Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘polizia’

Schifo.jpgIl ministro Minniti, che molto probabilmente ha scambiato l’Italia repubblicana per quella fascista, potrà querelare il Dizionario Garzanti o il compianto De Mauro, ma è molto difficile che trovi giudici disposti a dargli ragione, perché vocabolario alla mano, si dice così: quando vedi persone che provocano ribrezzo, disgusto e nausea, provi una sensazione di schifo.
A Piazza Indipendenza si è visto di tutto, persino un bisonte in divisa che impediva a un giornalista di fare il suo lavoro; il comportamento della polizia è stato così ripugnante moralmente e fisicamente, che in qualunque Paese democratico del mondo il Ministro dell’Interno sarebbe stato licenziato. L’Italia però non è un Paese democratico; da anni ormai le Camere sono occupate da “nominati” che non abbiamo eletto, abusivi e figli di una legge fuorilegge.
Bobbio nel suo Dizionario della Politica non lascia spazio al dubbio: gli indecorosi metodi con cui Minniti impone la sua malsana idea di “decoro urbano” fanno della violenza il vero fondamento del potere di governo e tendono a quella identificazione  tra violenza e potere che non costituisce solo un esempio classico di fallimento della democrazia, ma è il primo sintomo della sua morte violenta.
Una morte violenta che nessuno pagherà, benché Daniele Napolitano abbia ripreso sia l’omicidio che gli assassini, come si vede nel filmato che segue:
https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WZ68lOSwloTMrcwB

Fuoriregistro, 25 agosto 2017

 

Read Full Post »

La legge delle cose è il conflitto

La legge delle cose è il conflitto

Leggo con amarezza le considerazioni di Ilaria Cucchi, la sorella del povero ragazzo ucciso dalla polizia, dopo che i giudici hanno nuovamente assolto gli imputati per la morte del fratello.
“C’è qualcuno che può spiegarmi tutto questo?”, chiede la donna, dopo che in tribunale il fratello è stato nuovamente ucciso. Per carità, chi lo nega? I giudici hanno deciso in base a una perizia, i periti in nome della scienza, le carte sono in regola e ci mancherebbe che non lo fossero. Il fatto è che storicamente il circolo vizioso che condanna le vittime e assolve i carnefici, l’associazione a delinquere che si chiama «potere costituto» e si difende con l’insieme di comportamenti omertosi e criminali che si definiscono “ragion di Stato”, sono un problema politico. Non puoi sperare di risolverlo nei palazzi della Giustizia di classe e nei tribunali dove la legge non è mai uguale per tutti.
Secondo i periti, Cucchi era moribondo già molto tempo prima che fosse arrestato. Gli scienziati non spiegano come facesse a vivere e a frequentare persino la palestra: nella perizia non c’è scritto, ma gli scienziati credono evidentemente che i miracoli possano accadere. I giudici, a loro volta, credono ai periti, alla loro scienza e ai loro miracoli. La loro scienza – quella dei giudici e quella dei periti – produce la sentenza che è un esempio perfetto di legalità senza giustizia. Una legalità rispettabile come lo furono ai loro tempi il Sant’Uffizio, i giudici che mandarono al rogo Giordano Bruno, i tribunali fascisti e gli scienziati della razza. Di riflessioni su queste cose la nostra scuola un tempo le faceva e non si trattava solo di programmi. Di queste riflessioni la scuola viveva. Ora no. La “buona scuola” di questo governo illegittimo e criminale costruisce servi e bestiame votante. Non accende intelligenze, le spegne. Ora ha un “capo” con potere ricattatorio, ha scomunicato Eraclito, bandito il conflitto e incarcerato il dissenso. Ha trasformato in scienza dell’educazione il più reazionario dei messaggi di Cristo: se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia. La scuola oggi prepara alla assegnazione e non distingue i partigiani dai terroristi.
Perché stupirsi della sentenza dei giudici? La Magistratura e la polizia hanno la loro storia. Mi spaventa piuttosto l’indifferenza della gente e forse la risposta alla domanda dolente di Ilaria Cucchi è tutta lì, in quella indifferenza. Sentenze come questa sono possibili perché chi le pronuncia sa che poi non accade nulla, che la gente non si ferma per protesta, le piazze non si riempiono per manifestare dissenso. Ognuno continua a vivere la propria vita come se nulla fosse accaduto. Vi immaginate che accadrebbe se, dopo una sentenza come questa, nessuno andasse a lavorare e si fermassero i treni, gli aerei, la distribuzione? Oggi, domani, dopodomani. A tempo indeterminato. Sindacato o no, fino al licenziamento degli autori dello scempio. Lo so, non accadrà mai, ma io mi ricordo anni in cui ci si è andati vicini. Anni in cui i lavoratori difendevano le scuole e le università e gli studenti sostenevano le fabbriche e i lavoratori. Insieme, studenti e lavoratori, erano il baluardo dei diritti. In quegli anni la scuola insegnava a ragionare con la propria testa e i lavoratori conoscevano il valore della solidarietà e la storia dei diritti.
Se ci penso, una risposta la trovo: la polizia può uccidere Cucchi quante volte vuole perché da anni i governi capitalisti hanno ucciso la scuola e le università. E glielo abbiamo lasciato fare. E allora sì, è vero, non sono stati solo poliziotti, giudici e periti a uccidere Cucchi e non sono i padroni i soli e forse i veri colpevoli della infinita sequela di lavoratori uccisi dal lavoro. Sono colpevole anch’io. Ho consentito che tutto questo accadesse.

