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Posts Tagged ‘Piero Bevilacqua’

Una gradita e bella recensione

“Il Manifesto”, 21 ottobre 2017

Piero Bevilacqua

Ci sono eventi della nostra storia, anche con caratteri insolitamente epici e drammatici, che non riescono a inseririsi nella narrazione positiva e dominante della vicenda nazionale.  Gli stereotipi finiscono con l’avere la meglio sulla realtà effettiva e dunque riescono a confinarli nella sfera dell’eccezione, nella nicchia di un’altra retorica. E ‘ il caso delle Quattro Giornate di Napoli e della loro collocazione nella storia della Resistenza italiana…

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http://www.officinadeisaperi.it/eventi/una-foto-di-massa-della-citta-combattente-un-libro-di-aragno/

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1360250089689.jpg--Mi distraggo per un attimo da quello che per me è il dato centrale di questo mese cruciale e vi rassicuro: non intendo portare altrove il vostro interesse. I ballottaggi ormai imminenti, però, non sono estranei all’ennesimo attacco ai diritti e alla ferocia con cui esso è condotto da alcuni vassalli, valvassini e valvassori del PD.
Sul Manifesto, Piero Bevilacqua ha già lucidamente risposto a Boeri, agli Ichino e al «nuovo che avanza» con loro. Questi signori, guarda caso tutti legati al PD o al suo sistema di potere, hanno scoperto che il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro è una insostenibile «iniquità», una «gabbia salariale» all’inverso, dannosa per il Sud (e anche per il Nord). Naturalmente i galoppini di Renzi non si esimono dal proporre un improponibile confronto tra l’esperienza tedesca di differenziazione degli standard retributivi e quella italiana di uno standard unico per l’intero territorio nazionale.
Qualcuno, poi, fa il processo alla Triplice sindacale. Non cercherò certo di difendere Camusso e soci, ma mi pare chiaro: se per tornare a esistere, i sindacatoni devono liquidare quel tanto che resta di unità tra i lavoratori e colpire chi è già più debole, facendo il gioco degli imprenditori, beh, meglio che chiudano i battenti. Bevilacqua dice una cosa semplice e inconfutabile: al Sud un euro guadagnato da un lavoratore deve sfamarne altri 100. Al Nord quell’euro basta per 50. Se invece di un euro al Sud arrivano 50 centesimi, ci sono 50 persone che moriranno di fame. Che, aggiungo io, potrebbero bussare alla porta della camorra, imbarbarendo ulteriormente un Paese che nel suo insieme, in tema di civiltà, è già all’anno zero. E’ questo meccanismo che rafforza le destre, aiuta il malaffare e produce guerre tra poveri. Proprio come fa una inaccettabile Europa delle banche, che produce antieuropeismo. Probabilmente qualche leghista alla rovescia risponderà a Boeri rimproverando a lui e a tutti i neoliberisti la scelta di non fare un ragionamento identico, partendo da un altro dato e dirà che si poteva iniziare dal reddito pro capite del Nord e del Sud, per esempio, per scoprire che al Nord è il doppio di quello del Sud, o  partire dall’evasione fiscale. Al Nord, per quantità di soldi sottratti, c’è il doppio dell’evasione fiscale del Sud. I meridionali, quindi, ricevono la metà dei servizi che si potrebbero avere se il Nord pagasse quello che deve. I contribuenti del Nord, paghino allora il doppio delle tasse e il Sud la metà… Ecco, questi sono i meccanismi prodotti volutamente da Ichino e così tutto si imbarbarisce.

Ne discutevo oggi con alcuni testardi difensori del PD. Piero Bevilacqua – e con lui tanti altri – parlando della Raggi e dei 5Stelle, ha posto un problema ormai ineludibile: si può continuare a ignorare, in nome di una presunta identità di sinistra del PD, quello che è sotto gli occhi di tutti?
Come dargli torto? Una sentenza della Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge da cui nasce questo Parlamento. E’ questo Parlamento, però, politicamente e moralmente delegittimato, che dà la fiducia a un governo nato fuori dalle sue aule, questo Parlamento costituzionalmente illegittimo, che cancella lo Statuto dei Lavoratori  e consegna il Paese alla speculazione con un provvedimento come lo Sblocca Italia, che qui a Napoli piace solo alla camorra. Non bastasse, è questo Parlamento che stravolge la Costituzione antifascista, mettendo assieme un combinato disposto fatto apposta per sostenere una svolta autoritaria. Non c’è passaggio di questa tragedia in cui il PD, alleato o finto avversario della destra, non sia protagonista principale e negativo.

Si dice: questi fanno pena, ma che facciamo, ci mettiamo in mano alle destre razziste e antieuropeiste? Sembra un’obiezione sensata, ma ignora un dato fondamentale: è l’Unione così com’è fatta che produce guerra tra poveri, disparità e odio. Dopo il massacro della Grecia, questa Unione non la vorrebbero più nemmeno Spinelli e compagni.  Le destre antieuropeiste non esisterebbero, se l’Europa non fosse il mostro che le ha generate e le alimenta. Dove sono i referendum previsti? Dov’è la Costituzione dei popoli? Che poteri ha il Parlamento Europeo?
Qui da noi i partiti di fatto non ci sono più. Il PD è un comitato di affari per lo più illeciti. A Napoli, contro De Magistris stanno insieme Verdini e un PD che conta più inquisiti che persone pulite. Qui nessuno tratta con i vertici dei 5Stelle. Si parla alla base. A quella del PD e ai militanti di Grillo, molti dei quali sono molto più a sinistra del PD, e la gente, quella che paga i costi di un golpe bianco, si coalizza. Per votare Grillo? No. Per fermare il PD,  principale pilastro della reazione, prima che sia tardi. Se il PD perdesse a Torino, a Roma e a Napoli, ne uscirebbero rafforzati sia i giovani del PD che sono stati traditi, sia il laboratorio politico che vive e opera nella capitale del Sud, sia un modello alternativo, al quale lavoro con tanti movimenti e associazioni da due anni. E sono felice di farlo, alla fine del mio percorso, mentre mi avvio al tramonto. Felice di contribuire a far nascere un primo baluardo in vista di un referendum decisivo per il futuro della democrazia.

A settembre, se ce ne saranno i presupposti, qui da noi, a Napoli, potrebbe nascere un avamposto nella lotta per la Costituzione, in difesa della democrazia di cui sono nemici sia Renzi, sia il suo PD, sia questa Europa finanziatrice di Erdogan e massacratrice di immigrati. Sarebbe il punto di partenza di un esperimento politico ben più che locale. Mille città Mediterranee pagano prezzi insostenibili alle politiche del PD, servo sciocco di quella inaccettabile dittatura del capitale finanziaro, che i più ingenui si ostinano a chiamare Unione Europea

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime
Federica Lento

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito
Piero Bevilacqua

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

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