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Posts Tagged ‘Preti’

Intervistato nel 1971, Nenni non ebbe dubbi: “Ho vi­sto crescere sotto i miei occhi ben tre generazioni, […] ora mi accingo a vedere quella dei miei pronipoti. Guardandoli penso: non so­no stati inutili questi decenni di lotta, oggi si sta tanto meglio di quanto si stesse ai tempi miei. Sì: la vita è infinitamente meno dura, oggi. Non c’è paragone col mondo in cui erano na­ti mio padre e mio nonno”.
La citazione è lunga, ma il sottosegretario Paolillo onnipresente ospite televisivo, pronto a metter mano allo Statuto dei Lavoratori, la merita; di socialisti straparla, ma pare ignorare ciò che pensava Nenni e quanto presto si capì che squilibri gravi e costosi si facevano strada, con il carico doloroso di nuove marginalità, nuovi stenti e un capitalismo animato dalle peggiori scelte ideologiche.
In termini assoluti il miglioramento c’era stato, lo coglievano gli anziani se ricordavano l’alimentazione da fame, di classe, uniforme e malaticcia del Sud e di rare terre del Nord; per il resto, era chiaro che sviluppo e spostamento nelle città creavano bisogni nuovi e non me­no immediati: la casa, anzitutto, poi i beni di consumo legati all’urbanizzazione e alla produzione come elettrodomestici, automobile e televisore. All’alba degli anni Settanta, De Rita, con una sintesi felice, spiegò che la domanda di beni sociali riconduceva a “bisogni collettivi”: casa, servizi, trasporti. In poche parole, diritti e democrazia. Quando si dice che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità è questo che si pone in discussione: diritti e democrazia. Una filosofia della storia e una storia di lotte, di costi e di sacrifici. Tutti a carico dei lavoratori, tutti contro una ottusa e statica modalità di intervento, che oggi trova il contraltare nella “dinamica” e disumana flessibilità. Sono i limiti del “miracolo economico”, non il tenore alto di vita dei lavoratori, il punto di frattura sociale ed economico da cui partire per capire la crisi e le soluzioni da ricercare. Le voci critiche – un economista non può ignorarlo – si fecero sentire, ma ebbero contro tragiche buffonate, come il governo Tambroni e il goffo tentativo di un gollismo tutto tecnocrazia autoritaria e potere di notabili, cui seguirono minacce di golpe del peggior capitalismo d’Occidente. Atterrita dall’autunno caldo e dall’esplosione della contestazione, la reazione puntò sin da allora alla creazione di un esercito di riserva. E’ in quegli anni – e a partire da quegli anni – che si discute di “età opulenta”, da quando il “miracolo economico” ci ha condotti a fare i conti con gli “occupati precari”. L’economia che non sa di storia e sociologia del lavoro può chinarsi alla bibbia liberista, ma non siamo nati ieri: Scalfari, disegnando una mappa del potere in Italia, nel settembre del ‘69 scriveva già di un Autunno del­la Repubblica. Preti parlò di Italia malata  nel ‘72, e La Caporetto economica di La Malfa risale al ‘74, quando Rosario Romeo parlava da tempo di “soluzione dei problemi del paese in chiave di riformismo demo­cratico nel quadro di una società libera […] con carattere alternativo […] al mero immobilismo conservatore”.
Il fantasma di un incompiuto “sviluppo europeo”, di una fragilità economica mai superata, di una moderniz­zazione insidiata dalla re­cessione non lo scopriamo ora. Sylos Labini nel ’75 fu chiarissimo: un terzo della popolazione era povero, ma gli facevano da contraltare due terzi in cima alla scala sociale: uno, quello medio, faceva da scudo al ceto medio-alto con un’aliquota che si arricchiva fortemente ed era chiusa e selezionata. Era lì che si produceva e si produce debito e si immiseriscono i ceti sottostanti. La linea riformista e, quindi, lo Statuto dei lavoratori, mediava il conflitto. Bene o male, è andata così sinora. Questo governo che spalleggia la “società opulenta” non salva l’Italia. Dimezza il peso e il valore della democrazia e riproduce un’atmosfera sociale “chiusa” da anni cinquanta. Si apre così una fase di scontro sociale che è il vero salto nel buio.

Uscito sul Manifesto il 7 gennaio 2012 col titolo Lo satuto dei lavoratori e i nipotini di Nenni

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