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Posts Tagged ‘Prodi’

Sul piano delle responsabilità per il tentato omicidio del Servizio Sanitario Nazionale, Conte e i 5Stelle giungono buon ultimi. I mandanti e gli esecutori vanno ricercati tra quanti prima di loro hanno governato il Paese negli ultimi anni; gli anni dei tagli feroci e delle privatizzazioni realizzate in tandem dalla due destre che sono state al governo nei ruoli intercambiabili di maggioranza, minoranza e maggiominoranza. Un elenco lungo, nel quale figurano sia Prodi, D’Alema e Bersani, per ricordare alcuni dei leader della sedicente defunta sinistra, che Salvini, Meloni, Berlusconi e compagnia cantante, che oggi, con incredibile faccia tosta, puntano il dito su Conte, sperando di trarre vantaggi persino dalla tragedia che hanno provocato.
Il Coronavirus ci aggredisce quando la nostra spesa sanitaria in rapporto al Pil è scesa al 6,5 %, il limite oltre il quale si riduce l’aspettativa di vita. Siamo al dodicesimo posto tra i Paesi europei, abbiamo privatizzato il 30 % del settore e ridotto il personale medico e paramedico in condizioni economiche e di carriera di gran lunga peggiori rispetto a quelle del secolo scorso. Migliaia di specialisti assunti con contratti annuali, ad 80 euro lordi al giorno e prospettive di stabilizzazione che nel migliore dei casi giunge dopo 15 anni.

A mano a mano che la crisi ha cancellato dal vocabolario dei giovani la parola lavoro  e tutto è diventato precario, sulla popolazione attiva ha preso a pesare un esercito di anziani non autosufficienti. Chi lavora ormai ha sempre più difficoltà a curarli e assisterli e intanto, come dimostra Taranto, in una ideale graduatoria di valori, la salute viene molto dopo gli interessi dell’economia.
Questo vuol dire che Conti è innocente e sta gestendo al meglio, con le scarse risorse che ha, la tragedia della pandemia? No. Le cose purtroppo non  stanno affatto così. Seguendo il principio aberrante che gli interessi economici – e i privilegi dei padroni – vengono prima di ogni altra cosa, Conte e il suo governo, così attenti ai comportamenti individuali, così pronti a disegnare zone rosse, a consigliarci di “cambiare stile di vita” e ridurre al minimo i contatti fisici, hanno lasciato fuori da ogni regola un’immensa, pericolosissima zona franca: quella del lavoro che non si ferma e non è sottoposto a regole di comportamento. Cedendo così alle logiche di sfruttamento di Confindustria e Confcommercio, il governo si assume una responsabilità terribile di fronte alla storia: quella della sempre più probabile catastrofe sanitaria, che potrebbe fare strage della popolazione.
Nelle condizioni terribili in cui versa il Paese, non c’è dubbio, le regole di comportamento sono fondamentali, ma possono fare argine al contagio solo se applicate anzitutto al mondo del lavoro, che, se necessario, deve fermarsi. Qualora questo non dovesse accadere, la situazione sfuggirà dalle mani del governo e il futuro si tingerà fatalmente di nero.

