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Posts Tagged ‘riformismo’

Aveu_René_3Il marchio di fabbrica non è d’origine control-lata – ai suoi tempi provò la Gelmini – però diciamolo: se la memoria è corta, almeno ci innamoriamo del nuovo ed è subito passione. E’ bastato l’annuncio – sperimentiamo per-corsi liceali «brevi», quattro anni, invece di cinque – ed è già competizione. Isole felici, le scuole «paritarie», ma senti nell’aria che l’obiettivo è la scuola statale e quest’amore per il cambiamento apre il cuore alla spe-ranza. Il successo è sicuro: tra offerte di pari qualità, tira di più quella che costa meno e il tempo ha un prezzo. Il «liceo breve» non solo «sfonderà», ma la crociata contro il «nuovo che avanza» – tempo scuola, catte-dre e lavoro inevitabilmente persi – non giun-gerà fino alla «Terra Santa» e la battaglia sindacale non varcherà il confine della «transizione»: gestione e momentaneo recupero di posti in un organico funzionale d’istituto.
La Ministra Carrozza ha ragione? Dire di no, legando i temi cruciali della «qualità» a una politica salariale seria, vorrebbe dire farsi impallinare al volo dall’accusa di corporativismo e, d’altra parte, chi s’è accorto che il defunto «stipendio europeo» ha avuto funerali strettamente privati? Per rispondere, occorre orientarsi tra i corni di un dilemma: l’«esperimento» tutela veramente la qualità del «prodotto», o riproduce «interventi» senza anestesia, già tentati sulla carne viva dei percorsi formativi? I precedenti inquietano e anche stavolta tutto piove dall’alto e non si dà parola a chi fa scuola. I segnali negativi, insomma, sono molteplici e l’intento mal dissimulato ancora una volta pare quello eversivo di una «lotta di classe dall’alto», tutta «business» per il privato, tagli per il pubblico e favori ai padroni, com’è accaduto per l’obbligo a 15 anni, l’Istruzione e la Formazione Professionale, i diplomi scolastici regionali, i colpi di mano sulla «chiamata diretta» dei Dirigenti Scolastici e via così, fino alle graduatorie della Lega Padana per docenti e personale Ata.
A favore dell’«esperimento» proposto dalle larghe intese Gelmini-Carrozza ci sono anzitutto i 1.380 milioni di euro risparmiati che, però, ci portano sul terreno dei conti e suscitano un quesito fondato: «spending review» o riformismo? La «seconda che dici», replica ovviamente il Ministero ma, come accade sempre quando s’intende celare l’obiettivo vero, ecco la cortina di fumo: la «riforma delle riforme» – o il taglio per eccellenza? – ci farà europei.
Il caso è singolare. Non siamo quasi mai europei, non abbiamo approvato il reato di tortura, che l’Europa chiede, diamo ai docenti stipendi che l’Unione processerebbe per sfruttamento, investiamo per istruzione e ricerca cifre tragicomiche nel contesto europeo, prepariamo il personale docente in una università nota per concorsi a cattedra che l’Europa definirebbe truffa, non abbiamo reddito di cittadinanza, ci teniamo per sacra reliquia il Codice penale fascista che l’Europa metterebbe al rogo, abbiamo Berlusconi perché non ci siamo mai dotati di una legge sul conflitto d’interesse degna dell’Europa, ma eliminiamo l’ultimo anno di Liceo perché in Europa va bene così. Esiste una verità di fede: ciò che accade in «altri paesi europei» è, per sua natura, criterio infallibile di legittimazione. Sorge il dubbio che, di questo passo, la destra razzista vittoriosa in Francia o un nazionalsocialismo redivivo al potere  in Germania sarebbero salutati come modello da imitare.
Per tornare ai corni del dilemma e senza cavillare sulle ragioni «tecniche» – quelle didattiche e pedagogiche di cui nessuno parla più – siamo sicuri che la Germania sia felice della scuola breve? Chi insegna all’estero narra un’altra storia. Dall’Assia, per esempio, gli italiani che insegnano ai tedeschi, testimoni oculari del dibattito che la Ministra sottace o, peggio ancora, ignora, sostengono che i docenti tedeschi invidiano l’anno in più e apertamente criticano la dannosa brevità di un corso di studi che affretta i tempi e non agevola la crescita graduale degli studenti. Non basta. Da un anno, una legge concede alle scuole di modificare il tradizionale percorso, allungando di un anno le superiori. Serve dirlo? Anche lì gara aperta, ma in senso inverso: genitori in fila per allungare. Fascino del nuovo – la scuola «sexy», come infelicemente l’ha definita la Carrozza – o le ragioni dell’istruzione? La risposta andrebbe data dopo discus-sioni serie, senza badare agli euro risparmiati e senza escludere gli addetti ai lavori. Sulla base all’esperienza concreta.
Premesso che un Paese ha una storia e un “modello” è un’istituzione a sé, così singolare, che è difficile e spesso sconsigliabile riprodurlo in contesti culturali e storici diversi, non si può tacere che in Francia, oltre alle università, esistono le «Grandes écoles», più prestigiose delle accademie. Vi si accede solo dopo le «classes préparatoires»,  corsi tenuti in scuole pubbliche e private, in base  a titoli e valutazioni di merito dei docenti dell’ultimo anno di liceo. Poiché gli in-segnamenti durano da due a tre anni, dopo i tedeschi, anche i francesi smentiscono la propaganda sulla «brevità» degli studi. Senza contare poi, per non perdere di vista democrazia e scelte di classe, il fatto che in Francia è così raro trovare all’università studenti contemporaneamente bravi e ricchi, che qualcuno l’ha scritto: la Francia non ha Università. L’intento era provocatorio, ma, al di là del giudizio di merito, è certo, che investendo moltissimo sulle Scuole d’élite, lo Stato non ha soldi per le altre istituzioni d’insegnamento superiore. Per quel che ci compete, qui non si tratta di decidere se, come dice qualcuno, il sistema educativo francese è il fanalino di coda dell’Europa o, come vogliono altri, un alto esempio di efficienza e democrazia. Il punto è che qui da noi, mentre la Francia dubita della democrazia e dell’efficienza di un “sistema” che, come s’è visto, non è affatto breve, mentre la Germania volge addirittura la prua verso i nostri porti, i capitani della nostra «Invincibile Armada» lasciano quei porti, mollano gli ormeggi e fanno rotta verso Nord. Invano la storia ricorda un tragico naufragio.

Uscito su Fuoriregistro, Liberazione e Report on Line il 29 ottobre 2013

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà […] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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