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Posts Tagged ‘precari della scuola’

Ho ricevuto il testo di un appello in difesa della Costituzione, un invito a firmarlo e la proposta di comitatopartecipare a una iniziativa che intende creare «in ogni regione, in ogni città ed in ogni quartiere, […] comitati unitari di cittadini attivi che organizzino attività di informazione e di divulgazione, coinvolgendo anche la scuola della Repubblica, per rendere consapevole l’opinione pubblica della gravità dei processi in corso ed attivare una effettiva partecipazione popolare ai processi decisionali.
Proponiamo una settimana di mobilitazione, in coincidenza con la celebrazione del 25 aprile, previa intesa con le associazioni partigiane, chiedendo alle associazioni, alle strutture politiche e sindacali, ai corpi intermedi, di aderire al Coordinamento per la democrazia costituzionale, di promuovere iniziative territoriali, e di contribuire a diffondere un manifesto/documento comune su tutto il territorio nazionale».
Mi pareva così naturale firmare, che non ho perso tempo a cercare i promotori. Solo dopo aver firmato, ho scoperto che c’erano anche Fassina, Chiti, e altri campioni del PD. All’amico che mi invitava ho risposto così:

«Non ci sarò. A malincuore, forse, ma per scelta e dopo averci a lungo pensato. Rispondo a te, perché non voglio crearti problemi, ma non avrei avuto alcun problema a rendere pubblica la mia decisione. Lunedì, alla stessa ora si riunisce il Comitato di lotta per la difesa della Scuola pubblica e non intendo mancare. Non ci saranno grandi nomi e nemmeno la direttrice di un giornale che sino alle ultime elezioni politiche tagliava i pezzi di un collaboratore che puntava il dito sul PD e ospitava gli appelli di Bevilacqua per il “voto utile”. Nessuno si accorgerà dei poveri precari, ma mi sentirò meglio con loro, perché, soli e disperati, da tempo urlano inascoltati una verità che, a quanto pare, molti scoprono oggi: la Costituzione antifascista è ormai cartastraccia. Aggiungo solo che dopo aver aderito all’iniziativa, mi vado convincendo che per coerenza dovrò ritirare la mia firma. Ritengo inaccettabile, infatti, la presenza tra i promotori di alcuni parlamentari della sedicente “sinistra PD” e degli eterni “possibilisti” di SEL, nominati grazie all’accordo elettorale di Vendola col PD. Il Partito di Renzi non ha nulla da spartire con la legalità repubblicana e con i valori della sinistra; non a caso, del resto, governa con la feccia di destra guidata da Alfano.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, considero questo Parlamento privo di ogni legittimità morale e politica. Chi ci è entrato, grazie a una legge dichiarata poi ufficialmente illegale, avrebbe dovuto chiedere lo scioglimento delle Camere e le immediate elezioni con una legge proporzionale e senza premio di maggioranza, come indicava chiaramente la Consulta. Di fronte al probabile rifiuto, non potevano esserci dubbi: occorreva uscire dall’Aula, rifiutarsi di rientrarvi e promuovere iniziative di difesa della Costituzione da quello che in effetti è un colpo di mano autoritario. Nessuno l’ha fatto e nessuno ha trattato o tratta Renzi e i suoi camerati come vanno trattati i delinquenti. Perché di questo si tratta: delinquenti. Si va, si prende posto, si polemizza su questo o quel provvedimento, ma non si contesta radicalmente e senza mezzi termini l’esistenza stessa del governo, la sua illegittimità costituzionale e la sua condotta autoritaria; chiusa – ma sarebbe meglio dire strangolata – la discussione, si vota, come se nulla fosse accaduto, come se non ci trovassimo di fronte a una tragicomica riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In queste condizioni si è eletto persino un Presidente della repubblica e i “difensori della Costituzione” hanno votato e applaudito!
Sono disgustato e non m’importa nulla se passerò per “estremista”. Il mio moderatissimo Arfè, negli ultimi anni della vita, si difendeva da quest’accusa ribaltandola: non sono io che mi spingo sempre più sui confini estremi della sinistra, ma gli altri a correre verso destra. Lo so, il paragone Aragno-Arfè è improponibile, ma nella mia piccola dimensione non ho dubbi: sarò un estremista pericoloso, ma non posso fare a meno di dissentire. La mia coscienza mi impedisce di collaborare con chi ancora milita nel PD o collabora col partito di Renzi negli Enti Locali.
Credimi: ogni parola che leggerai mi è costata una terribile fatica, ma ti ho scritto fino in fondo ciò che penso. Non pretendo di aver ragione, però sono troppo stanco e amareggiato per ascoltare le ragioni degli altri. Te lo dirò, perciò, con le parole di Filippo Turati a un suo amico napoletano: “perdonami e fammi perdonare”.
Cari saluti».