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L’Italia benpensante e «progressista» crede – o finge di credere? – che Renzi sia il segretario di un partito della sinistra democratica, che l’Unione Europea sia il paradiso della democrazia e la nuova Germania un Paese che non ha più nulla da dividere con quel nazismo, che – non sarà una bestemmia ricordarlo – è parte importante della storia contemporanea tedesca, come da noi il fascismo.
Poiché dopo la guerra l’università s’è tenuto caro il corpo docente che aveva giurato in massa fedeltà al fascismo, provando addirittura a dare «fondamento scientifico» alle leggi sulla razza, il filo della cultura fascista qui da noi non s’è mai spezzato e le tesi di Ernst Nolte, uno dei massimi storici della Germania contemporanea, per il quale sarebbe un errore attribuire carattere di bontà e di giustizia a tutto ciò che si oppone al nazionalsocialismo, non  suscitarono particolare allarme. Eppure, per lo studioso tedesco – che mise in ombra lo sterminio dei comunisti e di tutti gli oppositori del nazismo – l’antisemitismo di Hitler si spiega con un presunto appoggio degli ebrei ai bolscevichi e giunge allo «sterminio etnico» come risposta allo «sterminio di classe» attuato dai sovietici. Senza la «barbarie asiatica», insomma, non ci sarebbe stato l’Olocausto e Hitler, in fondo, si sarebbe «limitato» a copiare i gulag, contrapponendo alla «ferocia» della «lotta di classe», la sua atroce «lotta di razza». Può sembrare un delirio, ma il messaggio è chiaro: il nazismo nacque per colpa dei comunisti. Non contento, lo storico tedesco riconobbe onestà intellettuale e rigore scientifico a Carlo Mattogno, maggior esponente della corrente storiografica che, senza negare la persecuzione, i lager e le sofferenze, sostiene che mancano prove dell’Olocausto. Per nulla scandalizzata, all’inizio del nostro secolo, la Germania ha poi assegnato al suo storico il «Premio Konrad Adenauer» per la scienza, la cui tesi della consequenzialità, qui da noi, aveva già trovato in De Felice il suo propagandista nelle università.
E’ difficile immaginare che sarebbe accaduto al mondo, se l’Armata Rossa non fosse giunta a Berlino e la Germania avesse conquistato la Russia, perché la storia non si fa coi se, ma non farà male a nessuno, alla vigilia di un voto sull’Europa a trazione tedesca, ricordare che con questi precedenti l’UE è giunta alla crisi Ucraina e si è prontamente impegnata a sostenere i neonazisti, come micidiale strumento di morte da usare a favore delle ambizioni della Nato e del capitalismo occidentale. E val la pena rammentare anche, agli smemorati elettori del «democratico» Renzi, che il processo di criminalizzazione del comunismo, vero pilastro della lotta al nazifascismo – di fatto, una tacita «rivalutazione» del ruolo di Hitler – è iniziato da tempo ed è perfettamente in linea con le scandalose tesi del premiato storico tedesco. Nel 2003 il vicepresidente del Partito dei Lavoratori ungherese, Attila Vajnai, fu processato per essersi presentato a una conferenza stampa con una stella rossa sul bavero della giacca. All’epoca, presidente della Commissione Europea era Romano Prodi, democratico della più bell’acqua, che col Partito di Renzi ha molto da dividere; interrogato da un europarlamentare comunista greco sul caso Vajnai, Prodi non ebbe esitazioni. Per lui, la messa al bando del Partito Comunista in un paese che entra nell’UE non può generare critiche o particolari dibattiti.
Tutto ciò, nel silenzio dei nostri ex comunisti che, passati intanto al seguito di Prodi e oggi agli ordini di Renzi, non solo non difesero la loro storia e i loro simboli, ma provarono a inventarsi un Gramsci ostile al PCI, perché non sarebbe poi facile mettere al bando un uomo della sua statura morale e la sua eredità politica e culturale. Non a caso, qui da noi, in quegli anni, presero ad impazzare, impuniti, vecchi e nuovi fascisti, si mise mano alla Costituzione e si prese a processare la Resistenza: si volevano creare condizioni adatte a una futura estensione del bando a tutti gli Stati membri dell’Unione. Erano gli anni in cui si parlava di «Costituzione Europea» e si fingeva di ignorare che l’Europa Unita aveva già avuto una sua buona legge fondamentale, approvata dal Parlamento Europeo, ma rifiutata dagli Stati Nazionali.
Alla vigilia delle elezioni europee, non sarà male ricordare gli arrestati di Budapest, colpevoli di aver mostrato un distintivo con la stella rossa alla manifestazione che si tiene ogni anno al Piazzale degli Eroi, e rammentare a Renzi e ai suoi smemorati elettori che la nostra Repubblica e l’Unione Europea non sarebbero mai nate senza il sangue versato dai partigiani comunisti e dai milioni di sovietici caduti combattendo contro i tedeschi di Hitler. Quei tedeschi che oggi riconoscono i nazisti golpisti di Kiev.
E’ vero, sì, dai tempi di Marx ed Engels la stella rossa accompagna il movimento operaio e la lotta di classe, ma proprio per questo è diventata simbolo delle conquiste dei lavoratori e di una grande stagione di lotte per il riscatto delle classi subalterne. Un simbolo di civiltà. Quella civiltà che il capitalismo, ben rappresentato da Nolte, sta cancellando dalla storia dell’Europa a trazione tedesca, facendo appello una volta ancora a svastiche naziste, alla sistematica violazione del diritto internazionale e della sbandierata autodeterminazione dei popoli.
Chi finge di ignorare tutto questo, votando il pupo fiorentino, non s’illuda di punire Stalin: darà solo una mano ai padroni del vapore che sostennero i nazifascisti. Quei nazifascisti ai quali l’Unione Europea, Merkel in testa, copre oggi le spalle a est.
E’ vero, la storia non si ripete, ma le tragedie sì. Le tragedie si ripetono.

