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Posts Tagged ‘Pino Pinelli’


La foto che vedete non vi mostra l’Ucraina, ma la Libia che abbiamo bombardato. La guardo e mi viene in mente di cercare l’Italia democratica.
Cerco, scavo, ricerco e trovo una Repubblica che calpesta da sempre la sua Costituzione. Una Repubblica che amministra la giustizia col Codice Rocco, orgoglio del regime fascista, che affida la formazione tecnica delle forze dell’ordine a Guido Leto, capo della polizia politica fascista, e affida la Corte Costituzionale a Gaetani Azzariti, già Presidente del Tribunale della razza istituito dai fascisti.

Cerco, scavo, ricerco e scopro che tra il 1948 e 1950 la forza pubblica denuncia decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciato al loro posto, condannano più di 15.000 «sovversivi» a 7.598 anni di carcere. Da raffronto con i dati dell’Italia fascista emerge che la media degli anni di carcere inflitta ai condannati dal Tribunale Speciale ammonta a 1631, quella inflitta dai tribunali dell’Italia repubblicana ai condannati per reati politici è invece 2533.
Secondo dati ufficiali, dal 1948 al 1952 nell’Italia repubblicana in piazza le forze dell’ordine fecero 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6. Mentre registro questi numeri inquietanti, m’imbatto nell’intramontabile «modello Fiat», varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Nel 1974, una legge riconobbe la qualifica di «perseguitati politici» a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966.

Cerco, scavo, ricerco ed ecco una nuova «scoperta»: il numero agghiacciante di vittime delle forze dell’ordine. Non si tratta di «casi» che in qualche modo vivono ancora nella coscienza del Paese. Non mi riferisco a Giuseppe Pinelli, l’anarchico che il 12 dicembre 1969 volò giù dalle finestre della Questura di Milano, affidata a Marcello Guida. già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato Sandro Pertini e lo stato maggiore dell’antifascismo militante. Mi riferisco a morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.
E’ un elenco da brividi:
1943:
26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino e Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare.
18 dicembre: a Montesano, (SA), mentre si lotta per la liberazione, le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente «elementi comunisti». Pochi giorni dopo l’insurrezione di Napoli, buona parte degli ufficiali superiori delle Forze Armate e dei corpi di Polizia, che nei giorni di lotta sanguinosa se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città, tornarono tranquillamente al loro posto e i carabinieri stabilirono immediatamente un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, in cui era caduto da eroe il figlio Adolfo.
1944:
con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote, le cose non vanno meglio del 1943. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai fatto. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto i carabinieri uccidono Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e i tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani.

1945: 38 morti, tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;
1946: 42 morti (7 cadono tra le forze di polizia);
1947: 8 morti (6 sono i militi uccisi);
1948: 35 vittime (ci sono anche 7 agenti caduti);
1949: 22 morti;
1950: 19 caduti;
1951: 4 morti;
1952: 2 vittime;
1953: 12 uccisi;
1954: 6 morti;
1955: non si spara e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;
1957: 4 vittime;
1959: 2 caduti;
1960: 11 morti ;
1961: 1 caduto;
1962: 2 vittime.
Una pausa la trovo in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:
1968: 3 morti;
1969: 5 caduti (1 poliziotto ucciso), cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere e dar da mangiare ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta “strategia della tensione“, che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui l’ex partigiano Pino Pinelli e Pietro Valpeda.

Cerco, scavo, ricerco e decido di non fermarmi sui cosiddetti «anni di piombo» Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte.
Il ritorno alla “normalità” si ha con la contestazione della globalizzazione; a Napoli si fanno le prove generali e a Genova la parola passa di nuovo alle armi.
2001: una pistolettata uccide Carlo Giuliani e si registrano le feroci torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz.
Forse l’elenco che segue è incompleto e gli ammazzamenti non sono della stessa natura, ma basta a giustificare il sospetto che cercare l’Italia democratica è una fatica vana, perché non è mai esistita.
11 luglio 2003: Marcello Lonzi, finito nel carcere di Livorno.
5 settembre 2005: Federico Aldovrandi, ucciso mentre viene arrestato.
27 ottobre 2006: Riccardo Rasman, finito per “asfissia da posizione”.
14 ottobre 2007: Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia.
11 novembre 2007: Gabriele Sandri ucciso come Bifulco da un colpo accidentale.
14 giugno 2008: Giuseppe Uva, morto nella caserma in cui era stato portato.
22 ottobre 2009: Stefano Cucchi, ucciso durante la custodia cautelare.
3 marzo 2014: Riccardo Magherini, morto durante l’arresto.
5 settembre 2014: Davide Bifulco ucciso da un carabiniere.

