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guerra

Il ritornello è antico e maligno e lo canta persino il “governo del cambiamento”: quando dici pubblico, dici imbroglio, spreco e  corruzione. La conseguenza diretta di questa convinzione  è un principio maledettamente dannoso: il “privato” è la soluzione per i mali “pubblici”. Nascono da qui l’apologia dell’impresa, la santificazione dell’imprenditore e la convinzione che l’indebitamento del nostro Paese sia una questione che riguarda la sfera pubblica e ricade perciò naturalmente su noi cittadini.
A chi faccia comodo questa menzogna è facile capire: fa bene agli imprenditori, che, guarda caso, per renderla sempre più credibile, posseggono direttamente  o indirettamente, buona parte dei mezzi d’informazione. Un esempio classico dell’efficacia di questo meccanismo di trasformazione dei diavoli in santi, che consente agli imprenditori ds arricchirsi e costringe i lavoratori a pagare i prezzi d’ogni ruberia è senza dubbio la prima guerra mondiale.
In genere, quando se ne parla, ci si ferma poco su un dato decisivo: per impedire che intervenissimo nel conflitto, l’Austria-Ungheria ci aveva offerto Trento, Trieste,e Bolzano e avrebbe trattato sull’Istria e sulla Dalmazia.. Quanto bastava per tenerci fuori, se la neutralità non avesse impedito agli industriali di fare affari straordinari per milioni e milioni di lire. Come tutti sanno, finì che si mise mano alle armi.
La guerra significò per gli imprenditori un “meccanismo di corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate” e si trasformò ben presto in un affare irripetibile per le imprese impegnate nella produzione militare e in un gravissimo danno economico per il Paese. Un danno praticamente incalcolabile, destinato a sommarsi ai debiti causati dalle guerre successive.
Quello che qui interessa, però, è capire come si comportarono gli onesti e santi imprenditori.
Ci sono due cose che colpiscono immediatamente chi prova a metter mano negli aspetti economici della guerra: da un lato enormi quantità di merce mai consegnata ma fatturata,, di merce pagata più volte, di  merce scadente o avariata, dall’altra il sistema di corruzione diffuso, capillare e pervasivo, che non è mai diventato parte della nostra memoria nazionale, nonostante le numerose commissioni parlamentari d’inchiesta, tutte sistematicamente svilite, insabbiate o vanificate, a amano a mano che il lavoro dei commissari si indirizzava decisamente sui grandi gruppi industriali, tutti coinvolti nel fenomeno e tutti collusi col potere pubblico.
Nell’Archivio Centrale delle Stato esistono trenta metri di scaffalature  a più piani, piene zeppe di documenti, sterilizzati da Mussolini, che aveva fondato il mito del fascismo sulla “grande guerra”. Non conosciamo l’entità del danno – i conti non li ha fatti nessuno – e d’altra parte non è sempre facile quantificare.  Quanto valeva il prodotto di quattro anni del lavoro di un un milione di lavoratori morti o inabilitati? Un milione all’anno, si è detto, ma potrebbero essere anche più. Quanto ci costò pagare i Venti,  miliardi di debito contratti con l’estero; quanto valeva e quanto costò il materiale bellico consumato e quanto incassarono a prezzi privilegiati o truccati gli imprenditori che fornirono armi, munizioni, vestiario, cavalli e farmaci?
Si potrebbe proseguire a lungo, mettendo nel conto la distruzione della metà della marina mercantile, dei territori delle province occupate dal nemico e la grave perdita di materiale forestale. Dati certi comunque ne abbiamo. Il debito pubblico che nel 1914 era di 13 miliardi – quello accumulato da tutti i governi italiani, compresi quelli regionali che avevano formato il Regno d’Italia – giunse a 94 nel 1919. In pratica, un debito capace di schiacciare per decenni sotto il suo peso insostenibile le generazioni future.
Sullo sfondo la corruzione di un sistema industriale che ha sempre vissuto all’ombra dello Stato e si è sempre avvalso della facoltà di garantirsi il controllo dei mezzi d’informazione. Sarebbe un lavoro utilissimo da fare oggi per la stampa dei nostri giorni, ma di certo sappiamo che tra il 1917 e il 1919 i nostri imprenditori ebbero mani in pasta in 221 testate locali, nazionali e straniere. Uno strumento potente di orientamento e condizionamento dell’opinione pubblica, che induceva ad applaudire o fischiare, sceglieva cosa far sapere e cosa tacere.
Fu così che, per fare un esempio,  nessuno fece caso ai cannoni dell’Ansaldo, pagati dalla Marina, e addebitati poi anche all’Esercito. Nessun giornale, del resto, pose l’accento sugli aerei Fiat Sai, totalmente inadatti al volo, origine di gravi e mortali incidenti e tuttavia regolarmente pagati. Non a caso 4 miliardi di lire erano passati dalle casse  delle aziende a quelle dei giornali.
Di tutto questo sappiamo poco e quasi mai raccontiamo la tragedia degli alpini armati con mitragliatrici Fiat raffreddate ad acqua nel gelo della Siberia. Da noi l’imprenditore è onesto per definizione e quando la sua onestà diventa debito, pagano immancabilmente i lavoratori.

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