Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Palazzo d’Inverno’


Non è vero che il triste assalto a Capitol Hill colpisce il simbolo della democrazia nel mondo e il paragone con la «nuova Atene» non regge. Capitol Hill non è «la casa della partecipazione popolare alla politica», ma una delle sue case. Ce ne sono tante altre nel mondo – molte delle quali messe decisamente meglio – che, tuttavia, condividono una condizione di crisi profonda, di cui Trump e i suoi scalcagnati «golpisti» non sono la causa, ma la manifestazione visibile.
Gli Usa del capitalismo sfrenato, della Sanità privata, di Guantanamo, dell’embargo a Cuba, della tragedia cilena, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani e della gente di colore soffocata o uccisa a pistolettate da forze dell’ordine, che ieri  si sono misteriosamente mostrate deboli e quasi complici degli assalitori, non sono la più grande democrazia del mondo. Non lo sono, ma questo non toglie che l’assalto a parlamentari legalmente eletti è una ferita che fa molto male, così come male fanno e destano serie preoccupazioni gli assalti ai giornalisti.
Ieri non c’è stato l’assalto alla Bastiglia e non si è provato a prendere il Palazzo d’inverno. Si è toccato con mano, però, sino a che punto sono discreditate le Istituzione democratiche, quale sia la distanza che divide i popoli da chi li governa e fin dove può condurci la forza di una narrazione surreale, velenosa, falsa e mille miglia lontana dai fatti e dai bisogni reali della gente. Soprattutto della povera gente.
Ciò che è accaduto ieri non ha nulla di rivoluzionario. E’ l’effetto di una crisi che non può avere sbocchi positivi perché non nasce dal basso, non contiene germi di rinnovamento, non apre spiragli che lascino intravedere un mondo migliore. Abbiamo assistito alle convulsioni di un sistema che si avvita su se stesso, crea un vortice e ci ruba l’aria. Ora sappiamo che la democrazia, anche la nostra, calpestata ogni giorno da Renzi, Salvini, Meloni, Di Maio, vive di stenti e non sa più essere come l’intesero i padri costituenti: ricerca di una sintesi tra visioni diverse della società, che si confrontavano in base a un insieme di regole che mettevano fuori legge la reazione e consentivano la convivenza tra conservatori e progressisti. Per un Paese come il nostro, dopo la tragedia fascista, non si trattava solo della prima Costituzione, ma di un evento a suo modo rivoluzionario.
Da decenni la lettura neoliberista della globalizzazione batte in breccia l’idea stessa di democrazia. Dove conduca l’assalto a Capitol Hill non è facile dire. Ieri, però, tra due presidenti degli Usa, uno uscente e pronto all’assalto, l’altro eletto e debolissimo nella difesa, è emersa chiara e terribile la sua pericolosa solitudine.
Per ciò che resta della sinistra – soprattutto per quei giovani che ancora credono nella politica – oggi la sfida è difficilissima, ma non impossibile: organizzarsi per entrare nelle Istituzioni democratiche, restituire loro l’originaria capacità di rendere compatibili politica e bisogni reali della gente. Se necessario, farlo eleggendo una nuova Assemblea Costituente. Un compito che da noi, come in nessuna parte dell’Occidente, a cominciare dagli USA, non possono affrontare né gli attaccanti, né i difensori di Capitol Hill, né i Salvini, né i Renzi, né gli esponenti di forze politiche che, ognuna per la sua parte, ci hanno condotti alla tragedia che viviamo.

Canto Libre, 7 gennaio 2021

classifiche

Read Full Post »

Nelle brevi e sconfortanti occasioni in cui esco di casa, quando ascolto la televisione che mi parla di politica e pandemia, ho chiara le percezione del disastro. Il coronavirus è la meno grave delle ferite che mi procura la condizione in cui siamo ridotti. I colpi più profondi vengono dalla miseria morale e dall’indigenza culturale di chi ha in mano  le sorti dell’umanità. Nel disastro che mi circonda vedo un segnale positivo nel fatto che un parassita fascista tiri fuori l’idea di un 25 aprile in cui ricordare i suoi camerati di Salò. Il potere ha perso il contatto con la realtà.  
La mia generazione voleva che non si arrivasse dove siamo finiti. La fermarono con attentati feroci, ma esistevano margini di miglioramento, non c’era questa terribile disperazione e la lotta armata non li travolse. Stavolta le spalle sono prossime al muro. Non mi piace quello che sto per dire, ma storicamente esistono esempi chiarissimi: quando si sono create condizioni così intollerabili moralmente materialmente, il potere ha scoperto che la rivoluzione non è una parola scritta sui libri. La Bastiglia non fu assalita per improvvisa pazzia e il Palazzo d’inverno non fu preso per ripararsi dal freddo. Credo che nessuno dei sedicenti “grandi” sia in grado di capirlo e questo è per me un motivo di grande conforto.