Cerco, scavo, ricerco e benché la Costituzione ripudi la guerra, mi accorgo che abbiamo bombardato la Serbia e la Libia uccidendo inevitabilmente vecchi donne e bambini, siamo stati complici di tutti i crimini della Nato e abbiamo rapporti diplomatici con tutti i dittatori che ci fanno comodo, persino con quello egiziano, che ci ha ammazzato barbaramente Regeni.

Cerco, scavo, ricerco e non la trovo. Trovo invece un Paese con un governo senza opposizione, che si prepara a ridurre il numero dei parlamentari, va avanti a colpi di decreti governativi privi di qualsivoglia urgenza. In un clima di feroce propaganda bellicista contro la Russia, passa un decreto secretato che lascia mano libera al governo nell’invio di aiuti militari a un Paese che festeggia Banderas, il suo eroe nazista. Un Paese in cui le bandiere della pace alzate al vento nobile della libertà, servono a nascondere scelte decisamente ignobili. Ignobile è infatti la decisione di armare gli ucraini che hanno bombardato per anni il Donbass, di accogliere i loro profughi che fuggono dalla guerra, e di lasciare annegare nel Mediterraneo i neri che, come i bianchi, fuggono dalla guerra.

Diogene cercava l’uomo, io cerco l’Italia democratica.
Cerco, scavo, ricerco e non la trovo. Trovo invece che siamo alleati degli Usa e facciamo parte della Nato. Che c’è di male? Se avrete la pazienza di ascoltarlo, ve lo spiegherà con estrema chiarezza lo storico Daniel Ganser e forse vi chiederete se, invece di criminalizzare ferocemente Putin, non sia il caso di liberarsi della banda di pericolosi neoliberisti che ci sta conducendo a un disastro senza precedenti nella vicenda umana.
Ecco il link:
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10227980973738452&id=1496106942&sfnsn=scwspwa

