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Posts Tagged ‘Resistenza’

11073567_10204956110834960_7140279662398393408_nPrima un filmato che vale più di mille parole, per cogliere il senso di una lotta e il “valore” dei “combattenti”: sarebbe un crimine sgombrare l’ex OPG:

Tra le tante iniziative, oggi c’è stata questa, a cui sono orgoglioso di aver partecipato:

Merc 25 – ore 17:30 – Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

Ricostruiamo la storia delle Quattro Giornate di Napoli, la storia della partigiana, operaia e antifascista di Materdei, Maddalena Cerasuolo, la storia della Nostra Resistenza!

Con: – Gaetana Morgese, figlia di Maddalena Cerasuolo, autrice del libro Dalla parte sbagliata
– Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo popolare
—–

Nel lessico scarno degli storici non si trova traccia dello strazio e della paura di chi, arrivato alla disperazione, riuscì a difendere i propri cari dalla deportazione e la propria città dalla distruzione e dall’essere ridotta in cenere e fango per ordine di Hitler. Durante quelle che sarebbero diventate famose come le Quattro giornate di Napoli, si snoda la vicenda reale di una giovane donna, Maddalena Cerasuolo, che diventa suo malgrado un’eroina. Figlia della protagonista di questa storia, l’autrice ha voluto scrivere quei racconti ascoltati tante volte dalla madre per poter trasmettere e custodire la memoria di un simbolo della Resistenza. Il libro contiene un secondo racconto, “Dalla parte sbagliata”. Lo sfondo è sempre Napoli all’alba dell’insurrezione. Attraverso gli occhi del protagonista, l’autrice descrive la sofferenza della gente e tutto ciò che fu costretta a subire in quel lungo maledetto 1943. Un racconto basato sulle testimonianze autentiche di chi ha vissuto l’orrore di quei momenti, con lo scopo di dar voce a chi non ne ha avuta“.

E per finire ecco una documentazione visiva, dovuta in buonissima parte ai miracoli fotografici di Ferdinando Kaiser: 11081058_10204956111074966_8165390683474938054_n 0001 Napoli 25 marzo 2015 ex OPG occupato Presentazione del libro di Gaetana Morgese 0002 Napoli 25 marzo 2015 ex OPG occupato Presentazione del libro di Gaetana Morgese 0003 Napoli 25 marzo 2015 ex OPG occupato Presentazione del libro di Gaetana Morgese 13224_10204956106394849_8607641915099273274_n 21141_10204956107194869_5160288963665887711_n 21221_10204956109074916_1614060847085389753_n 1619419_10204956106594854_5205792029759051548_n 1797318_10204956099114667_8699093398005679700_n 10152534_10204956108634905_7536632105803960565_n 10347566_10204956106714857_4012831262581825930_n 10384147_10204956109514927_7824836063975293692_n 10391427_10204956098554653_6555521107942242660_n 10422439_10204956106794859_978258210215854126_n 10426243_10204956103154768_1133420165238444228_n 10606404_10204956107994889_3337261092553285662_n 10649616_10204956109994939_5962966312171994510_n 10690050_10204956099914687_6747157554575932669_n 10850013_10204956109434925_4984415590590142052_n 10957136_10204956106194844_6742956912149125411_n 10995631_10204956110754958_3733827147132276564_n 11011086_10204956101234720_5234695396414108933_n 11014814_10204956106154843_5034014904383385956_n 11045492_10204956097154618_5233013400954255258_n 11045492_10204956097154618_5233013400954255258_n (1) 11069875_10204956105874836_8123818360740273805_n 11073305_10204956108594904_1799555314307982054_n (1)

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IL CONTRIBUTO DEL MEZZOGIORNO
ALLA LIBERAZIONE D’ITALIA
1943-1945

Napoli 22-23 gennaio 2015-01-21
Castel Nuovo (Maschio Angioino)
Via Vittorio Emanuele II
Società Napoletana di Storia Patria – Biblioteca

