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Posts Tagged ‘Parlamenti’

«Come t’è venuto in mente di rileggerlo?», ti chiedi angosciato, mentre il vecchio libro torna al suo posto nello scaffale della libreria. Il punto di domanda, però, non si ferma in coda alla frase. Cade giù a picco nel mare delle riflessioni e apre cerchi concentrici, come un sasso in uno specchio d’acqua. Non hai voglia di cercare una qualche risposta, ma il Guevara uccisodiavoletto critico che ti vive dentro da sempre incalza petulante: «Perché l’hai riletto?».
Potresti dirgli che non ricordi e non t’importa di sapere perché, ma quello insisterebbe e perciò gli rispondi, anche se in fondo parli solo a te stesso:
«Non lo so. Forse perché il vecchio Jhon Pilger va raccontando in giro che ormai “1984” passa per un libro d’altri tempi, una storia superata, inoffensiva e a modo suo persino rasserenante. Sì, forse è andata così. E’ stato Pilger».
Non fai in tempo a dirlo, ed ecco che anche Pilger diventa un sasso che cade nel lago profondo dei pensieri e apre cerchi sempre più larghi, uno nell’altro, uno più largo dell’altro. E’ una vertigine oscura che ti confonde: ieri, oggi, insiemi infiniti di punti tutti ugualmente distanti dal sasso che affonda, punto da cui parte il raggio di una circonferenza che si allarga… Piaccia o no, si riflette.
Ora che ci pensi, mentre leggevi, ti sei ricordato che Orwell l’aveva previsto il rischio che le democrazie, svuotate, si chiamassero fuori, riducendosi a forma che banalizza la sostanza. Altro che libro d’altri tempi! In fondo Orwell ci aveva messi sull’avviso: «per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario».
«M’ha fatto bene rileggere, anche se c’è poco da stare allegri», mi dico, mentre il diavoletto critico mi toglie la parola:
«Una democrazia malata, tutta forma e niente sostanza è il brodo di cultura ideale per un nuovo totalitarismo. Non vedi? Più sale la febbre ai Parlamenti, più si parla ossessivamente di crisi, più numerosi sono i sedicenti democratici che insistono sulla panacea di tutti i mali: le loro maledette «riforme». Ci vogliono, dicono, tentando d’essere persuasivi, sono indispensabili, perché, se non si fanno, il capitale straniero non presta soccorso e ci va di mezzo la povera gente».
«Diavolo d’un diavoletto, hai ragione!», esclami, con un senso d’angoscia. «Questa falsa speranza non è la trovata estemporanea di gente che non sa come affrontare la crisi. E’ l’esatto contrario: una pillola di propaganda per sprovveduti, che parte da un principio rivoluzionario, lo rovescia come un guanto e ne fa una verità per fede di un integralismo controrivoluzionario».
«L’hai capito, eh!» ti fa compiaciuto il diavoletto, mentre il sasso allarga i cerchi e ti porta lontano.
«Certo che ho capito, diamine. Una volta tutto questo ce l’avevamo chiaro… Il capitale privato straniero…» cominci a dire, mentre rivive un mondo, ma il diavoletto ti anticipa e ti toglie le parole di bocca. Ora sì, ora è proprio la tua coscienza ritrovata, il tuo lontano passato: un giovane biondo, gli occhi celesti e i riflessi pronti.
«Il capitale straniero non si muove per generosità» mi dice con tono didattico. «Non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per aiutare se stesso».
Rammenti il corpo senza vita d’un uomo che non morirà ed esclami emozionato: «Guevara, Ernesto Guevara, il Che. Ed è vero, verissimo! Chi l’ha liquidata a colpi di fucile come meritava, gentaglia come questa, ci ha lasciato in eredità la sua lezione. E importa poco se non tutto è andato come voleva. Chi aveva da pagare pagò e la prossima volta andrà meglio».
