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Posts Tagged ‘Pinochet’

ghettoGaza noi la conosciamo bene tutti da più di settant’anni: è il terrore di un bambino che un mitra nazista minaccia di morte, è il ghetto di Varsavia con gli ebrei polacchi massacrati dai lanzichenecchi di Hitler, è Napoli messa a ferro e fuoco della divisione Goering, col litorale sgombrato e la popolazione costretta a vivere in condizioni subumane.
Nessuno lo dice, ma lo sappiamo tutti: la tragedia va in scena a ruoli invertiti e c’è una banalità del male di stampo israeliano.

Noi conosciamo bene la verità che l’Europa targata Merkell pretende dai russi: è una verità messa in catene ed è prigioniera di Obama a Guantanamo. La verità che Obama, Cameron e Merkel pretendono da Putin, dopo la Baia dei Porci e l’embargo che ha strangolato Cuba, dopo Pinochet e il Cile violentato, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e mezzo milione di iracheni ammazzati, la Jugoslavia fatta a pezzi, la verità la conosciamo tutti: è stuprata ogni giorno nei barconi dei migranti nel Mediterraneo

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Fiorenza Sarzanini è cronista di razza. Se un fatto fa notizia, te lo racconta così com’è, senza calcoli o sconti. Amici o potere, non ce n’è per nessuno. Vista con i suoi occhi, Piazza Barberini 18_la_mattanza2_1sabato scorso è proprio come l’ho vista io, schiacciato contro un muro da una folla di manifestanti impauriti che cercavano scampo: una tonnara, in cui era difficile respirare, dare una mano a una mamma e al suo bambino terrorizzato e schiacciato come me, stretto tra un muro e una banda di forsennati fuori controllo, scagliati da ogni parte contro gente inerme, tra teste rotte, corpi travolti e minacce d’ogni tipo. In gioco c’è stata la vita, ma un aguzzino in divisa ci spiegava che non importa se non hai fatto nulla, “chi non vuole manganellate a queste manifestazioni non deve venirci”.
Parole chiare, come il resoconto della Sarzanini, che non cerca folclore, non si ferma sull’abbraccio insanguinato della coppia manganellata o sui dettagli agghiaccianti della mattanza, col “cretino” che passeggia sul corpo indifeso d’una ragazza atterrata e fermata. Il problema, per me e per la cronista, non è stato la violenza cilena del milite. “Ciò che davvero sconcerta”, racconta testualmente al Corsera la cronista due minuti dopo gli scontri, “è l’atteggiamento della polizia che ha lasciato che i manifestanti restassero oltre un quarto d’ora in Via Veneto e poi li ha caricati, invece di farli sfollare. Un atteggiamento davvero incomprensibile, perché era abbastanza evidente che in uno spazio così stretto, con centinaia di persone ammassate sotto il Ministero poteva finire nel peggiore dei modi. Infatti così è andata: per Roma è una giornata nera, una giornata nera anche per le forze dell’ordine, perché comunque il dispositivo non ha funzionato e questo, in un momento di grave tensione sociale è un bruttissimo segnale”.
Com’è consuetudine degli eroi, Pansa, il capo della polizia, che di questo brutto e pericoloso segnale è il primo responsabile, mette in scena la pantomima dello Stato che condanna se stesso e scarica la responsabilità di una tragedia evitata solo per caso, su un funzionario che non è un “cretino”, ma un teppista. Il gioco, tuttavia, è troppo stupido per riuscire. Tutti, persino il moderatissimo “Corsera”, hanno condannato le scelte di chi ha gestito la piazza come se l’Italia fosse il Cile di Pinochet. Tutti hanno capito che in discussione non è il contegno di un singolo poliziotto, ma lo formazione democratica delle forze di polizia e la concezione dell’ordine pubblico di chi ha il compito di guidarle. Non sfugge a nessuno che i fatti di Piazza Barberini hanno solo due spiegazioni: o sono stati l’esito diretto di una scelta politica, di cui Renzi e Alfano devono rispondere al Paese, o nascono da un’autonomia perniciosa garantita da Pansa ai reparti messi in campo, sicché può capitare che una piazza diventi una trappola micidiale e potenzialmente mortale. In entrambi i casi, prendersela con un “cretino” serve solo a coprire le responsabilità che stanno in alto. Non è accettabile che in piazza ogni reparto si possa muovere come meglio gli pare; è da criminali consentire che le forze schierate a Via Veneto carichino senza preavviso manipoli di manifestanti che potevano essere dispersi all’istante, e inseguano, picchiando alla cieca e riversandosi a tutta velocità in una piazza in cui, proprio in quel momento, proveniente da via Barberini, un esercito di uomini armati di tutto punto e appoggiati da blindati, manco occorresse superare la linea del Piave, si lanciavano in una carica prolungata, ingiustificata e proditoria contro il corteo paralizzato e inerme, trasformando Piazza Barberini in una tonnara. Inseguiti da ogni parte, donne, bambini, famiglie terrorizzate, prive di una via d’uscita, intrappolate tra “tubi innocenti” lungo un marciapiede diventato l’ultima trincea, sono stati picchiati per lunghi, interminabili minuti. Uno sull’altro, ammassati, schiacciati, teste rotte, scarpe perse, abiti sporchi di sangue, mani alzate e colpite senza misericordia.
Un “cretino” da punire, dice Pansa, invece di scusarsi e fare le valigie. In quanto alla politica, qualcuno dovrebbe spiegare alla gente  che significa “punire”, se in servizio ci sono poliziotti condannati in ultima istanza per omicidio. Qualcuno soprattutto dovrebbe spiegarci che si aspetta a rendere riconoscibili gli agenti in servizio d’ordine come ci ha chiesto l’Europa e comanda il senso della democrazia.