Il Convegno è l’esito del progetto di ricerca nazionale “Il contributo del Mezzogiorno alla Liberazione Italiana (1943-1945) promosso dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI) e finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri per il 70° anniversario ella Liberazione.
La ricerca ha costituito un importante avanzamento delle conoscenze storiche sul tema e nei lavori del Convegno si offre al dibattito tra storici e alla pubblica coscienza civile.
Il gruppo di lavoro, costituito da storici di rilievo nazionale, ha lavorato su base territoriale, in stretta collaborazione con il presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia, coordinato da Enzo Fimiani, si è avvalso di Isabella Insolvibile e Guido D’Agostino per il Sud; Chiara Donati e Gabriella Gribaudi per il Centro; Toni Rovatta e Luca Baldissara per Nord. Nel convegno sono poi stati coinvolti studiosi in rappresentanza di molte realtà di ricerca italiane.
La questione storica della partecipazione attiva dei meridionali alle varie forme di resistenza appare ancora un nodo irrisolto, anche su piano della memoria civile. I lavori del gruppo di ricerca dell’ANPI si sono inseriti sulla scia di un rinnovamento degli studi sull’argomento, dopo decenni di sottovalutazione, segnando concreti passi in avanti soprattutto per quanto riguarda i numerosi episodi resistenziali nel su, intesi nell’accezione più larga; l’arricchimento documentario; la conoscenza del diretto coinvolgimento di meridionaliin eventi e formazioni partigiane nel centro- nord; l’attenzione verso percorsi biografici esemplari; l’approccio al, momento del “ritorno”; con i fenomeni di riconoscimento/disconoscimento dell’esperienza partigiana nell’Italia della ricostruzione postbellica.

Giovedì 22 gennaio
ore 15.00

Apertura dei Lavori e indirizzo introduttivo
CARLO SMURAGLIA
(Presidente nazionale ANPI)

Saluti
LUIGI DE MAGISTRIS
(sindaco di Napoli )
RENATA DE LORENZO
(presidente Società Napoletana di Storia Patria)
ANTONIO AMORETTI
(presidente Comitato Provinciale ANPI Napoli)

Presiede
GUIDO D’AGOSTINO
(presidente Istituto Campano per la Storia della Resistenza,
dell’Antifascismo e dell’Età contemporanea “V. L ombardi”
Napoli – INSMLI)

Il progetto di ricerca dell’ANPI:
Ricerca storica e impegno civile
ENZO FIMIANI
(coordinatore delle ricerca)

Meridionali e Resistenza nell’Italia del Sud
ISABELLA INSOLVIBILE

Discussant:
GIUSEPPE ARAGNO, VITO A. LEUZZI,
GIUSEPPE C. MARINO

Venerdì 23 gennaio
ore 9.00

Meridionali e Resistenza nell’Italia del Sud
CHIARA DONATI

Discussant:
GIOVANNI CERCHIA, FELICIO CORVESE

Pausa caffè

Meridionali e Resistenza nell’Italia del Nord
TONI ROVATTI

Discussant:
CARMELO ALBANESE, ROCCO LENTiNI

Il fondo archivistico dell’Ufficio per il servizio riconoscimento
qualifiche e ricompense ai partigiani (Ricompart)
CARLO M. FlORENTlNO
(Archivio Centrale dello Stato, Roma)

Buffet

Venerdì 23 gennaio
ore 14,30

Il contributo dei meridionali alla Resistenza in Piemonte
CLAUDIO DELLAVALLE
(presidente Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “A. Agosti”, Torino)

Discussant:
ALDO BORGHESI, ROSARIO MANGIAMELI,
PANTALEONE SERGI

Tavola rotonda conclusiva
CARLO SMURAGLIA
(presidente nazionale ANPI)
LUCA BALDISSARA
(Università di Pisa)
ALBERTO DE BERNARDi
(vice presidente nazionale lNSMLI, Milano)
GABRIELLA GRIBAUDI
(Università di Napoli Federico II)

