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Posts Tagged ‘Rousseau’

Un’intera classe dirigente ha così a lungo sparato sulla scuola, che prima o poi doveva accadere. Ci diranno ch’è mafia, ma noi risponderemo ch’è solo manovalanza mafiosa, gente che esegue ordini. E gli ordini chi li dà? Ci chiederanno, sospettosi. Non ci vuol molto a capirlo, diremo fuori dai denti. Chi ha ordinato gli arresti di Francoforte e ha ammanettato la democrazia, incriminando il pensiero critico. Ecco chi è che dà gli ordini. C’è un filo rosso che corre diritto tra i fatti di Germania e la Puglia insaguinata. Nel mirino un solo obiettivo: il libero pensiero, la scuola come baluardo di democrazia. Stiamo vedendo all’opera, uniti, gli inconfessabili interessi dei due rovesci d’una sola medaglia: banche e mafia.
Domani ministri e sottosegreatri reciteranno la solita farsa  e si appelleranno a una democrazia che hanno distrutto. Ricordiamocelo allora, e ricordiamolo a loro trattandoli come meritano. Tra le conquiste della rivoluzione borghese ce n’è una che si tende a ignorare, perché la borghesia rivoluzionaria è diventata ormai reazionaria; essa e già presente in Rousseau, per il quale, nel momento in cui il patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo e il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Non meno chiaramente il principio si ritrova nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e nel preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America: “quando una lunga serie di soprusi ed usurpazioni, volti invariabilmente ad un unico scopo, offrono prova evidente del disegno di un governo di assoggettare il popolo a condizioni di dispotismo assoluto, é diritto e dovere del popolo di abbattere quel governo e di creare nuove salvaguardie per la sua sicurezza futura“.
Di questo si tratta, ormai: di ribellarsi e creare le nuove salvaguardie.

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La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

