Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Portella della Ginestra’


Fino a qualche anno fa bastava dirlo – Primo maggio, festa del lavoro – ed emergeva un mondo: il 1889, Parigi e l’esposizione universale in cui s’era deciso che nascesse, le associazioni operaie sempre più consapevoli, i diritti da strappare ai padroni, l’unità degli sfruttati contro gli sfruttatori, le lotte e la forza della coscienza di classe.
Da tempo tutto questo è svanito nel nulla. Il Primo Maggio ormai non è più festa e anche quando lo è la festa del lavoro lavoro che non c’è e ha smarrito il suo significato reale. Nelle aule o davanti a una gelida macchina elettronica, a quanti studenti si dice oggi che questo è stato giorno di lotta e spesso di terrore e di sangue versato? Chi ha ricordato il tragico Primo maggio del 1947, quando tra Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, nella spianata di Portella della Ginestra, la festa si tinse di sangue innocente? Si va a caccia di «terroristi», ma quando mai in questo Paese si è andati a caccia del terrorismo e dei terroristi figli del potere? Chi ricorderà domani i contadini uccisi mentre si raccoglievano attorno alle bandiere rosse, mentre i sogni suscitati dalla neonata repubblica diventavano incubi? Chi ha mai tenuto conto dei parenti di queste vittime?

Voglio ripetere oggi ciò che scrissi in un primo maggio di alcuni anni fa. Ripeterlo perché i libri di storia soffrono sempre più di inquietanti vuoti memoria e ci si può giurare: nel trionfo apologetico della bontà dei «datori di lavoro», quando svanirà la generazione dell’ormai lontano Sessantotto, tutto si perderà, persino la memoria di un’antica tradizione della zona. A Portella della Ginestra, infatti, i lavoratori si adunavano in festa per il Primo Maggio fin dai giorni entusiasti e terribili dei Fasci siciliani, quando Nicola Barbato, apostolo del primo socialismo, parlava ai contadini, ritto in piedi su una roccia che diverrà poi il «sasso di Barbato». A gennaio del 1894 il generale Morra di Lavriano, inviato nell’isola con 30.000 uomini, spedì immediatamente al confino 1000 persone senza processo e altri 2000 siciliani distribuì, poi, tra carcere e soggiorno obbligato, grazie a tre tribunali militari (Palermo, Messina e Caltanissetta) che, esercitando un’autorità assoluta e arbitraria, colpirono anche le associazioni operaie e le organizzazioni sindacali malviste dal governo Crispi e dai partiti politici dell’opposizione.
A conti fatti, fortunato fu chi salvò la vita, perché le stragi terroristiche iniziarono subito: il 20 gennaio 1893 ci furono tredici morti a Caltavuturo, il 6 marzo caddero in due a Serradifalco, il 6 agosto ci fu  un morto ad Alcamo, il 10 dicembre undici caduti a Giardinello, il 25 dicembre altri undici a Lercara, l’1 gennaio 1894 otto morti a Pietraperzia; il 2 gennaio due vittime a Belmonte Mezzagno; il 3 gennaio diciotto uccisi a Marineo e il 5 gennaio a Santa Caterina Villermosa quattordici morti, di cui racconta Pirandello. Barbato, l’antico organizzatore sindacale pagò col carcere la sua passione socialista, ma non fu mai cancellato dalla memoria popolare, come accade oggi, mentre la «democrazia» dell’uomo di «Goldman e Sachs» cancella il Parlamento e chi si ostina a parlarne o è un patetico nostalgico o un pericoloso sovversivo comunista.

Presto purtroppo nessuno ricorderà che, caduto il fascismo, non solo quell’antica tradizione era stata ripresa, ma il primo maggio del 1947 i contadini si riunirono nel pianoro per festeggiare, assieme alla festa del lavoro, la sinistra vittoriosa sul fronte padronale, guidato dalla DC, alle prime elezioni regionali che si erano tenute il 20 aprile, dopo una campagna elettorale segnata dalla crescente violenza mafiosa. I segnali di trame occulte, intese inconfessabili, rapporti oscuri tra politica e malavita organizzata, che conducono difilato alle attuali connivenze tra Stato e mafia e al degrado del CSM, erano chiari sin da quei giorni lontani. Il 4 gennaio, infatti, era stato ucciso Accursio Miraglia, dirigente del PCI e animatore delle lotte contadine; di lì a poco, il 17 gennaio, era caduto il comunista Pietro Macchiarella e nei Cantieri Navali di Palermo erano stati impunemente esplosi colpi d’arma da fuoco. S’era votato in un clima così minaccioso, che ai comizi noti esponente della mafia avevano potuto pubblicamente minacciare gli elettori.