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VuotoGiorni opachi e faticosi. Lontano dai miei abituali interessi, ho messo da parte persino una ricerca cui tenevo molto ed era ormai quasi terminata. Scrivo molto lentamente un libro che non sarebbe giusto chiudere in un cassetto, tengo fede agli impegni presi, ma sto attento a non accettarne di nuovi. Il 22 sarò a un convegno sulla Resistenza e il Mezzogiorno, ma non ho preparato interventi; il 26 presenterò un libro di un’amica, poi mi metterò a tacere. A parte la consueta lezione del lunedì all’Humaniter, chiudo bottega. Al Blog è già raro che metta mano e Fuoriregistro mi vede sempre più assente. Una scelta definitiva? Non so. Ora va così. Da tempo non accendo la televisione e di leggere i giornali non se ne parla. Solo per caso ieri, un’amica mi ha parlato della solita buffonata di Renzi: “sul presidente della repubblica non accetto veti!” ha dichiarato. Ho capito così che Giorgio Napolitano s’è dimesso da Presidente della repubblica. A me Napolitano non fa più nemmeno male allo stomaco. Mi chiedo solo come ci si possa dimettere da qualcosa che non c’è più. La repubblica è morta da tempo e Napolitano dovrebbe saperlo. Il colpo di grazia gliel’ha dato lui, accettando di tornare al Quirinale. Doveva andarsene via prima.

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L’ho incontrato per caso, in archivio, Benedetto Croce «sindacalista» e ho capito perché l’autunno napoletano del ‘43 non sarà mai lezione di storia: ci direbbe quanto passato vive nel presente e com’è vecchio talora il nuovo che si vende all’incanto. Molto più comodo per il potere una Napoli che, nonostante le Quattro Giornate e decenni di lotte, rimanga per sempre «milionaria» come la vide Eduardo nel ‘45: palcoscenico di periferia sul quale si agita, sotto la cipria delle prostitute, il verminaio di Malaparte. In scena, cialtroni caduti e tornati in sella, uomini senza dignità e «segnorine» in offerta per i «liberatori». La pelle da salvare, insomma, costi quel costi, in una realtà che si colloca fuori dal tempo storico – ieri «Peppe ‘o cricco», oggi «Gennaro ‘a carogna» – in un dopoguerra senza guerra, in cui – spiegano i pennivendoli di regime – la crisi incalza e il meglio è rassegnarsi, barattare salute e dignità con un pezzo di pane e vendere l’anima ai Berlusconi e ai Renzi, che la provvidenza non nega a nessuno. Eppure, dopo una grande rivolta di popolo, l’inferno napoletano è in miniatura l’Italia che verrà: mercato per scampoli di potere e paradisi promessi da «unti del Signore». A ricordarlo, quell’inferno, parli di ieri e però pare oggi.

E’ l’alba della Resistenza. Nell’aria infetta, un vento nuovo porta con sé la voglia di tornare a vivere. Così forte, annoterà Calvino, da vincere la paura della morte e far pensare «alla vita come a qualcosa che può ricominciare da capo». Gli «uomini della provvidenza» non nascono dove un popolo, in bilico su un filo teso tra speranza e tragedia, prova a chiudere i conti col passato e le armi scrivono la storia col sangue. Li trovi, piuttosto, dove si disegna il futuro, dove reti di contropotere e partecipazione popolare sono il motore del Paese e minacciano di rompere col centralismo romano e con Parlamenti che rappresentano gli eletti invece degli elettori. Un disegno temibile per chi difende antichi privilegi, rifiuta una democrazia di base e non riconosce un «ethos politico» ai ceti subalterni. Temibile per chi sente che la svolta è invitabile e gioca abilmente le carte vincenti nella nostra storia: paternalismo, trasformismo e «continuità dello Stato».
Mentre a Nord si lotta, Napoli diventa così laboratorio politico e incubatrice delle Repubblica e non a caso l’inedito «exploit sindacalista» di Croce, vate di un antifascismo così moderato, che fino al 1925, con Matteotti ancora caldo, vota la fiducia a Mussolini, si consuma a Napoli, dove un popolo armato ha sconfitto i nazifascisti. Croce «scende in campo» nel novembre del ‘43, quando Armido Abbate, reduce delle Quattro Giornate e perseguitato politico, senza chiedere visti a una Questura che l’ha sempre sorvegliato per conto dei fascisti, riunisce i ferrovieri in un’assemblea che intende organizzare «tutti i lavoratori del traffico (tramvieri, filotranvieri, portuali e servizio taxi) in Sindacato» e fissare un principio: «licenziamento per chi durante il regime ha compiuto soprusi o ricoperto cariche politiche» e assunzione «dei ferrovieri licenziati perché antifascisti».

