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Posts Tagged ‘salute’

Il concetto di rappresentanza politica e la sua progressiva affermazione hanno avuto un ruolo notevole nella storia dell’Occidente e segnano non a caso una significativa linea di confine tra età moderna e contemporanea. In nome della rappresentanza politica si consumò il conflitto decisivo con l’«Anciene Régime» e l’assolutismo regio; lo scontro sulla rappresentanza decise le sorti della Bastiglia e il 1789 girò pagina alla storia, producendo i sistemi costituzionali liberali e poi democratici, su cui non a caso si appuntano oggi le critiche del potere finanziario, pronto a riedificare la Bastiglia, e si rinnova lo scontro della democrazia rappresentativa con quella diretta. Uno scontro che, dall’esperienza della Comune, ai Kibbutz, ai Soviet, alle «assemblee decisionali» del ’68, giunge ai tempi nostri col Movimento No Tav e quello dei Comitati della «terra dei fuochi», portando alle estreme conseguenze il divorzio tra partiti politici e organismi di base a partecipazione diretta.
In fondo non c’è da stupirsi se un tema ricorrente nella «fabbrica del consenso» che lavora per Renzi sia proprio quello della rappresentanza politica. Colpisce, questo sì, che si proceda anzitutto mediante messaggi subliminali mutuati dal linguaggio della pubblicità, ma basta fermarsi a riflettere per cogliere il senso dell’impostazione. Com’è naturale per una società in cui il protagonismo dell’immagine predomina e la cultura dell’«apparire» determina ormai comportamenti e stili di vita, la questione, dal punto di vista di Renzi, non riguarda le implicazioni teoriche di un modello di rappresentanza, ma è tutta centrata sulle sue traduzioni pratiche. Una prassi priva di rifermenti dottrinari rigorosi caratterizza spesso la creatività e il «gioco degli specchi» tipico della pubblicità, che non fa i conti col problema dei «valori» e non ha nulla da dividere col significato profondo dell’agire politico. Quel significato, in fondo, conta ben poco anche per Renzi, che non è e non vuole apparire un politico, ma è piuttosto un «pubblicitario» che vende se stesso e vince la sua partita solo se si tiene lontano dal dibattito sui valori.
1Battendo e ribattendo ossessivamente sul chiodo del 41 % che gli impone di fare ciò che la gente gli avrebbe chiesto «votandolo in massa», Renzi falsifica cinicamente i dati reali del consenso, in funzione di una visone tutto sommato arcaica dei contenuti e della funzione rappresentativa che, di fatto, riduce esclusivamente a «delega», in un rapporto fiduciario personale che annulla il ruolo del suo stesso partito e salta a piè pari oltre il problema vero: la rappresentanza politica come «specchio» del Paese reale e rappresentatività sociale. La versione 2renziana della democrazia finisce così col fondarsi su un’idea quasi medievale della rappresentanza, dietro la quale ipocritamente nasconde le forti motivazioni ideologiche del suo agire politico, per presentarsi come un «esecutore d’ordini», privo di autonomia e «prigioniero» di un «mandato imperativo», un «obbligo di fare» che deriva da un
impegno etico: non tradire l’interesse dei «rappresentati». Di qui, evidentemente, la necessità di gonfiare a dismisura la portata reale del consenso, di attribuire al voto per l’Europa un effetto di «specchio d’assieme», il valore di una carta geografica della realtà sociale, inverosimilmente unita attorno al nuovo 3leader, giovane e innovatore, che ha capacità di governo e si fa garante di interessi generali. Fondamentale, in questo
gioco di specchi deformanti, è ovviamente il ruolo della stampa, che legge – e ormai fa leggere – l’esito del voto non in rapporto al dato complessivo dei 49 e più milioni di elettori chiamati alle urne, ma su quello dei soli votanti. Una lettura strumentale ed errata, che non solo cancella dalla scena la più vasta area politica 4presente nel Paese – il partito del non voto, che conta sul 41 % del totale – ma gonfia immoralmente l’entità del consenso al sistema. La verità è che, calcolato correttamente, il celebrato 41 % di Renzi si riduce a uno sconcertante 22 %, Alfano e soci svaniscono dalla scena politica e Berlusconi e Grillo si barcamenano tra il 9 e l’11 % del totale. A conti fatti, il dato più rilevante è 5quello taciuto: il 77 % degli italiani – 38 e più milioni di aventi diritto al voto – non vuol nemmeno sentire parlare di Renzi, il quale, messi insieme i suoi elettori, si ritroverebbe con un seguito pari alla somma della popolazione di Umbria e Lombardia. A leggerli così i dati elettorali, l’immagine di Renzi prigioniero del mandato popolare, cede il posto a quella, ben più reale, del leader che imprigiona con l’inganno e la disinformazione la stragrande maggioranza di un popolo che non lo riconosceva prima del voto e non lo riconosce dopo. Un voto, detto per inciso, che non sana la ferita gravissima di Camere costituite grazie a una legge illegale.
In questo quadro, dal momento che non esistono ancora i presupposti per una rottura dal basso, si può anche pensare di costituire un nuovo soggetto politico; deve esser chiaro, però, che ci sono almeno due muri da scalare e due domande cui dare risposta. Il primo muro è costituito dalla necessità di darsi un programma politico che parli di diritti dei lavoratori, di Europa dei popoli, di formazione, salute, repressione, Codice Rocco e democrazia di base; un programma che definisca obiettivi di tempo breve, medio e lungo e scavi una prima trincea per la difesa estrema della legalità costituzionale. A questo muro da superare si lega la prima domanda: perché i giuristi tacciono e non ci chiamano più in piazza in difesa della Costituzione? Il secondo muro da superare è quello di una nuova legittimazione del conflitto e della sua pratica costante, che passa per la ricomposizione di una realtà di classe di cui il capitale ha celebrato i funerali, mentre invece esiste e ha un suo notevole peso specifico, come hanno lucidamente dimostrato i Clash Workers nel loro recente «Dove sono i nostri». Un muro dietro il quale fa capolino la seconda domanda: perché i sindacati di base non avviano immediatamente un processo unitario e non uniscono le forze per poter aprire un dialogo serio con le organizzazioni di base di altri Paesi e far muro contro lo smantellamento dello stato sociale?