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OveAhWIWHOZUtIc-556x313-noPadNon s’è mai vista tanta cattiva politica, quanta se ne trova nel diluvio di «tecnici» che ci piove addosso dai tempi di Monti e, a ben vedere, non dipende solo del fatto che in fondo anche un «esperto» ragiona in termini politici. E’ che, per sua natura, il predominio dei «tecnici» nella vita pubblica è un dato politico. In questo senso, il silenzio sui responsabili del ritardo con cui esce di scena la legge Calderoli ha un’evidente valenza politica, come politica è la ragione per cui ora si insiste soprattutto sulla sentenza della Consulta che non ha valore retroattivo, sulla legittimità delle Camere e la validità di norme e nomine «passate in giudicato» durante tre legislature su cui pesa l’ombra di una legge fuorilegge. Di fatto, se è vero che ai «tecnici», a torto o a ragione, può bastare questa rassicurazione, non è meno vero che una legalità così zoppicante sul piano morale a buon diritto interroga gli storici sul processo degenerativo della nostra vita politica e può sembrare ai filosofi incompatibile con l’etica repubblicana.
Si sa, la Consulta «giudica sulle controversie» e si muove, quindi, solo secondo il principio base della giurisdizione: «nemo judex sine actore». Anche qui però, chi si ferma sul dato tecnico scivola sul terreno di un’assoluzione politica fondata su una legalità priva di legittimità etica, perché non è vero che senza denunzia non ci sono reati e colpevoli. Anche a non tener conto delle risposte «tecniche» che celano fini politici – il no della Consulta al referendum sulla legge Calderoli nel 2012 – come non pensare che si faccia quadrato attorno alla «continuità dello Stato», quale che esso sia a quanto pare, solo per sfuggire a una domanda cruciale: è inevitabile che una legge elettorale, tecnicamente e moralmente oscena, condizioni per otto anni la vita politica di un Paese o, sia pure come difesa «da ultima spiaggia», la Costituzione ha in sé, un meccanismo di salvaguardia?
Il Presidente della Repubblica, in effetti, ha un potere di veto sospensivo per ragioni di legittimità, sicché, se pensa che una legge contrasti con la Costituzione di cui è supremo custode, può rinviarla alle Camere. A suo tempo Ciampi non lo fece e Napolitano s’è poi fermato alle critiche. C’è un luogo comune «tecnico», moralmente dubbio, che non ha radici nello «spirito» della Costituzione e non trova piena conferma negli Atti della Costituente. Si dice che il rinvio alle Camere sia l’ultima carta; se le Camere insistono, va promulgata. In effetti, l’Assemblea discusse con passione sulla «necessità giuridica e morale» che il Presidente rifiutasse di promulgare leggi incostituzionali e sul suo eventuale diritto di proporre azione di incostituzionalità di una legge. Nell’illusione di un contrasto tra «uomini eminenti […] sensibili ai problemi della libertà e del decoro del Paese», l’Assemblea non volle riconoscere questo diritto al Presidente della Repubblica ma gli indicò un imperativo morale. In caso di «extrema ratio», infatti, nella prospettiva storica di un conflitto di alto profilo, si disegnò una via di fuga; il rifiuto di contribuire sia formalmente «alla formazione di leggi anticostituzionali si manifesterà attraverso le dimissioni. Il Presidente aprirà la crisi e il Paese finirà per decidere attraverso le elezioni». Non si pensò – sembrò irreale – che il contrasto potesse nascere proprio su una legge che negava al Paese la facoltà di decidere come uscire dalla crisi.
All’«extrema ratio» siamo purtroppo giunti, e Napolitano avrebbe avuto motivo di manifestare il suo dissenso ultimativo, ma non l’hai mai fatto. Ha consentito a Prodi, privo di maggioranza, di tornare al governo col mandato esplicito di cambiare la legge elettorale, perché quella Calderoli era palesemente illegittima – ma la legge non è stata cambiata; ha firmato il Lodo Alfano – e la Consulta ha rimediato – e ha promulgato la riforma Gelmini che fa cartastraccia della Costituzione. Fino alla fine del suo primo mandato, si poteva pensare che, a rendere impossibile lo scontro, fosse proprio una questione tecnica dal valore profondamente politico: le dimissioni e la crisi non avrebbero risolto il problema, perché si sarebbe tornati al voto con la legge truffa. E’ venuta poi la rielezione. Un rifiuto pubblico e motivato Napolitano non l’ha opposto, non ha replicato che declinava l’offerta degli figli di una legge fuorilegge. Ha preferito farsi rieleggere, ha posto alle Camere condizioni da Repubblica presidenziale – o così o me ne vado – ma la legge non è stata cambiata e il Presidente non solo non se n’eè andato, ma ha deciso che non si vota nemmeno ora che la legge c’è, perché l’ha fatta la Consulta: la legge Calderoli senza premio di maggioranza e coi voti di preferenza.
Gli «esperti» ci rassicurano: anche se non si voterà, siamo nei confini della «legalità tecnica». Quali ombre, però, proietti tutto questo sulla nostra vita politica, sulla storia di questi anni e sul prestigio delle Istituzioni lo dicono le parole di fuoco della Costituente. Chi vuole può leggerle. Dicono che è «peggio un Presidente della Repubblica che firma una legge incostituzionale, violatrice della libertà dei cittadini, che un Presidente che si vede sconfessato dalla Corte Costituzionale. Nell’un caso si tratta di un prestigio di sostanza, storico, nell’altro caso di un prestigio che rimane nella cronaca». Meglio, quindi, «un Presidente della repubblica che si dimetta prima, denunciando Governo e maggioranza, che un Presidente costretto a dimettersi dopo». Napolitano è riuscito a fare entrambe le cose: firmare il Lodo Alfano, dichiarato poi incostituzionale, e contestare la legge elettorale senza dimettersi, come pure aveva promesso, tornando al Quirinale. Non bastasse, sostiene che le Camere venute fuori da una legge ufficialmente incostituzionale, possano, cambiare la Costituzione.
A questa singolare e terribile tragedia politica ci hanno condotto il neoliberismo e una immorale «legalità tecnica».