Se gli «scugnizzi» sono folclore e va bene decorarli, i combattenti che presentano il conto e mettono in discussione le gerarchie sociali fanno paura; non fa meraviglia, perciò, che il 17 dicembre, alcuni «ferrovieri aderenti al Partito Liberale, presieduti dall’Eminente Maestro Senatore Benedetto Croce, riunitisi in Assemblea Generale», si rivolgano al Prefetto per porgere a «Sua Eccellenza personali ossequi» e comunicargli ch’è nata «l’Unione Liberale Ferrovieri Italiani per riunire tutte le forze fattive e disciplinate della classe ferroviaria, ispirandosi al sentimento di libertà e del dovere». «Divide et impera». L’idea crociana di sindacato è così attuale, che, a ben vedere, ci scorgi l’ombra di Marchionne e il suo intento è chiaro: riesumare il Paese sepolto dalle lotte dei lavoratori. In programma c’è l’Italia dei «padri degli operai» – non a caso l’avremo davvero un «presidente operaio» – una democrazia solo delega e niente partecipazione, il conflitto sciolto nell’acido della collaborazione, come chiede l’immancabile «ora storica», sacrifici imposti a chi paga coi diritti una libertà «condizionata» dalle gerarchie sociali. Svaniti nel nulla gli «scugnizzi», presunti protagonisti della recente insurrezione, per i «ferrovieri liberali» parla Alberto Bouché, altro reduce di quelle Quattro Giornate dal volto sempre più politico: c’è da decidere il destino dei fascisti. Mentre Giovanni Leone prepara la difesa in Tribunale, Arangio Ruiz chiude la discussione: per i ferrovieri liberali esistono limiti precisi «a un’opera che deve tendere a colpire solo i veri responsabili della tirannia fascista».
Delega di poteri, legittimazione politica che passa per gli uffici di Prefetti ancora fascisti e, quindi, continuità dello Stato, nonostante la micidiale contraddizione di un legame con l’Italia fascista, sono le fondamenta su cui Croce e la DC alzano il muro contro cui si infrangono i programmi della Resistenza e l’azione dei CLN. Nei gangli dello Stato il personale fascista lavora indisturbato: Azzariti, ex Presidente del Tribunale della razza e incredibile consulente di Togliatti per l’epurazione, sarà Presidente della Corte Costituzionale, sicché un fascista giudicherà le leggi della Repubblica antifascista, che lascia vivere il Codice fascista di Rocco. Sarebbe solo storia, se d’un tratto, nel cuore d’una crisi di regime che propone condizioni da dopoguerra, dopo elezioni illegali che hanno negato la sovranità popolare, il principio letale della «continuità» non riemergesse dal nulla e, a dispetto delle pessime prove, non ci fosse da fare un’altra volta i conti con la necessità tecnica e giuridica della sopravvivenza dello Stato, col suo volto repressivo e antidemocratico e l’anima classista storicamente definita: servizi segreti, polizia politica, segreto di Stato, ragion di Stato, leggi eccezionali che sospendono di continuo la Costituzione, legalità in conflitto con la giustizia sociale e chi più ne ha più ne metta. Un inganno che si autoassolve e assolve i crimini che compirà.

