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Posts Tagged ‘Potere al Popolo!’


Manfredi, ex rettore dell’Università Federico II, è uomo d’onore e gli si deve credere. Se dice che non sapeva nulla della brutta faccenda del Comitato elettorale creato per lui da alcuni docenti dell’Università Federico II, è così: non ne sapeva nulla. Non sapeva che Bruno Amato, docente della Federico II,candidato al Comune di Napoli in una delle lista che lo sostengono, aveva avuto la sciagurata idea di scrivere ai colleghi domandando una foto, l’identificazione attraverso la posizione accademica e il numero dei voti che pensava di assicurare all’ex rettore. Lo scopo della raccolta  dati? Semplice e sconcertante: «Facciamo un fascicolo e lo consegniamo a Manfredi».
L’ex rettore non ne sa nulla, finché l’iniziativa non diventa di pubblico dominio. A quel punto ti aspetti la condanna e l’immediata, indignata presa di distanza. Aspetti invano. Il serafico candidato sindaco di Napoli non fa una piega e chiamato a esprimere la sua opinione, minimizza il caso indecente e lo riduce a «una ingenuità nata dai relativi, diciamo così, tempi veloci con i quali sono stato coinvolto in questa campagna elettorale». Una dichiarazione sconcertante, che consente al coordinatore cittadino di Forza Italia, Fulvio Martusciello, di reagire indignato: «L’idea di schedare i professori universitari secondo le loro idee politiche è l’antitesi dell’Università che vogliamo ».
Solo quando lo scandalo monta, Manfredi fa marcia indietro, riconosce l’errore ma continua a minimizzare : «E’ stata una grande leggerezza, ha chiesto scusa […] Può succedere che si sbaglia, quando poi si è candidati per la prima volta». Manfredi non lo sa, ma Amato invece è già stato candidato con Lettieri.
Quale Università vorrebbe Martusciello c’interessa poco. A noi piacerebbe sapere che idea abbia del tempio napoletano dell’alta cultura, il suo ex sconcertante rettore, che, minimizzando, sembra non aver colto la gravità di un’iniziativa che ignora le norme sulla privacy, è estranea alla cultura della democrazia e ha mille affinità con una schedatura politica.
Riducendo tutto a una ingenuità, giustificata dai tempi ristretti che ha avuto per candidarsi, Manfredi dimostra di non rendersi conto della gravità di un’iniziativa, che si inserisce purtroppo a buon diritto nel crescente, pericoloso degrado della politica, nella scarsa sensibilità democratica della cosiddetta società civile, ormai indifferente ai modi in cui si svolge una campagna elettorale, caratterizzata dalla difficoltà di marcare il confine tra il lecito e l’illecito.
Qualcuno dirà che in fondo si tratta di un evento marginale. Per noi invece è una brutta faccenda, significativa e per molti versi rivelatrice, che pone una domanda chiara e inquietante: Manfredi è davvero l’uomo a cui affidare le sorti di Napoli?
Basta riflettere con onestà intellettuale per capire che la risposta è no. C’è bisogno di altro e di meglio. Esclusi Bassolino con la sua triste storia e Maresca, candidato di Salvini, c’è Alessandra Clemente, una donna che vale, onesta, capace, che ha un programma credibile ed è sostenuta da Potere al Popolo!, una formazione giovane che ha restituito dignità alla sinistra e ai suoi valori.