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In base alla tradizione classica che risale ad Adamo Smith, il mercato è incompatibile con l’etica, perché la “condotta morale” volontaristica è contraria alle sue regole. Non è una convinzione bolscevica; l’ha sostenuto recentemente il papa tedesco [1] e non c’è chi ne dubiti: nulla di più rozzo e approssimativo della pretesa padronale di levare i principi dell’economia borghese a conoscenza finita e perfetta della filosofia della storia e dei meccanismi che producono gli ordinamenti sociali.
Non esiste certezza teorica sull’etica del capitalismo, a meno che il determinismo della legge del profitto non giustifichi se stesso e non ci dichiariamo disposti ad accettare uno sconcertante principio etico: le leggi del libero mercato sono di per se stesse “buone” e producono necessariamente il bene, al di là della morale dei singoli. E’ un articolo di fede e c’è chi ci crede, ma il liberismo ha negato e nega che mercato e profitto possano essere guidati dall’uomo e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: quando la volontà politica ricava la sua legittimazione dalle leggi economiche, nega la morale. E, d’altro canto, l’icastica sintesi di Rousseau ha liquidato per sempre, seppellendola nel ridicolo, la “scienza” politica borghese fondata sulla proprietà privata: “il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società”. Quello che avvenne poi lo sanno tutti. Dentro il recinto abusivo il “padrone” seppellì la libertà degli uomini e, quando fu necessario, seminare, coltivare e raccogliere, divenne necessario il lavoro salariato. Nacquero così la schiavitù, la miseria e la retorica del “lavoro che nobilita”, mentre tutto dimostrava che dal trinomio proprietà, lavoro e divisione del lavoro, derivavano la ricchezza e l’ineguaglianza tra gli uomini. E non c’era scampo: s’erano divisi in padroni che godono di uno “stato superiore” e salariati costretti a penare per sopravvivere. La ricchezza corruttrice acquistò prontamente il venale sapere dei “chierici”, armò la mano a scherani, li chiamò “forza pubblica”, ma li usò a sua tutela, l’uomo si fece lupo dell’uomo e nacque il “Leviatano”.
S’era partiti da una prepotenza, ma il padrone non si fermò. I meccanismo sono noti e Rousseau li ha fissati nella coscienza del processo storico: “di un’abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per profitto di alcuni ‘ambiziosi’ assoggettarono per sempre il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria”. E’ un percorso tutto sommato noto: diritto di proprietà, magistrati a difesa, esercizio “legale” della forza affidato allo Stato di classe. La distinzione storica tra ricchi e poveri divenne cristallizzazione dell’ineguaglianza nel rapporto politico tra potente e debole, talvolta tra padrone e servo. Marx ne ricavò la grande lezione dell’alienazione e, prima ancora, Saint Just puntò il dito sull’inganno giuridico. “Il nome di ‘legge’ – scrisse – non può sanzionare il dispotismo […]. Obbedire alle leggi: il principio non è chiaro, perché la legge spesso non è altro che la volontà di chi la impone. Si ha diritto di resistere alle leggi oppressive”. Parole con cui l’anima della rivoluzione assumeva il corpo e la voce della “democrazia moderna”; era “libertà egualitaria”, annunciava Marx e superava d’impeto la presunta sacralità delle “libertà civili” borghesi dove erano giunti, ma s’erano s’erano fermati Locke, Montesquieu e Kant.
Dietro lo scontro che si è aperto alla Fiat di Pomigliano, dietro l’accordo capestro di Marchionne, c’è tutto questo. Secoli di storia negata e di lotte cancellate, la negazione cieca e feroce della felice intuizione marxiana sintetizzata in un binomio inscindibile: l’eguaglianza esiste solo in funzione della giustizia e la giustizia non esiste se non si esercita in funzione dell’uguaglianza. Tutto questo volutamente ignora l’arroganza di Marchionne, soprattutto l’irrinunciabile principio etico d’una rivoluzione che si crede sconfitta e vive ancora: “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
La storia è fatta dagli uomini, non è il prodotto artificiale d’una verità costruita a tavolino. Marchionne si mostra infinitamente rozzo culturalmente e troppo primitivo sul terreno sociale per capire che nessuna regola, meno che mai quelle del mercato, può funzionare se non è sostenuta da un consenso morale. La sua sprezzante e sconfinata “libertà d’impresa” si chiama arbitrio e può essere esercitate solo con l’arma del ricatto e l’uso della forza. Marchionne non è un “padrone”, è al soldo dei padroni, come un giullare o un vecchio cortigiano, e calca da guitto il palcoscenico della storia. Non ha grandi studi, nonostante i titoli e, nel presunto pragmatismo del suo “prendere o lasciare”, la cecità della fede – questo è il delirio del capitale – pretende di passare per lettura laica della storia, sicché ogni sua affermazione è una sanguinosa bestemmia.
Marchionne lo sa. Il suo mercato e la matematica delle sue leggi del profitto non dicono nulla sul mondo e sulla natura degli uomini, non sono in grado di interpretare i sogni, i bisogni, le speranze, le paure, i sentimenti e i pensieri profondi degli uomini. Il “mercato” è un’astrazione immorale che pretende di decidere il destino degli uomini e governare la storia, come se gli uomini ne fossero spettatori passivi, come se la storia non fosse scienza umana. Lo è invece. Scienza nuova, diceva Vico, nella quale occorre leggere la filosofia che muove i fatti che sono, che furono e saranno.
I padroni mordono. Preparano la guerra e alla fine l’avranno. Sarà lotta di popolo, lunga e senza quartiere, perché sono forti. Questo è un fatto. Dietro si celano le leggi della storia e una sua chiara filosofia: non è accaduto mai ch’abbia la forza contro la ragione con più battaglie vinto anche la guerra.

1) Ioseph Ratzinger, L’economia e le sue leggi fra libero mercato e collettivismo, “Avvenire”, 28-12-2008

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