanno che ormai non c’è molto rischio di peggiorare il mondo, qualunque cosa si faccia, sicché un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe solo la fine di un ordine così disordinato.
Gliel’ha insegnato, e aveva ragione, Don Milani, angelo e diavolo, che – c’è da stupirsi? – non aveva certo studiato alla Bocconi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 gennaio 2012

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In principio era il caos, ma se ne venne fuori in qualche modo, narrano le sacre scritture, le memorie degli storici antichi e i più lontani pensatori. C’è chi dice che accadde per volontà d’un Dio e chi per passione civile d’una bestia che, evasa dagli antri ferini, scoprì le lacrime e il sorriso, l’amore che fa guerra all’odio, il bisogno di regole e di patti, si riconobbe umana e lottò per diventare padrona di se stessa. Se intorno alla cause il dissenso permane, filosofi, scienziati, annalisti, cronisti, tutti concordano ormai sull’esito del percorso e la memoria è oggi patrimonio universale: tra catastrofi ricorrenti, arche, diluvi, torri di Babele, isole remote di Atlante, sommerse di là della Colonne d’Ercole, e l’inesausto conflitto tra istinto e ragione, nacque così la storia: dall’orgogliosa ribellione di bestie che si scoprirono dentro la dignità dell’uomo.
E’ l’umana vicenda: cicli, picchi ascendenti e rovinose cadute, un alterno e drammatico andirivieni sulla linea del tempo, dirà l’intuizione geniale d’un provinciale e solitario pensatore, ma anche una consapevolezza che attraversa il mutare dei tempi. Da allora si sta, tra grandezza e miseria, oggi vittoriosi, vinti domani, perché nulla in eterno dura e tutto cambia, tutto nasce, poi cresce e poi muore, in un inesausto conflitto tra vittoriosi assalti al cielo e rovinosi imbarbarimenti. Consolidandosi, un’idea progressiva si fa “ordine costituito” e, come tale, conservazione, stato di fatto e arretramento; sorgono così forze di rinnovamento che premono represse, urtano, cozzano contro il passato, rinculano, ma sono il futuro e infine sfondano, dilagano e producono mutamenti fatalmente temporanei, una nuova illusione di trionfo definitivo, che porta in sé il germe di rinnovati conflitti e ripetute cadute.
Anche il futuro diventa passato.
Sicuri nell’ascesa – in questo ancora la storia e l’ancestrale memoria di ciò che fummo paiono concordare – nella caduta torniamo ai primordi e la paura ha la meglio.
Sul teatro della storia va in scena un dramma già visto, ma nessuno se ne ricorda. Dopo il tragico baccanale di notizie allarmanti, pareri oscuri e divergenti di immancabili “esperti”, la sconcertante serie di sconfitte delle legioni che furono invitte rende la paura padrona del campo e della vita dei popoli. E’ allora che giunge il “salvatore” e trova ascolto.