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Non sarà l’ultima spiaggia: il conflitto dura da troppo tempo per terminare in un giorno. Dovesse andar male, non avremo perso la guerra, ma quella che si combatterà il prossimo 26 a Bologna non è certo una battaglia locale e non riguarda le scelte di un Comune: mentre le scuole statali vivono di stenti, decidere se lo Stato e gli Enti Locali possono continuare a finanziare le scuole private, per lo più confessionali, benché la Costituzione lo vieti, farlo, per di più, con un’iniziativa promossa dal basso, nella più assoluta indifferenza della politica, che ormai non ha voce quando si tratta di valori repubblicani, è cosa che riguarda non solo chi fa scuola, ma tutto intero il Paese.
Val la pena ricordarlo, per domandarsi che senso abbia l’insolito silenzio del ciarliero Napolitano: non sa, non vuol sapere, fa Ponzio Pilato e si lava le mani? Val la pena prendere atto: si possono fare tutte le chiacchiere progressiste di questo mondo, quando però di mezzo ci sono gli interessi del Vaticano, le trincee diventano immediatamente contrapposte. Senza tentare improponibili paragoni tra Presidenti eletti e silurati dai sedicenti democratici, bisognerà pur dirlo: mai come in questo caso la distanza tra il laico Rodotà, che sta coi referendari, il silente Napolitano e il clerico-moderato Romano Prodi che si schiera col privato, si è dimostrata così incolmabile; mai l’indigenza culturale del Partito Democratico è apparsa più evidente, mai più disperata la speranza di rinnovamento di chi ha creduto nel governo Letta: la ministra Maria Chiara Carrozza si è pronunciata contro i “referendari“.
S’è fatto un gran parlare del modernissimo papa Francesco, si sono visti i nostri politici far la fila proni davanti al soglio di Pietro e sgomitare nella gara tra francescani più francescani di Francesco, e lui, Francesco, il papa della “rivoluzione delle idee“, il “rinnovatore” venuto dalla fine del mondo, c’è stato servito in tutte le salse e a tutte le ore – radio, carta stampata e telegiornali – con un intento nemmeno dissimulato: farci credere che, contro la storia e grazie alla divina Provvidenza, un “uomo nuovo” possa cambiare la natura conservatrice della Chiesa: Ecco però che, dopo il copione recitato a memoria, un dato culturale insopprimibile e profondo ha inconsciamente dettato un moto istintivo dell’animo: l’esorcismo in Piazza San Pietro. Un gesto, uno solo, ha spezzato l’incanto e rivelato l’inganno. Dietro la rivoluzione francescana c’è la Chiesa di sempre, quella con le sue scuole che continuano ad avere una visione del mondo in cui trovano posto diavoli ribelli coi forconi, il limbo e il paradiso, l’inferno e il purgatorio, la rassegnazione di chi porge l’altra guancia, piega il capo, si dichiara impotente contro il potere e attende un riscatto escatologico, il miracolo, la resurrezione, il benevolo gesto di un “potere altro” che ci “doni” la salvezza: “vade retro, Satana“.
Di questo si tratta, non della comunità del compianto Don Gallo, ma di Santa Romana Chiesa, che costrinse Galilei disperato a ritrattare, della Chiesa che torturò selvaggiamente Giordano Bruno. Di questo, di una dottrina politica che è stata ed è un pilastro della reazione, di quella Chiesa che coi soldi dello Stato, nelle sue scuole, mette al bando Darwin e sottopone la scienza e la filosofia ai principi della teologia.
E’ questo che vogliamo? Questo è scritto nella nostra Costituzione?