I fermati non furono mai arrestati, si escluse subito l’intreccio politica-mafia e le indagini si concentrarono sulla banda Giuliano. Il quadro dell’inchiesta diventò ben presto quello tipico della storia della Repubblica, quando in discussione sono state e sono le relazioni tra malavita organizzata e colletti bianchi. Indagini chiuse rapidamente, omissioni, perizie balistiche inesistenti, vittime sepolte senza autopsia, attenzione rivolta ai killer. Ai mandanti non pensa nessuno e gli imputati si riducono al «bandito» Salvatore Giuliano – guarda caso, un ex agente dei servizi segreti di Salò – e gli uomini della sua banda. Cinque anni dopo la «giustizia» si ferma lì: ergastolo per Giuliano, al quale s’era intanto chiusa la bocca per sempre dopo un conflitto a fuoco, e per gli undici componenti della sua banda.
Fu chiaro a tutti, anche ai giudici, che lo scrissero nella sentenza: la strage intendeva colpire i comunisti, impegnati nelle aspre lotte per i diritti dei contadini; i giudici facevano cenno a una forma di «supplenza»: i «banditi», di fatto, avevano operato come una sorta di «polizia di riserva». Ciò che non poteva consentirsi lo Stato al servizio dei padroni, era stato compiuto dai mafiosi.
Il Primo maggio del 1947 non è solo la prova storica che una sinistra vera è ugualmente pericolosa per gli interessi dei padroni e delle cosche mafiose, ma ricorda a chi vuole capire che il padronato ha sempre remato contro l’Italia nata così come vollero gli antifascisti. Se il Paese avesse memoria storica e coscienza di se stesso, sentirebbe fino in fondo la violenza che sta subendo e si leverebbe come un sol uomo contro un governo «atlantista» che riconduce indietro le lancette della storia.

Questa memoria purtroppo non c’è. La scuola è stata piegata, l’università è in ginocchio e una sinistra autentica non siede più in Parlamento. Crisi della finanza e crisi dell’ectoplasma che storicamente chiamiamo democrazia sono ormai un treno che procede a ruota libera sullo stesso binario. Alla prima sosta attende, paziente ma minaccioso, il fascismo del nuovo millennio.
In questo clima, non sarà male ricordare i morti e i feriti fatti dai padroni e dai loro complici politici quel giorno e in tanti altri giorni che da ieri conducono a oggi. Non sarà male, perché altrimenti nessuno ricorderà che nella storia di questo Paese il primo, autentico terrorista è lo Stato.  
Dal «dittatore», Garibaldi, che a Napoli affida l’ordine pubblico a Liborio Romano, fino alla nascita della Repubblica e alla mafia che apre la strada ai «liberatori», è andata così. Porti la «cartolina precetto», che sottrae al lavoro contadini e operai, spari nella schiena al fantaccino che scappa sulla linea del fuoco nella «Grande guerra», tiri un colpo di rivoltella al ragazzino di un quartiere abbandonato al suo destino, o si tolga gentilmente il cappello, lo Stato è il garante di un’antica ingiustizia: tutela gli interessi dei ceti dominanti. Così fu con Crispi, così con Mussolini, così è stato sempre. E non venite a dirmi che c’è la Costituzione: ne è stato presidente Gaetano Azzariti, già presidente dal Tribunale fascista della razza.

