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Posts Tagged ‘precari’

Michele Giraudo non sapeva molto di nulla e conosceva poco di quasi tutto ma, dopo anni di catena di montaggio, nessuno gli dava torto quando sosteneva che ormai l’unico modello di successo prodotto dalla Fiat, era la confusione.
Ma quella non fa concorrenza! commentava.
Da tempo i discorsi di padroni e politici gli parevano tutti uguali e non li capiva. e, in quanto ai sindacalisti, se qualcuno glieli nominava allargava le braccia sconsolato:
Chi li capisce è bravo! Ripeteva. E peli sulla lingua non ne aveva. Per lui, dietro i toni polemici, i gesti teatrali e le reazioni sempre più scomposte, c’erano disaccordi che non capiva.
Qui del lavoro non interessa niente più a nessuno. Che pensa il padrone? Che dicono gli imprenditori? Di questo si tratta. E noi? Noi che pensiamo? Noi stiamo con le armi in mano, ma io sparo a te e tu a me. Uno trova disastrosa la strada che l’altro ritiene miracolosa. Il muro contro muro lo fanno tra loro i sindacati, la lotta ce la facciamo tra noi e così dividiamo i lavoratori.
E come dargli torto? Non s’erano mai visti tanti licenziamenti e la situazione si faceva di giorno in giorno più confusa.
E’ un gioco al massacro. Prima dicevi prete, soldato, pacifista, e sapevi bene di cosa parlavi. Ora no. Ora i preti sono per la guerra perché con quella si fa la pace e i pacifisti collaborano coi militari armati sino ai denti, ma non vogliono sentir parlare di guerra. Loro sono solo “operatori di pace”.
Chi? gli domandava Luigi, un giovane operaio meridionale che non sempre lo seguiva nelle sue sfuriate in stretto torinese, ma aveva un fiducia sconfinata nel “compagno Michele” che in assemblea non la faceva buona a nessuno. E Michele gli rispondeva con sperimentata pazienza, anche se uno più pronto di Luigi gli avrebbe visto negli occhi un malcelato lampo di compatimento:
Soldati e pacifisti. Poi scuoteva la testa tonda, folta, bruna e arruffata, e sembrava dire: che vuoi che ti dica? Ecco qua, sei uno dei migliori prodotti dell’ultimo modello Fiat. Così va il mondo ormai. La scuola s’è sfasciata davvero e qui, in fabbrica, la cultura operaia sta scomparendo.
Di una cosa era esperto, Michele, e ne sapeva più dei centomila “esperti” che ogni sera si accapigliavano in questo o quell’angolo del “piccolo schermo”, discutendo del “bene del paese”, che, urlavano tutti, dandosi sulla voce, “è il bene più prezioso dell’operaio e dell’azienda”. Una cosa conosceva bene: “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” – come diceva, ironico e tagliente, quasi sillabando – visto però dalla parte di chi è sfruttato, non da quella dell’intellettuale che fa la teoria.
Te li raccomando gli intellettuali, Luigi. Brutta razza, dammi retta, Tienili alla larga.
Ma ora sono diventati “lavoratori della cultura”, non l’hai visto come difendono a scuola dello Stato? replicava Luigi sconcertato, ma a Michele le chiacchiere non piacevano e c’era una questione di solidarietà che lo mandava in bestia:
Già, lavoratori! – esclamava. Un attimo, poi esplodeva: ma la Gelmini ha licenziato centomila precari e che hanno fatto? Tu li hai sentiti parlare?
Beh, onestamente no…
E non li sentirai, sta tranquillo.