In realtà, non sei tranquillo come pare: «Scatenare una guerra nei confini dell’impero?», chiedi a te stesso, mentre una domanda sorge insopprimibile: «Chi dice che il momento è buono? E dopo, come se ne esce dopo?».
La risposta è immediata: «Tu lo sai bene che è il momento giusto».
Chi è che parla ora? Tu o il diavoletto che ti ha indotto a ragionare con te stesso? Chiunque sia, ancora una volta ti torna in mente il Che:
«Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione».
E’ il diavoletto, coscienza critica e angelo custode, che parla alla tua titubanza:
«Non sai come si fa a scatenare una guerra nei confini dell’impero? Davvero non lo sai? Guardati attorno. Non vedi? Ci sono armi a volontà, basta volerle. Cura di farti capire e non tentare la via individuale, perché gli ideali nobili hanno bisogno di molte braccia e liberi consensi. Gli uomini non mancano, come non mancano le ragioni politiche e morali. Si vive come servi in fazzoletti di terra espropriata e inzuppata di rabbia, ma la rabbia è benzina. Un cerino, uno solo e i pifferai la pianteranno. Sfruttamento, bambini massacrati, l’immancabile guerra umanitaria al “barbaro” di turno. Basta. Gli incendi scoppieranno facilmente. Difficile sarà domarli; quando sei alle prese col fuoco e alle spalle ti scoppia un nuovo incendio, tutto si complica e il terzo diventa devastante. Quanti macellai in armi girano il mondo per conto dell’impero? Dovranno richiamarli a tutta velocità e non basteranno. Si tratta solo di decidersi e organizzarsi…».
Ora ti pare di vederli il fumo che si leva e il fuoco che avvampa, acre e liberatorio. Nel fumo, l’antica lezione:
«Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori  e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria».
Non basta condannare la violenza, se un potere violento esaurisce ogni condizione pacifica di lotta. E mentre parli a te stesso, uno dentro l’altro, uno più largo dell’altro, mille cerchi si vanno allargando.

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Dich indip USASembrerà un paradosso, ma è saggezza politica: finché non fu in grado di realizzare i suoi progetti politici senza il contributo dei poteri periferici – sia feudali, che cittadini – fu il sovrano a sollecitare la partecipazione alla sua attività di governo delle componenti sociali più rilevanti. Privo di efficaci strumenti amministrativi, cercava il consenso di assemblee controllabili che ne avallassero le scelte senza esigere la condivisione di un potere realmente esercitato. Com’è naturale, però, le assemblee rifiutavano ruoli di supplenza del «consilium regni» e chiedevano una istituzionalizzazione della propria presenza politica.
La dialettica tra potere centrale e poteri periferici si configurò così come processo dinamico, da cui nasceva una complessa trama di rapporti tra forze diverse, che tenevano assieme il corpo centrale dello Stato e le sue articolazioni periferiche. Di fatto, i poteri periferici, che esprimevano interessi diversi tra loro, esercitavano un reciproco controllo e una funzione equilibratrice. Naturalmente, più il potere centrale contava su basi sociali autonome e potenti, più deboli erano le assemblee e più arretrata la realtà politica. Se il sovrano poteva agevolmente sfruttare i contrasti interni ai poteri periferici – difficili relazioni tra città e contado, rapporti tesi tra feudatari e autonomie cittadine – la logica dal «divide et impera» causava una destabilizzante frammentazione politica.
A ben vedere, quindi, la “governabilità” non solo non era – e di fatto non è – figlia unica del rafforzamento del potere centrale, ma l’indebolimento delle autonomie periferiche creava squilibri che intralciavano il «buon governo». Spesso, anzi, l’esagerata ricerca di «governabilità» era ed è sintomo di una patologia del potere, che difende interessi particolari e minoritari, a scapito dei reali bisogni collettivi. Vitale, quindi, per la fisiologia della vita politica, era ed è l’equilibrio delicato tra i poteri periferici e quello centrale e la «governabilità» si fa«valore» e agevola il «buon governo» solo se la forza del potere nasce dal confronto con assemblee forti di un’ampia rappresentanza.