Fuoriregistro, 8 ottobre 2016

Read Full Post »

Nuova immagine (42) copiaI fatti, per ora. Se necessario verranno poi i nomi.
Un docente che ha – purtroppo per lui – una storia di militanza in uno di quei fastidiosi sindacati di base, presenta un documento in Segreteria da consegnare al Capo d’Istituto. La legge glielo consente e obbliga l’Ufficio a protocollarlo. Gli si dà un numero a voce, ma si sa, è potere del Capo d’Istituto valutare se occorra far ricorso al protocollo riservato del Dirigente Scolastico. Un foglio scritto, perciò, non gli viene rilasciato. E’ vero, sì. Un protocollo particolare, istituito, guarda caso , in età fascista, con gli articoli 11 e 85 del R.D. n.965 del 1924 esiste ancora e invano lo Stato repubblicano ha provato a liquidare questa eredità dell’Italia nera, approvando il D.L. n.112 del 2008 che ne prevede l’abrogazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 24 e del n. 224 dell’allegato A.
Non avendo voglia di far storie, al docente va bene così. Decida il Dirigente se conservare personalmente il documento che sta consegnando. Si appella solo però – ed è un suo diritto – alle norme per la gestione del protocollo, che non lasciano spazio ai dubbi; il Dirigente prenda pure visione delle carte che consegna, ma si ricordi l’obbligo di legge, prescritto dall’articolo 53 del D.P.R. 445 datato 328 dicembre 2000. Consenta, cioè, “la produzione del registro giornaliero di protocollo, costituito dall’elenco delle informazioni inserite con l’operazione di registrazione di protocollo nell’arco di uno stesso giorno”. Insomma, se non subito, ha diritto a veder protocollata in giornata la busta che ha consegnato e l’Amministrazione non può dirgli di no: ometterebbe un atto d’ufficio.
Per quieto vivere lascia l’ufficio e aspetta. Passano i giorni, torna in segreteria, chiede di conoscere il numero di protocollo, ma non ottiene nulla. Farla lunga non serve. Al momento le cose stanno così: ha chiamato la polizia che è venuta a scuola solo per dar ragione al capo d’Istituto. Inutile chiedere in virtù di quale legge o regolamento. Forse perché il Capo ha di nuovo sempre ragione. Poiché, però, non ha dimostrato di credere, obbedire e combattere, il docente, com’era prevedibile, invece del numero di protocollo ha ricevuto una lettera d’addebito che prelude a provvedimenti disciplinari. Mentre il collega si prepara a difendersi, il Capo d’Istituto continua a calpestare la legge e invano il docente attende non dico il numero di protocollo, che ormai somiglia all’araba fenice, ma una volgare scartoffia attestante, se non altro, che su un modulo prestampato per le ricevute, sia segnata la data e l’ora di ricezione del suo documento, il suo oggetto e il nominativo della persona che lo ha presentato, chiuso dalla sigla dell’impiegato che l’ha ricevuto.
Certo, il collega non può giurarci, ma ne è sicurissimo e probabilmente non ha torto: da qualche parte, in uno schedario politico, ben ordinato e molto efficiente, esiste ora un fascicolo personale che porta il suo nome e contiene documenti riservati con data, oggetto e numero di protocollo particolare, in cui è definito “sospetto in linea politica, probabilmente ostile al governo nazionale e pericoloso per l’ordine pubblico”. Sembrerà strano, ma è invece perfettamente logico: il fascismo storico, che nei testi scolastici studiosi compiacenti presentato agli studenti come “regime “inclusivo”, è tornato alla grande sul palcoscenico della storia. E non ci sono dubbi: la scuola è il suo autentico laboratorio sperimentale.