Non è un caso che oggi, mentre il filo che lega presente e passato si snoda chiaro davanti ai nostri occhi impotenti, mentre la cronaca nera incrocia ogni giorno quella politica, un’onda di fango, calata ad arte su Napoli, rubi la prima pagina all’inquietante raid di neofascisti armati, che hanno potuto sparare impunemente e seminare il panico nelle vie della capitale. Dov’era a Roma la «Stato di diritto»? Com’è che sul banco degli imputati finiscono Napoli e la sua nobile storia e nessuno chiede conto di una vicenda così oscura al questore e al prefetto di Roma? Dov’erano i tanti poliziotti scatenati il 12 aprile, a Piazza Barberini, contro ventimila manifestanti autorizzati e improvvisamente spariti con ottantamila persone in strada? Perché si militarizza la democratica Val di Susa e si lascia mano libera ai neonazisti?
Persino Benedetto Croce, che nella sua breve esperienza di sindacalista fu per una democrazia moderata, punterebbe il dito sul mostro che, senza rabbrividire, i suoi eredi liberali chiamano «democrazia autoritaria» e si stupirebbe del pericoloso estremismo di moderati che mettono mano alla Costituzione, ma si tengono caro il Codice Rocco.

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tradimento RavennaRitorna Pansa, e tutto è consentito. Non a caso in soli tre anni abbiamo avuto Monti, «educatore» di Parlamenti, uno psicodramma intitolato Letta, con Montecitorio e Palazzo Madama inerti spettatori, il pupo toscano e dio sa quale imminente «democrazia autoritaria», niente fronzoli littori, ma tutta Corporazioni e gerarchia. Ogni tempo ha una storia, ma anzitutto ha i suoi storici e qui da noi c’è chi s’è «fatto le ossa» lavorando ai libri di testo di regime nelle Commissioni nominate da Gelmini. Pansa ritorna e tornano parole usate come schizzi di fango: né vere, né false, solo deformate, come il mondo appare nel sonno alla cattiva coscienza. Tornano traditori santificati, aguzzini spacciati per quei martiri innocenti, che, più la crisi economica crea analfabetismo di valori e nega diritti, più «tirano» sul mercato della disinformazione. Stavolta è il turno di una Resistenza che non sta né in cielo né in terra, come piace da morire alla finanza che tempo fa ci ha mandato il suo «avviso di garanzia»: l’Europa mediterranea è indagata per abuso di Statuti antifascisti. Pansa torna e con lui torna, impunita, l’apologia indiretta di un fascismo tentatore, che nei salotti buoni e nei «pensatoi» che contano diventa «contro storia»: un investimento remunerativo sul «bestiame votante», tirato su con pillole di delega, fiale di rassegnazione, scuola in miseria e ricerca pilotata.
Dietro Pansa c’è il potere che gioca. La storia richiede documenti e onestà intellettuale? Il potere punta su menzogne vestite a festa e Pansa fa l’abito su misura. Il suo «eroe-simbolo» è Riccardo Fedel, uno che, per acquistar credito presso i fascisti, s’inventa un complotto di comunisti a Ravenna, a Lipari fa la spia e spedisce in galera 56 compagni confinati e infine si sistema all’Ovra. Una storia di miserie umane come ne trovi tante; una di quelle che, per raccontarle, dovresti far la guerra a un