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Per sei milioni di euro Benigni racconta a un Paese instupidito la favola bella della Costituzione. Senza chiedere un soldo Calamandrei sarebbe stato chiarissimo: l’Assemblea Costituente si assunse “il compito di costruire giuridicamente un congegno di governo che avesse la forma repubblicana al luogo di quella monarchica, purché, al disotto di quella nuova forma politica, rimanessero invariate, […] le strutture economiche e sociali dell’Italia prefascista. Benigni racconta, invece, il libro dei sogni e fa passare così sottotraccia l’agonia della democrazia. Mentre il telespettatore si compiace e la retorica patriottarda leva fitte cortine fumogene, le agenzie battono a toni smorzati la notizia che sa di beffa: l’università è a rischio default, ha avvertito Profumo, impegnato nella discussione del bilancio. Mentre il comico toscano si sforza di volare alto, ma il tema è sempre Berlusconi, il diritto allo studio è ormai cancellato. Benigni non lo dice, ma il Parlamento si dichiara sereno: i fondi alla formazione privata sono garantiti.
Sull’articolo undici l’artista naturalmente sorvola. Meglio lasciar perdere la guerra ripudiata, se in Afghanistan spendiamo in razzi, cartucce e blindati quanto basterebbe a rifare tutte le scuole pericolanti.
Ad ascoltare i tratti concisi, scolpiti su pagine consegnate al futuro, sembra di volare: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…, difendere il […] lavoro, tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo”. Chi tra noi, tuttavia, uomini e donne di scuola, andrà domani a raccontare agli alunni che le cose stanno così, che si può star tranquilli?
Noi, che non raccontiamo frottole agli studenti – e per questo il potere ci teme e ci fa la guerra – noi segneremo col lapillo nero sui calendari delle nostre aule il 19 dicembre del 2012, giorno in cui la Camera dei Deputati, di fronte alla tragedia del lavoro negato e della salute violata, non ha trovato di meglio che schierasi col governo e coi padroni.
Ieri un decreto legge ha ufficialmente certificato la gravissima crisi di legalità in cui è stato impunemente trascinato il Paese. Un governo che nessuno ha eletto ha cancellato con un colpo di mano il provvedimento di sequestro firmato a Taranto da magistrati che hanno constatato il disastro ambientale e l’attentato gravissimo alla salute pubblica operato dall’Ilva. Il provvedimento governativo non solo calpesta la Costituzione esaltata da Benigni, ma non espropria, non nazionalizza, non colpisce minimamente la proprietà responsabile della sciagura. Da questo momento ogni avventuriero sa che un governo amico dei padroni potrà autorizzare qualsivoglia illegalità. S’è trovata, infatti, la definizione miracolosa che cancella il reato e vanifica l’intervento della Magistratura: “la fabbrica riveste un interesse strategico nazionale“. E’ un atto profondamente eversivo.
Invece di fare il tifo pro o contro Berlusconi e andare in solluchero per un comico che legge una Costituzione tradita, sarà bene ricordarlo: chi ha voluto questo scempio si accinge a chiedere il nostro voto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 dicembre 2012