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Con la sentenza n. 41 del 09/02/2011, la Consulta ha dichiarato che impedire ai precari della scuola di trasferirsi in altra Provincia, conservando il loro punteggio, è incostituzionale. E’ una notizia confortante, che ancora una volta dimostra, come da tempo il governo provi a trasformare l’arbitrio in norma, sicché ciò che assume valore di legge è sistematicamente ingiusto. Naturalmente la sentenza è una vittoria di chi si oppone, ma induce anche a riflessioni amare.

Non avevano e non hanno torto gli studenti a contrastare come si poteva e si può, con tenacia e coraggio, la “riforma” Gelmini. Non avevano torto, ma erano e sono soli e non ce la faranno: è mancato e manca il sostegno dei docenti e dei genitori. All’Università ci stanno ancora provando, nel silenzio della stampa e nell’irritato fastidio degli insegnanti, impedendo ai Senati accademici di approvare gli Statuti. Sogni di ragazzi? Pratiche “sovversive“? La Corte Costituzionale con la sua sentenza dice che non è così. L’intera struttura formativa del progetto governativo è evidentemente debole e incostituzionale nella sua stessa “filosofia“. Bisognerebbe, quindi, “pensare” una strategia di attacco complessivo in piazza, nelle aule e nei tribunali. Ma chi dovrebbe farlo?

Umberto Eco, nei giorni scorsi, attaccando Berlusconi, ha fatto cenno all’onore dei docenti, ricordando gli undici – ma erano dodici per la precisione – che non giurarono fedeltà al fascismo. Avrebbero, a suo modo di vedere, salvato l’onore della categoria. Con il rispetto che si deve a un uomo di grandissimo valore, è vero il contrario. Quella sparuta pattuglia di coraggiosi mostrò al mondo il disonore di una categoria.

Si parla molto, forse troppo, di “cultura della legalità“. Nulla da dire. Non sarebbe male, però, se si provasse anche a riflettere sulla differenza profonda che c’è tra “legalità” e giustizia. Non sono sinonimi e non è scontato che ciò ch’è legale sia giusto. Le sentenze fasciste che incarcerano Pertini e Gramsci erano perfettamente legali e profondamente ingiuste.