Chiacchiere da bar? Non direi. Partiamo da fatti solo apparentemente lontani. Tra il 1948 e il 1950 le forze dell’ordine denunciano decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciati al loro posto, grazie al codice del fascista Rocco che nessuno ha voluto mandare in pensione, condannano oltre 15.000 “sovversivi” a 7.598 anni di carcere. Per farsi un’idea del clima che c’è nel Paese, basta un raffronto coi dati dell’Italia fascista, in cui, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò complessivamente gli imputati per reati politici a 27.735 anni di carcere. Per un triennio di storia repubblicana, quindi, la media annuale è di 2533. Molto più dei 1631 che fu la media annuale dell’Italia fascista. Nell’Italia repubblicana, nel 1948-52, in piazza le forze dell’ordine fecero, secondo dati ufficiali, 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6.
A conferma del ruolo di uno  Stato terrorista c’è l’intramontabile “modello Fiat”, varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne e con la morte di Maria Baratto uccisa dal «confinamento» dopo aver fondato un comitato anti suicidio), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Lo Stato che non cambia condanna a 14 anni di carcere di ragazzo che ha rotto un bancomat in cui vede il simbolo del capitalismo e non muove un dito per colpire i padroni che uccidono gli operai, ignorando la sicurezza sul lavoro. E’ lo stesso Stato che punisce, come fosse una volgare criminale, Eddi Marcucci, colpevole di aver combattuto per la libertà dei Curdi. Di questo Stato criminale e terrorista, dei suoi ripetuti crimini i benpensanti non parlano mai.

Chi ricorda più che nel 1974, trentuno anni dopo la caduta del fascismo, una legge riconobbe la qualifica di “perseguitati politici” a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966? Chi ricorda più i numeri agghiaccianti delle vittime? Eppure non si tratta di «casi» che vivono ancora nella coscienza del Paese, come quello di Giuseppe Pinelli, anarchico volato giù dalle finestre della Questura di Milano il 12 dicembre 1969, affidato al fascista Marcello Guida, già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato lo stato maggiore dell’antifascismo militante a partire da Sandro Pertini. Si tratta di una terribile serie di morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.

26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino, Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare. Il 18 dicembre a Montesano, mentre ormai si lotta per la liberazione, le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente «elementi comunisti». Ai carabinieri di Napoli un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, a pochi giorni dall’insurrezione in cui è caduto da eroe il figlio Adolfo. Nei giorni di lotta sanguinosa, gli ufficiali superiori dei carabinieri, delle Forze Armate e dei corpi di Polizia se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città.

Il 1944 con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote non va molto meglio. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai potuto fare, ma furono tanti. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto tocca a Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani

1945: 38 morti tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;

1946; 42 morti;

1947: 8 morti;

1948: 35 vittime;

1949: 22 morti;

1950: 19 caduti;

1951: 4 morti;

1952: 2 vittime;

1953: 12 uccisi;

1954: 6 morti.

1955: non si spara e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;

1957: 4 vittime;

1959: 2 caduti;

1960: 11 morti ;

1961: 1 caduto;

1962: 2 vittime.

Una pausa in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:

1968: 3 morti;

1969: 5 caduti, cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere, insieme ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta «strategia della tensione», che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui Pinelli e Pietro Valpeda.

Gli anni di piombo non rientrano un questo doloroso elenco. Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte, da fare ormai in sede storica, non nelle aule di tribunali.

Mi fermo qui per stanchezza e non apro il capitolo dei morti per manicomio, dei detenuti «politici» torturati, di quelli ricattati con l’arresto delle compagne incinte per estorcere confessioni. Terroristi ne abbiamo avuto molti. Quelli pagati dal potere non hanno mai pagato. Poiché fingiamo di non saperlo, è giunto questo Primo maggio che vede massacrati i lavoratori, i loro diritti e la Costituzione.

classifiche

Read Full Post »