Fuoriregistro, 6 febbraio 2016 e Agoravox, 8 febbraio 2016

Read Full Post »

images (1)I fatti anzitutto: Terni, 5 aprile 2014; la quinta C dell’Istituto per Geometri «Sangallo» lavora serenamente, quando la porta dell’aula si apre bruscamente e sulla soglia si materializzano un cane poliziotto e un pugno di uomini in divisa. Si tratta di un errore? La polizia ha scambiato la scuola per un covo di delinquenti, una piazza di spaccio, un laboratorio in cui si raffina eroina? No. Le forze dell’ordine non sono lì per errore: nel mirino hanno proprio la scuola e vogliono perquisire gli studenti. A Terni in quel momento delinquenti in giro ce ne saranno, ma per la polizia il blitz va fatto lì, in una scuola dello Stato, dove evidentemente, secondo i geniali responsabili dell’ordine, c’è il quartier generale della malavita di Terni e dintorni. Nel “covo” all’opera c’è un docente, Franco Coppoli, insegnante di lettere, che non è disposto a lasciare la cattedra in mano a un cane e ai suoi sconcertanti accompagnatori.
I poliziotti hanno un ordine scritto, un mandato di perquisizione firmato da un magistrato? Quant’è pignolo questo professore e com’è sospetta la sua richiesta! Cosa nasconde Franco Coppoli, chi vuol proteggere? E come si permette di mettere i bastoni tra le ruote di una banda di uomini in divisa che sguarnisce il territorio e organizza fantascientifici blitz in una scuola? In realtà, la posizione di Coppoli è coraggiosa, ma non azzardata e non è facile metterla in crisi: «Se non avete un mandato, non potete entrare». Studenti e professore scoprono così, con sconcerto, che i tutori dell’ordine non sono degli imboscati perditempo, decisi a sottrarsi ai rischi della strada. Le cose stanno così, spiegano a Coppoli, coi nervi a fior di pelle, i poliziotti: «L’ingresso in Istituto è stato richiesto dalla preside».
I conti, però, non tornano. Un capo d’Istituto, infatti, osserva con calma il professore, ha diritto di autorizzare l’ingresso nella scuola, ovunque, tranne che nelle aule. Sono certi i poliziotti che la preside li ha autorizzati? E’ strano, perché «dentro le classi – spiega Coppoli – siamo noi docenti a decidere, dal momento che noi siamo responsabili». 
Per esser chiaro, aggiunge che il compito istituzionale della polizia è quello di far rispettare le leggi, non di violarle. Insomma, se vogliono entrare, facciano pure, ma sappiano che si beccheranno una denuncia per interruzione di pubblico servizio.
La situazione sarebbe paradossale, se la tragica eloquenza dei fatti non raccontasse agli studenti ciò che da tempo si prova a nascondere in tutti i modi: ormai siamo in uno Stato di polizia. Coppoli la spunta, perché i poliziotti, colti in contropiede dall’inattesa resistenza, abbandonano il covo e si portano via il cane adibito al controllo antidroga. Quello che è accaduto a Coppoli si è ripetuto quel giorno in altre 4 scuole superiori di Terni. Tutto è nato da una decisione della Questura, presa in accordo coi dirigenti scolastici. 
Il collega Coppoli non solo è stato l’unico a pretendere il rispetto dei principi fondanti degli ordinamenti scolastici e dell’autonomia della scuola, ma ha fatto anche circolare la notizia. Com’era prevedibile, il Dirigente scolastico ha pensato bene di avviare un procedimento disciplinare. Se qualcuno nutrisse dubbi sulla condizione comatosa della nostra vita democratica, farà bene a farseli passare: alla riapertura del nuovo anno scolastico, il docente che ha osato difendere la legalità repubblicana si è trovato sulle spalle 12 giorni di sospensione dalle lezioni e dallo stipendio. Perché? Perché in Italia nessuno di noi ha più il diritto di rivendicare la libertà e l’autonomia e di sostenere una concezione della scuola in cui docenti e studenti siano titolari a pieno titolo di diritti. Primo tra tutti, quello di essere rispettati in quanto persone. Di fronte a un potere politico sempre più incontrollato e ai suoi bracci armati, noi siamo ormai dei sudditi da trattare come possibili delinquenti. Le nostra aule possono così diventare le celle d’una galera in cui i secondini fanno quello che vogliono. Fino a qualche anno fa, il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale che si fosse azzardato a prendere un provvedimento disciplinare di questo genere non se la sarebbe cavata e buon mercato: avrebbe pagato pesantemente la sua decisione. Oggi no. E fa davvero impressione vedere le scuole aperte senza un’ora di sciopero o una protesta, i docenti rassegnati e i sindacati inerti. Solo i Cobas hanno reagito.
C’è da sperare che docenti e studenti si stringano attorno al professore colpito e reagiscano con fermezza, a cominciare da quelli dell’Istituto in cui insegna. In quanto a giornali e reti televisive, è tempo di boicottarli: al loro confronto, i media del regime fascista furono solo dei dilettanti della disinformazione.

