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Posts Tagged ‘Quattro Giornate’

imagesA Napoli la notte i camorristi fanno quello che gli pare. Indisturbati.
Perché non dovrebbero?
I carabinieri, se non sono a letto, organizzano rastrellamenti per colpire i ragazzi dei centri sociali e creare il caos nel centro storico della città. A Mezzocannone, epicentro della barbarie tedesca durante l’occupazione del settembre 1943, l’altra notte i napoletani hanno avuto modo di vedere un rastrellamento, con tanto di porte sfondate. Purtroppo non si trattava delle scene di un film sulle Quattro Giornate. All’opera c’erano solo carabinieri.
Il Questore, vale la pensa di ricordarlo, è sempre lui, quello che esprime valutazioni politiche sull’Amministrazione cittadina e dà la caccia a barboni e ambulanti. A questi nobiluomini, naturalmente, paghiamo lo stipendio. Per carabinieri, questori e simili, la crisi economica non è mai venuta. Sono un modello di inefficienza, ma non li licenzia nessuno.
Ecco l’ultima notte brava dei nostri “tutori dell’ordine“.

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22e2d91Anni fa, inserendosi nella polemica sulla Resistenza tra storici «ortodossi» e «revisionisti», tutti concentrati per lo più su «uomini armati […] con una diversa idea della patria e dei valori per cui combattere», una studiosa ha indicato una sorta di terza via, aperta ad «altri modi di pensare la patria e l’identità nazionale in una visione più ampia che prenda in considerazione anche chi non combatte […] e che consideri altri valori e altri ideali come cemento della comunità». Per chiarire il suo concetto, la studiosa si domandava come avrebbe mai potuto

«riconoscersi nella Resistenza e nella categoria di ‘liberazione’ una donna del basso Lazio, che prima ha visto il suo paese letteralmente raso al suolo dalle bombe alleate e poi, il giorno della ‘liberazione’ ha subito lo stupro d’una torma di marocchini» [1].

La quindicenne napoletana Claudina Tikson, che la sera del 10 settembre 1943, in una città semidistrutta dalle bombe alleate e dalle mine naziste, ha visto la madre crivellata di colpi, mentre tenta di sottrarla a due soldati tedeschi che la violentano, risponderebbe che in guerra torme di soldati che stuprano se ne trovano ovunque, non è detto che siano «marocchini»: possono indossare qualunque divisa. In quanto alla Resistenza, ha visto donne come lei sparare ai tedeschi e prova per loro un’autentica gratitudine: hanno liberato la sua città da «marocchini» tedeschi sperando che mai più donne in armi dovranno poi uccidere per non essere violate [2]. Di quelle donne purtroppo conosciamo ben poco. Ignare di quanto gli storici avrebbero poi scritto di loro, a Napoli, come in tutto il Paese, esse affrontano la bufera come possono, in modi diversi tra loro, ma vanno poi incontro a una sorte comune: tranne casi davvero fortunati, come quello di Maddalena Cerasuolo, di cui ci occuperemo più avanti, si sa che ci furono, non si sa chi furono e quale storia avevano alle spalle.

[1] Gabriella Gribaudi, Terra bruciata…, cit., pp. 12-13.
[2] Archivio di Stato di Napoli, Prefettura Gabinetto, II Versamento.