giornalebord[1]Primo Maggio. Un tempo bastava la parola ad evocare un mondo: l’esposizione universale a Parigi, le mille società dei lavoratori che acquistavano coscienza di sé, discutevano di diritti da conquistare, modalità di lotta, coscienza di classe e cultura operaia. Da alcuni anni tutto questo sembra svanito nel nulla. Nessuno ricorda e il Primo ha perso il suo significato profondo. E’ stato giorno di lotta e non di rado di lutto, ma in questo tempo senz’anima e senza storia s’è ridotto al “concertone” romano ed è ormai una strana festa del lavoro: senza lavoro, senza memoria e senza verità. Quante scuole quest’anno hanno ricordato l’uno maggio del 1947, festeggiato a Portella della Ginestra, nel pianoro che si stende tra San Cipirello, San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi? Chi le ricorderà domani le migliaia di persone raccolte attorno alle bandiere rosse, e i sogni, le speranze della neonata repubblica stroncati sul nascere dal fuoco aperto sui contadini inermi? Chi li ricorderà i morti e i feriti fatti dai padroni quel giorno?
I libri di storia soffrono ormai di preoccupanti vuoti memoria, confusi e generici si son fatti i programmi di studio e ci si può giurare: nel trionfo apologetico della bontà dei “datori di lavoro”, quando se andrà via la generazione dell’ormai lontano Sessantotto, si perderà persino la memoria di un’antica tradizione della zona. A Portella della Ginestra, infatti, i lavoratori si adunavano in festa per il Primo Maggio fin dai giorni entusiasti e terribili dei Fasci siciliani, quando Nicola Barbato, apostolo del primo socialismo, parlava ai contadini, ritto in piedi su una roccia che diverrà poi il “sasso di Barbato“. L’antico organizzatore sindacale pagò col carcere dell’Italia liberale la sua passione socialista, ma non fu mai cancellato dalla memoria popolare, come accade oggi, mentre un nuovo regime autoritari cancella la storia del movimento operaio e chi si ostina a parlarne o è un patetico nostalgico o, peggio ancora, un pericoloso sovversivo comunista. Presto purtroppo nessuno ricorderà che, caduto il fascismo, non solo quell’antica tradizione era stata ripresa, ma il primo maggio del 1947 i contadini si riunirono nel pianoro per festeggiare, assieme alla festa del lavoro, la sinistra vittoriosa sul fronte padronale, guidato dalla Democrazia Cristiana, alle prime elezioni regionali che si erano tenute il 20 aprile, dopo una campagna elettorale segnata dalla crescente violenza mafiosa. I segnali di trame occulte, intese inconfessabili, rapporti oscuri tra politica e malavita organizzata, che conducono difilato ai processi in corso sulle connivenze tra Stato e mafia, erano chiari sin da quei giorni lontani: Il 4 gennaio, infatti, era stato ucciso Accursio Miraglia, dirigente del PCI e animatore delle lotte contadine; di lì a poco, il 17 gennaio, era caduto il comunista Pietro Macchiarella e nei Cantieri Navali di Palermo erano stati impunemente esplosi colpi d’arma da fuoco. S’era votato in un clima così minaccioso, che ai comizi noti esponente della mafia avevano potuto pubblicamente minacciare gli elettori.
I fermati non furono mai arrestati, si escluse subito l’intreccio politica-mafia e le indagini si concentrarono sulla banda Giuliano. Il quadro dell’inchiesta diventò ben presto quello tipico della storia della repubblica quando in discussione sono state e sono le relazioni tra malavita organizzata e colletti bianchi. Indagini chiuse rapidamente, omissioni, perizie balistiche inesistenti, vittime sepolte senza autopsia, attenzione rivolta ai killer. Ai mandanti non pensa nessuno e gli imputati si riducono al “bandito” Salvatore Giuliano – un ex agente dei servizi segreti di Salò – e gli uomini della sua banda. Cinque anni dopo la “giustizia” si ferma lì: ergastolo per Giuliano, al quale s’era intanto chiusa la bocca per sempre dopo un conflitto a fuoco, e per gli undici componenti della sua banda.
Fu chiaro a tutti, anche ai giudici, che lo scrissero nella sentenza: la strage intendeva colpire i comunisti, impegnati nelle aspre lotte per i diritti dei contadini; i giudici facevano cenno a una forma di “supplenza”: i “banditi”, di fatto, avevano operato come una sorta di “polizia di riserva”. Ciò che non poteva consentirsi lo Stato al servizio dei padroni, era stato compiuto dai mafiosi.
Il Primo maggio del 1947 non è solo la prova storica che una sinistra vera è ugualmente pericolosa per gli interessi dei padroni e delle cosche mafiose, ma ricorda a chi vuole capire che il padronato ha sempre remato contro l’Italia nata così come vollero gli antifascisti. Se il Paese avesse memoria storica e coscienza di se stesso, sentirebbe fino in fondo la violenza che sta subendo dal governo Letta. Un governo che ignora il risultato delle urne, rivendica pubblicamente la sua collocazione storica nell’area che fu della DC, pilastro, con Scelba, della reazione antifascista, e di fatto, riconduce indietro le lancette della storia. Questa memoria non c’è. La scuola è stata piegata, l’università è in ginocchio e manca un’autentica sinistra di classe. O si trova modi di organizzarla rapidamente contro questa sorta di golpe o è bene dirselo chiaro: crisi della finanza e crisi della democrazia sono ormai un treno che procede spedito sullo stesso binario. Alla prima sosta, attende paziente, ma minaccioso, il fascismo del nuovo millennio.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 maggio 2013 e su “Liberazione.it” il 2 maggio 2013 col titolo Passato e presente. Un terribile primo maggio 