Giuseppe Aragno, candidato di Potere al Popolo

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Faccio parte di nuovo della Commissione di Garanzia di Potere al Popolo!  
Mi hanno votato 783 persone, molte delle quali non conosco. Le ringrazio tutte: chi ha deciso di votarmi e chi ha scelto altri candidati. Per quanto mi riguarda, i candidati meritavano tutti un voto, anche chi non ha centrato l’obiettivo. Lo meritavano perché, mettendosi in gioco, hanno confermato che noi di Potere al Popolo! conosciamo molto bene il valore della partecipazione. Dopo averne fatto parte per due anni, conosco la funzione delicata che sono chiamato a svolgere e farò ciò che posso per non deludere l’organizzazione, le sue militanti e i suoi militanti.
Non potrei chiudere questa breve nota, senza un ringraziamento e un abbraccio a Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi, i Portavoce uscenti, che in questi due anni sono stati per me un riferimento forte, un modello di coerenza, un lucido esempio di cosa voglia dire rappresentare un’organizzazione. Non era facile e non era scontato.
Siamo nati con grande serenità ed entusiasmo, ma abbiamo attraversato anche inevitabili burrasche. Viola e Giorgio, con la collaborazione del Coordinamento Nazionale uscente, al quale va il mio ringraziamento, hanno tenuto con mano sicura il timone che ci ha condotti sempre verso l’unità e letto con sicurezza la rotta che la bussola indicava.
Al Coordinamento Nazionale eletto, a Giuliano Granato e a Marta Collot, i nuovi portavoce, un solo augurio, consapevole che ne hanno mezzi e capacità: proseguire sulla  strada aperta da chi li ha preceduti.
Un’ultima considerazione. Gli eletti saranno tutti all’altezza del compito cui sono chiamati, io non ho dubbi. Nutro però una ferma convinzione: anche i miracoli sarebbero inutili, se le iscritte e gli iscritti non si stringessero al loro fianco e non vivessero attivamente la vita della nostra comunità.
Auguri di buon lavoro, quindi, a tutte e tutti noi di Potere al Popolo!

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La riflessione di Potere al Popolo sul ruolo dell’Università e della Ricerca nel mondo della formazione è stata finora debole e frammentaria. Ho già provato a porre l’accento sul problema, ma vale la pena di tornarci su, cercando risposte a domande emerse sin dalla nascita di Pap e cadute sostanzialmente nel vuoto. Perché, ad esempio, quando si tratta di discutere i docenti sono in genere più numerosi degli studenti? E perché tra gli insegnanti, gli «anziani» prevalgono sui più giovani?
Non si tratta di domande banali e per trovare risposte adeguate occorre forse «capovolgere» il nostro modo di impostare il ragionamento: invece di partire da ciò che vogliamo, bisogna forse cominciare da ciò che è accaduto. Poiché la volontà di correggere ciò che funziona male è la molla che sentiamo più forte, in genere procediamo in questo modo: la scuola così com’è non va per queste ragioni, noi la cambieremo e sarà come la vogliamo. E via con proposte di modifiche, leggi d’iniziativa popolare, raccolta firme, manifestazioni eccetera. Va bene così, o al nostro ragionamento manca qualcosa?

Si può pensare che manchi una riflessione sulle conseguenze prodotte dalle misure neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società? Si può supporre che una di queste conseguenze produca un serio problema di partecipazione? Io penso di sì e credo che dovremmo anzitutto capire come siamo giunti a questo punto e quali siano i meccanismi che hanno prodotto una diffusa indifferenza. Individuarli consente di capire se e quanto c’entrino con la formazione e come si possa eventualmente smontarli. Tra noi vive ormai almeno una generazione di giovani – studenti e docenti – educata nelle agenzie di formazione di un Paese soffocato nei confini che vanno da Bassanini a Renzi. Una generazione, forse qualcosa in più di una generazione, cui sono stati abilmente sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare con la propria testa e valutare liberamente, che in fondo è anche capacità di opporsi, di non rassegnarsi, non cedere all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Ciò che apprendiamo a casa, a scuola, nelle strade, dai social e dalla televisione un peso non ce l’ha? E che ruolo ha giocato nella sconfitta della sinistra? Una sconfitta culturale, prima ancora che politica, come sembrano dirci i milioni di voti ai 5 Stelle, che non sono solo meridionali e – ciò che più conta – per molti versi si incontrano agevolmente con gli altri milioni finiti alla destra leghista. In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma bada anche a costruire consenso. Per farlo, sterilizza la conoscenza come potenziale arma di lotta e di fatto manipola il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento persino ostile a chi vuole combatterlo. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, i lavoratori salutavano e ringraziavano i loro carnefici, se elargivano «benefici» e li definivano «padri dei lavoratori».

