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Posts Tagged ‘partenogenesi’

Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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Un modello di scuola è un’idea politica e, in quanto tale non nasce per partenogenesi. E’ figlio di un tempo della storia fecondato – e talvolta paradossalmente isterilito – da un sistema di valori. Un ethos politico direbbe Croce.
Per quelli della mia generazione che militarono a sinistra, l’idea di scuola nella quale incappammo era figlia di un modo di produzione, dell’intreccio inestricabile tra le ragioni del mercato e quelle dell’educazione, di un modello egemonico di classe, armato di filosofia economica e di scienza sociale.
Un modello strutturato secondo i criteri della selezione alla base.
Parlo di tempi in cui osavamo ancora pensare alla democrazia come ad un processo, a percorsi originali che si esprimono in modelli perfettibili e da perfezionare e, senza provare sensi di colpa, ragionavamo di “democrazia borghese“.
E se il mondo nel quale eravamo cresciuti fatalmente ci condizionava, noi rispondevamo decisi a condizionare.
Avevamo identità ben definite e sentivamo di essere inconciliabilmente alternativi: noi alla destra, la destra a noi. C’erano di mezzo barriere ideali – “ideologie” si dice oggi e i risultati sono sotto gli occhi di tutti – e non si facevano sconti a nessuno. Qui non importa sapere chi avesse torto e chi invece ragione. La discriminante era di una evidenza solare: i valori dell’antifascismo e una Carta costituzionale che rendeva nobile la parola mediazione.

C’era un sistema di valori condiviso. L’esercito clerico-moderato non tirava addosso allo “Stato gestore” e sui grandi temi si incontrava con l’armata dei ribelli giacobini. Potrei dire della guerra, della legislazione sociale, del lavoro e della sua tutela, ma mi fermo alla scuola che qui più interessa.
Almeno sul piano delle finalità e degli obiettivi, il principio era comune: la formazione del cittadino, si diceva, è compito della collettività, cioè dello Stato “il quale ha per missione di realizzare il bene comune ed è giustamente investito di un’autorità per assumere la salvaguardia delle Istituzioni, far rispettare i diritti inviolabili della persona assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri a questo scopo: formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. La famiglia, quindi, cedeva il posto allo Stato inteso come sintesi dell’interesse collettivo espresso dal “patto sociale” e come tutela dagli interessi particolari dei suoi contraenti.
Provate ad affermarlo oggi un principio di questo genere e spingerete in campo aperto l’armamentario ideologico di pseudo liberal-liberisti pronti all’anatema e di sedicenti riformisti, che hanno completamente perso la nozione originaria – ed originale – della riforma come momento di lotta verso la costruzione di uno Stato socialista.
La riforma di Turati, che non fu certo un rivoluzionario.

Questa concezione dello Stato, che negli anni Sessanta del secolo scorso non fu del bolscevico Zinoviev, ma del cattolico Ufficio Internazionale per l’Infanzia, e l’idea politica di scuola che da essa deriva, appartengono ad un mondo che non esiste più. E qui non mette conto capire perché.
Per la destra come per la sinistra la repubblica nata dalla Resistenza oggi non c’è più. Ci siamo inventati la seconda repubblica e il terreno d’intesa è diventato quello della revisione. Troppo Stato dichiarano a destra ed a sinistra. Le scuole e gli ospedali sono diventate aziende, i servizi sono piegati al profitto. La sinistra ha governato coi voti del razzismo padano ed io, insegnante napoletano in una zona di violenza camorrista, non ho mai saputo spiegare a miei studenti come si conciliassero il mio sbandierato rispetto delle regole, il mio Stato costituzionale nemico della violenza, con i nostri aerei abbattuti in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo.
Siamo ancora lì, nel Golfo, siamo in Afganistan, siamo nei Balcani che abbiamo bombardato, siamo per le missioni Arcobaleno e per le armi all’uranio depotenziato, siamo per la scuola azienda, per le primarie, per le Regioni coi Governatori, per il lavoro in prestito e interinale, per le riforme del sistema pensionistico, per i tagli allo stato sociale, siamo con la Costituzione europea e fuori della nostra Carta costituzionale.
Per farla breve, siamo nella logica della destra.

Non si sciolgono certi nodi solo decidendo da che parte stare rispetto ad una riforma, e nemmeno, provando semplicisticamente a risolvere il rebus che tanto ci appassiona: abrogare oppure no una legge sulla scuola. Il nodo è ben più intricato e complesso del “che fare?” di bolscevica memoria.
E’ il “chi siamo?” cui occorre dar risposta. Chi siamo, per sapere che vogliamo e cosa faremo per averlo. E’ per questo che non basta una maggioranza e non servono i numeri della “democrazia perfetta“, che un tempo dicevamo borghese. Lo vediamo ogni giorno che essa è un inganno impotente.
La battaglia grande, quella vera – e va detto perché la verità non è mai retorica – la battaglia in cui si gioca il futuro del paese, si combatte su questo terreno. Il terreno dei valori, che ci riconducono alla nostra storia ed al nostro passato. Per questa via si costruisce una scuola e si pensa una riforma. Fuori di questo terreno c’è un nuovo e più terribile fascismo.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2005

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