Read Full Post »

E’ un medico, Clini. Wikipedia le sbaglia tutte, ma occorre crederci, anche se sembra davvero una barzelletta: medico del lavoro, specializzato in Igiene e Salute pubblica. Sì, salute pubblica, avete letto bene. Con questi titoli nobiliari, rilasciati dalle nostre università perennemente distratte, il tecnico strapagato, Direttore Generale al Ministero dell’Ambiente dal 1991 al 2011, quando l’amico Monti l’ha accomodato sulla poltrona di Ministro, con questi titoli s’è svegliato dal coma profondo in cui ha vissuto per quasi un anno e ha dato il primo segno di vita a un Paese che non s’era ancora accorto della sua esistenza. Se i metalmeccanici tarantini non giocano alla roulette russa col cancro, ha dichiarato con arroganza senza precedenti, se tutti i cittadini di Taranto non rinunciano alla difesa della salute, gli investitori stranieri potrebbero aversela a male e tenere in tasca i loro sporchi quattrini.
Se ne son viste e sentite veramente tante. Abbiamo sopportato Andreotti e Valletta, ci siamo tenuti lo schiaffo di Portella della Ginestra, i licenziamenti politici, le bombe impunite e le stragi di Stato e pensavamo che di peggio non potesse accadere. Sbagliavamo., sbagliavamo di grosso. Siamo andati ben oltre i confini segnati da Andreotti e Cossiga. Ogni giorno è un nuovo orrore, ogni giorno questo governo commette un’ingiustizia così grande o presenta leggi così feroci da far impallidire la ferocia che c’era dietro i silenzi omertosi su Piazza Fontana e Piazza della Loggia, dietro la bomba esplosa alla stazione di Bologna, dietro tutto il male che c’è stato fatto in decenni di vergogne. Una vergogna come quella che abbiamo sotto gli occhi non s’era mai vista prima: se ne vanno liberi  e franchi in Parlamento i responsabili d’un disastro epocale, seggono davanti a inutili simulacri di Commissioni Parlamentari, e apertamente minacciano: o ci lasciate in pace o affamiamo il Paese. A noi della salute della gente non interessa niente. Firmano l’ultimatum e se ne vanno via tranquilli così come sono venuti: salute o lavoro, prendere o lasciare.
E il governo? Il  governo c’è. Oggi lo rappresenta Clini, che ha portato una sedia per far sedere l’Ilva in Parlamento e ha aperto bocca solo per fare cartastraccia della Costituzione, attaccare i giudici e metterli a tacere: di che s’impiccia il giudice, che vuole, perché non smette di annoiarci con i rischi che corre la città di Taranto? Un medico ministro, profumatamente pagato per curare la salute pubblica, non ha altro da dire che questo: crepate. Nelle fabbriche e nelle città. Morite di tutte le morti che volete, a noi non importa nulla. Noi siamo qui solo per proteggere finanzieri ladri e imprenditori assassini.
Non s’era mai visto prima. Nemmeno con Andreotti e Valletta. Non c’è paragone. Peggio perfino di Berlusconi.
Ci sono momenti della storia in cui i popoli hanno l’obbligo di capire che in gioco è la dignità. Sono momenti in cui non ci sono scelte. O la gente trova il coraggio di dire basta e scatena l’inferno, oppure non c’è speranza e nessuno poi si lamenti. Tutto ciò che cediamo oggi sul terreno dei diritti è sangue che i nostri nipoti dovranno versare per tornare liberi.

Read Full Post »