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Posts Tagged ‘piazza’

L’abbiamo insegnato per anni ed è vero: una dolorosa tragedia ha spesso un volto ambiguo, che suscita col pianto un’amara risata. Tragica e patetica, ma soprattutto plastica è la rappresentazione indecente che l’accolita di sedicenti rappresentanti del “popolo sovrano” – illustri sconosciuti che nessuno ha mai votato – offre di sé in questo 14 dicembre di passione. Domani sarà storia, oggi è fatto di cronaca, documento. Da un lato Montecitorio, il Palazzo, cieco e arrogante, protetto da blindati e armati, che decide del proprio futuro contro la gente e i suoi problemi reali. Dall’altro la piazza, Parlamento legittimo del dissenso, e un’intera generazione che prende la parola e dice basta. Volevate distruggere la scuola e la cultura, per cancellare ciò che resta di diritti e libertà. Non andrà così. Mettetela come volete, coi vostri pennivendoli pronti a mentire, ma questa vostra guardia armata che catapultate in armi contro i nostri studenti, mentre v’asserragliate impotenti nel palazzo, è la desolante radiografia d’un frattura scomposta tra governati e governanti: forza contro diritti, manette contro dissenso, blindati contro ogni forma di discussione, voi delirate di costi della crisi e però scialate, spostate in avanti l’età della pensione, mentre cancellate il lavoro e in cambio della sopravvivenza imponete servitù e umiliazioni. Avete confuso ad arte la pace con la guerra e chiedete soldati e sangue, ma non c’è un figlio vostro tra i combattenti. Siete soli davanti alla storia, soli con le vostre infinite responsabilità. E soli, senza delega, senza legittimazione, sfiduciati dal Paese, pretendete di scambiarvi uomini e voti come meglio vi pare e non v’accorgete della febbre che sale nel Paese, che vi cresce attorno mentre vi barricate dietro le Istituzioni che avete ucciso. Guardatevi allo specchio: siete la vera violenza di cui soffra il Paese. Chiudetevi nel palazzo, chiamate a raccolta le bande armate che scorrazzano da tempo colpendo e manganellando a destra e a manca chi perde il lavoro, chi non ha più diritto di studiare, chi non arriva a fine mese, chi è stanco di prepotenze. Tutto quello che vi resta è la forza, ma badate, Robespierre ve l’avrebbe insegnato, se non odiaste la cultura, e noi lo abbiamo spiegato agli studenti: “i templi degli dei non sono fatti per servire da asilo ai sacrileghi che vengono a profanarli, né la Costituzione è fatta per proteggere i complotti dei tiranni che cercano di distruggerla“,
Roma è blindata, ma guardatevi attorno. E’ solo questione di tempo. Siete prigionieri e non avete scampo. Il futuro vi assedia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2010

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Eccoli, i precari della scuola: disperati, ma lucidi e coerenti, gridano la loro rabbia dai tetti di scuole occupate, irrompono nei centri periferici del potere – le mille succursali di casa Gelmini – per urlare ai poliziotti in assetto antiguerriglia che non ci stanno, che non hanno paura e che, in una repubblica fondata sul lavoro, un governo chiuso al dialogo, capace solo di schierare manganelli e manganellatori contro i lavoratori, sa di Cile e induce alla sommossa. I precari della scuola in lotta, però, diciamocelo chiaramente e una volta per tutte, non sono solo la prova che il giocattolo costruito dal carrozzone mediatico è un coniglio tirato fuori dal cilindro dell’illusionista: il Paese non è col regime e il regime non è così solido come vuole apparire. No. I precari pronti allo scontro con un governo che fa acqua da tutte le parti dentro e fuori l’Italia sono un dito puntato soprattutto contro di noi, contro i docenti “stabili” o “stabilizzati” che stanno a guardare e non scendono in piazza con loro. Per un anno si è sputato veleno: c’è un mare di disagio e di sofferenza, ci sono montagne di diritti violati o negati, ci sono milioni di lavoratori ridotti alla disperazione, ci sono leggi che ripugnano alla coscienza civile, coordiniamoci e mettiamo in piazza questo vento che annuncia tempesta. S’è sputato veleno: uniamo le forze, agiamo di concerto; la lotta dei precari della scuola diventi quella dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, di chi non trova lavoro e non lo troverà, degli studenti ai quali stanno togliendo la scuola e l’università. Mettiamo tutto questo in piazza senza aver paura, facciamolo, e la bufera spazzerà via in sol colpo la fanchiglia neofascista che si dice governo. Nulla da fare. Non c’è stato verso. Eppure in piazza c’era l’Onda degli studenti che faceva tremare i polsi a Gelmini e soci. Sarebbe bastato poco per imporre al governo un mutamento di rotta. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.
Diciamocelo francamente, perché non ci fa male ed è sempre più chiaro che non capiteranno ancora molte altre occasioni: questi che lottano non sono solo colleghi e non sono in piazza solo per se stessi. E’ gente che lotta contro un governo che freddamente e con calcolata ferocia sta distruggendo la scuola statale in quanto presidio di democrazia, fucina di intelligenza critica e archivio vivente della nostra memoria storica. Non diciamo perciò più precari in lotta: lottano cittadini, lottano genitori, lottano lavoratori. La lotta dei precari è quella della legalità contro la prepotenza, In piazza ci sono con loro gli articoli fondamentali della nostra Carta costituzionale. Lo scontro che si è aperto è il nostro scontro, è la lotta degli operai mandati a casa, la lotta degli immigrati massacrati nel Mediterraneo, la lotta della civiltà contro la barbarie. Non è più tempo di esitazioni e di calcoli di bottega, non è più tempo di restarsene a casa facendo finta di non sapere. O si fa quadrato con i precari, per costruire i modi e i tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è fin da ora veramente persa.
Una volta per tutte diciamolo chiaramente, senza ipocrisia: i lavoratori che si ribellano oggi contro un governo screditato, debole coi forti e forte coi deboli, sono un dito puntato soprattutto contro di noi, contro i docenti “stabili” o “stabilizzati” che stanno a guardare e non scendono in piazza con loro.
Ci sono momenti della storia in cui il destino si affaccia, si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre un’occasione. Possiamo anche far finta di non vedere, ma è bene dirselo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 settembre 2009

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