Luigi, giovane com’era, conosceva solo il “sindacato dei servizi” e di lotte non capiva nulla, ma il sangue nelle vene ce l’aveva, perciò stringeva occhi e labbra in un moto di genuino disgusto e, senza nemmeno sapere il perché, ritornava al punto centrale della questione:
Se tutti vogliono questo benedetto bene nostro, sbottava esasperato, perché non si trova mai la via che mette tutti d’accordo una volta e per sempre?
Perché? – replicava Michele, senza pensarci su – Perché è sbagliato il punto di partenza. Non sta in piedi questa teoria. Chi l’ha detto che il bene dell’operaio è sempre uguale a quello dell’azienda? Così hai voglia di cercarla una via che unisce. Non la trovi. Senza lottare per conquistare e difendere diritti, gli operai devono rassegnarsi: per stare bene, non solo devono vivere peggio dei padroni, ma devono riconoscere che meglio di questo “peggio” non potranno mai stare, anzi, se così peggio non basta, c’è il peggio del peggio. Questo è il mercato.
E allora che dobbiamo fare? Rispondeva Luigi intimorito ed eccitato.
Stare insieme, lottare e, se necessario, ribellarsi, caro Luigi. Ribellarsi. Quando non se ne può più, quando ti vogliono togliere tutto, anche la dignità, allora devi dire basta. Facci caso: quando si parla del bene dei lavoratori, la parola tocca a tutti. Parlano cani e porci ma l’operaio no, l’operaio non l’ascolta nessuno.
Luigi annuiva sconsolato, mentre guardava il compagno con evidente ammirazione. Col nonno e col padre, per tre generazioni, la sua famiglia, era stata alla Fiat. Il nonno era entrato al Lingotto sin dai tempi di Ugo Gobbato e c’era rimasto fino al 1939, quando era stato mandato a Mirafiori, Luigi l’aveva sentito mille volte raccontare la storia di quegli anni alla Fiat: era come parlassero assieme migliaia di operai.
Altro che operai fascisti, diceva Michele. queste cazzate le dicono i compagni intellettuali, che attaccano il somaro al carro del padrone. Qui, a Mirafiori, il 15 maggio del ‘39 venne Mussolini in persona per l’inaugurazione. I capoccioni del sindacato fascista gli avevano assicurato il trionfo, ma si trovò di fronte una massa di lavoratori muti. Fece domande, parlò agli operai, chiese risposte, ma niente. Gelo e silenzio: su molte migliaia di presenti, risposero solo quattro gatti. No, no, niente fascismo da noi.
Niente?
Niente, tranne i capi, i dirigenti e poche centinaia di scemi e venduti che si trovano in ogni tempo e in ogni paese.
Potresti fare il professore di storia, diceva talvolta Luigi e non aveva torto. Ma Michele, come sempre, era amaro e tagliente:
No, no. Agli studenti parlano i professori di storia, i compagni “lavoratori della cultura”, come li chiami tu, quelli che a Mirafiori gridavano viva il Duce e quando cadde il fascismo diventarono tutti socialisti e comunisti. La fabbrica è nostra, Luigi. Quelli come mio nonno lo sapevano bene ed erano pronti a lottare. Noi, no, noi non abbiamo più memoria, ce ne siamo dimenticati e questi qua ci fregano. Noi abbiamo detto no al fascismo dei padroni, noi abbiamo fatto gli scioperi nel ‘43. Noi siamo andati in montagna a fare i partigiani a difendere le fabbriche e a sabotare la produzione e dopo tutto questo ci hanno schedati tutti, ci hanno messo in galera e perseguitato peggio dei fascisti.

