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Posts Tagged ‘Presidente della Repubblica’

downloadIl circo mediatico comincia a suonare la grancassa: nomi, titoli, carriere e mezze verità. Si comincia con un campione della gerontocrazia, un vecchio arnese democristiano, che ha mille responsabilità nello sfascio del paese e un unico merito: ha contrastato Berlusconi, col quale, però, firma patti di alleanza proprio il pupo fiorentino che lo candida.
Vogliamo dirlo chiaro? Nessuna persona perbene, tirata per i capelli in questo grumo purulento, accetterebbe il voto di una banda di nominati, accampati in Parlamento grazie a una legge illegale. Chiunque prenderà il posto di Napolitano, senza dichiarare in anticipo la decisione di sciogliere le Camere che oseranno eleggerlo, sarà un presidente moralmente e politicamente illegittimo.

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catilin3Costituzione della Repubblica
Articolo 87:

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Che significa? Anzitutto questo: il Presidente della Repubblica non c’entra con l’attività del governo, con la polemica politica tra maggioranza e opposizione parlamentare e meno che mai con le lotte interne ai partiti tra gruppi di minoranza e forze che sostengono un segretario, nemmeno se quest’ultimo è anche Presidente del Consiglio. Il Capo dello Stato, per usare le parole di Meuccio Ruini, Presidente della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale, “rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze”. Egli, quindi, non può assolutamente entrare nel merito della battaglia politica che si svolge in Parlamento e meno che mia intervenire a favore delle posizioni sostenute dal governo e contrastate dalla opposizioni. Egli è e deve restare “arbitro” imparziale e custode della Costituzione, al di sopra delle contese politiche. L’Assemblea Costituente chiarì senza ombra di dubbi che nei suoi “messaggi alle Camere” egli non può indicare gli argomenti più importanti che interessano il Paese, come accade negli Stati Uniti. Non può perché l’Italia è una repubblica parlamentare. Egli ha diritto di rivolgere alle Camere parole pacificatrici e rasserenatrici senza prendere però posizione per questa o quella parte. Quando, in questi giorni, ha osato chiedere senza alcuna prudenza istituzionale “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”, quando si è brutalmente inserito nel dibattito politico sull’articolo 18, affermando che “dobbiamo rinnovare decisamente istituzioni, strutture sociali, comportamenti collettivi”, perché, secondo lui, “non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”,  Giorgio Napolitano ha superato il segno. Egli ha smesso di essere arbitro imparziale e ha assunto un ruolo di sostegno sia alla maggioranza di governo contro l’opposizione, che a quella interna al PD in lotta con la minoranza sul tema della riforma del mercato del lavoro.
A questo punto è inutile che intervengano i soliti avvocati delle cause perse: quest’uomo non è più il garante della Costituzione repubblicana, ma un pericolo grave per la vita della repubblica e della democrazia. O si dimette immediatamente o dovrà rassegnarsi al motivato e giusto disprezzo di chi, a cominciare da me, scriverà che è un traditore senza temere l’accusa di vilipendio, perché vilipesa è la Costituzione che Napolitano avrebbe il dovere di tutelare e invece calpesta.