Uscito su Agoravox il 29 settebre 2014

Read Full Post »

safe_imageAnche se non ci sono pance di manifestanti calpestate, una polizia che applaude per cinque lunghi minuti tre pregiudicati, condannati per omicidio, ma regolarmente in servizio è un grave problema di ordine pubblico. Di buono c’è che sono senza casco e perciò non occorre indagare e cercare nomi. I poliziotti presenti sono tutti perfettamente riconoscibili e pare davvero difficile continuare a chiamarli “tutori dell’ordine”.
Che farà ora Pansa, il capo della polizia che ci costa fior di quattrini? Domani li convocherà nel suo ufficio, farà l’appello e li chiamerà cretini uno a uno? Pensa davvero che un Paese civile possa permettersi un corpo di polizia composto da “cretini”? Renzi, Alfano, Napolitano e compagni pensano davvero di poter tirare ancora la corda, e risolvere i problemi dei lavoratori, disoccupati, precari, pensionati, giovani ai quali il malgoverno e la corruzione hanno rubato il futuro, ignorando le sentenze della Corte Costituzionale, imponendo governi che tradiscono il mandato popolare e l’esito delle elezioni? Davvero pensano di poter affrontare i gravissimi problemi del Paese mettendo in piazza bande di “cretini” armati, che pretendono di poterci impunemente ammazzare?
Se è così, sbagliano e sarà meglio dirlo chiaro: la resistenza all’oppressione è un diritto riconosciuto ai popoli sin dai tempi della rivoluzione francese e, in quanto alla polizia, se è vero che “la garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica”, è altrettanto vero che “questa forza è istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata”.
Non è un’affermazione bolscevica, ma un principio della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e, di conseguenza, una trave portante del pensiero politico borghese: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere”.