Uscito si “Fuoriregistro“, “Report on line” e “Liberazione” (col titolo Referendum: ancora sui finanziamenti alle scuole paritarie) il 23 maggio 2013.

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“Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola” ha dichiarato Profumo, respingendo l’accusa di aver cancellato le loro speranze, .che gli ha rivolto il prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l’ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: “La politica è orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è arrivato” e non c’è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa “necessità dei tagli” l’alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d’un tratto, s’è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio “carota – bastone” ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell’Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E’ un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del “referendum” sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l’inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle “24 ore” levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il “ministro tecnico” è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E’ del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni“. Per gli istituti “sottodimensionati” è stata “pena capitale” e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti “comprensivi” che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un’autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il “privato” e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone “a rischio” la criminalità organizzata ringraziava per l’inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un’irresistibile impennata.

In una sorta di “cupio dissolvi“, tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle “scuole viciniori” e in quanto alle “eventuali iscrizioni in eccedenza“, si pensò bene di dividerle tra “le sezioni della stessa scuola“. A parole si mise l’alt sul limite estremo di “28 unità per sezione“, ma il confine fu poi violato e saltò persino l’impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi“, fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a “sparire” i docenti. Sulla via dell’aziendalizzazione, l’8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la “domanda delle famiglie“, cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua “offerta” ai fini di un ambiguo “successo“. Il calcolo dei “crediti” giunse a coprire il rischio dell’analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla “giornata del cuore”. In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi “risparmi”, ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di “punti” per un’assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei “crediti”. Era iniziata l’età dell’oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro “ineludibile apporto” alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della “qualità” annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i “soprannumerari“, costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici “dirigenti”, nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l’inganno della sedicente “sinistra riformista”.
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di un becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E’ stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque. 

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 novembre 2012

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L’immagine dell’Italia giunta dalla Germania è un film-denuncia che dalle nostre parti non ha superato la censura. Da noi l’informazione, serva o prezzolata, tratta i tedeschi come se avesse a che fare coi nazisti della «società del crollo» nell’«ora zero», sguazza nella polemica, evoca lo spettro della “Grande Germania” e in casa nostra non guarda. Ci voleva perciò un Parlamento straniero per ricordare a un popolo di senzastoria che il 25 aprile seguì la Resistenza e si concluse a Piazzale Loreto. Se Berlusconi fu un Mussolini, anche un cieco lo vede: è lì dov’era e tiene in piedi questo governo di pedagogisti che nessuno ha eletto, ma apertamente dichiarano di voler educare il Parlamento, in nome di un decisionismo tecnocratico che fa carta straccia della Costituzione. C’è un arbitro è vero, Napolitano, ma è distratto. Dopo aver “preso a cuore” i guai di un ex ministro, accusato di falsa testimonianza, è intervenuto impropriamente su temi di stretta competenza del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, andando ben oltre i suoi poteri, poi, forte del silenzio del Parlamento, ha scatenato un putiferio contro magistrati che rischiano la pelle in trincea combattendo la mafia e s’è concentrato su una speciosa difesa delle sue prerogative.
