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Posts Tagged ‘Roma’

Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

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Cambia il TempoMigliaia in piazza: “Non abbiamo avuto paura!

16,04: con noi anche i lavoratori dell’Irisbus! intanto ci dirigiamo verso via Merulana.

Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!
Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16,10: Dal corteo si dicono 70.000 partecipanti; mentre la testa giunge a Santa Maria Maggiore piazza San Giovanni è ancora piena.

16,13: Il corteo procede per via Merulana.

16,32: Il corteo avanza. In tantissimi ad urlare: Operai studenti disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16:41: La testa del corteo sta per giungere nei pressi del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

17,12: Anche oggi il ruolo strumentale della polizia è chiaro… non è un caso se li troviamo in cordone davanti Casa Pound a tenere alta la tensione! Ma il corteo risponde urlando idee e cori antifascisti.

17,13: Gentaglia di Casa Pound tenta di provocare il corteo, ovviamente protetta dalla polizia. Ma la manifestazione prosegue. La nostra rabbia non si arresta! Il corteo passa vicino la sede di Casa Pound blindata dalle camionette della polizia. cori antifascisti e noi procediamo determinati!No tav

17:25 Dal corteo volano uova verso il Ministero dell’Economia che sta per essere circondato; uova anche verso una sede dei Monte dei Paschi di Siena.

17,32: Il corteo prosegue per le strade di Roma tra poco arriverà al Ministero dell’Economia!

17,34: Comincia l’assedio.

17:45 Carica della polizia davanti al Ministero dell’Economia!

17,56: I poliziotti caricano gli studenti che volevano raggiungere Porta Pia davanti al ministero dell’economia.
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!

18,10 La coda del corteo si è ricomposta con la testa, si procede oltre il Ministero dell’Economia.

18:12 La testa del corteo è ormai giunta a Porta Pia di fronte al Ministero delle Infrastrutture.

18,25: La testa del corteo è riuscita a raggiungere Porta Pia ma la celere non lascia passare e carica! Noi resisteremo, la repressione non ci spaventa!

Arrivano le prime notizie: 11 fermi dopo le cariche.
TUTT* LIBER*!

19:15 Carica a freddo sull’acampada a Porta Pia. La polizia provoca ulteriormente i manifestanti che stanno organizzandosi per la notte.
Cariche

19,45: Questa è la risposta dello Stato a chi ancora una volta è sceso in piazza per lottare per un futuro migliore per dire basta alle solite manovre e manovrine politiche fatte da chi sta sguazzando in questa crisi e ne sta uscendo con le tasche piene.

20,02: “obbediscono agli ordini”… Ma per quanto picchino forte, la voglia di CAMBIARE QUESTO TEMPO non va via. Una vita degna per tutti è possibile!

Il futuro non è scritto!

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Parlando di lavoro in anni non sospetti, Pietro Ichino l’ha scritto con onestà che va riconosciuta: “la sicurezza è un bene della vita”. Subito dopo, però, chiamato all’ordine dal feticcio che adora – dio ci scampi dall’integralismo degli economisti! – e sentendo sulla coscienza l’intollerabile peso dell’eresia, come ogni credente peccatore, cosparso il capo di cenere, s’è presentato a Canossa, precisando: “Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.

Proprio così: rifiutarsi. Come se al giorno d’oggi, cococorizzati, flessibili e precari, come li han voluti la scienza di Treu e di Biagi e il singolare concerto di padroni, politici e grandi sindacati, i giovani potessero dire un sì o un no ed essere ascoltati. Ichino, Giavazzi, Alesino e compagni, presi da ben altri pensieri, non se ne sono accorti, ma i giovani i loro no li dicono da tempo; ovunque, tuttavia, a Roma come a Madrid, a Tunisi come in Siria, ognuno a suo modo, con le nobili forme liberali e quelle ignobili delle dittature che i liberali tengono in piedi, ovunque la sapienza politica del mercato ha dato l’unica risposta che conosce, quando le formule fanno bancarotta e la fame si fa sentire: repressione. Di questo Ichino non si occupa. Altri hanno il compito di por rimedio ai danni prodotti dalle sue teorie; maialino ben pasciuto e sazio, lui chiama a raccolta i benpensanti, gridando al teppismo”, o pretenda la scorta perché si sa: chi protesta è di norma un… terrorista.