La sua cultura, Michele se l’era costruita così, legando il filo della sua esperienza di vita ai ricordi, ai racconti, ai mille piccoli e grandi fatti appresi dal nonno e dal padre. Questo per anni era stato il merito suo vero, quello che gli aveva conquistato la stima e la fiducia dei compagni. Michele ricordava e pazienza se nessuno gli dava la parola. La difendeva come poteva, la memoria, fuori del piccolo rettangolo luminoso da cui era escluso, la “memoria storica” della grande fabbrica italiana di automobili.
Grosso e tozzo, come viene su chi non conosce palestre e s’è abbrutito precocemente nella fatica, Michele portava con sé quel miracolo di scienza comune che era allo stesso tempo vicenda personale ed esperienza collettiva. Quando si discuteva, le sue parole avevano i tratti semplici della storia popolare che non sa di lucerna, non si scrive nel chiuso delle biblioteche o nella polvere degli archivi, non s’insegna e non s’insegnerà mai nelle scuole della repubblica, ma s’è trasmessa per cento e più anni di generazione in generazione, seguendo il filo rosso della fatica, delle lotte feroci e delle nobili speranze, sempre più spesso liquidate in tre paragrafi asciutti e reticenti in manuali di storia buoni per coprire di motivi nobili, gli ignobili interessi e le passioni inconfessabili che stanno dietro la sequela noiosa delle date, delle guerre e dei trattati. Dietro la storia dei padroni che cancella la vicenda umana.
Di questo, anche di questo Michele era in grado di discutere. Che i libri di storia stessero cambiando, non poteva saperlo, ma capiva bene ch’era cambiato il mondo e non era solo geloso custode dei sui ricordi. Per lui, ogni occasione era buona per raccontare.
E’ una ricchezza anche questa, gli aveva detto più volte il padre quando s’era accorto della fine precoce che lo sorprendeva, non è facile spenderla, però tienila da conto che può tornarti utile talvolta.
Se ne ricordò una sera, tornando dalla catena di montaggio, tra degrado e cantieri della nuova modernizzazione, quando raggiunse le due stanze che gli facevano da casa, tra il Doria e la Barriera di Milano, e si lasciò cadere sul divano davanti alla televisione. S’era portato in casa l’odore medievale delle concerie, dei battitori da panno, delle peste da canapa e da olio che il nonno gli aveva insegnato a sentire cinquanta e più anni prima, conservato misteriosamente nella testa degli operai fino a oggi, impastato nel cemento che si sbriciola dov’erano fabbriche e ci sono covili d’immigrati. E’ un fatto psicologico si diceva da una vita, ma quella sera, come per incanto, l’odore familiare aveva ceduto il posto alla puzza inconfondibile della menzogna. S’era guardato intorno e c’era poco da sbagliare: la puzza era lì, nel piccolo e vecchio apparecchio televisivo che tra danni materiali e morali, canone d’abbonamento, corrente e pubblicità ingannevoli e petulanti, gli costava così tanto, che aveva pensato più volte di chiudere il conto e, se non l’aveva mai fatto, era stato perché è un mondo, questo, in cui si paga tutto col tempo del lavoro che ti ruba il tempo della vita, sicché anche chiudere un conto, quale che sia, chiede a un operaio sacrifici impossibili. La verità era semplice e amara. In quel piccolo e maledetto schermo una qualche scemenza per passare il tempo la trovi, una partita di calcio, un filmetto tutto sogni americani, uno sballo di scazzottate parlamentari, le curve procaci delle veline, sia quel che sia, in qualche modo passi la serata, ché altrimenti sei solo, ti scoli la bottiglia delle grandi occasioni che non verranno mai o ti fai di spinelli. E poi non è che vivi meglio.
Qui ci vendiamo tutti, mormorò disgustato, ma accese ugualmente e sibilò: è una droga.
Michele non avrebbe saputo descriverlo bene – tra le parole “colte” si muoveva male – ma a puzzare era uno dall’aria tonta e bovina, più furbo e maligno che intelligente, pesante troppo, soprattutto per chi può permettersi palestre, e soprattutto sfuggente, incapace di guardare negli occhi e sempre obliquo. Uno, pensò subito l’operaio, che se lo metti stasera alla catena domani marca visita e poi si dà da fare coi capi per patteggiare protezioni.
Perché tanta puzza? Era la manfrina di sempre. Domande concordate risposte senza un cane che dicesse ma che stai dicendo? E continuava così. Ogni parola un colpo di rivoltella:
La Fiat non ha debiti col Paese, abbiamo restituito tutto…
Tutto?
Michele saltava su dal divanetto traballante e per poco non lo sfasciava. Tutto? Anche i morti fatti in guerra dalle mitragliatrici raffreddate ad acqua inceppate nel gelo della Siberia? E che si pagano i morti? E il fascismo? E Valletta? E la salute che se ne va alla catena? Che cazzo hai pagato? Che hai pagato?
Ma quello non poteva sentirlo e il giornalista annuiva concordando.
Il mercato globale è questo: il lavoro costa, fuori si paga meno e perciò meno pause, meno malattie, niente sciopero e in fabbrica solo il sindacato che è d’accordo…
E per il giornalista tutto giusto.
Michele non urlava più da solo. Nel buio della stanza ora c’erano il nonno e il padre.
Luigi tradirà, ma ci vuole pazienza…
A loro non gli basta vincere, pretendono di stravincere.
Il nonno sibilò: poi c’è chi si lamenta di Piazzale Loreto.
Il padre annuì. Col padre solo due parole: tutto questo parte da lontano. Io mi ricordo la bomba di Piazza Fontana.
E la televisione continuava a gracchiare:
Due sindacati hanno già firmato. L’altro cederà. Basta lacci e lotta di classe. E’ un gran bel momento per tutti quelli che hanno faticato. Un’intesa è raggiunta, va bene per i lavoratori e per il futuro dello stabilimento. Mirafiori inizia oggi una nuova fase della sua vita.
– La fase del ricatto, sibilò il nonno.
Poi i due vecchi svanirono nel nulla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 gennaio 2011