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showimg2Riuscirò a terminarlo? Non lo so, non conosciamo quanto tempo ci è dato e un libro prende la parte di te che gli occorre. Se potrò, gli darò ciò che chiede. Oggi non ho scritto. Ho trascorso un’intera giornata a riflettere su pochi righi di quella che a me pare una bellissima scoperta. Scugnizzi, si dice, lazzari che per una volta si sono trovati dalla parte giusta. Ma com’è stato possibile scrivere tante sciocchezze per settant’anni? Un’idea ce l’ho, ma la tengo per me e senza commentare riporto una nota di polizia. Luglio 1945.  In vista del referendum istituzionale, ci si organizza. Qualcuno, dopo lunghe riunioni e attente valutazioni, va dal notaio e registra la nascita di un partito. Sono combattenti delle Quattro Giornate di Napoli, scugnizzi, secondo le chiacchiere spacciate per storia o, per dirla con i tedeschi, protagonisti di una rissa tra prostitute e papponi. I tedeschi non hanno mai spiegato da quale parte stavano loro, ma questo è un dettaglio trascurabile. I fascisti hanno fatto di peggio: per loro non è accaduto nulla, nemmeno la rissa e gli storici repubblicani non sono molto più avanti dell’arroganza tedesca e della malafede fascista. I documenti, che negli archivi attendevano solo di essere letti, raccontano un’altra storia e io sono orgoglioso di essere napoletano. Eccolo qua il documento. Subito dopo il  referendum, a luglio del 1946, la neonata repubblica mostrò la sua parte peggiore – o la sua reale natura? – e la polizia mise a tacere i lazzari, diventati improvvisamente autentici combattenti. Importa poco da che parte fossero.
Questo il nome: «Partito Patriottico Democratico Difesa del Mezzogiorno». Questo il programma:  «Autonomia economico-amministrativa del Mezzogiorno, giusto il vecchio confine dell’ex Regno borbonico, primo passo verso una confederazione italica (Stati Uniti di Italia), da servire a modello di una confederazione europea (Stati Uniti d’Europa). Primi obiettivi: restituzione ai gloriosi Banco di Napoli e Banco di Sicilia delle rispettive loro riserve aure, depredate dal fascismo in pro della Banca d’Italia (nonché la restituzione dell’intero residuo ammontare del ricavato della vendita dei beni demaniali di manomorta dell’ex Regno delle Due Sicilie in £ 4.105.000), in esecuzione della legge Minghetti; lo stanziamento dell’ultimo prestito sottoscritto nel Meridione per la costituzione di un primo fondo destinato alla esclusiva ricostruzione del Mezzogiorno e l’assegnazione dell’intero gettito delle imposte pagate dai contribuenti  meridionali, per sopperire alle esigenze del solo bilancio meridionale; ricostruzione del Sud, piena libertà di scambi interni; libero commercio estero, rinascita dell’industria turistica, tutela per artigianato, agricoltura, industria e commercio; unioni libere di lavoratori e datori di lavoro; riconoscimento e sostegno per i combattenti delle “Quattro Giornate”, assistenza reduci, riforma dell’istruzione, tutela della famiglia, libertà di culto, pensiero, parola, stampa e associazione».

1947. un ignoto archivista della Pubblica sicurezza annota: «Il partito fu sciolto subito dopo il referendum, per provvedimento di polizia». Cercatelo in un libro questo programma e questo partito…
Nei libri ci sono gli scugnizzi, la rabbia, l’esplosione tellurica…

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Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Liceo Sannazzaro: Adolfo Pansini

Tutto si tiene. Il Parlamento dei nominati, la Costituzione di Trichet, la ministra che nella vita ha fatto solo la Madonna nel presepe vivente e il pupo analfabeta che si atteggia a statista. Poteva mai mancare la dirigente che scambia la scuola per un’azienda privata e vieta la commemorazione delle Quattro Giornate? Non poteva mancare, come non mancano i silenzi omertosi e gli avvocati d’ufficio. I tempi sono questi, il capo ha sempre ragione e la regola d’oro consiglia: schiena flessibile e tira a campare.
Tutto si tiene, ma siamo ben oltre i confini della decenza. Il liceo classico “Jacopo Sannazaro” non fu solo un posto di comando partigiano durante l’insurrezione contro il fascismo che torna. Fu camera ardente per i combattenti uccisi e luogo simbolo della Resistenza e della guerra di liberazione che da lì iniziarono il sanguinoso cammino verso la Repubblica e quella Costituzione che si vorrebbe cancellare in nome del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutto si tiene e il no della Dirigente scolastica si inserisce alla perfezione nel clima di crescente violenza istituzionale, di sovversivismo delle classi dirigenti, per cui si ignorano le sentenze della Consulta, si espellono i richiedenti asilo, si confinano gli immigrati e si uccide la scuola. Il no della dirigente scolastica del Sannazaro ha un obiettivo chiaro e tutto politico: impedire che la memoria storica rafforzi la coscienza critica degli studenti.
Non ci vuole molta immaginazione ed è facile capire che scuola avremo se al referendum dovesse vincere la premeditata ferocia delle banche. Quello che è veramente difficile da capire è la posizione scelta dagli esponenti del fronte del no, che hanno accettato il discorso sulla necessità di “entrare nel merito” di una riforma golpista, mettendo così in ombra il solo dato di fatto che conta: la legittimità morale e politica dei “riformatori”.
E’ Renzi il responsabile di quello che è accaduto al Sannazzaro. Renzi e la banda di abusivi che ha trasformato il Parlamento in una nuova Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Bisogna avere il coraggio di scriverlo in un documento e poi comportarsi di conseguenza: noi non riconosciamo la legittimità di questo Parlamento e di questo governo e non accetteremo il verdetto del Referendum.