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rep4[1]La Costituente si affidò a un principio che Meuccio Ruini, «Presidente della Commissione dei 75», fissò con chiarezza: «La sovranità spetta tutta al popolo, […] l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola». Anticipando il primo articolo di quella che sarebbe poi diventata le legge fondamentale dello Stato, Ruini ancorava il futuro a una dato di fatto vincolante per le Camere, il Governo e il Presidente della Repubblica e fissava il confine tra la loro autonomia e il tradimento.
L’Assemblea, eletta a suffragio universale – per la prima volta avevano votato anche le donne –riflettendo sull’ordinamento della Repubblica, escluse il regime presidenziale per «il temuto spettro del cesarismo» e, chiarì Ruini, «per il convincimento (e noi non dobbiamo abbandonarlo, ma valorizzarlo,) che il Governo di Gabinetto abbia diretta radice nella fiducia parlamentare». Poiché l’Assemblea approvò, il monito – «noi non dobbiamo abbandonarlo» – appare eticamente vincolate e particolarmente attuale in questi anni di estrema personalizzazione della politica.
La scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento. Che guitti e ciarlatani, animatori di salotti televisivi, ignorino tutto questo, è scandaloso, ma si tratta di malcostume. Va oltre lo scandalo – riguarda la tenuta delle Istituzioni e la fedeltà degli uomini che le rappresentano – la riforma della Costituzione proposta da Letta con un percorso così estraneo ai valori della Costituente, da ignorare persino le regole che essa fissò per la revisione della nostra legge fondamentale. Un progetto agevolato dal complice e insolito silenzio di un Presidente della Repubblica, abituato a parlare anche quando sarebbe meglio tacere, come ha appena fatto, inserendosi nel dibattito sugli F35.
Napolitano può fare ciò che vuole del suo tempo e nulla vieta che esamini «i principali scenari di crisi e l’andamento delle missioni internazionali», come ricorda il comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa. E’ quantomeno singolare, tuttavia, che egli lo faccia «in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell’anno». Singolare perché il Decreto non c’è e se ci sarà, potrà cadere in Parlamento senza che le Camere debbano tener conto di “esami preventivi” di ministri, generali e ammiragli del Consiglio Supremo di Difesa. In quanto a Letta, se l’acquisto di cacciabombardieri F35, contestato da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è essenziale per la realizzazione della politica del Governo, i casi sono due e in entrambi Napolitano e il Consiglio Supremo della Difesa non contano un bel nulla: o rinuncia, o si scontra col Parlamento. Se è vero che «in regime parlamentare l’arbitro e il disciplinatore dell’attività legislativa è il governo», come chiarì Mortati alla Costituente, non meno vero è che, «dovendo curare il costante mantenimento della fiducia da cui deriva la sua investitura», Letta ha una sola via costituzionalmente corretta per uscire da un eventuale dissidio – Mortati la indicò all’Assemblea ottenendo l’approvazione – e Napolitano e i generali non c’entrano: «il Governo porrà la questione di fiducia» e se la «sfiducia comporterà una crisi», a quel punto, solo a quel punto, il Presidente entrerà in gioco e deciderà il da farsi. Il Consiglio Supremo, no. generali e ammiragli dovranno continuare a tenere chiuso il becco.
E’ bene dirlo chiaro. Quando Napolitano afferma che il ruolo costituzionale «del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo», dimentica che le questioni relative alla difesa e alla politica estera e militare si decidono sulla base di direttive generali che riguardano unicamente Governo e Parlamento e sono vincolanti per il Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo di Difesa svolge attività consultive in tema di piani strategici e difesa dei confini, entro i quali ha un senso costituzionale l’attività delle forze armate di un Paese che ripudia la guerra. Il Consiglio non decide di sé, non risponde al modello della “via di fatto”, non modifica gli equilibri nei rapporti di forza tra poteri dello Stato e sarebbe bene che i contenuti, verbalizzati, fossero resi note al Parlamento in tempi più o meno reali. Napolitano non ha diritto di vincolare il Governo alle valutazioni di un organo consultivo, tutto sommato tecnico, che peraltro presiede, né può attribuire a quelle opinioni il valore di decisioni che si impongono al Parlamento. Meno che mai può pensare, Napolitano, che il suo Consiglio Supremo possa dirci come si attua la legge 244/2012 e se «debba riflettere indirizzi strategici e linee di sviluppo delle capacità e delle strutture coerenti con le sfide, i rischi e le minacce che il contesto globale […] prospetta per il nostro Paese e per la Comunità Internazionale”. E’ compito del Governo, sempre che il Parlamento non decida di sfiduciarlo perché sperpera miliardi, mentre la disoccupazione devasta la coesione sociale, i lavoratori stentano e i giovani sono in ginocchio. Quel Parlamento, che, Napolitano farebbe bene a ricordarlo, per alto tradimento o attentato alla Costituzione, mette il Presidente della Repubblica «sotto accusa […] in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri».

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Parliamo di fatti. C’è un testimone reticente su un tema che scotta: una trattativa tra Stato e cupola mafiosa. Detto in parole povere, c’è un ex ministro sospettato di coprire un reato abietto come il tradimento. Saremo tutti garantisti, l’indagato sarà certo innocente e prosciolto in istruttoria, ma il fatto per ora esiste e non si può cancellarlo. Non bastasse, c’è un Presidente della Repubblica che col testimone reticente interloquisce e, da lui sollecitato, interviene, benché si tratti di una faccenda estremamente grave. Vera o presunta, si vedrà, ma per ora si indaga. E’ un fatto anche questo.

Giorgio Napolitano può sollevare tutti i conflitti di attribuzione che vuole, i fatti ci sono davanti, pesano come macigni e parlano chiaro. Il Presidente della Repubblica non avrebbe mai dovuto ascoltare un testimone indagato e la sola legittima risposta che gli toccava dare era un no secco, deciso e irrevocabile: no, io e te non abbiamo nulla da dirci e non voglio, non posso e non devo parlare con te di una gravissima vicenda giudiziaria che ti riguarda. Tu, che sei indagato, parla coi magistrati e dimostra che sei innocente. E’ con loro che devi parlare.

Non importa nulla a nessuno di una telefonata raccolta per caso in cui compare inopinatamente Napolitano. Il problema è morale: importa che tutto questo è accaduto e che la risposta legittima Napolitano non l’ha data. I cittadini onesti si aspettano che un Presidente della Repubblica rifiuti ogni contatto con un testimone reticente su fatti così gravi e si mostri solidale con i magistrati, invitandoli a non fermarsi e a cercare coraggiosamente la verità. Napolitano non l’ha fatto e nessuno perciò può scandalizzarsi se un sospetto si fa strada e una domanda chieda risposta: come fa a non capire, Napolitano, che il suo conflitto d’attribuzione sembra solo la maschera del potere, con la sua desolante miseria morale?

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 luglio 2012

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Un Paese normale lo dimetterebbe.

Un Paese normale si troverebbe di fronte all’aut-aut del Presidente della Repubblica: o se ne va lui o me ne vado io.