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Per una volta, contro ogni regola di questo Blog, ospito un appello. Lo ricevo dalla “Rete 29 aprile” e lo mando in giro. Sarebbe stato meglio se i ricercatori l’avessero capito due anni fa che da soli non si passa, quando toccò alla scuola, ma questo non è il momento delle divisioni. Ora occorre davvero far quadrato, perché siamo alla resa dei conti. Non si può essere tutti là, ma una mano la si dà anche solo facendo girare l’appello. L’opposizione tace, buona parte del Paese è sconcertato e inerte, letteralmente drogato dalla propaganda e dalle televisoni commerciali. Siamo sull’orlo di una catastrofe senza precedenti ed occorre REAGIRE. Ora, subito, in ogni modo possibile. Fini e i suoi giocano una partita personale e sono sempre stati complici di Berlusconi. Questo Parlamento che nessuno di noi ha eletto è illegittimo e sta distruggendo il futuro di intere generazioni di giovani. Non si può più stare a guardare. Ne va dell’avvenire dei figli e dei nipoti. REAGIRE! RESISTERE! Ecco la parola d’ordine che occorre far circolare.
 

PARTECIPIAMO TUTTI UNITI AL PRESIDIO CONTRO IL DDL GELMINI IL 24

NOVEMBRE A PARTIRE DALLE

ORE 10,00 A PIAZZA MONTECITORIO

In Italia è in atto una fase di oscuramento totale. Si sta cercando in ogni modo e con ogni mezzo di ridurre la capacità di reazione delle persone.

I tagli alla Cultura¸, le leggi sulla scuola e sull’Università portate avanti dalla Gelmini, così come il decreto intercettazioni appaiono come il segno di un unico progetto. Vale a dire diminuire l?informazione e, soprattutto, ridurre la possibilità di formare menti pensanti che possano in qualche modo opporsi a questo modo di condurre le cose.

Cultura, Università, scuola e informazione consentono alle persone di pensare.

Perché si vuole annientare tutto questo? Cosa c’è dietro questo disegno?

Siamo Ricercatori della Rete 29 aprile, una rete che coinvolge 40 atenei italiani in lotta contro il DDL Gelmini. Quella che stiamo portando avanti non è una battaglia corporativa, ma è l’estremo tentativo di opporsi a un Disegno di Legge che porterà alla progressiva chiusura dell’università pubblica.

Il 24 e 25 sarà approvato il Disegno di Legge Gelmini.

Se questo avverrà si sancirà di fatto la chiusura dell’Università pubblica.

 

Questo disegno di legge prevede, infatti, l’ingresso dei privati nelle università che potranno decidere anche delle politiche culturali.

Potete immaginare cosa succederà? Chi dei privati avrà interesse a finanziare facoltà che non hanno un immediato ritorno economico?

Il governo dell’Università sarà nelle mani dei privati che potranno decidere dell’apertura e chiusura dei Corsi di Laurea e la vendita dei beni immobili.

Avranno anche il controllo sulle linee di ricerca, quella ricerca di soluzioni nuove di cui Il Paese ha disperato bisogno per invertire la rotta del declino. Un declino che si traduce non solo in impoverimento culturale, ma anche in un crescente deterioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini, dall’università alla scuola, dai teatri alle fabbriche.

I precari che da anni collaborano al funzionamento dell’Università con insegnamenti e ricerche praticamente non avranno più possibilità di accesso. Le persone entreranno solo per chiamata diretta e a decidere il loro ingresso saranno in pochi.

Noi ricercatori siamo dichiarati figura a esaurimento, senza più possibilità di fare ricerca per mancanza di fondi e senza più possibilità di incidere sulle  sorti dell’Università.

Del resto lo stesso Berlusconi ha dichiarato: ?perché dovremmo pagare uno scienziato se L’Italia è famosa nel mondo per vendere scarpe?

Ma soprattutto se questo Disegno di Legge verrà approvato il problema più grande sarà per gli studenti:

–          Le borse di studio sono ridotte del 90%

–          Saranno raddoppiate le tasse scolastiche

–          Verrà introdotto il “prestito d’onore”.