Il fatto è che più gli economisti borghesi fanno le loro analisi, più il loro “mercato” si rivela un tragico “Monopoli”, in cui le previsioni puntualmente sbagliate di Giavazzi e le correzioni rovinose di Alesino mettono in gioco la vita della gente. E’ vero. Tutto può avere logica economica – ce l’aveva persino la pelle d’ebreo, usata per costruire paralumi – ma non ci sono dubbi: se non la governano una filosofia della storia e un sistema di riferimento fondato sui diritti e sulla solidarietà, la legge del mercato ha esiti aberranti. Gli studi di Gotz Aly e Susanne Heim l’hanno dimostrato: anche l’olocausto ebbe ragioni economiche. Ichino ha certamente ragione: “La sicurezza è un bene della vita”. E’ disumano, però, fa dubitare della buona fede e chiama alla mente i paralume degli ebrei, quando, correggendo se stesso, riprende la solfa del mercato e sostiene che il “problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo.

Nel lucido delirio delle formule su cui si fonda l’analisi di mercato, non esistono uomini e costi umani. Il pianeta è un deserto. C’è un mercato senza mercanti, c’è un prodotto e non ci sono i produttori. Tutto si sacrifica a un astratto fine economico e per il resto vada come vada. E’ la logica di Mussolini che il 10 giungo del ’40 delirava: occorrono alcune migliaia di morti per sedersi da vincitori al tavolo della pace. Preso da quest’idea religiosa del mercato, come Ichino parla di lavoro e ignora i lavoratori, cosi Giavazzi, in trance, vede davanti a sé uno scenario astratto, tutto banche, Tesoro, e Federal Reserve. Questo vede e non s’accorge del macello di sogni, di speranze e vite umane travolte e spente. Tre anni fa, nel settembre 2008, quando i media prezzolati ridussero la tragedia di Lehman Brothers a un via vai di tranquilli impiegati che portavano a casa scatoloni di carta e un licenziamento, Giavazzi scrisse un’apologia del fallimento deciso dall’infallibile mercato: Ieri, sostenne, preso da irrefrenabili contrazioni di piacere “è stata una buona giornata per il capitalismo”. Così: una buona giornata. E si lanciò in un elogio adornate del Tesoro USA che, a suo modo di vedere “con grande coraggio […] ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d’investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire”. Il mercato per Giavazzi aveva capito tutto e subito. Lo Stato non era intervenuto più di tanto, liquidi in circolazione ce n’erano ad abudantiam, e di che preoccuparsi? Quando c’è un problema, ci pensa il mercato. E’ come dire la provvidenza divina. Per Giavazzi il settembre del 2008 era “una svolta importante, la vittoria del mercato. Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti è la prova che il capitalismo è finito.” Oggi sappiamo come sono andate effettivamente le cose: “E’ stata una buona giornata per il capitalismo”. ma le giovani generazioni non hanno futuro e l’intero pianeta s’è imbarbarito.

