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Posts Tagged ‘Ponzio Pilato’

 

downloadDemocrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

Agoravox e Fuoriregistro, 4 ottobre 2017

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L’onorevole Cota: impeccabile

Nominato” deputato senza essere stato votato da un solo elettore, ma sempre impeccabile e alla moda con la sua cravatta verde, Roberto Cota si appella alla “verità dei fatti” e ci bacchetta: “documentatevi, prima di parlare. Non gli dirò che dopo Ranke e l’histoire événementielle, sono venuti Bloch e Fevbre, “Les Annales” e Carr. Perché polemizzare? Stiamo ai fatti, come ci domanda, e Cota converrà: se documentato ha da essere il critico, a maggior ragione occorrerà che lo sia chi, criticato, si trincera dietro lo scudo dell’obiettività.
Non se l’avrà a male, quindi, l’onorevole “nominato” se, capitandomi sott’occhi una sua proposta di modifica dell’articolo 8 della Costituzione, gli domando quali siano i fatti da cui nasce il suo disegno. Cota – e cito testualmente – intenderebbe premettere al testo dei “padri costituzionali” il seguente comma: “La Repubblica riconosce il proprio fondamento civile e spirituale nel patrimonio culturale e religioso giudaico-cristiano“.
Sono certo. Per quanto solo “nominato“, l’illustre deputato conosce fatti che a un modesto elettore, rapinato per giunta del diritto di votarlo, saranno certamente sfuggiti. Ognuno ha la sua storia e – cosa dire? – sono meridionale, abusivo e forse clandestino: ho insegnato fino alla pensione nelle scuole della repubblica senza test e senza graduatorie regionali. Non contesto: un leghista è maestro di storia e mi tolgo il cappello, come Cantimori in archivio, davanti ai documenti. Non contesto, ma un dubbio sopravvive. Un dubbio solo, però sono certo: Cota farà chiarezza. I cristiani cui dovremmo le radici – mi domando – sono quelli che prima di Ponte Milvio e Costantino furono perseguitati dai “pagani”, o gli altri, quelli che dopo Tessalonica divennero persecutori e fecero a pezzi Ipazia, la filosofa neoplatonica? A quali radici si riferisce con precisione, a quelle dei guelfi o dei ghibellini? Ai cristiani di Innocenzo III o agli Albigesi di quell’Occitania, che conobbe in anticipo sui tempi il fumo acre dei roghi, coi catari bruciati e la Linguadoca devastata dalla “crociata” papalina di Lotario dei conti di Segni? A quale radicamento, si riferisce l’onorevole “nominato? Alle radici bruciate a Wittemberg dalle tesi di Lutero, o a quelle dei contadini luterani fatti a pezzi in Germania? A quelle degli hussiti, dei lollardi, degli anglicani o degli ugonotti? E di queste sue radici fanno parte i cinque milioni di “streghe” e di “stregoni” messi al rogo dall’Inquisizione o i boia del Sant’Uffizio? Quali sono queste radici, quelle che scortarono Colombo e le sue caravelle o il tragico viluppo di barbigli che accompagnò i genocidi di Cortez e Pizarro? Saperlo non è cosa da poco. Come terremo insieme Galilei e Giordano Bruno col Concilio di Trento e l’index librorum prohibitorum? Chi lasceremo fuori? Quale Italia? Quella tomista, creazionista o darwinista? Malediremo il divorzio e l’aborto? Ci schiereremo coi neoflagellanti che delirano in difesa della vita, ma fanno santo Pio IX, il papa che mandò a morte Monti e Tognetti, e accettano che Maroni, amico e compagno di partito di Cota, restituisca alla morte da cui fuggono quegli immigrati che non sono più uomini, ma clandestini? Quali radici storiche sono le nostre: quelle della vita o quelle della morte?
Anch’io faccio appello ai fatti, onorevole Cota e, in quanto ai giudei, ai quali, stando ai suoi informatori, dobbiamo non so bene quali nobili radici, quelli del mondo antico non vollero credere a Cristo. Non lo riconobbero. Benché meridionale, abusivo e clandestino, Cota può credermi: stavolta non c’entro. Non è colpa mia, né dei test che mi sono evitato: i giudei moderni, eredi a pieno titolo di quelli antichi, un Cristo l’aspettano ancora. I crisitani, invece, soprattutto quelli che sono apostolici e romani – romani, Cota, non è colpa mia, bisognerà emendare – questi benedetti cristiani sono sicuri che Cristo sia già nato. Sostengono, con qualche ragione storica che alcuni Giudei, ritenendolo un ciarlatano bestemmiatore, ottennero che Ponzio Pilato lo mettesse in croce e l’ammazzasse. Proprio come si fa con la storia al tempo nostro.
Non mi perdo nelle sottili distinzioni tra giudeo-cristiani, cristiani giudei ed ebrei convertiti e non mi fermo sulle ragioni di espulsioni, scomuniche e insanabili fratture. Lascio a lei il rompicapo e l’accontento: giudaico-cristiane lei dice? Può darsi. Come può darsi che i test che si tenta d’imporre ai professori e le graduatorie regionali, di cui lei s’è fatto valoroso paladino, occorrerebbe riserbarli ai politici.
Lei, avvocato Cota, con le sue opinabili certezze, è sicuro di poter governare l’Italia, così come sta facendo? Senza voto e senza test? Crede davvero che il mondo sia Novara.

Pubblicato su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2009

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