In pratica si dovranno indebitare a vita per frequentare l’Università

–          La riduzione del turn over, inoltre, in un combinato disposto con i tagli proposti da Tremonti, ridurrà progressivamente il corpo docente, con il rischio reale che gli studenti si iscriveranno all’università, ma non avranno assicurata la fine degli studi per mancanza di professori o, al meglio, verranno ammassati tutti insieme in aule super affollate in cui non sarà possibile seguirli adeguatamente.

Si è detto che è stata finanziata l’Università in realtà il Miliardo sbandierato è a fronte di un taglio di un Miliardo e mezzo di Euro.

QUINDI, IN REALTA’E’ STATO FATTO UN TAGLIO DI MEZZO MILIARDO DI EURO A FRONTE DI UN FINANZIAMENTO DATO AI  PRIVATI.

QUESTO NON è Più UN PROBLEMA SOLO DEGLI UNIVERSITARI, MA DI TUTTI COLORO CHE CREDONO NEL FUTURO DI QUESTO PAESE DI TUTTI COLORO CHE HANNO FIGLI O NIPOTI A CUI SARA’ PRECLUSO L’ACCESSO ALL’ISTRUZIONE.

 

Si calcola che il figlio di un impiegato non potrà più accedere all’Università, non solo il figlio di un operaio. Del resto un ministro di questo Governo ha recentemente dichiarato che abbiamo troppi laureati.

IL Governo vuole approvare questo Disegno di Legge ad ogni costo.

Venerdì, violando i regolamenti della Camera, sono arrivati addirittura a ritirare loro emendamenti, cancellando finanziamenti e introducendo elementi che hanno evidenti principi di incostituzionalità.

SIAMO QUI PER FARE UN APPELLO A TUTTI VOI

IL 24 NOVEMBRE ALLE ORE 10,00 INIZIA UN PRESIDIO A MONTECITORIO CHE PROSEGUIRA’

FINO AL 25

NOI RICERCATORI SIAMO DISPOSTI A TUTTO PERCHE’ QUESTO DISEGNO DI LEGGE NON PASSI, ANCHE AD AZIONI ECLATANTI.

CHIEDIAMO IL VOSTRO SOSTEGNO E LA VOSTRA PARTECIPAZIONE ATTIVA IN QUESTA BATTAGLIA AIUTATECI A FERMARE QUESTO DISEGNO DI LEGGE IN NOME DELLA CULTURA, DELL’EGUAGLIANZA E DEI DIRITTI, SOPRATTUTTO DEL DIRITTO ALLO STUDIO

PERCHE’ L’UNIVERSITA’ NON SIA SOLO UNA COSA PER RICCHI E A SERVIZIO DELLE AZIENDE PERCHE’ RIMANGA LIBERA, PUBBLICA E APERTA A TUTTI

