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Posts Tagged ‘potere’

downloadIn un articolo intitolato 4 marzo prossimo venturo: tante più sinistre, tanti più orfani?, Enzo Sanna, collocandosi al confine tra sinistro e sinistra, non si contenta di presentare ironicamente Potere al popolo, come un «rassemblement piuttosto variegato che si autoproclama l’unica  lista di sinistra». A corto di argomenti, fa il gioco sporco, mette sul tavolo la carta della sovversione e scrive:

«Già il nome evoca l’extraparlamentarismo stile anni ’70 dello scorso secolo. Ricordate il Potop, Potere Operaio fondato da Toni Negri? Certo, i tempi sono cambiati e lo sono i sentimenti, ma dover digerire l’acronimo Potpop di Potere al popolo non è invogliante per il sincero attivista ed elettore di sinistra che allora, ragazzo nei lontani anni ’70, combatteva l’estremismo gruppettaro al pari delle destre eversive».

Per la storia: Potpop è un’invenzione dell’autore; l’acronimo, se proprio ne occorre uno, è PaP. Potpop è funzionale al paragone con gli anni Settanta, improponibile, perché non trova alcuna conferma nei fatti.
Può non piacere, ma Potere al popolo ha un legame diretto con il primo articolo della Costituzione, per il quale «la sovrantà appartiene al popolo». Sanna non lo sa – o finge d’ignorarlo – ma in termini di diritto, la parola sovranità indica proprio un «potere originario e indipendente da ogni altro potere» (Enciclopedia Treccani).
I tempi sono cambiati, è  vero, ma gli imbecilli no. Quelli non cambiano mai.

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merola-675Gaetano Rizzo, napoletano del 1899, la generazione mandata a morire sul Piave per gli interessi del capitale, era un pacifico sarto socialista, impegnato nel sindacato. Quando il fascismo prese il potere a suon di bastonate, cercò un contratto e mediò abilmente fino a strappare un accordo, trasferendo nella Corporazione la sua scienza di capolega. Fu tutto inutile. Il regime disegnò il sindacato sul modello del potere e lui si disgustò. Immediata, giunse così la reazione, ma il sarto subì i colpi senza arretrare, attese la sua ora e dal 27 settembre all’1 ottobre del 1943 oppose alle ragioni della forza, la forza delle ragioni umane del lavoro e dei diritti. Armi contro armi, vita contro vita, rivendicò il diritto di uccidere il potere e i suoi mercenari e non fu semplicemente un partigiano contro i nazifascisti. Fu un rivoluzionario e la sua lezione perciò non piace al potere, che continua impunemente ad ammazzare l’arte della vita libera.

Il concerto che, molto in sordina, in verità, Bruxelles dedica oggi al tema dell’Arte e del Potere è, nel linguaggio universale delle note, la messa in scena di un quotidiano e storico dualismo che qui da noi ogni giorno prende la veste multiforme di una battaglia dai mille volti. Una perfetta metafora dello scontro è, sul terreno dello sport,  il grande baraccone del calcio. L’arte, sul manto erboso, è la destrezza, la forza, l’eleganza del Napoli. Il potere è la Juve senza gioco degli scudetti rubati. In questa linea di principio si colloca la recente vicenda bolognese. Gli studenti che occupano una biblioteca universitaria, manifestando così il più profondo dissenso per la mercificazione del sapere, in un mondo che privatizza le biblioteche municipali, sono un’espressione nobile dell’arte della politica. Contro di loro, contro la forza delle loro ragioni, s’è levata, espressione desolante di una sconcertante povertà culturale, la forza bruta del potere.

Qui l’arte sono libri e biblioteche violate e in campo ci sono i mille volti del potere. Quello di un Prefetto fermo ai tempi di Rocco, di un Questore imbarbarito dai suoi ministri di riferimento, di questurini traditori dei propri figli e di un sindaco che arma i suoi scherani di armi proibite.

Anche a Bologna c’è un concerto sull’arte e sul potere. Solo che qui i temi dominanti sono due: da un lato il De Profundis per la democrazia, messo in scena dal sindaco Merola, e dall’altro una sorta di Dies Irae liberatorio, in cui un’arte senza scelta è di per sé rivoluzione. In questo senso, il concerto nostrano ha un protagonista assoluto: Merola, il “democratico”, al quale tocca a buon diritto il titolo guadagnato sul campo, dirigendo l’orchestra; il titolo incontrastato, di “sindaco boia”. Il Partito Democratico, di cui è degno figlio, tripudia. Per il PD, com’è noto, Gaetano Rizzo ha da mettersi l’animo in pace: i repubblichini sono da tempo i bravi ragazzi di Salò.

Si dice che la storia non si ripete. Non è vero, ma Merola e il PD, che ne sono convinti, scopriranno l’errore a proprie spese. Stanno allevando da tempo la nuova generazione di quei Gaetano Rizzo che prima o poi presenteranno il conto, perché, scrive il poeta, mettendo in versi una legge della storia, una salus victsis: nullam sperare salutem. Una sola salvezza per i vinti: non sperare alcuna salvezza. In questo condizioni erano i partigiani sui monti, di fronte all’invincibile armata degli Unni dalla croce uncinata e ai bravi ragazzi di Salò.

Agoravox e Contropiano, 13 febbraio 2017

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime
Federica Lento

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito
Piero Bevilacqua

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà […] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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