classifiche

Read Full Post »

Finalmente possiamo pensare alla “fase 2” – ti dicono da un po’ – e si sottintende così che stiamo sconfiggendo la pandemia. Per farlo, per passare finalmente all’agognata ripresa delle attività produttive, il governo ha nominato una commissione di esperti che deciderà quando, come e chi tornerà a lavorare. Tu che, chiuso in casa ascolti, sei lì, davanti alla televisione come una carta assorbente: il governo, per prendere decisioni così rischiose, ha chiamato manager ed economisti. Mentre assorbi il primo colpo, giunge di seguito il secondo: il presidente della Commissione – guarda un po’ – è il bocconiano Vittorio Colao, gestore di grandi fondi americani, che – Dio ci scampi – ha avuto a che fare con “Morgan Stanley” e “Vodafone”.
Mentre provi a capire chi sono e che faranno questi commissari, ti accorgi sconcertato che prima di trovare risposta a queste domande, t’è venuto in mente un altro quesito, stavolta irriverente: “ma che cazzo c’entra gente come questa con la pandemia e la salute?”.
Ci pensi e capisci che risposte puoi trovarne anche cento, ma nessuna tranquillizzante.
Vai avanti e stavolta te lo dicono così chiaro, che ti sembra persino logico e prudente. Si tornerà al lavoro gradualmente, ma sia chiaro: per quest’anno scuole chiuse e non è certo nemmeno che riapriranno a settembre. Così stando le cose, ti dici, la Commissione Colao ha da risolvere subito un problema serio: chi starà a casa coi bambini, quando i genitori lavoreranno? Gli imprenditori si rassegneranno e si faranno turni tra marito e moglie – ma allora non sarà ripresa vera – o, come pare più probabile, ai bambini penseranno i vecchi che restano a casa? Se fosse così, la strage degli anziani proseguirà. In quanto ai genitori lavoratori, sbattuti di nuovo in massa nei mezzi di comunicazione e in luoghi di lavoro sui quali finora non c’è mai stato controllo, non ci sarebbe da star tranquilli.
Hai assorbito tutto, ma una cosa che non t’hanno detto la scopri da te: del disastro ambientale, del rapporto diretto che c’è tra virus, contagio e uso scorretto che facciamo dell’ambiente non parla nessuno. Tutti muti.
Rintanato in casa, morto di paura e annichilito dall’inaudita tragedia che ti circonda, non riesci ancora a ragionare con la tua testa e l’idea di reagire non ti sfiora nemmeno. Vedi morire come mosche gli abitanti del pianeta in uno scontro disperato e perdente con un nemico che si vede bene anche senza microscopio e che fai? Continui a parlare di un virus, di un nemico invisibile.
Eppure, se ci pensi, tu sai bene che il nemico vero dell’umanità è l’uomo. L’uomo, sì, che ogni giorno crea un nuovo habitat, quello ideale perché il virus cresca, si rafforzi e ci aggredisca. Sai degli allevamenti mostruosi, del rapporto modificato con gli animali, sai che, pur di far profitto, il mercato s’è mangiato la salute del pianeta.
Dal momento che tutto questo lo sai, amico mio, perché non la smetti di parlare di pandemia, come superficialmente fai, suggestionato da numeri incerti, venditori di fumo e prezzolati avvocati di cause perse? Smettila e comincia a parlare quanto meno di suicidio di massa: manomettendo l’ambiente l’uomo non uccide se stesso? 
Lo so, quando ti deciderai a riconoscere apertamente come stanno le cose, l’idea del suicidio di massa ti sembrerà scorretta, perché – dirai – io non faccio niente per danneggiare l’ambiente e rafforzare i virus. I responsabili veri di questa tragedia sono i governi servi dei grandi poteri economici, penserai. E mi correggerai: qui non si tratta di suicidio, dirai. Si tratta piuttosto di un crimine contro l’umanità, commesso da chi esercita il potere a suo esclusivo vantaggio. Un omicidio di massa dei governanti ai danni dei governati.
A dire il vero, un po’ c’entri anche tu, che per troppo tempo hai fatto finta di non vedere e sei stato al gioco. Oggi no, oggi che hai cominciato a pensare, oggi che non sei carta assorbente, lo senti che bisogna cambiare, lo dici che avanti così non si può andare. Oggi, irritato dalla Commissione e da Colao, hai spento il televisore e provi a farti sentire, lo dici, ma nessuno ti ascolta. E allora che aspetti?
Ripetilo un’ultima volta, avvisa e minaccia. E se nessuno ancora t’ascolta, muoviti, scaccia dal tempio i mercanti, ricomincia daccapo e risorgi. Per meno, per molto meno fu presa la Bastiglia e si diede l’assalto al Palazzo d’inverno.