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Mi fa ridere. Lo dico onestamente, mi fa ridere l’allarme democratico che serpeggia per la vicenda della scuola di Adro. Prendetela come volete, le cose stanno così: io non riesco a credere nell’onestà intellettuale di chi ancora teme l’avvento d’un regime. Se questo fosse ancora un Paese serio, ne avremmo preso atto: il regime esiste ed è patetico protestare. Calamandrei, che tiriamo idealmente per la giacca ogni giorno, sarebbe tornato da tempo sui monti e non ci sono dubbi, è un assioma, una verità di per sé evidente e indiscutibile che non occorre dimostrare: la “Costituzione di fatto“, cui si appellano sfasciacarrozze di ogni colore politico per governare la Repubblica, non esiste. E’ solo una criminale manomissione delle regole fondanti della nostra vita politica.
Ci torno spesso, per non dimenticare, ora che tutto è stato cancellato da una legge elettorale priva di ogni legittimità: “i deputati e i senatori sono eletti a suffragio universale e diretto“. Dettato costituzionale. Il regime c’è. Basta aprire gli occhi per vederlo e non ci sono dubbi: nessuno ha eletto i deputati e i senatori che sono in Parlamento. Questo Parlamento è illegale, come illegale è il governo che si tiene in piedi con la sua fiducia, e Gelmini, cui i preoccupati e sinceri democratici scrivono ridicole lettere di protesta, non è un ministro. Il regime c’è, si sta consolidando e, come sempre accade, quando una tragedia politica di questa portata si profila netta e dolorosa all’orizzonte, ovunque vedi brulicare, fervido di neofiti, il verminaio degli opportunisti, ovunque fanno calcoli e si posizionano la pletora dei voltagabbana, le innumerevoli quinte colonne e tutto il marciume che indusse Gobetti a definire il fascismo una sconsolante “autobiografia degli italiani“.
In questo senso si spiegano le finte accuse al sedicente ministro Gelmini, che offrono alla sua nota arroganza l’argomento polemico per replicare: è vero, l’ineffabile Gelmini non ha dichiarato urbi e orbi che occorre rimuovere i simboli leghisti dalle scuole, ma non è meno vero che esistono gravi precedenti: la marea di bandiere della pace che accompagnò sciagurate avventure militari in un Paese in cui le case, gli uffici e le vie levarono orgogliosamente i segni dalla sacrosanta protesta per la Costituzione violata. E’ così che, in una ideologica torsione dei fatti, la miseria morale della vicenda di Adro si accosta alla pacifica reazione di un popolo – leghisti compresi – che reagì come un sol uomo alla pugnalata inferta all’Italia di Calamandrei. Nessuna meraviglia. Gli anni e il manganello mediatico hanno fatto efficacemente il loro lavoro. Sul “Corriere della Sera”, che va scrivendo da tempo alcune tra le pagine peggiori della sua storia, un docente della dissestata università italiana, nella quale chi non ha peccato tra politici e ordinari dovrebbe scagliare la prima pietra, se la prende coi precari della scuola e nega che i 35 e anche 40 alunni infilati a loro rischio e pericolo in una classe, l’abbattimento del tempo scuola, la cancellazione del tempo pieno, delle attività di laboratorio e dell’insegnamento della musica pesino sulla qualità dell’insegnamento. Il problema, per il portavoce della Gelmini, è “la qualità degli insegnanti“. Questione seria, che si potrà discutere seriamente il giorno in cui, senza parlare di retribuzioni, ordinari e associati saranno obbligati dalla legge a chiarisrsi le idee in tema di metodologia e didattica, trascorrendo decenni sabatici in quelle scuole dell’infanzia, in cui ottime maestre potranno fornire una prima alfabetizzazione alla supponenza dei sedicenti, costosi e impreparati aggiornatori di docenti delle scuole di ogni ordine e grado, assunti per lo più mediante concorsi di cui tutto si può elogiare, tranne la trasparenza.
Lo dico sul serio, ma non posso fare a meno di ridere, quando ascolto la barzelletta dell’allarme dei democratici per la vicenda della scuola di Adro .

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Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario”, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male. “Il Manifesto” del 12  annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa: la “società civile” dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione”. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà.

Sarà difetto di memoria, o il difetto riguarda forse gli strumenti d’analisi, sta di fatto che anni fa volemmo l’Italia arcobaleno; manterremo la pace, ci dicemmo, ma navi e soldati andarono in guerra. Se il vento consente, accendiamo candele per la legalità ma la luce non basta e il paese è più marcio; in difesa della libertà ci mettiamo ogni tanto in viola, ma il gregge parlamentare fa come i fascisti: se ne frega e passano in serie leggi liberticide. Ecco allora le firme sui rotoli di carta igienica. Per carità, ognuno a suo modo e, d’altra parte, è segno che ci siamo. In quanto a me, sono vecchio lo so e, più il tempo passa, più questo mondo non mi sembra il mio. Prendetela perciò come un sintomo di senilità e lasciatemelo dire: avanti così, col folclore e le “pensate” illuminate, i conti non li quadriamo.

I precari della scuola urlano dai tetti occupati: non ci stanno, non cedono, e sfidano un governo che schiera manganelli contro i lavoratori e altro non fa. Questo andazzo sa di Cile, hanno gridato, e induce alla sommossa. Il loro nemico, però, non è solo l’avvocato Gelmini. I precari sono un dito puntato anche contro docenti “di ruolo” e genitori più o meno “organizzati”. Gente che sui tetti non va perché è impegnata coi nodi ai  fazzoletti, con le candele accese e con la carta igienica.