Agoravox e Contropiano, 13 ottobre 2016

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Ti si vede poco.
Sto scrivendo.
Cosa?
Un libro più o meno così

scansione0028Poiché anarchici nelle Quattro Giornate non ne trovi, la domanda è inevitabile: dopo Merlino, Malatesta e l‘Internazionale, tutto ciò che sopravvive a Napoli della fertile tradizione libertaria è il coraggio di Maria Bakunin? Basta poco per capire che è impossibile, purtroppo, però, se non «fanno folclore», non sono lazzari o bambini-soldato, più incoscienti che eroi, se non portano acqua al mulino del «vento del Nord», i protagonisti della Resistenza in Campania sono nomi in un elenco. Si sa se sono militari o civili, adulti o adolescenti, capi o gregari, ma è raro che emerga la fede politica. Se non si fosse prestata tanta attenzione agli scugnizzi, ci saremmo stupiti di piazze armate senza i militanti di un movimento così presente nella storia della città e così legato alla teoria e alla pratica dell’insurrezione. Un’assenza tanto più sospetta, quanto più chiaro è il timore di Badoglio, che lascia gli anarchici al confino finché può e a Napoli c’è il caso-limite di Roberto Sarno, liberato addirittura tre mesi dopo la caduta del fascismo, il 21 ottobre del ‘43.
Si prenda il caso di Tito Murolo, comandante del quartiere Vasto, che presidia una importante via di accesso alla città e ostacola gli spostamenti dei nazisti verso Poggioreale. Di lui si sa che è un civile, forse ferroviere, ma nessuno si avvede che è fratello del comunista Ezio Murolo, nemmeno chi ne conosce la storia e indica come dato caratteristico della rivolta la presenza di «famiglie partigiane». Eppure la vicenda di Ezio conduce a quella di Tito, come appare chiaro da questa lettera:

«Parigi, 19-11-1925 35, Rue de Varenne, Paris VII
“Un po’ di tutto” – Rivista Italiana Mensile diretta da Tito Murolo
Carissimo Ezio, non so spiegarmi questo tuo silenzio prolungato. Ti prego di farmi tenere subito tue nuove e dei nostri, che non si degnano di rispondermi. […] Le cose cominciano ad andare molto meglio. Ti ho scritto da Spa, Liegi e da Parigi,
In attesa ti abbraccio,
tuo aff.mo Tito».

Inconsapevoli, paradossali, ma preziosi custodi della memoria storica, gli archivi di polizia narrano la storia di due fratelli uniti dall’ostilità per il regime, benché su posizioni politiche diverse: Tito, infatti, giornalista e non ferroviere, è anarchico, mentre il fratello per la polizia è comunista, ma è evidente: entrambi portano nell’insurrezione la loro militanza antifascista e una consapevole visione politica del Paese da ricostruire. Del libertario, la polizia disegna un profilo buio:

«Murolo è di pessimi precedenti morali per i numerosi processi e le condanne subite per furto, appropriazione, prevaricazione, falso e diserzione in tempo di guerra, per la quale fu condannato all’ergastolo».