Un Paese normale avrebbe maggioranza e opposizione in rivolta.

Un Paese normale avrebbe processato il ministro dell’Interno dopo il luglio 2001.

Un Paese normale assedierebbe il Parlamento.

Un Paese normale urlerebbe così forte, da farsi sentire persino dal padreterno:

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Un Paese normale?

Ma l’Italia non è un Paese normale…

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Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono anche capire: l’ei s’è illuso.
Un governo formato da ministri evanescenti, l’acquiescenza dell’opposizione, un Parlamento costruito su misura da una legge elettorale liberticida, un Presidente della Repubblica che non ha la tempra del combattente, il dominio pressoché incontrastato su giornali e televisioni, il momentaneo consenso di larghi strati della popolazione, stanca della politica e intossicata dalla spazzatura televisiva: ce n’era a sufficienza per ritenere di avere in pugno il Paese. Ci ha creduto, dott. Berlusconi e per mesi non s’è accorto che, ingannando la gente, lei ingannava se stesso. “Qualunque grandezza – insegna Montesquieu – qualunque forza, qualunque potenza è relativa. Bisogna far ben attenzione che cercando d’aumentare la grandezza reale non si diminuisca la grandezza relativa“.
Mi creda, dott. Berlusconi, la mediocrità di cui si circondano i capi assoluti sfalsa irrimediabilmente la realtà e, vecchio com’è, per quanto messo a nuovo più volte dai miliardi spesi in plastica e chirurghi, lei s’è trovato a far i conti col rapporto difficile che alla sua età si instaura spesso tra miopia e presbiopia; tutto le si è così confuso davanti, quando ha provato a guardare da vicino, e poco o nulla ha potuto vedere quando gli occhi hanno cercato la verità complessiva oltre la punta del suo naso. Ubriacato dall’ubriacatura del Paese, fuorviato dalle veline abilmente confezionate per Vespa e compagni, lei ha cominciato a credere che l’Italia fosse davvero quella che le raccontano Bondi e Cicchitto.
Quando la verità, che nulla ha da spartire coi sondaggi, è venuta a bussare fino ad Arcore, dove ha sede la repubblica dei sogni, il risveglio è stato terribilmente brusco: i giudici, che credeva schiacciati dalle intemerate del suo Alfano, sono in rivolta e la Corte Costituzionale ha buttato giù in un sol colpo il castello di carta che doveva sottrarla al legittimo giudizio della Magistratura. Il tremito che da un po’ le agita impercettibile la mano, ha avuto episodi convulsi e un’ansia senza nome ha preso a divorarla. Come non bastasse, tesori di deferenza e miracoli fiscali assicurati alla Chiesa non sono bastati a piegare i cattolici militanti e invano il papa tedesco ha sconfessato la sua stessa stampa. Come un tarlo micidiale che scava e rode senza mai fermarsi, “Famiglia Cristiana” è giunta ad evocare il fantasma di quel fascismo che l’otto settembre Ignazio La Russa, uno che di Istituzioni Repubblicane capisce quanto lei – ha portato sugli scudi sino al Milite Ignoto.
Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono davvero capire e ci sono giorni in cui fa persino pena vederla recitare, come un disco incantato, la cantilena dei comunisti che le fanno la guerra. E’ vero, Bondi e Cicchitto continuano a raccontarle un’Italia che esiste solo nei suoi sogni e, tuttavia, più il tempo passa, più tutto diventa un incubo e i comunisti che si era inventati crescono come funghi, sembrano in ogni dove e più la sua polizia li manganella, più il Paese si scuote.
Consigliato male da uomini d’azienda, eroi da burletta abituati ad esercitare potere senza contraddittorio, a vincere col ricatto del licenziamento una guerra che non combattono mai, lei s’è avventurato su un campo minato e, ad ogni passo che muove, dentro le cresce la paura. Trema ogni giorno di più, presa da un’ira impotente, la sua bella voce padronale e invano Feltri e Belpietro intossicano l’aria. Lei non può non vederle le piazze, le famiglie, gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori, i precari, in una parola il Paese vero, che si levano sdegnati dalla Sicilia alle Alpi, emergono dal suo difficile rapporto tra miopia e presbiopia, tagliano a fette la nebbia dei sogni di Bondi e Cicchitto e la raggiungono ovunque, la incalzano e le fanno paura. Lei, dott. Berlusconi, pallido, teso, sfida il Paese che pretende di governare e, usando Bossi, suo squallido proconsole, minaccia di ricorrere alla forza. Può farlo signor capo del peggior governo della nostra storia. Nessuno può impedirglielo. E’ un dramma antico quello che lei vive. Antico e tragico. Contro la paura dei diritti rivendicati dalla ragione, ogni anima autoritaria cerca tremando rifugio nella forza. E, tuttavia, più ne fa uso, più suscita coraggio. E più coraggio gli si para avanti, più dentro gli cresce la paura. Faccia, dott. Berlusconi. E’ una condanna che non può evitare. Noi questa storia la conosciamo bene e gliela raccontiamo con poche parole che hanno la forza devastante di un uragano: lei lo sa, non vinceremo subito, ma vinceremo.

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