Torniamo al punto. Da tempo l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo crea i suoi «intellettuali», forma i futuri docenti alla sua filosofia e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle giovani generazioni. Com’è ovvio, i contenuti di questo insegnamento sono quelli consentiti da un sistema di valutazione che, di fatto, costituisce uno strumento di controllo sulla cultura. E’ vero, università finanziate da adeguati investimenti dello Stato sono decisive per la crescita del tessuto sociale. Esse sono un irrinunciabile bene comune, che dovrebbe rendere possibile ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza». Le cose però non stanno così. Noi riusciamo ancora a vedere – e perciò li combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e immatricolazioni che calano. L’Italia è l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, ma impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; da noi le difficoltà economiche causano la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, ma la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli «idonei non beneficiari», giovani ai quali, cioè, si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è un’astrazione, l’università è indebolita dalla penuria dei finanziamenti, isolata dal contesto sociale, e inaccessibile ai ceti meno abbienti. La sua decadenza è tra le cause principali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.

Ridotta così, l’Università va rifondata, ma c’è un problema che in genere ci sfugge. Se diciamo Invalsi, molti di noi capiscono che parliamo di assurdi criteri di valutazione. Contro l’Invalsi perciò lottiamo. Se diciamo Anvur, si tratta ancora di valutazione, una valutazione che diventa addirittura controllo sulla cultura, ma pochi lo sanno e non è facile difendersi. Eppure, così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori. Non è un tema da tre soldi. Se non lo affrontiamo, non avremo mai chiaro dove si nasconde uno dei principali nemici di una formazione critica generalizzata e di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione non è un corpo a sé. Il suo principio-guida è nella Costituzione, quando, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, essa dice che quest’ultima è fondata sul lavoro, ma la sovranità non appartiene al mercato, bensì al popolo. Solo seguendo questa bussola, l’Università, ad esempio, può insegnare che le risorse della natura non costituiscono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri e che dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Ma l’Università questo non può più farlo, perché, gli equilibri ambientali sono subordinati agli interessi economici. Se le cose stanno così, si spiega il ruolo centrale svolto dall’Anvur: costruire sacerdoti del pensiero unico e spegnare nella maggior parte degli studenti la capacità di organizzare resistenza.

Ecco la risposta alle domande da cui siamo partiti. L’Anvur è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di testi che le commissioni non leggono. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita – gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca?

A che serve questo meccanismo e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur con la sua logica produttivistica impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in base alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa? La risposta è semplice: l’Anvur sa che il legame forte tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, per esempio, non pubblico i risultati delle mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non otterrò cattedre con le mie ricerche, perché non troverò editori. O rinuncio, o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potremmo continuare, ma ormai dovrebbe esser chiaro. Valutare per controllare significa imporre dall’esterno «obiettivi di valore» che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa diranno i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente, formato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