In questo clima, Monti, uscito allo scoperto, sostiene che ha il dovere di salvare l’Italia e perciò deve anzitutto educare il Parlamento. Da qui, da quest’dea ossessiva d’una funzione pedagogica e didattica dell’azione di governo, i guai che toccano alla scuola. I tecnici, infatti, che stupidi non sono, sanno che per centrare in pieno l’obiettivo, educare e se necessario privatizzare il Parlamento, bisogna disarticolare le strutture che educano il cittadino. Scuola e università in altre parole, sono il vero macigno da rimuovere, poi la strada sarà tutta in discesa.
Si spiegano così le tappe forzate di un’aziendalizzazione del mondo della formazione, che parte dalla scuola e mira all’università. E’ vero, qualcuno in modo flebile e tardivo prova a resistere ma, tutto è abilmente coperto dal taglio ai diritti contrabbandato per riforme, dal polverone levato ad arte attorno a micidiali manovre, imbellettate d’inglese à la page e presentate come spending review. Nel silenzio delle Camere che mostrano ormai segni di assuefazione alla pedagogia di Monti, la proposta Aprea, tenuta in serbo dopo mille bufere, nei convulsi passaggi Prodi-Berlusconi Monti, è giunta con Profumo in vista del traguardo. Mentre l’accademia s’attarda in calcoli di bottega e a un fronte comune con la scuola ci pensano in pochi, i colpi partono duri come mazzate e vanno tutti a segno. L’aumento delle contribuzioni studentesche, manda in soffitta il diritto allo studio e mette alla porta i figli della povera gente per farne – nella migliore delle ipotesi – lavoratori rasseganti e docile bestiame votante. In quanto alla scuola statale, prima è diventata genericamente pubblica, poi è stata tramortita dall’autonomia squattrinata e dal “privato paritario” di Berlinguer. Il resto l’hanno fatto la crociata della Moratti per spostare risorse dello Stato al privato e il “giravite” sabotatore del cattolico Fioroni. Contro la Gelmini la battaglia campale l’hanno data da soli gli studenti; i docenti erano a casa, la società civile alle prese con l’immancabile colpo di sonno dei momenti decisivi e a chi diceva che, fabbrica o scuola, la guerra è proprio la stessa, s’è dato del demente. Ormai la logica di mercato portata nelle scuola e l’educazione alla democrazia che Monti propone agli scandalizzati tedeschi hanno davanti un’autostrada.
Ne abbiamo viste tante: il maestro unico e prevalente, il tempo scuola confuso col tempo pieno, il dirigente scolastico che non sa di scuola ma è bravo perché batte la concorrenza vendendo fumo, ma stavolta siamo al dunque e non serve nemmeno la foglia di fico dell’«Europa che ce lo chiede». L’Europa, anzi, ci mette in guardia: l’Italia ha un grave problema di democrazia. Però pare tardi.
Ora che l’autonomia è ridotta all’autogoverno della miseria materiale e dell’indigenza culturale e l’inevitabile crisi del sistema formativo agevola processi di disgregazione, indebolendo la tenuta democratica della repubblica, ora si ufficializza un’aziendalizzazione pensata ben prima della crisi, che non ha cause economiche e mira a colpire la scuola come presidio di democrazia. E’ per questo che si svuotano di contenuti la facoltà d’intervento concreto di docenti e studenti nella vita delle istituzioni scolastiche, per questo che si ragiona di governance garantendo poteri straordinari ai dirigenti scolastici, con l’apporto di privati e sponsor, di fronte a corpi docenti frantumanti, divisi in fasce e spinti alla solita guerra tra morti di fame: io ti “valuto”, tu ci perdi. Diventata azienda, la scuola garantirà la linea “educativa” della “proprietà”. Come accade in tutte le aziende degne di questo nome.
Il risparmio, insomma, si fa sui diritti e passerà: in questo contesto nasce storicamente ogni tragedia politica. L’esito sarà violento? Impossibile dirlo, però m’hanno colpito le parole d’un libro che ho appena recensito: “la violenza è già in campo. E’ quella di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti”*.