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Auguri, Lucilio. Lo so, la sacra memoria degli antenati, l’antica tradizione popolare e una tenace superstizione, che talvolta chiamiamo fede, affidano a riti sacrificali la lettura dei sogni e il destino della speranza. E, tuttavia, noi non possiamo credere che torneremo a segnare i nostri giorni col lapillo bianco solo perché nasce un anno. No. Noi non ci convinceremo che un numero nuovo sul calendario ci cambi la vita o cancelli le cose che non vanno. Occorre davvero ben altro, Lucilio, perché tu lo vedi: tutto ciò che ci circonda sta andando in rovina. E allora? Allora mi limito ad augurarti ciò che spero per me: che la barbarie montante arretri o si fermi alle porte di Roma. Conserva immutata la tua fiducia nella forza della ragione e continua a credere che la spunterà sulle ragioni della forza. Quando questo accadrà, i giorni sereni, vedrai, torneranno.
Mi scrivi, turbato, che la mancanza di lavoro e la precarietà della vita ti fanno sentire malato e la salute mentale ti pare vacilli. Se ti fermerai a riflettere, Lucilio, se ragiononerai con animo sgombro da pregiudizi, capirai forse ciò che davvero ti accade e ricaverai una gran forza da questa apparente debolezza. Lo so cosa pensi: se un ostacolo ti si para davanti agli occhi e impedisce la vista, non servono precetti, ma rimedi. Per tornare a vedere, occorre rimuovere l’intralcio. Non nego che tu abbia ragione e, tuttavia, lo sai bene, esistono verità che non richiedono lunghe spiegazioni e si accettano come sono e per quello che sono. Esse toccano, infatti, soprattutto i sentimenti, fanno appello semplicemente al senso comune e, come gli ammaestramenti e i responsi dei giureconsulti sono validi anche se non se ne dà una spiegazione. “Non comprare l’occorrente – diceva Catone – ma l’indispensabile; il superfluo è caro anche a pagarlo un soldo“. Ascoltando queste parole, ognuno rimaneva convinto dall’evidenza e nessuno dubitava o chiedeva: “Perché?” A chi ti dice “la fortuna aiuta gli audaci“, “risparmia il tempo“, “conosci te stesso“, tu non chiederai spiegazioni. Bene. A te, che di fronte alla mortificazione della disoccupazione senti in pericolo la tua salute mentale, io voglio ricordare ciò Calvo oppose a Vatinio: “Voi lo sapete che c’è stato un broglio e tutti sanno che voi lo sapete“.
Ricorda, Lucilio: se elimini la pazzia, restituisci la salute mentale. E nel tuo caso la pazzia non è la malattia curata dai medici, ma un male collettivo, un diffuso e pericoloso “broglio” sociale. La pazzia, quella vera, Lucilio, è la scelta criminale di creare la disoccupazione e la precarietà per far sì che tu ti creda malato nel corpo e vacillante nella mente. Togliti dalla testa le idee false che ti ci vogliono ficcare con un’occulta violenza accaparratori, faccendieri e lestofanti che dalla Curia fanno male a te e a Roma per procacciare favori, ricchezza e potere a se stessi e ai loro accoliti. Sono essi la pazzia, Lucilio, essi la malattia che occorre curare. Un tiranno sottomette popoli liberi e non si dà pace se c’è qualcuno che possa dirgli di no. Se si ferma, si sente perduto e per questo è dannato a correre. Lascia intendere a se stesso di aver bisogno di andare avanti, ma la verità è che non può stare fermo e precipita nel vuoto come un sasso gettato dall’alto. Pompeo passò dalla Spagna all’Illiria, alle guerre civili: spiegava al Senato che occorreva arginare i pirati, rendere i mari sicuri e garantire la pace alla repubblica, ma in petto gli ardeva solo il desiderio di non perdere il potere. Contava come nessun altro, lo sapevano tutti, ma lui sembrava ignorarlo, sicchè si lasciò divorare dalla brama di diventare sempre più grande. Gaio Mario, che per tutta la vita inseguì nemici e sangue sui campi di battaglia, credeva di essere lui a guidare l’esercito e non s’accorse mai che a comandare le sue armate e lui stesso fu sempre e solo l’ambizione. Così Cesare: non sopportò nessuno avanti a lui, ma condusse alla rovina la repubblica e se stesso. Questa è la storia, Lucilio. Tu ti senti sconvolto da quello che accade e temi che vacilli il tuo intelletto, ma a stare male davvero non sei tu che sai dubitare di te stesso. Il male, Lucilio, la peste di questo tempo nostro sta in un atroce e tragico paradosso: si pensa che possa essere felice chi fa il mondo infelice. Questa pazzia, Lucilio, va curata. La pazzia d’un potere che chiede il consenso dei servi e opprime gli animi liberi. E ricorda: chi sale troppo in alto trema se guarda in basso e ha sempre più timore dell’abisso. Egli sa che più in alto si trova, più pericolosa sarà la caduta. Lo sa, Lucilio. Ma è condannato a salire.
Stammi bene.
Uscito su Fuoriregistro il 2 gennaio 2009

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