Come sempre accade nell’animo umano, se un evento drammatico minaccia antichi equilibri e persino le certezze che parevano intangibili prendono a vacillare, il timore suscita un istintivo bisogno di tutela, scattano meccanismi automatici, il desiderio di salvezza apre la porta alla fede e si sa: il fedele non discute e non ragiona. Se per caso ci prova, memore d’un antico orgoglio, il salvatore ha subito buon gioco. Come Sant’Agostino col bambino ingenuo, intento a versare l’acqua del mare col secchiello in una buca scavata sulla spiaggia, sorride, poi osserva, ironico e paterno: “Ma che fai? Non lo vedi com’è grande e profondo il mare che hai fronte? Non c’è spazio nella tua piccola buca!
Non lo dice, ma il messaggio è chiaro: lascia che sia io a badare a te e ammettilo, infine, tu sei troppo piccolo per poter capire. Credimi per fede, credimi. perché non hai scelta. E’ un messaggio antico che fa conto sulla superstizione, figlia naturale della paura. Al potere supremo d’un Dio sconosciuto s’inchinava, paralizzato dal terrore, l’uomo-bambino all’alba della storia. Bastava che la natura si scatenasse in un gioco di lampi accecanti nel buio della notte e lo schiocco improvviso dei tuoni lo spingeva a cercare le vie d’un salvatore. Vie infinite, ma imperscrutabili. I cicli della storia si concludono così, quando il coraggio di chi lasciò l’antro per andare alla conquista di sé stesso, pare cedere di schianto all’antica paura che lo teneva chiuso e atterrito nella sua caverna.
Cambia un ciclo. Non c’è nulla di certo, tranne che domani annalisti, storici e pensatori racconteranno la storia d’un bambino di cui il salvatore ignorò persino l’esistenza. Era troppo lontano dal cuore dell’impero traballante e del suo mondo nessuno si curava. Mentre l’arca divina accoglieva gli eletti, la storia, sempre nuova eppure sempre uguale a se stessa, rinnovava le antiche ingiustizie. Cosa volete che possa contare, mentre tutto crolla, la vicenda d’un bambino e del suo povero padre, che con due figli e la moglie da sfamare, non può mandarlo a scuola? Nulla. Non conta nulla. Nel tempo che corre tra un progresso e un regresso, non c’è spazio per tutti. O il padre piega la testa e porge l’altra guancia, come comandano Agostino e il salvatore, o ritrova in se stesso la passione civile d’una bestia divina che, uscita dagli antri ferini, si riconobbe uomo e lottò per diventare padrone di se stesso. Annalisti, storici e pensatori domani narreranno una storia. Quale sarà la fine dipende soprattutto da noi.
Tutto nasce, cresce e poi muore. Tutto, anche un ordine di cose e un modo di produzione. Abbiamo vissuto in mille modi diversi, barattando, battendo moneta, acquistando e vendendo. Siamo stati liberi e servi, ma il corso delle cose, col mutamento che si porta appresso, quello non s’è mai potuto ridurlo a merce. E’ accaduto più volte e ancora accadrà: abbiamo già messo l’oceano mare in un buco scavato nella sabbia.

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La generosa mano di vernice rosso ocra, passata e ripassata sul velo di cementite e sugli esperti rattoppi di cazzuola all’intonaco steso con cura sui massi di conglomerato ha fatto miracoli. Qua e là s’intuiscono ancora vegetali fossili nell’argilla scavata dal vento e dalla pioggia, ma il lavoro è riuscito. In cassa non c’è un centesimo da spendere, ma i giovani volontari del “campo estivo” gli hanno fatto l’abito nuovo e il muro antico e prezioso è ringiovanito. Come tanto tempo fa, svoltando sulla destra dal Vicolo di Mercurio, sotto un’elegante edicola che subito attira lo sguardo, si conserva, dio solo sa come, l’eterna malinconia che l’ignoto poeta incise con la punta amara d’uno stilo dolente, che il tempo e le sue leggi beffarde si sono incaricati di sconfessare. Chi passa e si ferma all’ombra, cercando ristoro dal sole, non può fare a meno di leggere:

Nihil durare potest tempore perpetuo.
Cum bene Sol nituit, redditur Oceano;
decrescit Phoebe, quae modo plena fuit.
Ventorum feritas saepe fit aura levis
“.

E’ una musica dolce e struggente:

Nulla durare può eterno nel tempo,
il sole che splende all’Oceano torna;
cala la luna che or ora fu piena.
Furia di venti alito si fa spesso
“.

Un muro è teatro, un muro è memoria e, se tu chiudi gli occhi, si leva il sipario e la vita va in scena. A quel muro poggiò elmo e spada il soldato stanco, reduce dalla ferocia della guerra; lì pianse di gioia la giovane fanciulla per l’amore ritrovato, senza poter sapere che proprio lì, spalle a quel muro, nell’ombra complice delle sue squallide sere, una meretrice vendeva l’innocenza perduta.
Un muro è una pagina di storia sociale: “fate la carità“, ci ha scritto disperato il mendicante, e su quelle sue parole ha sputato sprezzante chi non conobbe il morso della fame. E c’è chi, irriverente, ci ha spruzzato l’esito d’una ubriacatura, c’è chi s’è appoggiato vacillante, mentre rendeva l’anima a Dio in una sera di solitudine disperata, quelle in cui la morte giunge inattesa e uccide a tradimento.
Un muro conserva il segreto che non sai. Ricorda chi per primo, pietra su pietra, l’ha costruito e ormai non c’è più, col suo lavoro di servo ch’è stato tormento; sa di una lite tra vicini in lotta nei tribunali, per rivendicare la sua proprietà: “aura sacra fames“, detestabile avidità di ricchezza! Chi avrà vinto la causa? Nessuno ricorda, ci son leggi che cambiano e mai s’è dato davvero che la giustizia sia stata uguale onestamente per tutti. Un giudice s’è fatto incantare dalle parole alate d’un principe del foro, un altro se l’è comprato l’immancabile corruttore, uno ancora si sarà distratto, preso dagli affari suoi personali. Chi ha perso l’avrà capito a sue spese che legalità e giustizia fanno spesso a pugni. Chiedilo al muro, se passi, e te lo dirà.