* AA.VV., Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012 e sul “Manifesto”, col titolo Italia di incapaci, Monti pedagogista, l’11 settembre 2012

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Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.

Mentre lo sfruttamento cresce, il razzismo dilaga, la scuola affonda, l’università agonizza e i giovani non trovano lavoro, la successione dei fatti è oscena, cupa e raggelante. Ammutoliti Bondi e Bonaiuti, Capezzone tartaglia, come un guitto che non ricorda la parte, e la Brambilla, l’equivalente meneghino del “signor nessuno“, turista della politica e ministra del turismo, persa la testa, si scatena contro il palio di Siena, consegnando la città al nemico. La barca fa acqua da ogni parte e il motore s’inceppa. Se il livore non accecasse il signor “ghe pensi mi!”, Feltri e Belpietro, che non brillano per acume, ma sono furbi scherani, terrebbero in prima pagina le previsioni del tempo, ma l’ordine è tassativo: “trattamento Boffo”. Il conto però non torna, risulta sbagliato, e il fango misteriosamente cresce nell’impatto e poi rimbalza: uno schizzo colpisce Chiara Moroni e diventa valanga, sommergendo Berlusconi; un altro s’avventura su Fini, ma si fa diluvio e affonda nella melma i colonnelli disertori Gasparri e Larussa.

Come cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al “porcello”, la legge elettorale sulla quale pesa come un macigno il giudizio dell’autore, Calderoli, fascioleghista d’origine controllata, che il 18 marzo del 2006, con imprudenza pari all’arroganza, confessò scioccamente alla “Stampa”: è una porcata, “io la chiamavo affettuosamente Porcellum. La Lega merita fiducia: trasformista per vocazione, nel 1994 piantò in asso l’amico Berlusconi e lo mandò gambe all’aria. Presto finì pezzente, rischiò di sparire e, cenere in testa, si presentò a Canossa. Gente d’onore, insomma, che sputa su Roma ladrona e sui meridionali, ma prende i soldi dello stipendio dalle tasse che pagano i “terroni” e s’è specializzata in suinate. L’ultima, in ordine di tempo, la Lega di Calderoli l’ha realizzata sostenendo i furbastri delle quote latte e costringendo la gente onesta a pagare miliardi di multe di elettori leghisti.