Read Full Post »

651px-Barricate_di_Parma,_l'erezione_in_via_BixioSpero di sbagliare, ma mi pare innegabile. Qui da noi oggi, senza un punto di riferimento e senza un progetto politico di sinistra fondato sulla solidarietà e il conflitto tra le classi, più che scoppiare una rivoluzione, potrebbe consolidarsi la morsa micidiale attorno ai lavoratori e alla povera gente. E’ come se si stesse tentando una sorta di esperimento. La piazza è in mano all’estrema destra e da sinistra non c’è alcuna reazione né minacciata, né pensata. Le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro mi pare tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non vedo in lontananza Arditi del popolo o masse lavoratrici pronte a reagire, ma gruppi più o meno alternativi che si mescolano alla piccola borghesia in quella che non è nemmeno un’alleanza meditata, ma una sorta di unione di fatto senza un progetto politico condiviso. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento dell’assetto politoco repubblicano, dell’assenza totale dal campo di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione a qualunque costo. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo.
Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita. La piazza è in mano all’estrema destra, le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro è tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non si vedono in lontananza Arditi del popolo o masse pronte a reagire. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento della repubblica, dell’assenza totale di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo. Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita.
Siamo di fronte a qualcosa di inquietante che ci riguarda molto da vicino. Sono in corso arresti in Piemonte tra i No Tav e retate sono pronte a scattare in molte regioni del Paese. Si gioca col fuoco e forse sarebbe ora di provare a capire come evitare una scottatura di terzo grado.
D’accordo, ci sono le smentite, ma lo ha detto chiaramente stasera un “moderato” prudente come Mentana a TG la Sette stasera e lo ha riferito “Repubblica”, anche se poi la notizia dal sito è sparita. Non vedo perché dubitarne. C’è solo da preoccuparsi e riflettere, tanto più che Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, conferma l’interpretazione del gesto come “segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna” contro “i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Dubbi? Ecco quel pensa Felice Romano. Basta cliccare e leggere per capire: “Forconi: plauso ai colleghi e monito alla politica“.

Read Full Post »

418895Oggi in tutta Italia s’è spacciata droga, si sono vendute armi e s’è pagato il pizzo. Come ogni giorno, anche oggi c’è stata la solita evasione fiscale e lo sfruttamento della prostituzione è andato a gonfie vele come sempre. Per non parlare di corrotti, corruttori, ladri e rapinatori. A guardia e ladri non gioca più nessuno.  Se i ministri li fanno uscire, perché acchiapparli? E’ molto meglio caricare in piazza gli studenti. Si rischia poco e si fa il gioco di chi comanda.
Quando esagerano – e lo fanno molto spesso, per non dire sempre – i poliziotti sono irriconoscibili. BZGujHFIEAAQu5uQui da noi, in piazza, la polizia non porta numeri o matricole. Perché dovrebbe? studente-fermato1_672-458_resize
I tutori dell’ordine – così si chiamano – difendono chi ha distrutto il Paese e rubato il futuro alle giovani generazioni, anche quello dei loro figli naturalmente. Per questo li paghiamo, no? Difendono chi che ha riempito la Campania di veleni per più di vent’anni sotto il loro naso. Non hanno mai visto e mai sentito nulla. Mai una volta. Per forza: sono quotidianamente impegnati a manganellare studenti, operai, migranti, senzatetto. E che volete? studenti_01_672-458_resizePer questo gli diamo da mangiare, no? Difendono i prepotenti e i ladri di regime – per questo portano una divisa e sono armati, no? – e sono pronti a sparire quando dovrebbero esserci e a sbucare alle spalle della gente perbene quando dovrebbero stare da un’altra parte e rivoltarsi contro chi li comanda.
Bella gente, Bella davvero. Gente che fa da scorta ai pregiudicati come Berlusconi. Gente forte. Forte coi deboli e debole coi forti. Oggi Cucchi, ieri Pino Pinelli. Per questo li paghiamo, no?

Read Full Post »