Quel muro in guerra s’è bruciato, in pace s’è adornato, s’è salvato dalle ingiurie del tempo, ha subito le offese degli uomini e senza saperlo s’è fatto documento a più strati, sicché sono secoli e secoli che uno ci legge l’evo antico, un altro ci scopre il Settecento delle scoperte archeologiche e c’è persino chi racconta che lì, proprio lì, all’ombra di quel muro, Amedeo Maiuri, il grande archeologo, s’inventò quel suo gesso rivelatore, che dal nulla materializzò le vittime d’una terribile eruzione, colte negli ultimi spasimi dell’agonia. E’ la tragedia cui il muro è scampato, quella che lo “sterminator Vesevo” ha più volte causato, senza distinguere tra l’onesto e il disonesto, sicché il muro saggio ripete a chi ascolta: – “Agostino, smettila una buona volta di voler capire il disegno divino!. Ma Agostino insiste e col suo secchiello cerca di mettere l’Oceano in un piccolo buco scavato sulla riva del mare.

Un muro è un muro. Vive perché così vollero mani d’uomo e parla il muto linguaggio del tempo. Non ha scienza, ma è spesso coscienza. “ Nihil durare potest tempore perpetuo… Nulla durare può eterno nel tempo…” Storia e uomini, uomini e storia. In mezzo, a far da tramite, un cumulo di pietre. Documenti. C’è uno scambio di parole lontane tra uomini e sassi. L’infarto del nostro tempo amaro l’ecocuore lo sente in questo punto vitale: tra i muri crollati e le nostre parole cancellate. Nostre, di uomini e sassi giunti fino a un tempo muto, che non ha parole né per uomini, né per sassi.
Il tempo della fine.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 agosto 2011

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C’è puzza di bruciato: Leghisti e forzisti rispondono a Napolitano a muso duro perché hanno paura, sono terrorizzati e un animale impaurito è molto pericoloso. Per carità, intendiamoci. Nessuno s’illude che Bersani, Fini e Casini siano diventati d’un tratto seri statisti. Il fatto è che la stragrande maggioranza della  gente, costretta ad affrontare una crisi economica senza precedenti, non regge più Cicchitto Capezzone, Feltri e compagnia cantante. Non è una questione politica, che pure sarebbe sacrosanta. Forse è peggio. E’ un problema di stomaco: il vomito è continuo, inarrestabile e resiste anche al classico Plasil. Nella sinistra che non c’è, in quell’ectoplasma di irresponsabili che ora si definiscono  “area della responsabilità”, credono in pochi, ma la banda di puttanieri, mignotte, mariuoli e pennivendoli che minaccia la piazza ha disgustato poveri e  ricchi, cristiani, musulmani e persino domineddio, che non vuole aver nulla a che spartire con una sorta di aborto che non avrebbe voluto creare. Putroppo anche un padreterno può sbagliare:  l’aborto gli è sfuggito di mano e lo sputtana nei consessi celesti, tra divinità e profeti. Siamo al punto che Buddha, Confucio e Allah non gli rivolgono più nemmeno la parola e Manitù, sdeganto, dopo tre “augh“, s’è ritirato infuriato tra i bisonti. In paradiso è crisi di regime: il padre contro il figlio, lo spirito, non più santo, contro padre e figlio. Pare che Sant’Ambrogio rifiuti la cittadinnaza della Padania e San Gennaro minacci di sospendere il celebre miracolo. E c’è pure chi teme un golpe di San Pietro.