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Quando l’Europa delle banche, livida e sguaiata, vorrà “rifarsi il look” per meglio raccontare frottole alla gente, la premiata ditta “Trichet-Constâncio & CC“. verrà a copiarci pari pari questo governo di spettri e sepolcri imbiancati. Noi siamo così: perfezionisti. E si sa, il made in Italy esporta fantasia. Intanto, finché la tecnocrazia che ispira il gioco del capitale non ci dà quel che è nostro, riconoscendo il merito, noi, più o meno sedicenti “cittadini“, consoliamoci sin d’ora col primato indiscusso che ci assegna la storia: in centocinquant’anni di vita, dal Regno alla Repubblica, tredici li abbiamo vissuti a sperimentar le strade dei tiranni col celebre trio Crispi, Rudinì e Pelloux, venti si sono persi nel tragicomico con Mussolini e sedici, se qui ci fermeremo, recano il segno del primo esperimento riuscito di democrazia autoritaria. Un terzo della nostra vicenda è follia autoritaria e miseria morale. Gli altri due terzi li abbiamo spesi per una inesausta fatica in una sorta di “fabbrica di San Pietro“, dove una minoranza di gente onesta si strema per riparare oggi, quello che ieri e domani cialtroni e delinquenti guastarono e guasteranno.
Siamo maestri esportatori di un umorismo rozzo ma insuperabile. In un Paese in cui tutto è precario per definizione, una legge di “stabilità” mette al sicuro i conti benestanti. La presenta un governo privo di maggioranza, l’approva il Parlamento d’una repubblica antifascista, fascisticamente formato solo da “nominati“. Gente che nessuno ha eletto. Precario tra i precari, l’avvocato Gelmini, diventato ministro per un mistero glorioso, s’è dichiarato soddisfatto: la scuola dello Stato non ha avuto un centesimo, ma quella papalina, apostolica e romana ha visto salire a 245 milioni il fondo per le scuole private. In tutt’altre faccende affaccendato, l’avvocato ha tenuto a comunicare a studenti e docenti la buona novella: “Sono prive di fondamento le notizie legate ad una uscita del ministro Carfagna dal Governo e dal Pdl. Mara Carfagna è un ottimo ministro e la sua lealtà nei confronti del presidente Berlusconi non può essere messa in discussione, come ha anche sottolineato in questi giorni il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini“‘. Diffusa la sua nota, s’è preparata al week end.
Tutto va come le hanno suggerito le veline: la scuola primaria è colpita a morte, la Conferenza dei rettori ha barattato potere e scampoli di finanziamento con un testo di riforma passato al Ministero, più o meno sottobanco, dal suo presidente, prof. Decleva, il ministro vive la sua giornata impolitica e, oplà, eccola impegnata nella “prova-fedeltà” a Berlusconi, che salta agilmente nel cerchio di fuoco e poi dichiara:
I continui attacchi che il ministro Carfagna ha subito sono ingiustificati e dannosi per tutto il governo. Basta con il fuoco amico. Questo e’ il momento in cui invece – avverte – è necessaria l’unità del partito attorno al presidente Berlusconi“.
Tutto come da copione. la Finanziaria vestita da legge di stabilità col voto favorevole di Bocchino e soci, il “quasi compagno” Fini che modifica sua sponte il calendario dei lavori per consentire così che, dopo la scuola, il colpo del killer centri anche l’università e si ricostituisca ancora una volta la vecchia maggioranza, sia pure divisa in tre spezzoni: leghisti, “libertari berlusconiani” e “futuristi“.
Il 14 dicembre, dopo l’attacco criminale all’istruzione pubblica, il voto di fiducia. Come finirà non è dato sapere, ma qualcosa forse ce la sta già dicendo: fiducia o sfiducia, il Paese non cambierà in questo Parlamento. C’è chi si consola: “è una linea di tendenza planetaria, c’è poco da fare“. E sarà vero, com’è vero che in ciò che accade ci sono una filosofia della storia e un modello di società. Una società che esalta l’individualismo e la preminenza del privato sul pubblico e pretende la più sfrenata libertà del mercato, per farne un grimaldello che destrutturi le basi fondanti della convivenza civile e consenta di ristrutturarle come comanda la globalizzazione.
A cosa punta tutto questo? Siamo certi che la conquista del “mercato-istruzione” sia un obiettivo economico? La subordinazione delle intelligenze vale molto più che la compravendita di merci. In gioco c’è altro. Si intende manomettere il concetto di “umanità“, disarticolare gli strumenti critici come fondamento del conflitto, trasformare la partecipazione in “militanza della tastiera“, in una “virtualizzazione” dell’opposizione che vanifichi la ribellione. Siamo ben oltre il mito borghese dell’uomo che “si fa da sé“: è l’asservimento consenziente a una servitù che passa per la robotificazione dell’uomo o, se si vuole, per la sua disumanizzazione. La sinistra, ferma alla percezione di una “privatizzazione selvaggia” o si “autonormalizza“, come fa il PD, scende in campo e diventa maestra della privatizzazione, o si esalta di fronte ai milioni di appelli per la salvezza della povera Sakiné. Ci portano dove vogliono. Salviamo, orgogliosi, le Sakiné che fanno comodo a chi comanda il gioco e ci lasciamo “suicidare“. In questo contesto, l’avvocato Gelmini è un “grande ministro“: non pensa, esegue ordini. Noi, noi che pensiamo di pensare, noi non ci accorgiamo che non si tratta dei centesimi della privatizzazione. In gioco è una “rivoluzione preventiva. Non si cerca un mercato. Qui si vuole l’uomo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2010