Agoravox, 9 marzo 2022

classifiche

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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downloadFine giugno del 1901. Al ponte di Albersan, sul Canal Bianco, tre chilometri da Berra Ferrarese, c’è la bonifica delle terre alla destra del Po: 22.000 ettari e pane assicurato, se la terra non fosse in mano alla «Banca di Torino». E quando mai dove trovi una banca c’è pane assicurato per la povera gente? Nelle paludi muoiono di fatica contadini che vengono dalle province di Rovigo e Ferrara, romagnoli del Polesine, divisi dal fiume ma uniti dalla fede socialista e da sentimenti di solidarietà. Gente che sciopera solo se non trova alternativa alla fame. Un contadino mangia solo se lavora e a Berra si sciopera perché, allora come oggi, il lavoro si paga con salari da fame.
Alla richiesta di qualche centesimo in più, la Società delle Bonifiche ferraresi, sostenuta da capitali bancari, non solo ha risposto picche, ma ha messo a frutto persino la fame, creata apposta dai padroni, e ha reclutato crumiri in Piemonte. Fame contro fame, diritti contro disperazione. E’ il solito gioco e il 1901 somiglia maledettamente al 2015, coi padroni del vapore che prima producono la crisi e poi la usano come un’arma contro i diritti e la povera gente. Un gioco da ragazzi: «prendere o lasciare». E se il ricatto non basta, c’è lo Stato, pronto a coprire le spalle agli sfruttatori, e c’è la “legalità”, la scienza che i padroni usano con sapiente ferocia per strangolare nei tribunali la giustizia sociale.
Appena i contadini scendono in sciopero, la proprietà invoca l’intervento delle Autorità. Poche ore, poi attorno al ponte brulicano soldati in tenuta da campagna. Anche per questo i lavoratori pagano: per garantire un lavoro sicuro e il futuro alla gente in divisa. La salute degli sfruttatori si chiama repressione. La truppa è in trincea. In testa ai fanti, all’imbocco del ponte, c’è Lionello Di Benedetto, un tenente napoletano, e di fronte, sulla destra del canale, luccicano altri fucili.
Giunti in corteo dalla strada di Berra, gli scioperanti provano ad attraversare il ponte. La tromba, tre squilli e un brivido serpeggia tra i lavoratori: quando non porta pallottole, la tromba annuncia sciabolate e botte. I contadini mostrano fazzoletti bianchi in segno di pace e Calisto Desvò, presidente della Lega di Villanova Marchesana, si toglie il cappello e si avvia verso l’ufficiale. I figli hanno fame. L’ultimo sguardo ai compagni: fazzoletti bianchi, bandiere rosse, volti segnati da stenti e fatica, ma tanta dignità. E’ il secolo dei lavoratori, pensa, mentre cammina dopo gli squilli minacciosi e al tenente: «Domando la parola!». Risponde la pistola: sei colpi consecutivi in petto e in testa. Così finiscono sciopero e vita del socialista Desvò. Così, col sangue versato, i lavoratori conquistano i diritti che Renzi oggi cancella.
La stampa, persino quella padronale (a quei tempi c’erano anche giornali operai) narra i particolari. Dietro la truppa, il proprietario era una furia, chiedeva di far fuoco e indicava gli scioperanti. Dopo le revolverate erano giunte le fucilate. «Fuoco!» s’era sentito urlare. « Per questa gente non c’è altro che il piombo! Fuoco!».
Mentre i contadini inermi si davano alla fuga terrorizzati, centrata alla schiena e alla nuca – una palla a bruciapelo le portò via metà della testa – se ne andò per sempre Cesira Nicchio, lasciando due figli. Attorno a lei quattro compagni rantolanti – Ferruccio Fusetti, Albino Gardellini, Sante Livieri e Augusto Nanetti – e decine di feriti in fuga disperata. S’era udita però, rabbiosa, in punto di morte, una voce urlare per l’ultima volta la sua fede: «Coraggio compagni! Viva il socialismo!».
Non sapremo mai se il cronista ci mise del suo, ma del proprietario si narra l’estrema provocazione:
«I morti sono pochi; ci vogliono ancora pallottole per i capi!».
Chi crede che l’Italia di Bava-Beccaris, col cannone in batteria che spara sui manifestanti inermi, sia un «incidente di percorso», non conosce la storia e non capisce che la scuola e l’università sono state assalite dai governi del secolo nuovo, perché non educassero una gioventù consapevole dei propri diritti e del sangue che sono costati. Qui da noi l’«incidente di percorso» non sono stati Crispi, Pelloux, Mussolini e l’omicidio di Pino Pinelli. Questa è la regola. Per capirlo, basta contare i giovani assassinati in guerre volute solo dai padroni, mettere assieme la gente ammazzata nelle piazze, contare i morti volontariamente uccisi sul lavoro, i suicidi per disperazione, il massacro sociale di Monti, Fornero e Renzi: l’unico, autentico «incidente di percorso» qui da noi è stato quel tanto di democrazia consentito talora dal saggio di profitto e dal bisogno di pace sociale. Quella democrazia di cui Renzi si riempie ogni giorno la bocca e intanto la cancella.
Non c’è stato nessun diritto ottenuto per grazia ricevuta. I lavoratori li hanno conquistati sempre e solo pagandoli col sangue e l’unica primavera della legalità nella nostra storia è stata quella imposta ai padroni tra il 1943 e il 1945, ai tempi della Resistenza. E’ questa la lezione terribile ma istruttiva che insegna la storia ai ceti subalterni: la dignità e i diritti si conquistano col sangue e col sangue si difendono. Ecco perché la scuola non farà più il suo mestiere.
Il resto sono chiacchiere.

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418895Oggi in tutta Italia s’è spacciata droga, si sono vendute armi e s’è pagato il pizzo. Come ogni giorno, anche oggi c’è stata la solita evasione fiscale e lo sfruttamento della prostituzione è andato a gonfie vele come sempre. Per non parlare di corrotti, corruttori, ladri e rapinatori. A guardia e ladri non gioca più nessuno.  Se i ministri li fanno uscire, perché acchiapparli? E’ molto meglio caricare in piazza gli studenti. Si rischia poco e si fa il gioco di chi comanda.
Quando esagerano – e lo fanno molto spesso, per non dire sempre – i poliziotti sono irriconoscibili. BZGujHFIEAAQu5uQui da noi, in piazza, la polizia non porta numeri o matricole. Perché dovrebbe? studente-fermato1_672-458_resize
I tutori dell’ordine – così si chiamano – difendono chi ha distrutto il Paese e rubato il futuro alle giovani generazioni, anche quello dei loro figli naturalmente. Per questo li paghiamo, no? Difendono chi che ha riempito la Campania di veleni per più di vent’anni sotto il loro naso. Non hanno mai visto e mai sentito nulla. Mai una volta. Per forza: sono quotidianamente impegnati a manganellare studenti, operai, migranti, senzatetto. E che volete? studenti_01_672-458_resizePer questo gli diamo da mangiare, no? Difendono i prepotenti e i ladri di regime – per questo portano una divisa e sono armati, no? – e sono pronti a sparire quando dovrebbero esserci e a sbucare alle spalle della gente perbene quando dovrebbero stare da un’altra parte e rivoltarsi contro chi li comanda.
Bella gente, Bella davvero. Gente che fa da scorta ai pregiudicati come Berlusconi. Gente forte. Forte coi deboli e debole coi forti. Oggi Cucchi, ieri Pino Pinelli. Per questo li paghiamo, no?

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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