Il Blog dei Pazzi, 30 dicembre 2010

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Se i militanti di un movimento politico non hanno tutti lo sguardo rivolto nella stessa direzione, non è un male e potrebbe essere un bene. Tuttavia, dopo l’esito del Referendum costituzionale, ogni movimento e partito politico dovrebbe oggi sforzarsi di coglierne fino in fondo il valore di svolta, individuare i cambiamenti che provocherà e trovare necessariamente al suo interno un’intesa sulla prospettiva. In questo senso, decisiva diventa la capacità cogliere la direzione verso cui si muove il momento storico che viviamo.
Tre anni fa ero sicuro della funzione storica di «Potere al Popolo», perché potevo credere che la Repubblica nata dall’antifascismo avesse ancora una notevole vitalità, come aveva dimostrato l’esito del Referendum di Renzi. Quella vitalità consentiva di pensare che, nonostante il liberismo dilagante, c’era di certo ancora bisogno di un’autentica sinistra alternativa, perché la Costituzione era stata il prodotto di un compromesso di altissimo valore tra le culture politiche protagoniste della nostra storia: socialista, cattolica e liberale. Quella autenticamente socialista – e quindi antiliberista – non poteva sparire dalle Istituzioni senza che la Costituzione pagasse le conseguenze di quella sparizione.
Oggi continuo a credere che «Potere al Popolo» risponda a una necessità della storia, ma non posso fare a meno di registrare un fatto nuovo, che corrisponde a una trasformazione seria della realtà in cui ci muoviamo; il referendum ci ha detto ciò che in fondo appariva ormai chiaro: la Repubblica ha perso la sua forza vitale e tutto purtroppo corre decisamente verso destra. Ce lo dicono, per limitarsi alla repressione, una docente sospesa e una licenziata per motivi politici, la sorveglianza speciale inflitta a Eddi Marcucci, «colpevole» di aver combattuto per la libertà dei Curdi, i casi di persecuzione politica di una figura come quella di Nicoletta Dosio, cui s’è aggiunta Dana Lauriola, arrestate per colpire il movimento NoTav, e da ultimo, la sospensione inflitta alla compagna dottoressa Francesca Perri, che ha denunciato in un’intervista le gravi carenze nella protezione dei lavoratori. In questa situazione, la funzione storica di «Potere al Popolo» non è più quella di colmare un vuoto. Oggi c’è bisogno anzitutto di organizzare una «resistenza».
Se è così, ed è difficile negarlo, «Potere al Popolo» deve porsi necessariamente il problema di un «compromesso» di natura «resistenziale», che le consenta di aggregare forze fino a un certo limite «eterogenee». È un processo necessario, che non va lasciato in mano agli «antifascisti alla Minniti» e che Pap deve promuovere e guidare in prima persona. Deve farlo – ecco un altro fatto nuovo – in un tempo quanto più possibile breve.
Credo, però, che a questo punto sia bene sgombrare il campo da un facile equivoco: non si tratta di lavorare per alleanze elettorali, anche se molto probabilmente a un certo punto del percorso esse si realizzeranno. Si tratta di promuovere ragionamenti e lotte in comune con partiti, associazioni e collettivi sulle scelte possibili e anzi probabili che si vanno già facendo su temi quali la legge elettorale e lo sbarramento, che ci taglierebbe fuori, l’autonomia regionale separatista, la Sanità semidistrutta, il Sistema formativo trasformato in fucina permanente di pensiero liberista e di individualisti votati alla competizione, e via così su temi questo genere.
Su questo terreno – è bene ricordarlo – intese con PD, 5Stelle e Sinistra di governo non sarebbero nemmeno pensabili, perché è soprattutto dal governo che verranno gli attacchi alla democrazia. Non c’è nessun rischio, quindi, di snaturare un movimento o un partito. Si potrebbe e dovrebbe creare, invece, un campo comune, i cui confini sarebbero i principi condivisi e le lotte condotte assieme. Eventuali alleanze, se e quando dovessero venire, non sarebbero cartelli elettorali, ma l’unione di forze unite da ragionamenti comuni e lotte praticate assieme, in un processo che non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità.
Solo così, sarà possibile navigare sul filo della corrente che conduce al futuro. Cioè nella direzione in cui volge la storia.