Qualcuno dirà che è stata saggezza: ferme ai crocicchi dei palazzi del potere, dove s’è messa a morte la giustizia sociale, le forze dell’ordine non si sono viste. Mentre la stampa padronale esalta l’araba piazza Tamir, l’Italia dei diritti negati non poteva concedere spazio a nuovi pestaggi della polizia “democratica”. Sembra un ragionamento che non fa una piega, ma la saggezza non c’entra e non c’entra nemmeno la volontà consapevole di chi comanda, deciso a ridurre l’isolamento morale rispetto a un’opinione pubblica disgustata. E’ stata la necessità di far fronte al crescente dissenso interno verso una politica dai tratti autoritari, che da tempo scatena in piazza la parte peggiore degli uomini in divisa; una politica che il 14 novembre è sfociata nelle aggressioni selvagge a ragazzi inermi, documentate da foto e filmati inaccettabili, che nemmeno la stampa addomesticata ha potuto ignorare. Tra le forze dell’ordine sempre più divise, molti sono ormai gli indecisi e i riottosi. Questo governo non piace a tanti poliziotti e mentre l’ala dura da sola non basta per ora a tenere la piazza, i più moderati, stanchi di far scudo a un governo voluto dai banchieri e tenuto in piedi da un Parlamento del tutto privo di credibilità, recalcitrano e non danno affidamento.
Professore, ma davvero lei crede di avere di fronte un muro compatto e senza crepe? mi ha detto in piazza senza giri di parole una funzionaria della Digos, che ormai mi conosce bene. Se è così, si sbaglia. Quando si fa lavoro diventa sporco, si scelgono uomini e reparti. Non siamo tutti uguali e non son rose e fiori nemmeno tra gli agenti entrati in polizia secondo i criteri d’un tempo e i bestioni arruolati oggi grazie a “corsie preferenziali”; a molti non piace il vantaggio incolmabile assicurato ai militari tornati da esperienze di guerra sui fronti in cui da tempo sono impegnate le nostre forze armate con la scusa di inesistenti interventi umanitari. Non piace, perché ci riempie di fanatici e spostati che in piazza esibiscono in petto le strisce minacciose e multicolori delle campagne militari. C’è guerra ai vertici. Un disaccordo forte che non si lascia trasparire. A molti, peraltro, De Gennaro non piace, è il volto peggiore delle forze dell’ordine, quello mostrato a Genova. E Genova è una ferita aperta non solo per la cosiddetta società civile. Molti tra gli uomini in divisa ritengono che lì le forze dell’ordine si sono davvero giocata la reputazione. E questo non fa piacere a nessuno. In ultimo, c’è un motivo solo apparentemente secondario, una ragione di dissenso e di scoramento molto più banale, ma capace di unire: la crisi colpisce anche noi.
Chi ha avuto agenti a lezione di storia, ai corsi triennali universitari, al tempo delle convenzioni firmate tra accademia e enti pubblici, sa bene che dietro l’apparente muro di violenza e omertà che ci troviamo di fronte ogni giorno in piazza, c’è una nebulosa complessa e multiforme. Sa che c’è un terreno inesplorato che si può aprire alla propaganda e alla lezione della democrazia e non è un caso che sulla scuola si picchi con particolare accanimento. La scuola diventa assai spesso la buccia d banana su cui scivola il potere. ieri in piazza essa ha avuto meriti davvero significativi. Ha dimostrato anzitutto in maniera inequivocabile che non bastano squadristi in divisa per costringerla a tacere e che, anzi, l’inattaccabile governo tecnico, in tema di scuola, versa in stato confusionale: orari, precari, concorso, ha fallito ogni mossa. Non bastasse, in piazza, ed è un punto a favore di grande significato politico, il governo stavolta ha dovuto rinunciare all’unica arma che ancora possiede: la violenza.
Facciamo tesoro di questa esperienza e andiamo avanti decisi. Ci attendono mesi decisivi. Secondo Affari Italiani, il più accreditato dei giornali on line, a tre italiani su quattro il “Monti bis” procura l’orticaria e Montezemolo non raggiunge il 2 %. Tutto è in movimento, tutto è ancora possibile e la “scorta” ai palazzi del potere è molto meno solida di quanto appaia. Affianchiamo i ragazzi in lotta, stiamo con loro in piazza e nelle scuole occupate e intanto le organizzazioni dei lavoratori, quelle che non hanno rinunciato al conflitto, trovino la via per far esplodere le contraddizioni che dall’altra parte si stenta a gestire. C’è nella nostra storia antica, nella cultura di una sinistra schierata nella trincea dei diritti, una tradizione di propaganda tra gli uomini in divisa. Qui non si tratta di assaltare il palazzo d’inverno: E’ il palazzo che pare muovere in armi contro di noi, mentre occupa la via elettorale con oscure manovre di partiti e inaccettabili intromissioni del Capo dello Stato. “La democrazia sta sparendo sotto i nostri occhi”, ha sostenuto con amaro coraggio una studentessa che s’è conquistata la parola a Parma, rivolgendosi a Clini che inaugurava l’anno accademico in una università blindata. Aveva perfettamente ragione. Non è tempo di dubbi: occorre modificare gli equilibri sul terreno dello scontro che ci vogliono imporre e non sarà certo male se, alla resa dei conti, in piazza, tra gli uomini in armi, qualcuno decida di passare dalla parte dei manifestanti. Non si tratta di inseguire miti rivoluzionari. E’ solo che Piazza Tamir non è lontana come pare.