In realtà, furto e truffa sono montature ed è stato assolto: «il fatto non costituisce reato». In quanto alla diserzione, che un’amnistia cancella dopo la «grande guerra», è la scelta politica di una intera generazione di antimilitaristi. La condanna per appropriazione c’è stata: emessa all’estero, ha colpito un «immigrato sovversivo» in nome di una legalità di parte che ignora la giustizia sociale. Qui ognuno risolva con se stesso la questione del tempo: parliamo di ieri o di oggi? La verità, per stare ai fatti, è che la Questura vuole un «atto di comparizione per oziosi vagabondi e pregiudicati», che porti Murolo davanti alla Commissione per l’ammonizione e ne faccia una «persona pericolosa per la sicurezza dello Stato». Il problema del «tempo» stavolta non c’è: ieri come oggi, per questo genere di cose in polizia ci sono maestri e tra i magistrati non mancano servi ambiziosi e utili idioti.
Chi è Tito Murolo dal punto di vista del potere? Un autentico «nemico del nuovo ordine fascista»: ha dissipato «la quota patrimoniale assegnatagli dal padre, […] mena vita randagia e dissoluta» a spese del fratello e «non offre alcun affidamento». Su questa falsariga, la polizia tesse la trama di una vita: Murolo espatria in Francia nel 1922, da lì passa in Algeria, poi di nuovo in Francia e infine in Belgio. E’ il ritratto, falso ma verosimile, di un irrequieto che non si ferma mai, un asociale, «randagio» per scelta di vita più che per necessità. La realtà è che in Italia Murolo è atteso da fascisti e questurini e all’estero, per evitare espulsioni, gli occorrerebbero documenti, lavoro e una vita lontana dalla politica. Invece, dove si ferma, là nascono guai. E’ un giornalista, si arrangia, diventa cameriere avventizio, ma in Algeria l’accusano di «un complotto contro Sua Eccellenza il Capo del Governo», a Bruxelles lo segnalano per le sue idee anarchiche e persino l’amicizia con Arturo Labriola, che è stato sindaco, deputato e ministro, ma è antifascista, costituisce una pessima credenziale. Non ha sparato al Bataclan solo perché la polizia non legge il futuro.
Il 3 gennaio 1932 tenta di passare l’ennesimo confino per rientrare in Italia, ma a Bardonecchia lo arrestano e gli ritirano il passaporto. A Napoli l’aspettano l’ammonizione e una serie di guai con la giustizia, braccio armato di una dittatura che non dà pace ai «sovversivi». Quando, oppresso dalla sorveglianza, prova a rifarsi una vita a Imperia, gestendo un albergo con Maria Schaunir, la moglie berlinese, le cose gli vanno male, ma non s’arrende. Vende tutto, si improvvisa «produttore di ingrandimenti fotografici per conto di una ditta di Torino» e nel 1936 trova finalmente lavoro in una fabbrica di esplosivi, a Cosseria, nei dintorni di Savona. Ora sì, ora sembra ridotto alla ragione: non è iscritto al partito fascista, ma ha la tessera di un sindacato corporativo e si guarda bene dal manifestare dissenso. Potrebbe bastare, ma come nei nostri tempi agli uomini della lotta armata si fanno sconti di pena e condizioni carcerarie più umane solo in cambio del «pentimento», così i fascisti pretendono partecipazione attiva alla vita del regime. Non basta tacere, c’è da fare il pupo e applaudire nelle adunate, sicche gli storici diranno che c’era consenso. Murolo non lo fa. Il silenzio così sa di disprezzo e dà più fastidio di un manifesto antifascista. Fino al 1940 tra lui e il regime c’è una precaria pace armata, poi la guerra del duce riapre le ostilità e il Prefetto di Savona, un modello di fascista zelante, va per le spicce. Come si fa oggi con chi si ribella agli esportatori di democrazia, il Prefetto chiede a Mussolini che Murolo

«sia fatto licenziare subito dallo stabilimento e fatto allontanare anche da Cosseria con foglio di via obbligatorio per Caivano con diffida a non tornare più in […] zona. Considerati i pessimi precedenti che lo definiscono soggetto particolarmente  pericoloso, tenuto conto che non ha dato prove concrete di serio e sincero ravvedimento, il Murolo costituisce nell’attuale momento un serio e costante pericolo non solo per lo stabilimento “Ammonia e Derivati!” nel quale è occupato, ma anche per gli altri importanti stabilimenti ausiliari esistenti in questa zona».

Frequenta moschee, avrebbe scritto oggi che il tempo s’è fermato. Giunsero, come oggi giungono, un nuovo foglio di via e un nuovo rimpatrio. Anarchico o musulmano, però, non è la repressione che vince la partita e Murolo cacciò e caccerà i barbari durante le Quattro Giornate.