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Ho scoperto per caso che, intrappolato nella giungla delle leggi elettorali, alle recenti comunali di Aosta, Potere al Popolo!, pur avendo raggiunto il fatidico traguardo del 3%, non solo non è entrato nel Consiglio Comunale, ma si trova ora di fronte a un complicato dilemma:
1. Decidere che, essendo comunque lontani da quelle che sono di fatto due destre, la battaglia dei ballottaggi non ci riguarda;
2. Dare indicazioni di voto, perché tra i due candidati uno è più o meno apertamente fascista, ed è appoggiato da tutte le destre, compresa Casa Pound, l’altro è espressione di una coalizione in cui non c’è solo il famigerato PD, che si finge antifascista e però sta sulle posizioni fasciste di Minniti, ma anche liste civiche e associazioni di autentici antifascisti.
3. Seguire la via dell’astuzia, in grado di toglierci apparentemente le castagne dal fuoco: starsene zitti in pubblico, esprimere un voto antifascista nel segreto delle urne e poi, se interrogati, negarlo.   
Prima di esaminare il valore delle scelte possibili, mi sono chiesto com’è accaduto che ad Aosta, città medaglia d’oro della Resistenza, sia giunto quel 3%, un risultato che non era facile ottenere. Non conosco la realtà locale, ma non credo di sbagliare se dico che i compagni di Aosta hanno saputo parlare a chi non è schierato su posizioni molto radicali, ma è contemporaneamente stanco della vergogna che da troppo tempo caratterizza ovunque la nostra realtà politica. Quel 3%, quindi, raccolto in una città medaglia d’oro della Resistenza, appartiene tutto a Pap, ma non è esclusivamente il voto della “nostra gente”. Averlo ottenuto significa aver mostrato una via possibile, che promette un vantaggio – una speranza concreta di andare oltre la “testimonianza” – ma ti crea un problema di flessibilità.
E’ solo avendo presente questa duplice condizione, che si può provare a scegliere tra il primo e il secondo corno del dilemma, avendo chiare le conseguenze. Se dici a chi si è avvicinato a Pap che il ballottaggio non ti riguarda e pazienza se vince il fascista, perdi per strada gran parte di chi non proviene da Potere al Popolo!, ma l’ha votato. Sei indiscutibilmente coerente, ma sei anche rigido sino al punto da rischiare di cancellare la crescita e arroccarti nella difesa di una identità. Se invece dai indicazioni di voto, scalfisci la coerenza, ma difendi il dialogo che hai allargato e i rapporti che hai costruito. Se, infine, fai il gioco delle tre carte, rischi una pericolosa figuraccia. Ed è un rischio probabile e dalle conseguenze penose.
A me pare che il problema più urgente non sia quello di sapere qual è la posizione giusta. Trovo piuttosto necessario chiarire che le tre opzioni rappresentano in fondo concezioni della politica diverse tra loro, che non riguardano semplicemente l’assemblea territoriale di Aosta e gli organismi dirigenti del movimento, ma l’intero corpo di Potere al Popolo! e – in senso più lato – tutta la gente di sinistra. Questo perché dietro quelle che potrebbero sembrare questioni interne a una delle sue componenti – in questo caso Potere al Popolo! – emergono nodi da sciogliere e discussioni da fare alla luce del sole riguardo alla cosiddetta “unità”.
Il fascismo storico passò anche perché la percezione del pericolo giunse tardi, dopo una serie di divisioni che indebolirono irrimediabilmente la sinistra, quando la crisi del dopoguerra diventò devastante e il capitalismo divenne così forte da imporre le sue leggi a ciò che restava di una sinistra ormai residuale nella coscienza del Paese. Sì capì tardi che la sconfitta non era stata solo politica, ma anche e soprattutto culturale. Fatte le debite differenze, gli anni Venti di questo secolo ci pongono di fronte a una situazione che, al di là della forma, nella sostanza non è molto diversa da quella che vide cadere invano Matteotti. Un socialdemocratico. Una situazione tale che nessuna forza politica avrebbe potuto fermare da sola la catastrofe, che, come sappiamo, giunse puntuale.
Al di là delle apparenze, anche oggi la catastrofe che temiamo è in parte già giunta e mi fa ricordare le parole di un partigiano di Giustizia e Libertà, Gaetano Arfè, uno dei politici più intellettualmente onesto che io abbia mai conosciuto, il quale, prima di andarsene, più volte ebbe a scrivere, come in un testamento morale, parole che val la pena di ricordare: è in corso una terribile battaglia e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.
Torno al tema dell’unità, ricordando che, se è stato un errore gravissimo lasciar morire i “Comitati del No”, dopo la fine ingloriosa della Riforma Boschi, sarebbe ancora più grave non tenere in vita oggi quei comitati che allo sfascio della Costituzione hanno opposto comunque un 30% di no. Suppongo che ci sia ancora tempo e modo per ragionare di una confederazione di forze, che, pur conservando la più totale autonomia, si raccolgano attorno al Comitato sulla base di punti che non ci possono vedere divisi: la difesa della rappresentanza – quindi la pretesa di una legge elettorale proporzionale e senza sbarramento (che potrebbe aprire contraddizioni profonde nell’apparente unanimismo del PD, soprattutto della sua base) -, la questione dell’ambiente, per il quale si fa ormai il conto del tempo che manca alla distruzione della vita umana sul pianeta, il ritorno alla Sanità pubblica, semidistrutta dalla religione neoliberista, la centralità di un sistema formativo statale, gratuito e sottratto al suo stato di coma, il ritorno alla Costituzione del 1948 e quindi l’abolizione dei vergognosi sì ai diktat della finanza (pareggio di bilancio e fiscal compact, per fare qualche esempio); l’abolizione delle leggi contro i lavoratori. E mi fermo qui, sapendo di aver omesso chissà quanti altri punti unificanti.
Può darsi che sbagli, ma mi chiedo se una confederazione siffatta, con un riferimento comune costituito dai Comitati del No, con una base forte di quel 30 % di elettori che si sono raccolti e uniti attorno a questi temi, sia oppure no il terreno di una possibile unità, che raccolga un ampio fronte anticapitalista e diventi un formidabile strumento di lotta nelle piazze e in tempi brevi anche nelle Istituzioni. E’ una domanda che merita una riflessione e una risposta molto ponderata.