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il costituzionalissimo ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, il Maroni, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno. Con discutibile coerenza, però, il Maroni – per dirla com’è senza badare alla forma – ha continuato a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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Dietro il fumo sollevato da Fini, che a Berlusconi una mano gliel’ha data più d’una volta in vent’anni, lo sfascio si vede chiaro. La scuola, per cominciare. C’è un mistero truccato da ministro – “il mio nome è nessuno”, diceva l’omerico Odisseo – che generosamente regala gemme di sapienza. Giorni fa, con l’aria di chi legge la bibbia, ha dichiarato: “Le riforme sono più importanti delle risorse”. Un esempio classico della celebrata “politica dei fatti”: per smantellare un Paese non occorrono capitali. Basta cambiar le regole, insistere sui luoghi comuni del merito e della responsabilità, cancellare il tempo pieno, ridurre il tempo scuola, ignorare le regole sulla sicurezza, imbavagliare gli insegnanti di ruolo, licenziare i cosiddetti “precari”, fucilare la sperimentazione dopo processi sommari al Sessantotto, et voilà, il gioco è fatto. Gioco al massacro, non ci sono dubbi, ma chi c’è nel Paese che stia sulle barricate coi precari? Che fanno i docenti di ruolo in attesa che venga il loro turno? Chi salda le lotte? Chi chiama la gente a raccolta? Feltri, Belpietro, Minzolini? “Repubblica”, che per anni ha sostenuto l’aziendalismo di Berlinguer e Fioroni e ha sparato a zero sulla storia e l’identità della sinistra e oggi è tentata dall’avventura col “compagno Fini”?    

La sola rivoluzione possibile pensa di farla la Lega e la minaccia Bossi, quando s’accorge che la storia boccia il suo “federalismo degli egoismi”. “Ci sono 10 milioni di persone pronte ad andare a Roma“, ripete a Pontida il tragicomico Alberto da Giussano, nell’inerzia complice del ministro dell’interno, Roberto Maroni cui – è incredibile – nessuno ha ancora chiesto di informare il Parlamento sulle iniziative prese dal suo dicastero: quali e quante  sono le perquisizioni effettuate nelle sedi leghiste? quali le indagini svolte, i provvedimenti presi, i fascicoli aperti, le ipotesi di reato inviate alla magistratura? Nulla. Maroni insegue emigranti nel Mediterraneo, costruisce campi di concentramento per incensurati e, mentre gli imprenditori sfidano impunemente le sentenze dei magistrati e i sindaci onesti cadono, ammazzati come cani, per strada, dal crimine organizzato, rilascia interviste deliranti sui suoi personali successi. Su Bossi e sulle minacce dei suoi camerati leghisti, mancia competente a chi scovi uno straccio di provvedimento adottato per difendere la Repubblica.

Gelmini, per tornare a Odisseo e all’omerico signor nessuno, dopo aver massacrato centinaia di migliaia di precari, dichiara serafica che sì, “È difficile fare previsioni”, ma nell’arco di 6-7 anni “c’è la ragionevole certezza che gli attuali 220mila precari saranno assorbiti dal sistema d’istruzione. Che resterà del sistema formativo nel nostro Paese di qui a sette anni, è difficile dire. Viene in mente Cartagine dopo il trionfo del catoniano “delenda est”: terra bruciata e cosparsa di sale. In attesa di sistemarsi nel deserto “assorbente” che Odisseo va costruendo, preziose intelligenze, risorse irrinunciabili di esperienza e professionalità saranno andate intanto smarrite per sempre.

Gelmini e soci hanno il vento il poppa. Un sistema di valori s’è sciolto come neve al sole e c’è una ripresa impetuosa dell’estremismo padronale. Storicamente questo fenomeno è stato sempre il preludio di inenarrabili tragedie. E’ certo, tuttavia. Anche nel buio della notte più profonda, il sole dell’alba sale all’orizzonte. Sorge, con questo sole ancor freddo e invisibile, una risposta coraggiosa che non sarà possibile piegare; si aguzzano ingegni, si vincono paure, ci si unisce, la saggezza dei vecchi rasserena il cuore dei giovani, che prestano braccia all’esperienza. Nasce la resistenza. E’ legge della storia. Vorrei esserci, quando le ragioni del diritto avranno la meglio sulla notte della ragione, ma lo scrivo a futura memoria: quando la vittoria verrà, dio ci  scampi dalla clemenza.

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La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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