Read Full Post »

Se non l’avete vista, eccola all’opera l’Europa democratica. Se continuate a far finta di non vederlo, eccolo l’Occidente dei diritti, quello in cui la legalità è un inganno costruito apposta per giustificare ogni violenza del potere.
Questi animali possono fare ciò che vedete perché glielo consentiamo. La polizia non c’entra, questi non sono poliziotti. E’ feccia armata e se si comporta così è colpa nostra.
Occorre dirselo: indietro non si torna e presto metteranno mano alle armi. Quando si giunge fino a questo punto, i popoli possono scegliere solo tra due vie: accettare la servitù o restituire tutto, colpo su colpo, nessuno escluso. Ricordiamocelo: siamo piccini solo perché siamo in ginocchio. E’ ora di alzarsi e dire basta. Il tempo stringe e presto sarà tardi. Abbiamo due esempi chiari: la Bastiglia e il Palazzo d’inverno. Non si può manifestare così, contro bestie armate, a mani nude, senza concertare piani d’azione, senza scegliersi il terreno sul quale agire, senza aver chiaro soprattutto che all’ultima spiaggia c’è un solo principio che abbia una  logica e conti: vita tua mors mea.
Un clic, ed eccola all’opera l’Europa democratica!

Read Full Post »

Adesso lo sappiamo, ce l’ha spiegato la Cassazione con una chiarezza che sfiora l’arroganza: se uno qualunque tra noi mente ai giudici in Tribunale, falsifica prove per incastrare un poliziotto, colpisce anche solo per sbaglio un agente, racconta frottole a ruota libera per salvare i suoi complici, beh, non ci sono dubbi: se è scoperto, finisce in galera per direttissima e ci resta un bel po’ di tempo. Per tutti è un delinquente e paga ciò che ha da pagare.

Bello, brutto, non sto qui a cavillare, però lo dico chiaro: non sono un forciaiolo, non invoco il carcere a la barbarie della pena afflittiva e la galera come vendetta non mi sta bene né per me, né per altri. Sta di fatto, però, che da noi la famosa giustizia che è uguale per tutti ha la bilancia coi pesi truccati. E non fingete stupore, non fate gli scandalizzati, non chiedete perché; lo sapete meglio di me, l’ha spiegato anche a voi la Cassazione: una banda di delinquenti in divisa può massacrare centottanta cittadini inermi, operare sessanta fermi ingiustificati, costruire prove fasulle a tavolino, sviare indagini, concordare false testimonianze e chi più ne ha, più ne metta, bene, tutto ciò che gli può capitare è una condanna per falso emessa, sia ben chiaro, solo quando i reati sono andati in prescrizione.

Questo è: un’intera catena di comando, su, ai vertici delle forze dell’ordine, si copre di vergogna e non accade praticamente nulla.

Adesso lo sappiamo, ce l’ha chiarito la Cassazione con una evidenza che gela il sangue nelle vene: se una banda di farabutti in divisa si comporta peggio degli sgherri di Pinochet, il loro capo, l’uomo che, se non altro, ha la responsabilità morale di ciò che accade in piazza, non si dimette e non viene dimesso. Il Presidente della Repubblica, di solito così loquace, se ne sta a bocca chiusa, la piazza non s’arroventa, il valoroso funzionario riceve la nomina a sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con la delega dei servizi per la sicurezza e tutto va bene madama la marchesa.

D’accordo, si può anche fingere di non saperlo,  però è evidente: da oggi nessun cittadino può sentirsi al sicuro sotto il cielo d’Italia.

 Uscito su “Fuoriregistro” il 6 luglio 2012

Read Full Post »

Older Posts »