Fuoriregistro, 29 settembre 2020

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Domenica e lunedì in Campania si vota per le elezioni regionali.
Per chi voto?
Per Potere al Popolo!
Perché?
Rispondono per me Gianpiero Laurenzano e Giuliano Granato:
Ascoltate le duemila ragioni del mio voto e anche voi voterete come me:
https://www.facebook.com/giulianogranatopresidente/videos/355257482296636

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In Campania la situazione è chiara e l’esito già deciso: vinceranno De Luca, le sue fritture di pesce e il peggior passato della nostra storia recente. Se alle elezioni non partecipassero Potere al Popolo! e il suo candidato Presidente, Giuliano Granato, dopo il voto tutto resterebbe com’era. Giuliano Granato però c’è e rappresenta una scelta possibile e concreta per studenti, precari, disoccupati e giovani costretti a cercar fortuna in altri Paesi.
Siete delusi per il tradimento dei 5Stelle e non ne potete più di vecchi politicanti e giovani avventurieri che considerano la politica un’occasione di arricchimento personale? Bene. Un’alternativa esiste e non è un’illusione: è un movimento di giovani che farà tutto il contrario di quello che finora hanno fatto De Luca e la sua banda. Quelli hanno distrutto il vostro futuro per costruire le proprie fortune, Potere al Popolo! lavorerà per ricostruirlo. Il mondo cambia sempre così: quando non ne possono più, i giovani sostituiscono progressivamente i vecchi cialtroni e si comincia daccapo.
Il futuro è già cominciato: nessuno lo dice, infatti, ma lo sanno tutti: Potere al Popolo! ha già messo al sicuro il suo 3% e si prepara a entrare in Regione. Ora si tratta di capire quanti candidati accompagneranno Giuliano Granato per girare con lui la pagina della storia.
Mentre il cambiamento è già iniziato, la parola tocca a voi. Volete De Luca e la solita disperazione? Votate i suoi marpioni o statevene a casa. Se invece volete rafforzare il progetto nuovo e ricostruire con noi il vostro futuro, strappandolo dalle mani di chi l’ha distrutto, sapete che fare: votate Giuliano Granato e Potere al Popolo!, e votate NO al referendum.
Fatelo e poi di corsa venite a far festa con noi.       