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 Va buo’, piens’a salute,
m’a ditto pe’ telefono ‘n’amico.
Ma allora tu vuo’ sfottere? le dico.
Mò fa ‘nu mese ca stongo malate
e me mett’a pensa’ proprio a’ salute?
Ma si te dongo retta overamente,
o’ manicomio vaco certamente.
Piensece tu a’ salute, si te pare crianza,
ca mpietto teng’ancora ‘na speranza
e me voglio scurda’ de’ ‘uaie do’ munno.
Je corro appriess’e suonne.
L’e vist’a Spagna ca s’è ribellata?
Si o sole mio tramonta, ‘n’alba è nata.
Piensece tu ‘a salute, si te pare crianza.
Je mpiette tengo ancora ‘na speranza.

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A tre giorni da un evento centrale per la vita politica di un Paese che vanta d’essere “democrazia parlamentare” – il voto di fiducia al governo – un fantasma si aggira per il Paese: il collasso della vita democratica. Perché il fantasma prendesse corpo, il Presidente d’uno sconsigliato Consiglio dei Ministri, ha addirittura chiuso le Camere, nell’inspiegabile silenzio delle opposizioni. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, ma questo non è l’unico “primato” d’una stagione politica oscura e pericolosa. La Camera, infatti, per suo conto, tutto è, tranne che un’assemblea di deputati eletti dal popolo. In quanto al Governo, ha cercato soprattutto soluzioni per i problemi giudiziari d’un plurinquisito e si è adoperato per agevolare le fortune del “privato” a danno del “pubblico”. Lo smantellamento del sistema formativo statale, a vantaggio delle scuole e delle università private in cui operano numerosi amici del Presidente del Consiglio è sotto gli occhi di tutti. A guardare le cose da questo punto di vista, appare chiaro che, paradossalmente, in questi giorni, tutto è discussione, tranne che la fiducia parlamentare. Senza una Camera dei Deputati eletta dai cittadini, il Governo è illegittimo e il Parlamento illegale. Come in un racconto di Kafka, la vita del Paese, quella che nasce dai grandi principi, enunciati nella banalità quotidiana sotto forma di deliri populistici – “il popolo sovrano” – come l’ordinario tran tran – lavoro, salute, pensione, formazione – tutto “va in scena”, tutto è finzione, o verità di teatranti, tutto è sottilmente falso, tutto è inganno. Noi non ce lo diciamo chiaro, ma sappiamo che il nostro destino non sta nelle scelte di un finto parlamento e di una menzogna che chiamiamo governo. Noi sappiamo che dietro il “racconto parlamentare”, con le sue vendite di tappeti, il mercato delle vacche e i cambi di casacca, il governo è governato da poteri impenetrabili, verità contraffatte, imprevedibili accordi. Martedì 14, a farsa compiuta, tutto sarà com’era. E i conti, se mai vorremo finalmente farli, non quadreranno in un contesto di “mentita democrazia”. Se il potere è un inganno, a noi, gente di scuola, tocca rifiutare le menzogne della meritocrazia. Noi sappiamo che la “costituzione materiale” fatalmente muta sotto la pressione della storia che cambia, ma non possiamo accettare che l’interesse di parte stravolga i principi di riferimento del patto sociale e che l’ordine pubblico si trasformi in una sorta di guerra sociale condotta dall’alto contro le cosiddette “classi subalterne”. La nostra verità è la scuola e abbiamo un principio ordinatore: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, una repubblica in cui sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell’uomo e tutti i cittadini hanno pari dignità di fronte alla legge. Non altro. Pochi e imprescrittibili diritti: libertà ed eguaglianza dei cittadini, effettiva partecipazione, espressione diretta e soggettiva nella scelta dei deputati, diritto alla studio, preminenza dell’interesse pubblico su quello privato, ripudio della guerra, promozione e sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Per questo martedì i nostri figli saranno a Roma: per difendere il diritto a un futuro. Comunque potremo, fisicamente o moralmente, noi martedì dovremo essere con loro.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 dicembre 2010

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