IlMonewes, 14 aprile 2020; Agoravox, 15 aprile 2020

classifiche

Read Full Post »

rivoluzIl 26 maggio del 1927, nel discorso dell’Annunziata, Mussolini, che di reazione s’intendeva più degli intellettuali della nuova destra, presenta l’Italia come «una democrazia accentrata, […] nella quale il popolo circola a suo agio, perché, afferma, o immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori e l’assalterà». Come l’Italia d’oggi, il fascismo non era una democrazia, ma i profeti della «governance» nel trionfo della post democrazia ignorano persino la lezione del duce: conservatore o progressista, chi sente nemico lo Stato entra in conflitto con le Istituzioni che non lo rappresentano. In un punto, però, la polemica sulla «sinistra conservatrice», animata da intellettuali attenti alla nuova scala delle gerarchie sociali, coincide con i temi del dibattito politico di quegli anni di crisi: anche allora, di fronte al dilemma inquietante – «o trasformarsi o perire», per dirla con Alfredo Rocco, la borghesia imboccò la via della violenza, addossandone la colpa alle utopie egualitarie dei ceti subalterni.
Per ingabbiare i processi dialettici di un corpo sociale in ebollizione, però, al duce servì quel Codice Rocco che noi oggi abbiamo, sicché, mentre i proconsoli dell’Impero smantellano la Costituzione antifascista, il sistema di regole che strangola il conflitto – l’«indisciplina collettiva» direbbero Rocco, Macrì e Saviano – è entrato subito in gioco, come ben sanno gli operai di Terni. Sul versante sociale, quindi, l’«autoritarismo democratico» di Marchionne, Monti, Fornero, Sacconi e – buon ultimo – Renzi, non ha avuto problemi e senza colpo ferire Squinzi ha salutato la Caporetto dei sindacati. Lo Stato, uscito dall’agnosticismo in tema di lotta di classe, è in campo coi padroni e il Corporativismo è nei fatti.
Si può anche ignorarlo, ma è un dato di fatto: chi definisce il conflitto «conservazione» riprende la polemica sul sindacato «passatista», tant’è che ascoltare Renzi è come leggere Bottai, che ai suoi tempi diceva: «Doveva essere entusiasmante mettersi alla testa del proprio Sindacato e affermare la battaglia sulla piazza» ma «oggi questi argomenti non servono più a nulla, perché la forza è nello Stato e solo nello Stato». Anche oggi, si afferma che il conflitto tende alla «conservazione» e gli si oppone il vento della «Rivoluzione, […] lo stabilirsi di una nuova morale e di una nuova politica». Cosa sia stata negli anni Venti, in tempo di crisi, la «rivoluzione» cui tornano oggi Renzi e gli intellettuali della nuova destra, fu presto chiaro: il trionfo dei «rivoluzionari» in camicia nera sugli operai rossi e conservatori non «modernizzò», né creò l’impossibile riequilibrio tra «uguaglianza» e «mercato», che oggi si riesuma dal peggiore armamentario liberista. Consentì, questo sì, grazie al manganello e al Codice Rocco, la riorganizzazione dell’economia, sbilanciata in senso finanziario, e una ristrutturazione industriale sulla pelle dei lavoratori, ma dimostrò l’incompatibilità della democrazia col capitale finanziario e consentì a Grifone di denunciare «la mitologia delle necessità oggettive, del primato della tecnica e delle soluzioni obbligate», strumenti ideologici di politiche creditizie e monetarie tese a far sì che «le scelte del potere si ammantino, assai più che le scelte produttive, di un falso velo di necessità oggettiva».
E’ facile oggi, in una grave crisi della democrazia, spacciare per «riforme istituzionali» le tappe di una svolta autoritaria, utilizzando concetti astratti come progressismo e conservazione. La verità è che il conflitto sociale è sotto processo, perché sotto processo è la democrazia. Poiché non si può negare che il movimento operaio, pagando con la galera e col sangue, conquistando potere in fabbrica e nelle compagne, costringendo i padroni ai contratti, ha legittimato e consolidato la democrazia, si alimenta nell’immaginario collettivo la falsa convinzione che la forza della sinistra italiana del Novecento, pur rispettando le regole, abbia alterato il rapporto sviluppo-eguaglianza e spezzato il nesso Stato-mercato. Più che storia, però, questa è mitologia.