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scugniNel settembre del ’43, le Quattro Giornate di Napoli offrono alla storia una stupenda “foto di massa”, ma nell’immaginario collettivo lo stereotipo della “città di plebe” è duro a morire. L’8 novembre 1943, alcune foto di “scugnizzi” armati, firmate da Robert Capa per la rivista “Life”, diventano il simbolo di un moto spontaneo, senz’anima politica: rabbia, popolino e sopravvivenza. Quelle foto, in realtà, il fotografo non le ha mai scattate; l’autore, un partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di pochi dollari. Si chiama Alessandro De Val, è comunista e ha portato nella lotta una identità politica così forte, da smentire l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.
Nel 1948, la polizia arresta il De Val, ormai giornalista della “Voce”, perché gli trova in casa caricatori e bossoli senza proiettili. Sono cimeli delle Quattro Giornate e il giudice lo assolve, ma la montatura poliziesca contro un partigiano non scandalizza nessuno. Del ruolo degli antifascisti non si parla più e la rivolta è ormai il solito moto di “collera cupa che fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud”, con i “lazzari” che per una volta sono dalla parte giusta. Poco dopo Roberto Battaglia scriverà che utilizzare la parola insurrezione per le Quattro Giornate significa “dire qualche cosa di troppo preciso” per un evento che ha i connotati “indefinibili di un fenomeno della natura”.
Perché è andata così? Perché ignoriamo vicende umane e militanza dei combattenti? Esiste un volto politico delle Quattro Giornate? Se esiste, come si poteva riconoscerlo nei gruppi indistinti fissati dalla “foto di massa” del settembre 1943? Forse sarebbe bastato collegare elenchi dei combattenti e fascicoli degli antifascisti schedati, per scoprire la storia politica di tanti partigiani.
“Eccellenza”, scrive il 30 agosto 1928 Salvatore Mauriello a Mussolini, affinché ascolti “il grido di chi fu al Suo fianco nelle battaglie sacre del socialismo”. Rivendicata la comune militanza, l’uomo espone la sua storia a Mussolini perché gli lasci riprendere “l’onesta via del lavoro, unica fonte di fecondo benessere per ogni famiglia”. E’ un percorso esemplare. Quando Michele Bianchi, ministro fascista, era Segretario della Borsa del Lavoro di Napoli, Mauriello, “era nella Commissione Esecutiva. Nel 1913 ebbe l’onore di stringerLe la mano alla Casa del Popolo di Milano. Nel giugno 1914 fu arrestato e processato per i moti della Settimana Rossa. Richiamato alle armi, mai disertò il suo posto di combattimento. Con l’ingegnere Amadeo Bordiga, preparò la formazione del partito comunista e nel 1921 fu inviato in Russia, come delegato politico e sindacale; lì conobbe uomini e cose di quell’immenso vulcano sociale. Processato per preparativi di atti insurrezionali”, si arrese e manifestò al “Questore sentimenti di attaccamento alla Patria, a V.E. e al Fascismo”. Dimesso dal carcere, vive però in “una miseria spaventevole, perché sotto stretta sorveglianza riesce impossibile procurarsi del lavoro e ricostruire una vita per sé e per la famiglia. Duce”, conclude, “quale prova deve dare un figlio d’Italia per essere degno di riabilitazione?”.