La storia delle assemblee dimostra che più esse sono rappresentative della complessa realtà sociale, più articolata è la base di consenso e più efficace l’azione di governo. E’ il moltiplicarsi dei ruoli di «garanzia» nel «cursus honorum» degli uomini di governo affiancati al Senato a fare grande quella Roma repubblicana, che l’Impero conduce alla rovina, allorché, ridotto il Senato a un ornamento, la forza delle legioni svanisce perché non si trova più chi difenda uno Stato che non lo rappresenta.
Con l’Età Moderna, quando la bilancia pende dalla parte di chi governa e le assemblee si riducono a salotti di «ambasciatori» di questa o quella entità politica autonoma, in cui non conta l’importanza dei problemi, ma il «peso» di chi difende un interesse, lo scontro coi popoli si fa spesso violento. Val la pena di ricordare a Renzi – ma anche l’Europa farebbe bene a riflettere – che quando il potere centrale pone al centro della vita politica la «governabilità» a scapito della rappresentanza e spaccia per «modernizzazione» l’autoritarismo, s’apre la via per la rivoluzione. L’inglese Carlo I Stuart, travolto dalla «Gloriosa Rivoluzione», la questione della rappresentanza che spinge alla ribellione i coloni americani al grido di «no taxation without representation», sono modelli classici nelle storia della borghesia. Ed è sintomatico che l’animo degli americani non si infiamma, come spesso si crede, per l’eccesso di tassazione, ma per la richiesta ignorata di eleggere rappresentanti nel Parlamento di Londra. Lungo sarebbe l’elenco delle rivoluzioni nate dalla rivendicazione di una reale partecipazione, ma anche Renzi saprà che fu la rivoluzione a sancire la superiorità del modello fondato sulla rappresentanza: così accadde negli Usa, così nella Francia dei sanculotti e persino nella Russia del 1917, dove l’inascoltata richiesta di convocare un’assemblea rappresentativa dell’intera società zarista, espressa dai rivoluzionari all’alba del Novecento, trovò risposta nei «Soviet», che diedero rappresentanza ai ceti subalterni. Ragione non ultima della partecipazione popolare alla rivoluzione bolscevica.
Oggi sappiamo che quanto più forte l’accento cade sul tema della governabilità, tanto più s’intende tutelare i privilegi di classe e garantire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sappiamo anche che più pesante è stato il pugno calato sull’equilibrio dei poteri, più violenta è risultata storicamente la mortificazione di diritti umani, civili, politici e sociali e più spazio s’è aperto per la rivoluzione che, nel delirio liberista, è diventata la grande assente della vicenda storica. E strano, ma significativo – e fa temere una violenta burrasca – il fatto che proprio la borghesia cancelli dall’orizzonte politico la via rivoluzionaria e pretenda di leggere la storia come fosse un traballante treppiedi privo di una gamba: conservatori e progressisti, senza ombra di rivoluzionari. Eppure spesso sono stati proprio questi ultimi a scrivere pagine decisive per la vicenda umana e nessuno dovrebbe saperlo meglio di quella borghesia che, giunta al potere per la via rivoluzionaria, l’ha poi conservato grazie ai Parlamenti. Quei Parlamenti che oggi, con colpevole miopia, sono sacrificati a governi autoritari che battono in breccia la geniale creatura di Montesquieu. E’ vero, si può essere riformisti in mille modi ma non sarà male chiederselo: quante rivoluzioni sono figlie legittime di riforme concepite per negare diritti? Quanti decisivi progressi si sono affermati con la forza, quando la ragione è stata messa a tacere e hanno fatto giustizia di un’ingiustizia che non badava più alle ragioni dei popoli?

Uscito su Fuoriregistro il 13 agosto 2014 e sul Manifesto il 22 agosto 2014, col titolo Il sovrano e l’assemblea, una vecchia storia, e su MenteCritica il 29 agosto 2014.

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