C’è un mare di sofferenza, i diritti sono violati, milioni di lavoratori ridotti alla fame. Si fanno leggi che offendono le coscienze, ma per buona sorte c’è un vento che sa di tempesta. Mettiamolo in piazza questo vento. Agiamo dal basso e di concerto. La lotta dei precari della scuola sia quella di chi non ha e non avrà lavoro, dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, degli studenti ai quali tolgono scuola e università. Mettiamo tutto questo in piazza senza paura, facciamolo, poi tiriamo le somme. Quante volte si è detto? Ma non c’è stato verso. In piazza c’era l’Onda degli studenti, Gelmini tremava, ma insegnanti e genitori stavano a guardare. Sarebbe bastato affiancarli per aprire la breccia. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.

Lo dico chiaro, ché male non ci fa: non si può fare una lotta solo per la scuola. E se tutto si riduce a questo, la partita è persa. La battaglia è contro un disegno politico che, con gelida ferocia, colpisce la scuola statale in quanto fucina di pensiero critico, archivio vivente della memoria storica e presidio di democrazia, per colpire diritti e lavoratori. Ragionare per “compartimenti” – protestano i precari, protestano gli immigrati, oggi in piazza c’è la “No tav”, domani il “Comitato acqua”, poi Termini Imerese, poi “Libera”, ognuno col suo dramma – ci condanna. Stiamo assieme, cittadini, genitori e lavoratori. La nostra è la lotta degli operai licenziati, degli immigrati massacrati nel Mediterraneo o internati in campi di concentramento, la lotta della civiltà contro la barbarie. In questo andar da soli c’è qualcosa che sa di un nostro antico male, che ricorda Guicciardini e il “particulare”. Qualcosa che sa di calcolo di bottega. O gli insegnanti e i genitori diventano il collante tra le realtà in lotta per costruire modi e tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è persa. E senza appello.

Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo cammina alla rovescia, viene dall’alto, dalle istituzioni, nasce dal potere, da ceti dirigenti decisi a perpetuare se stessi. Sono i momenti in cui è necessario e legittimo reagire e chi davvero vuole aprire la gabbia non pensa a salvarsi da solo. Siamo pochi, è vero. Ma vero è anche che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata a una lotta che va oltre il suo orizzonte. Sul Parlamento non c’è da sperare. Il Parlamento non c’è, non esiste; ci sono cricche di cooptati, camarille di vassalli che gestiscono il voto in nome e per conto di chi li ha messi a sedere nell’aula stavolta sorda e grigia. Veline, buffoni o scienziati conta poco. Sono “nominati”. Arfè, che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio, l’aveva intuito prontamente: qui è la questione di fondo. Ineludibile e decisiva: il rapporto tra governanti e governati, coi governanti che si mettono fuori dalla legge. Il problema cruciale della legittimità di norme sancite da organismi illegalmente costituiti e, quindi, della difficile scelta tra dovere di rifiutarsi e diritto di ribellarsi. Sui modi concreti del rifiuto e sulla sua natura – obiezione pacifica che si appelli alla coscienza, o ricorso alla forza che raccolga la sfida d’un regime e lotti con ogni mezzo per abbatterlo – su questo si potrà poi riflettere e scegliere la via. Intanto occorre prendere atto: la legalità repubblicana è violata. Il governo è figlio di una legge elettorale che ha sottratto al popolo la sovranità e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.

Talvolta il destino si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre una chance. Potremo far finta di non vedere, ma occorre saperlo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Pugnalata alle spalle, la democrazia è in stato comatoso e occorre reagire. Alle leggi ingiuste, ai provvedimenti “pensati” per colpire i deboli, si oppone il rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce, come ha fatto il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica di via Bandiera a Parma. Dovremmo farlo tutti. L’obiezione potrebbe essere la via giusta, ma occorre aggregare le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, far quadrato attorno alle regole come soldati sull’ultima spiaggia, saper dire di no, tenendosi nei binari della legalità e, allo stesso tempo, ammonire: “siamo pronti a lottare”. E’ possibile farlo, milita nella nostra parte una certezza che nasce da immutabili leggi della storia e, si può esser certi, è accaduto e accadrà: non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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