Come De Val, Mauriello ha “fatto” le Quattro Giornate. Comunista, ha sposato Ines Telarico, sorella di Gustavo, intellettuale e poeta, che a fine Ottocento saluta il “secolo dei lavoratori” con parole di fuoco: “E’ la vigilia della gran giornata. / Dato un urlo di sfida al mondo intero, / alla pugna m’accingo. / Sollevate le teste e tripudiate; / è vigilia solenne, o sofferenti”. E’ questa la città del giovane Mauriello: Napoli socialista, ricca di speranze e fermenti, che combatte battaglie sindacali, pone per orima il tema della “questione morale” e dà la parola a donne come Emilia Marabini, autrice di versi dolenti dedicati alle masse “che vagano in terra pallide, affamate / vagano dalla sorte abbandonate”. Parole che incantano i giovani della Federazione socialista, animata da Oreste e Attilio Wanderlingh e da Giuseppe Giudicepietro, tutti coinvolti nei moti del ‘98. Dopo decenni, il 22 agosto 1943 Giudicepietro è di nuovo in manette, stavolta con decine di antifascisti riuniti a Cappella Cangiani per organizzare la resistenza contro i tedeschi. In quanto ai Wanderlingh, benché anziani, nel 1940 sono in un gruppo clandestino che fa capo allo studio legale Amendola-D’Ambra, situato a Piazzetta Augusteo. E’ il gruppo che il primo maggio 1943 lancia un manifesto per la festa del lavoro e riempie la città di scritte contro la guerra, il fascismo e la monarchia. E’ la prova che un’attività politica cospirativa precede la sommossa e non stupisce se il 27 settembre, alla resa dei conti, Ugo Wanderlingh, figlio di Attilio, distribuisce armi ai partigiani e partecipa alla rivolta con lo zio Oreste che, malgrado l’età, scende in strada.
Come Mauriello e Giudicepietro, i Wanderlingh, non hanno tradito i loro ideali e il fascismo, che li  riconduce alla lotta, spinge Oreste verso il comunismo. Più sfortunato, Alfredo, il terzo dei fratelli, giunge alla militanza dopo la Grande Guerra e non si intruppa; è un “irregolare”, uno spirito libero, forse un libertario. Lavora per l’azienda di famiglia, ma si esibisce come prestigiatore ovunque trova un contratto. Girovago, irruente, estroso e troppo e libero per subire il regime, dà nell’occhio, si espone e dichiara la sua avversione. Quanto basta perché passi per matto e finisca nell’elenco dei sovversivi da arrestare, quando a Napoli è in visita un’autorità. Una condanna che gli costa periodiche e dure giornate di carcere. La sua vita corre su un filo: viaggi, pedinamenti, “fogli di via”, il carcere e il rischio del manicomio, feroce risorsa della repressione. Il filo si spezza in vista dell’armistizio, in una città che è una polveriera. I nazisti, che prevedono la rivolta e diffidano di Badoglio, agiscono nell’ombra, danno la caccia ai “sovversivi pericolosi” e Alfredo Wanderlingh, svanisce nel nulla. A giugno del ‘44, indagando su un collaborazionista, la polizia riferisce che, prima della rivolta, catturati alcuni sventurati, i tedeschi li hanno probabilmente fatti sparire nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario e poi spediti in Germania, da dove torneranno in pochi. Di certo non torna Alfredo e la sua scomparsa toglie un uomo agli insorti e alla famiglia e allunga la serie dei crimini impuniti commessi dai nazisti.
Quante storie come queste nascondono gli elenchi dei combattenti? Tante. E’ lì che va cercato il volto politico delle Quattro Giornate.