In che spera la cozza? Anzitutto in un meccanismo elettorale misto, in una manomissione della rappresentanza politica, caratteristica dei sistemi maggioritarî, che non rispecchiano nelle Assemblee elettive i rapporti di forza reali tra i partiti e ignorano le voci e i temi delle relazioni tra le classi sociali, e poi, in quell’imbroglio chiamato premio di maggioranza, che si giustifica con la foglia  di fico d’una promessa: stabilità politica e “governabilità”. Un inganno che non ha mai evitato la frammentazione, ha regalato il Paese a minoranze raffazzonate e pronte alla rissa. Per questo si sono creati i due sedicenti “grandi partiti” – il PD e il PDL – enormi recipienti vuoti in cui si raccolgono, a seconda degli interessi di questo o quel leader e gruppo di potere, aggregazioni disomogenee, che hanno diversa radice storica e culturale e formano articolazioni non solo molto diversificate, ma pronte alla contesa. E’ andata così con Prodi, così va col sedicente “leader maximo”.

La cozza, sostenuta da uno statista come Bossi, suscitando omeriche risate tra chi sa leggere, scrivere e far di conto, sostiene che il premier l’ha scelto il popolo, ma il “legame” tra partiti e preteso leader di una pretesa coalizione è solo virtuale: nessuno può impedire a nessuno di cambiare casacca e, in ogni caso, la repubblica presidenziale esiste solo nella testa malata di sparute pattuglie di illustri sconosciuti che, a titolo puramente personale e da nessuno mai eletti, si occupano di riforme nella spappolata maggioranza. Piaccia o meno agli storici alla Quagliarello, la Costituzione disegna il quadro di una repubblica parlamentare. E, d’altra parte, come parlare di voto, se è impossibile esprimere preferenze, se Calderoli e il porcellum hanno vergognosamente silurato la Costituzione e il parlamentare non sarà eletto dal “popolo sovrano”, come  rappresentante di sensibilità e interessi di pezzi di società, ma solo per giochi di potere e scelte del “palazzo”?

Il porcellum è un crimine. Ad esso, ridotti alla disperazione, la cozza e i suoi accoliti si aggrappano per imporre ancora una volta uno stravolgimento delle regole fondanti, per poter ancora distorcere l’articolo 49 della Costituzione, per il quale i cittadini sono i soggetti imprescindibili della vita politica e i partiti semplici strumenti di una partecipazione organizzata. Votare con questa legge criminale vorrebbe dire violare ancora una vota gli articoli 56  e 57 della Carta costituzionale, per i quali l’elezione delle Camere – deputati e senatori – è conseguenza di un voto espresso dai cittadini “a suffragio universale e diretto”. Testuale.

L’analfabetismo di ritorno, che è la principale caratteristica dell’attuale classe dirigente, impedisce alle cozze e agli scogli che hanno sconvolto le aule parlamentari che qualcuno ne faccia cenno, ma alla pagina 441 degli Atti della Costituente è riportato l’ordine del giorno Ruini, approvato dall’Assemblea Costituente, che suona oggi come un severo monito della storia: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.

Nemmeno nel peggiore degli incubi Ruini avrebbe immaginato che a poco più di settant’anni, una legge “porcata” avrebbe espropriato i cittadini dell’espressione diretta del suffragio, per consentire la sopravvivenza d’una cozza avvinghiata allo scoglio del potere. Tocca a noi dire no a questo sconcio e se Bossi dovesse provare a suonare le trombe, faremo in modo che diventi sordo al suono delle nostre campane.

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