morto, rinfacciargli nomi soffiati, fatti narrati, cifrari passati sottobanco ai questurini e giungere al tragico azzardo finale: Fedel che sale sui monti partigiani con quel triste passato, si barcamena e finisce fucilato dai compagni, che non si fidano e non hanno scelta. Lo studioso affida alla memoria collettiva il tradimento, le conseguenze delle rivelazioni prezzolate, le vite spezzate, le sofferenze patite, il carcere duro, i violenti interrogatori di giovani colpevoli solo di lottare per un mondo migliore e si porta dentro la figura di un uomo che vacilla, stenta, ma non si piega e lotta, sopporta sofferenze atroci, un’infezione da «manette strette» che lo conduce a un passo dall’amputazione e gli accorcia la vita. Lo studioso si sente interrogato dal ruolo determinante che la natura bivalente dell’uomo svolge nel tracollo delle grandi utopie e lì si ferma, pensa e invita a pensare. Lì, sul limitare tragico di quella sorta di campo di battaglia disseminato di cadaveri, consapevole del peso schiacciante della responsabilità. Non scrive una parola, una sola, che non abbia alle spalle un documento a giustificarla con una lettura intellettualmente onesta. Lo storico ha una filosofia della storia in cui inserire un fatto documentato, il tradimento in questo caso, peccato originale dell’impossibile «eroe» di Pansa. L’avventuriero, levato al rango di storico dalla crisi morale e dagli interessi politici che gli stanno dietro, non si pone questioni etiche. Il suo problema non è il rapporto che vincola la causa all’effetto, il tradimento alla fucilazione. In un processo che ricorda molto da vicino la logica del «neolinguaggio» di Orwell e del suo «1984», Pansa, rimossa la causa, si sente libero di modificare l’effetto. Come per magia, il traditore diventa così un martire e la storia diventa storiella.
Superata l’età dell’innocenza – il «peccato» non conta ormai più niente per nessuno – quel campo di battaglia disseminato di cadaveri, che poneva soprattutto domande, diventa una miniera d’oro, una sorta di Eden in cui, per dirla con Carr, vagare «senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi davanti al dio della storia». Dopo Cristicchi, anche Pansa ha il suo posto d’onore alla televisione di Stato, ospite di Conchita De Gregorio, che nel 2010, poco prima di Monti, annunciava l’iscrizione all’Anpi: «credo nei valori della Resistenza», sosteneva, perché «ha permesso e realizzato la Costituzione Italiana e la […] democrazia»; poi per chiarire il suo sostegno, aggiungeva: «voglio che la Resistenza non sia solo Memoria del passato, ma esercizio del presente». I tempi mutano, la De Gregorio si adegua e ora offre a Pansa un salotto televisivo. Questo ormai passa il convento: l’esibizione di due giornalisti, che, fingendo di parlare di storia, direbbe Carr con britannico «self control», proveranno a «ricreare, con l’artificiosa ingenuità dei membri di una colonia nudista, il giardino dell’Eden in un parco di periferia».
La riduzione a fattore unico dell’intera storia nazionale ormai non passa solo per la banalizzazione. E’ il denominatore comune, la «cifra» del presente e si chiama purtroppo malafede.