Il padreterno, mormorano i santi, è un modello perfetto di “fannullone” brunettiano. Se nella sola settimana di lavoro vero che ha vissuto in tutta sua eterna vita di creatore non avesse scelto il sabato fascista – “il settimo giorno riposò” dicono le scritture – avrebbe avuto tempo per riparare i guasti e oggi non sarebbe il disastro. Figlio di quel malaccorto riposo, giurano con filosofiche ragioni Agostino e Tommaso, sono senza dubbio Bossi, Maroni e la Padania razzista e sconsacrata. Fosse stato attento, li avrebbe certamente fulminati. E non è tutto. Figli naturali del suo divino fannullonismo, mormorano angeli, arcangeli, santi e beati,  sono Brunetta, Gelmini, Sacconi e la Carfagna e ognuno si lagna. In quel fatidico “settimo giorno” vissuto da scioperato, il Signore Celeste ha dato vita più o meno eterna al venditore di tappeti alloggiato nel miniparadiso di Arcore. Stanco senza ragione – un vero sfaticato, sostiene il demonio che è molto interessato alla faccenda – per godersi l’eterno riposo del “settimo giorno”, quando la morte, sua figlia prediletta, gli ha portato finito il verde Bossi, ha dovuto mollarlo: il padreterno non aveva voglia di giudicarlo e il diavolo se l’è visto sfuggire dalle grinfie. Com’è naturale, l’inferno è in sciopero generale e qui a terra siamo a questo: mancano all’Italia – nel delirio del riposo non li ha messi al mondo – personaggi irrinunciabili. E’ incredibile, si trova tutto, anche se costa un occhio della testa, non viene fuori un Cassio nemmeno se lo cerchi col lanternino e non trovi Bruto neanche a pagarlo a peso d’oro. Li avesse creati, potrebbero coronare il sogno di Berlusconi: avere finalmente qualcosa in comune con Giulio Cesare. Allora sì, allora i  nostri tempi sarebbero degni della grande storia romana e il miniduce potrebbe stare alla pari col grande Cesare almeno in una cosa: le classiche trentatre pugnalate finali. Voi ve li immaginate Capezzone e Cicchitto nei panni di Ottaviano e Marco Antonio?

Il padreterno però s’è riposato e l’Italia rimane purtroppo quella che Dante conosceva bene: “Non donna di provincie ma bordello”.

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decointNon puoi farci entrare tutto il mare in quel buco, bambino!
Così mi fa Agostino, mentre riempio secchielli su secchielli.
Lo guardo. Col sole alle spalle, è un’ombra senza volto.
Tutto il mio mare è quello che entrerà nei secchielli e nel buco che ho scavato, penso tra me e me continuando a versare la mia acqua. Intanto, nella parete buia e friabile del buco s’è fatto strada un verme.
Due dita di mare nel buco sono un grande oceano per lui, dico ad Agostino.Tutto il mare di un verme.
Ma è solo un verme, replica Agostino, spazientito.
Si vede che non ha molta pazienza, penso stupito, mentre tiro fuori dalla sabbia l’animaletto senza pensarci due volte. Il sole lo acceca e si torce tra le mie dita indifferenti, mentre lo infilo in un pacchetto di carta umida:
Buono per la pesca, sussurro.
Agostino si fa pensoso.
E’ una creatura di Dio. Lo infilzerai al tuo amo, mi fa disapprovando. Non ci pensi al suo dolore e al dolore del pesce quando lo ucciderà e sarà ucciso?
Il sole alle sue spalle s’è incurvato verso il mare e gli vedo il volto irsuto: ha capelli ricci e neri, naso aquilino e uno sguardo aguzzo che non sa essere conciliante. Gli occhi lucenti di certezze non sanno insegnare. Danno ordini, penserei, se avessi più anni e più certezze. Ma sono giovanissimo a confronto di Agostino e siamo noi due soli: non c’è un bambino tra noi più piccolo che mi faccia vecchio e con qualche certezza.
Il vento porta via le parole di Agostino. Mi rimane il fastidio.
E’ vero che sei un santo? gli chiedo.
Lo sarò, quando il tempo mio verrà.
Verrà il tempo? Ne sembri davvero sicuro…
E’ chino ora e mi guarda negli occhi come volesse leggermi nell’anima, ma si vede che non riesce.
Lo sorprendo: – Penserai che non ho un’anima ora! Lo penserai senza dubbi, come pensi che l’infinito che non entra in un buco, sta bene nella nostra testa.
Anche quando sono santi, gli uomini misurano tutto su se stessi e quelle sono le misure giuste. Le sole misure. Eppure io sono bambino perché Agostino è adulto, ma Agostino sarebbe giovane se io fossi vecchio e potrei diventare una tentazione se invece d’un bambino fossi una bella donna.
Nessuno tra noi, né io, né Agostino, né il pesce che morirà col verme, nessuno sa se vive o sogna, se c’è un tempo comune per tutti, o se ognuno ha un suo tempo.
Nessuno.

Uscito su Fuoriregistro il 29 maggio 2004

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