Uscito su Fuoriregistro il 15 aprile 2014

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Era cominciata così e non c’era nulla di particolarmente pericoloso: una meritata caricatura della Fornero, una donna che in anno s’è dimostrata la caricatura vivente di ciò che di norma s’intende per ministro del lavoro.

Un solo messaggio, forte sì, ma semplice, ironico e musicale come una pernacchia: “jatevenne. Qualcosa di artistico, per chi se ne intende, anche se definitivo, irrimemdiabile e inconcilibile com’è giusto che sia, perché è vero e non ha certo torto il sindaco De Magistris: Napoli è stata lasciata sola da questo governo. Jatenenne, quindi, che non è una minaccia e nemmeno una bestemmia.

Ci si si è avviati con una sola normalissima intenzione: protestare e farsi ascoltare. Nulla di bellicoso o di scandaloso. Protestare come consente la Costituzione e non eravamo bande armate, ma studenti, operai, disoccupati, gente che lavora al nero, non ha mai lavorato o è stata licenziata.

Sarà stata la parola sociale, che pare ormai il passo rosso agitato davanti al toro, sarà che ormai la barbarie in divisa dilaga, il fatto è che ci aspettavano armati, in nome di una legge che si sono inventata: la città è dei ministri e non li puoi contestare. I manifestanti hanno provato a passare e in un attimo gli uomini in divisa si sono scatenati. lacrimogeni, cariche, manganellate, caccia all’uomo:

Qualcuno intanto s’è messo a fotografare i passanti spaventati – un casting per la galera – e attorno l’inferno:

 Alla fine la sensazione è una: questa gente irriconoscibile e per questo impunita dietro caschi e visiere, questa gente che ha scambiato l’Europa per il Cile di Pinochet e non conosce licenziamento o cassa integrazione perché puntuale ogni mese riceve lo stipendio dai lavoratori affamati, questa gente che non ha nome è la vera protagonista della crisi.

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Adesso lo sappiamo, ce l’ha spiegato la Cassazione con una chiarezza che sfiora l’arroganza: se uno qualunque tra noi mente ai giudici in Tribunale, falsifica prove per incastrare un poliziotto, colpisce anche solo per sbaglio un agente, racconta frottole a ruota libera per salvare i suoi complici, beh, non ci sono dubbi: se è scoperto, finisce in galera per direttissima e ci resta un bel po’ di tempo. Per tutti è un delinquente e paga ciò che ha da pagare.

Bello, brutto, non sto qui a cavillare, però lo dico chiaro: non sono un forciaiolo, non invoco il carcere a la barbarie della pena afflittiva e la galera come vendetta non mi sta bene né per me, né per altri. Sta di fatto, però, che da noi la famosa giustizia che è uguale per tutti ha la bilancia coi pesi truccati. E non fingete stupore, non fate gli scandalizzati, non chiedete perché; lo sapete meglio di me, l’ha spiegato anche a voi la Cassazione: una banda di delinquenti in divisa può massacrare centottanta cittadini inermi, operare sessanta fermi ingiustificati, costruire prove fasulle a tavolino, sviare indagini, concordare false testimonianze e chi più ne ha, più ne metta, bene, tutto ciò che gli può capitare è una condanna per falso emessa, sia ben chiaro, solo quando i reati sono andati in prescrizione.

Questo è: un’intera catena di comando, su, ai vertici delle forze dell’ordine, si copre di vergogna e non accade praticamente nulla.

Adesso lo sappiamo, ce l’ha chiarito la Cassazione con una evidenza che gela il sangue nelle vene: se una banda di farabutti in divisa si comporta peggio degli sgherri di Pinochet, il loro capo, l’uomo che, se non altro, ha la responsabilità morale di ciò che accade in piazza, non si dimette e non viene dimesso. Il Presidente della Repubblica, di solito così loquace, se ne sta a bocca chiusa, la piazza non s’arroventa, il valoroso funzionario riceve la nomina a sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con la delega dei servizi per la sicurezza e tutto va bene madama la marchesa.

D’accordo, si può anche fingere di non saperlo,  però è evidente: da oggi nessun cittadino può sentirsi al sicuro sotto il cielo d’Italia.