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Tutte le elezioni, anche quelle amministrative in un piccolo centro, hanno significato e valore politico. Politico, a maggior ragione, è il voto in elezioni regionali che non solo coincidono con un referendum sull’ennesimo tentativo di stravolgere la Costituzione repubblicana, ma capita nel momento di un’offensiva padronale così violenta, da voler svincolare il salario dall’orario di lavoro.  Un’offensiva scandalosa, che si potrà anche leggere come prova di una forza che non teme lo scontro, a condizione però che sia valutata per quello che è: forza della disperazione, di fronte a una crisi che il capitale ha provocato e non sa come gestire, se non con la forza.
Bonomi, sa bene che la soluzione della crisi passa per una politica di programmazione pianificata e per un salario che non cala di fronte alla necessità di abbassare l’orario di lavoro per creare occupazione. Se finge di non saperlo e parte all’attacco, nonostante le crescenti diseguaglianze nate dalle recenti vittorie dei padroni – Jobs Act, Buona Scuola, legge Fornero, abolizione dell’art. 18 e chi più ne ha più ne metta – la ragione è semplice: sa che di fronte non ha forze politiche intenzionate a intimargli lo stop, né sindacati pronti a organizzare la lotta nelle piazze.
In questo senso, un esito elettorale particolarmente positivo di Potere al popolo! e l’ingresso di un’autentica sinistra di classe nei luoghi del governo della  Regione Campania, avrebbe un enorme valore politico. Per la prima volta dopo decenni, i grandi evasori fiscali, gli speculatori, i predatori dell’ambiente, i garanti dell’intreccio devastante tra politica e malavita organizzata, gli sfruttatori del lavoro umano, i creatori di precarietà, in altre parole la “forza” di Bonomi, avrebbero da fare i conti con una proposta politica alternativa che essi conoscono e della quale negano l’esistenza. Allo stesso tempo milioni di sventurati, privati di diritti e costretti a vivere in condizioni disperate – molto degli italiani che Salvini mette al “primo posto” delle sue inesistenti politiche sociali, ma nei fatti consegna a Bonomi con le mani e i piedi legati, troverebbero un riferimento e la musica cambierebbe.
La Campania è piccola ed è solo una parte del Paese? Certo, ma la vittoria avrebbe un chiaro valore nazionale e favorirebbe un processo di unificazione che spinge Bonomi impaurito ad affannarsi in una continua e dissennata corsa in avanti.
Il voto non è lontano, ma il tempo per riflettere non manca. Confindustria sa che si è aperta una nuova terribile fase della nostra storia e pensa di dominarla partendo dalla “rivoluzione “ di Bonomi, che così chiama la lotta di classe condotta dai padroni. Se sfruttati e precari coglieranno il segnale e voteranno per Giuliano Granato e i candidati di Pap! le parole torneranno ad avere il loro reale significato e tutto sarà più chiaro: Bonomi non c’entra nulla con la rivoluzione. E’ un reazionario poco intelligente e terribilmente disperato.

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Pensateci solo per un attimo: al posto di De Luca, un giovane come Giuliano, con le qualità di Giuliano, la passione civile, la trasparenza, l’onestà intellettuale e la sacrosanta volontà di costruire un mondo che non sia il letamaio di De Luca…
Ci avete pensato? Beh, se l’avete fatto, non potrete fare altro che votarlo.

https://www.facebook.com/giulianogranatopresidente/videos/789296048507164

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La malattia è sofferenza e talvolta morte. Sia l’una che l’altra possono talora essere evitate dalla tempestività dell’intervento medico. La «lista d’attesa» è un prolungamento più o meno indefinito della sofferenza e per il cittadino povero significa in molti caso tortura e qualche volta morte.
In «lista di attesa» naturalmente finisce quella parte della popolazione, da anni ormai in crescita costante, che non può far ricorso all’assistenza privata. Non è un paradosso: secondo il rapporto Rbm-Censis 2019 le popolazioni dei territori più poveri sono quelle che, in proporzione al reddito, spendono di più per curarsi. Più deboli o assenti, infatti, sono le strutture pubbliche, più la tortura diventa feroce e più il torturato è costretto a pagare per colpe che non ha commesso.
L’anno scorso il 44 % della popolazione italiana, dopo lunghe e dolorose attese, è stato costretto a sottrarre al suo magro bilancio i soldi necessari a pagarsi una prestazione sanitaria.
Diversamente da De Luca e Caldoro, i pilastri su cui poggia in Campania la Sanità privata, Giuliano Granato, candidato di Potere al Popolo! alla Presidenza della Regione, qualora dovesse vincere, destinerebbe ogni possibile risorsa al potenziamento della Sanità pubblica, riaprirebbe gli ospedali e i presidi sanitari chiusi da Caldoro e De Luca e farebbe di tutto per cancellare le «liste di attesa», che significano solo tortura e rischio di morte.     

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