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Posts Tagged ‘Piazza Calenda’

vicoloPer me smoke significa Forcella alla fine degli anni quaranta.
Vuoi sapere cos’è Forcella? Se hai un’idea tua di una bellezza divina, sciupata e maltrattata, se sai riconoscere un incubo, ma non hai paura di sognare, mettili assieme, paradiso e inferno, e saprai cos’è Napoli. Forcella è una strada di Napoli, Via Vicaria Vecchia c’è scritto sulle carte, una strada che scende verso un bivio e non è lontana dal mare. Di Forcella ricordo una chiesa caduta, che non c’è più, nera di fumo e di crepe che parevano rughe. Una bomba l’aveva centrata e pareva l’occhio guercio e bendato di un bucaniere. Era lì per fare la guardia a un antico budello: Vico Sant’Agostino alla Zecca, di fronte a Via delle Zite, vico di monache forse, certamente di zitelle, che si chiamava un tempo «Capo di Vico». Le conoscevo come le mie tasche quelle viuzze senza sole. Sono nato a Vico Zuroli, dove qualcuno conservava ciò che rimaneva d’una scatenata «devozione» popolare e ricordava Armelinda d’Ettore, la «santa», che in una casa di quel budello aveva vissuto.
Smoke per me è la divisa bianca dei marinai americani, le loro scarpe nere, lucide di «cromatina» e i lacci legati tra loro per farli inciampare, quando una mano svelta sfilava portafogli.
Smoke, per me, sono le bancarelle colorate del contrabbando di sigarette, pronte a sparire nell’ombra malata assieme ai cartoni variopinti delle “stecche” con le scritte inglesi storpiate dalla pronuncia scugnizza: «Pallaman! Lucstrai! Cammell!»
Questo è stato per me smoke e anch’io l’ho urlato come tanti. Urlavo, vendevo e se per caso ci piombava addosso« ‘a finanza», sfidavo la paura e facevo l’eroe. Tre passi e sparivo: «‘int’e vicoli ‘a finanza non nce trase…»
Smoke vuol dire pallore di ragazzini fatti solo di occhi grandi, svegli e profondi.
Smoke vuol dire per me occhi tristi.
Sono stato così, me lo ricordo bene; pronto a segnalare «a polisse» e «a finanza», convinto che il mondo avesse i suoi confini tra Via Duomo e le mura greche di Piazza Calenda, dove il malconcio «Cinema Teatro Trianon» m’incantava. Ci aveva recitato mia madre prima della guerra e anche a me piaceva recitare; per palcoscenico avevo la strada e ci mettevo in scena la commedia del coraggio che non avevo nella sfida precoce alla vita. Il cuore in petto mi batteva forte per la paura che non confessavo e correvo, correvo senza meta, avanti e indietro, dal barbacane che accecava il vicolo e mi metteva al riparo, alla strada di fronte, l’antica Via delle Zite, che misurava la forza delle mie gambe magre negli scatti improvvisi, nei salti sempre più lunghi oltre i cumuli di verdura di scarto che si allungavano da un marciapiede all’altro.
Correvo. Oltre i banchi di frutta e di pesce, a tutta velocità verso l’antico Sedil Capuano, assieme a compagni abituati alla diffidenza e alla solidarietà della strada. Compagni senza nome, che avevano solo soprannomi pittoreschi e barbari. Due più di tutti ricordo, sciupati, malaticci e subito affaticati, caratteristi per istinto, nati su quella scena improvvisata e sempre pronta a cambiare: Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Recitavamo assieme, da artisti consumati, imitando l’andatura e i modi della gente che passava e riempiva la via di voci, colori e odore di vita; la gente che ci ignorava e scivolava via come fanno i tronchi sulla corrente dei fiumi, senza parlare, conservando gelosa i suoi segreti. Eravamo noi a decidere, a seconda dell’umore e dell’ora, se il pubblico dovesse amare o lottare, sperare o disperare. Noi, pronti a sberleffi e capriole, usavamo la gente come ispirazione, copione e pubblico d’occasione.
Smoke, per me, è Sant’Agostino alla Zecca, dove una sera scura piansi le lacrime che avevo – avevo appena visto sparire su, verso Sedil Capuano, mia madre in lite con mio padre – e sperai di morire. Mi trascinarono via i due compagni barbari, Zé Monaco e Auccetiello, con le parole incomprensibili d’una lingua che non era mia, ma dolci, sorprendentemente dolci – sono così in ogni lingua le parole della solidarietà: dolci come una musica – e non mi lasciarono più finché non mi tornò un sorriso anemico e non presi a recitare l’uomo forte, come facevo sempre per paura che si scoprisse la paura. Non avevano mamma, quei due, e Vico Sant’Agostino alla Zecca li aveva adottati. Io una mamma, invece ce l’avevo e la mia guerra un giorno finì.
Me ne andai una sera d’inverno. All’angolo del vicolo, i pantaloncini corti legati con lo spago, i gambali di gomma telata, le magliette di lana consumata, slabbrate e penzoloni, gli occhi più grandi del solito, due compagni disperati mi salutarono, piangendo.
«Nce vedimme».
Non ci tornai mai più. Ora è cambiato tutto, c’è chi conta le repubbliche e dice che siamo alla terza., Se ci passate, però, li trovate. Le repubbliche cambiano, ma loro sono sempre là, sessant’anni dopo.
Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Per loro non è mai cambiato niente.

Da Fuoriregistro, 9 agosto 2003.

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