Repubblica Napoli, 24 marzo 2016

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aContro ogni fondamentalismo, quanto resta dell’Europa democratica, nonostante Salvini e i suoi camerati nazionali ed esteri, vanta anzitutto la scuola. Su di essa, ben più che sulla ferocia delle armi, si può costruire il futuro, oggi più che mai, mentre la barbarie della guerra si ripresenta, con il suo carico d’odio e d’infinito dolore. Se strumentalmente, dopo la tragedia di Parigi, la Francia della rivoluzione e la Marsigliese sono diventate la prima barriera di civiltà e hanno chiamato a raccolta i nostri studenti, c’è un che di spontaneo nei mille toni con cui si è ripetuto l’elogio della «liberté» e l’accento è caduto sulle radici rivoluzionarie della cultura laica, sulla tradizionale apertura di pensiero che dovrebbe caratterizzare la scuola, intesa soprattutto come fucina d’intelligenza critica, che non conosce tabù e mira a formare coscienze ben oltre il conformismo imperante.
In questo quadro di valori, il 17 dicembre scorso, in Francia, al Collège «Julie Simenon» di Vannes, città bretone, situata nel Dipartimento del Morbihan, un rivoluzionario italiano, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, è stato ospite d’onore e il «Telegramme», ha potuto titolare: «La storia d’un militante antifascista italiano raccontata ai ragazzi delle quinte». Nel quadro di un articolato lavoro sugli «eroi del mondo», realizzato in un corso di educazione morale e civile, i giovanissimi studenti francesi hanno ascoltato così David Borl che ha raccontato la storia di suo nonno, Federico Zvab, eroico combattente della Quattro Giornate. Un uomo, questo va detto, che i carabinieri fascisti definivano malfattore e anche oggi rischierebbe di passare per “terrorista”, perché progettò un attentato contro Hitler. In realtà, Zvab fu un rivoluzionario, un combattente di Spagna che, dopo le Quattro Giornate e la guerra mondiale, partecipò ai moti sociali del centro America e si schierò a fianco di Che Guevara. Una figura complessa, che può porre problemi alle coscienze, perché la sua vita conduce al tema del tirannicidio e a quello della violenza politica. Ci voleva coraggio per accettare la proposta di David Borle e affrontare la questione con giovanissimi studenti. E il coraggio non è mancato.
La scuola francese non ha paura di confrontarsi con i suoi studenti e di riflettere sul bene e sul male, sui mille volti del potere e sulle sue contraddizioni? Non è facile rispondere; si direbbe però, che, se non altro, riconosce nel passato una indispensabile chiave di lettura del presente e sa che il silenzio è spesso manipolazione o censura e produce disastri. Ad ascoltare il racconto di David Borle e della sua compagna Fabienne Rufin, c’erano perciò, non a caso, autorità scolastiche, genitori, docenti. Uniti in quel difficile lavoro che si chiama formazione.
Mentre tutto questo avveniva e i giovani francesi discutevano liberamente di una storia così complessa, che è nata e si è sviluppata nonostante e contro la volontà dell’ordine costituito del suoi tempi, a Napoli, terra d’adozione di Zvab, il principio adottato in Francia è stato rifiutato. Per uno di quei paradossi di cui è ricca la storia, è accaduto proprio nella scuola in cui nel settembre del 1943 operò il Comitato Rivoluzionario delle Quattro Giornate, al liceo «Jacopo Sannazaro», tra i corridoi e le aule in cui Federico Zvab si mosse assieme ad Antonino Tarsia in Curia e ad Eduardo Pansini, capi dell’insurrezione napoletana. Proprio lì, una dirigente scolastica ha deciso di zittire d’imperio i suoi studenti, nei quali evidentemente non vede i naturali eredi di quell’Adolfo Pansini, studente come loro, che nel liceo Sannazaro fu condotto, dopo che fu ucciso, dai nazifascisti mentre combatteva assieme a Zvab. La loro colpa? Voler ascoltare il racconto della mamma di un ragazzo ucciso un anno fa dai carabinieri in un quartiere della periferia napoletana.
Intendiamoci. Qui non si tratta di azzardare paragoni tra gli argomenti scelti dagli studenti, ma di valutare un metodo, per capire se l’imposizione del silenzio possa essere strumento formativo, anche se un dato è evidente: mai due episodi così lontani tra loro e però così simili da poterli scambiare, hanno gettato luci così diverse su realtà che dovrebbero essere invece omogenee. Nella bretone Vanne, la scuola francese ha affrontato il tema della testimonianza con quanto ne derivava di scabroso – dall’attentato, alla lotta armata – e l’ha fatto con l’intento di riflettere sul valore della testimonianza e su una vicenda complessa, com’è sempre quella dei rivoluzionari. Qui a Napoli, si è preferito, invece, impedire la discussione, laddove forse sarebbe stato necessario confrontarsi, spiegare e puntualizzare. I ragazzi avevano torto? E quale modo migliore per dirlo, se non ascoltarli e smontarne i ragionamenti? Lo sanno tutti, può ignorarlo la scuola? Negare il diritto di parola, significa dar ragione a chi ha torto.
La differenza tra il modello francese a quello italiano è tutta qui. Sembra piccola ma è grande. Ed è paradossale che sia accaduto proprio nella scuola napoletana, in cui la repubblica democratica cominciò ad essere concepita. Come a Vannes, anche a Napoli, si trattava di riflettere. E c’è un particolare che fa male: la parola è stata tolta soprattutto alla madre del ragazzo ucciso. Si è così esercitato nella maniera più burocratica e autoritaria un ruolo di comando padronale del tutto incompatibile con la funzione della scuola. I due racconti avevano una valenza diversa e quello napoletano poteva condurre su terreni scivolosi? A maggior ragione sarebbe stato molto meglio lasciare che tutti parlassero, interpretando con intelligenza la lezione di Zvab, che lasciò parlare e difese dall’ira popolare tutti, anche i cecchini fascisti. Bisognava farlo, perché, per conoscere e riconoscere il bene, occorre definire il male senza averne timore. E’ questo il lavoro della scuola, che non può contrastare un’idea che ritiene sbagliata, impedendone l’espressione.
In questo senso, la distanza tra le due relatà appare incolmabile e i molti interrogativi suscitati dalla “Buona Scuola” di Renzi tornano di attualità. Il Sannazaro, la piccola realtà locale, dimostra che la grande realtà sovranazionale, l’Europa, non sarà mai unita se, al di là della moneta e delle banche, non avrà un unico modello di scuola e di cittadino, che non può essere quello, frettoloso, imposto da Renzi a un Paese che non era per nulla d’accordo. Un modello che alla prima occasione, com’era prevedibile, mostra i suoi limiti e la sua vocazione autoritaria.

Fuoriregistro, 20 dicembre 2015 e Agoravox 22 dicembre 2015

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