Uscito su Fuoriregistro il 26 marzo 2014 e su Il pane e le rose e su MicroMega il 27 marzo 2013

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ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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6269781250_6aa9a0fee3[1]Il prossimo 25 aprile, in una città mobilitata contro il ricatto del debito e la distruzione dello stato sociale, Madrid celebrerà la «festa nazionale per la liberazione da tutti i fascismi» e renderà omaggio alle donne e agli uomini accorsi in Spagna in difesa della Repubblica minacciata da Franco. Sarà l’occasione per una riflessione sulla lotta antifascista di resistenza, sull’attualità e il valore del 25 aprile in un’Europa paradossalmente «unita» eppure divisa come non pareva potesse più esserlo. E’ difficile immaginare in quante scuole e università italiane ci sarà spazio per ricordare e quanti giovani, nel clima politico che viviamo, conoscano Rosselli, Pesce o Vincenzo Perrone, caduto per mano franchista a Monte Pelato, e le ragioni per cui migliaia di ragazzi e ragazze nel 1936 partirono dall’Italia per combattere una guerra che non pareva riguardarli. Tra presente e passato s’è ormai creato un pericoloso «corto circuito» e non c’è nulla purtroppo che somigli a un gregge quanto un popolo che ignora la sua storia.
Lo dicono in tanti: «in Europa c’è la crisi». Pochi, tuttavia colgono probabilmente la contraddizione storica da cui essa scaturisce. Figlia del«Manifesto” scritto da Spinelli, Rossi e Colorni, confinati a Ventotene, e perciò «geneticamente» antifascista, l’Europa unita, infatti, non solo ha smarrito i suoi autentici connotati, ma si va sempre più trasformando nel suo esatto contrario. Nata per impedire l’«oppressione degli stranieri dominatori», è uno strumento di oppressione di alcune élite su masse popolari escluse dai processi decisionali; concepita come antidoto alla degenerazione degli ideali di indipendenza nazionale in quel nazionalismo imperialista che intralciava la libera circolazione di uomini e merci, con la vicenda libica sembra ormai tornata all’imperialismo. In quanto alla libera circolazione, porte spalancate per le merci, soprattutto se speculano sulla qualità, sul costo del lavoro e sui diritti negati, ma per quanto riguarda gli uomini, entro e fuori dai suoi confini, l’Europa mortifica le ragioni stesse della sua esistenza. Da anni ormai una umanità dolente paga sulla propria pelle il naufragio di quel capitalismo che dopo il crollo del muro di Berlino aveva annunciato l’età dell’oro e la «fine della storia». Mentre gli immigrati sono respinti o internati e chi domanda asilo solo raramente trova accoglienza, entro i confini della «terra promessa» l’egemonia dei «paesi creditori» su quelli debitori disegna ormai il quadro di una vera colonizzazione interna. Non bastasse questa grave miseria morale, l’Europa unita, in mano ad élite che governano senza mandato, snatura se stessa, adottando un modello di «democrazia senza partecipazione» e ripudia persino Montesquieu. A rendere più profonda la rottura con l’ispirazione solidaristica dell’idea federalista, a fare dell’Europa un’atroce «zona franca» nella corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori hanno pensato poi, negli ultimi anni, l’olocausto mediterraneo e la Grecia, asservita agli interessi delle banche. Un disprezzo così profondo per la vita umana, richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt, sulla «banalità del male» e la filosofia della storia che tra le due guerre mondiali scrisse le pagine più buie della vita dell’Occidente. Dietro il dramma che si profila minaccioso e chiaro all’orizzonte, si intuiscono le ragioni insondabili del profitto che antepongono all’umanità sottomessa gli interessi parassitari di quel capitale finanziario che vide nel fascismo la sua naturale tutela.
In questo quadro, recuperare alla memoria storica la dimensione internazionale dell’antifascismo e della Resistenza, ovunque sia possibile – scuola, università, dibattito culturale, movimenti di lotta alla globalizzazione dello sfruttamento – significa far crescere intelligenze critiche e combattere il pensiero unico. C’è un passo del «Manifesto di Ventotene» in cui l’esperienza di chi ha vissuto la repressione fascista e ha combattuto la sua battaglia per i diritti e la dignità si volge al futuro con uno sguardo così penetrante, da sembrare profetico. E’ un passo che andrebbe studiato L’Europa dei popoli uniti, vi si legge, non nascerà senza contrasti. I «privilegiati […] cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata di sentimenti e passioni internazionalistiche». Gli antifascisti non hanno dubbi: «quei gruppi del capitalismo […] che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati» – scrivono con mano ferma – «già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando […], si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Tornare all’antifascismo e alla sua lunga stagione di lotte condotte tra incomprensioni, fratture e scontri dolorosi come accadde per la guerra di Spagna non vuol dire cercare rifugio nel passato di fronte alle sconfitte del presente, ma cogliere la lezione che viene dai fatti: c’è nell’antifascismo europeo un filo rosso che lega il passato al presente e disegna una via per il futuro. Il cammino aperto in Spagna da giovani accorsi da ogni Paese a sostegno della libertà e dei diritti calpestati, non si è fermato a Guernica o a Barcellona, nonostante la ferocia dei primi bombardamenti terroristici. Molti dei combattenti italiani di Spagna presero anni dopo la via dei monti e combatterono la guerra partigiana, testimoni troppo spesso dimenticati di una vicenda che segna in maniera indelebile la storia del Novecento. La guerra di Spagna, ebbe a scrivere Pierre Vilar, «come fatto culturale ebbe un valore universale». Il valore che Carlo Rosselli, un grande antifascista, seppe riassumere in una frase che sembra scolpita nella storia: «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo».
Molte cose sono cambiate, ma l’Europa in cui viviamo sembra restituire alla sfida di Rosselli il valore di un monito a futura memoria. E’ necessario che il filo della memoria non si spezzi. Non a caso Madrid che lotta in piazza, sente il bisogno di ricordare: nella memoria storica c’è spesso il senso più profondo del presente. E’ una lotta che qui da noi dovrebbe fare della scuola statale non solo il punto di sutura tra tempo della storia e tempo della vita, ma un baluardo che va difeso. Costi quel che costi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 aprile 2013

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