 Uscito su “Fuoriregistro” il 6 luglio 2012

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Non m’importa di sapere se in tema di violenza politica lo statunitense Ronald Reagan, l’uomo che nel 1986 bombardò Tripoli ferocemente in una guerra mai dichiarata, vanti un pedigree più nobile di quello che può esibire il dittatore libico Muammar Gheddafi. La violenza, in ogni caso, fu inutile e il colonnello sfuggì al bombardamento terroristico americano. Allah pare sia grande e, da bambino, il colonnello era del resto sfuggito miracolosamente alla morte, saltando su una mina di Mussolini, dittatore di casa nostra, figlio dell’Italia colonialista e liberale al tempo degli eccidi di Shara Shat e padre di quella fascista: l’Italia dei gas etiopi, delle leggi razziali, delle stragi balcaniche, delle pubbliche esecuzioni e delle mortali deportazioni tripolitane.
Non so – per non dimenticare ciò che siamo – dove sia andata a morire di vergogna l’anemica democrazia italiana negli incontri romani tra la “guida della rivoluzione” islamista e gli uomini della secessione leghista, concordati per meglio pianificare le stragi mediterranee, per ridurre il numero dei deportati negli affollati lager lampedusani e – perché no? – consentire a Marcegaglia e compagni di fare affari d’oro col paladino dei diritti umani.
Non so – e non m’interessa capire – chi sia stato più terrorista. Se il Giappone dei kamikaze o gli Stati Uniti di Hiroshima e Nagasaki, se Nixon e Kissinger, mandanti dell’assassinio della democrazia cilena, o Pinochet, l’esecutore materiale dell’atroce mandato. Non so se più terrorista sia stato Osama Bin Laden, il presunto ideatore del presunto attentato delle torri gemelle, o il suo buon amico George William Bush, presidente USA, ideatore di Guantanamo, mandante di Abu Garib e comandante in capo delle truppe d’occupazione che hanno arrostito Fallujah nel fosforo bianco e finito a colpi d’armi proibite – uranio depotenziato, cluster bomb e bombe termobariche – centinaia di migliaia di iracheni. So che, andando di questo passo, nelle scuole agonizzanti e nelle università ridotte all’elemosina sarà sempre più difficile spiegare ai nostri ragazzi che Gheddafi non giunge per caso tra noi e mostrare, in quei fortilizi della morente democrazia che sono ormai le nostre aule, il filo rosso di sangue che corre tra il tempo e lo spazio nell’Italia sedicente liberale. L’Italia borghese che al bisogno di civiltà libertaria di Malatesta e Merlino oppose Crispi e secoli di domicilio coatto; l’Italia che nel maggio del ’98 sparò a mitraglia col cannone di Bava Beccaris sul popolo inerme ed affamato e, dopo la “Marcia su Roma“, quando si trattò di pagare i costi della “grande guerra” e la terribile crisi del dopoguerra, condannò a vent’anni di galera collettiva i contadini, gli operai e gli artigiani.
Andando di questo passo, non potremo spiegare ai nostri ragazzi che il fascismo non finì col suo duce fucilato e appeso a Piazzale Loreto. A Portella della Ginestra, infatti, il “bandito” Giuliano, che sparò all’impazzata sul bisogno di giustizia sociale della repubblica nascente, era figlio legittimo di Salò e nipote dell’Italia crispina e umbertina, liberale e soprattutto fascista. E fascisti furono gli esecutori materiali d’una sequela impunita di stragi: Piazza Fontana, l’Italicus, Piazza della Loggia, la stazione di Bologna…
Non so e non mi importa sapere chi sia primo in classifica negli atti di terrorismo. Quello che so è che i sacerdoti dello sfascio neoliberista hanno messo in ginocchio la scuola e l’università e sarà sempre più difficile spiegare ai nostri studenti che in questi giorni osceni, nella tragica farsa che oppone e unisce Muammar Gheddafi e quell’azienda Italia che fabbrica morti sul lavoro ed esporta soldati e cannoni chiamandoli democrazia, in questi giorni bui, quello che conta sono gli affari della Confindustria e la guerra tra i poveri che occorre alimentare a tutti i costi, anche quello di moltiplicare le stragi mediterranee e di uccidere le speranze dei “clandestini“, per stringere più saldamente nella morsa della precarietà un popolo che la televisione ipnotizza e la miseria ricatta e annichilisce. Un popolo che, com’è tradizione dei peggiori regimi, regala il suo cieco consenso al padrone di turno.
Non so farle e non m’interessano le graduatorie tra terroristi e santi. Quello che so è che nessuno meglio di Massimo D’Alema, l’uomo della bicamerale e delle bombe sulla sventurata Sarajevo, incarna oggi il dramma d’una sinistra nata rivoluzionaria e finita al Ministero degli Interni. Quella sinistra che negli anni della mia giovinezza, tra il Settantasette e l’Ottanta, fu al fianco del giudice Calogero e della miseria morale che, imbavagliata la Costituzione, seppellì sotto anni di carcere preventivo un dissenso rivoluzionario che agiva alla luce del sole e lo spinse consapevolmente nella via senza ritorno della lotta armata. La sinistra che oggi, più realista del re, dialoga con Gheddafi e s’inchina alla ragion di Stato senza provar ribrezzo di se stessa.
Se la “democrazia” di Fini, è tutto quanto ci resta, come dubitarne? Questo nostro Paese ci diventa nemico.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 giugno 2009

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