Mito è la borghesia liberale «tollerante», perché, senza tornare a Crispi o ai connubi col fascismo, fermandosi ai primi vent’anni di repubblica, la «tolleranza» lasciò in piazza un centinaio di morti e dal 1946 al 1966 produsse 15.000 perseguitati politici, riconosciuti da una legge dello Stato. Una classe dirigente così arrogante da processare i giovani cui lascia un Paese di gran lunga peggiore di quello ricevuto in eredità, definendoli conservatori, è ingenerosa e irresponsabile. Un giovane oggi è per forza di cose conservatore: lotta per conservare almeno parte dei diritti di cui ha goduto chi oggi si erge a giudice mentre glieli nega. Né, del resto, progredire è sinonimo di migliorare: si può anche avanzare verso il peggio e a contare non è la direzione di marcia, ma i valori di riferimento. Se la civiltà arretra di fronte alla barbarie, si progredisce arretrando.
Su un punto occorre esser chiari: chi processa la sinistra, in nome di valori liberali e liberisti, rischia di muoversi verso la melma crispina, gli spettri del ’98, i modernizzatori alla Mussolini e i cialtroni che tollerarono Hitler per scagliarlo contro i bolscevichi. Per Mussolini e i fascisti, Gramsci fu conservatore, lo scrissero mille volte e videro il progresso nelle Corporazioni e la conservazione nel sindacato di classe. Proprio come oggi. Di questo passo, i giovani finiranno sovversivi, ma non sarà conservazione: sovversivi furono Gramsci e Pertini. Se un Paese ripudia i valori della Costituzione e cancella dal suo orizzonte persino Montesquieu, è fatale: i progressisti veri diventano banditi come i partigiani. Si può giocare con le parole quanto si vuole, ma il progressismo di Marchionne esiste solo se manipoliamo la storia per fare la morale ai giovani che non si rassegnano. La storia ci dice che quando Cesare è il progressista, Bruto mette mano al pugnale; quando il pane del popolo sono i dolci della regina, la ghigliottina cala inesorabile; quando il progressismo colpisce la povera gente e si arrocca al sicuro nel Palazzo d’Inverno, i giovani diventano così conservatori, da schierarsi con giacobini e bolscevichi, bruciare la Bastiglia e portare il ferro e il fuoco negli stucchi e negli ori di Pietroburgo. Si dirà che sono violenti, ma è una menzogna. I giovani odiano la violenza, ma non intendono subirla inerti. Perciò oggi sono conservatori: conservano il diritto alla legittima difesa.

Uscito su Agoravox e Fuoriregistro il 21 novembre 2014 e su MenteCritica il 24 novembre 2014

Read Full Post »

Qualcuno dirà che è stata saggezza: ferme ai crocicchi dei palazzi del potere, dove s’è messa a morte la giustizia sociale, le forze dell’ordine non si sono viste. Mentre la stampa padronale esalta l’araba piazza Tamir, l’Italia dei diritti negati non poteva concedere spazio a nuovi pestaggi della polizia “democratica”. Sembra un ragionamento che non fa una piega, ma la saggezza non c’entra e non c’entra nemmeno la volontà consapevole di chi comanda, deciso a ridurre l’isolamento morale rispetto a un’opinione pubblica disgustata. E’ stata la necessità di far fronte al crescente dissenso interno verso una politica dai tratti autoritari, che da tempo scatena in piazza la parte peggiore degli uomini in divisa; una politica che il 14 novembre è sfociata nelle aggressioni selvagge a ragazzi inermi, documentate da foto e filmati inaccettabili, che nemmeno la stampa addomesticata ha potuto ignorare. Tra le forze dell’ordine sempre più divise, molti sono ormai gli indecisi e i riottosi. Questo governo non piace a tanti poliziotti e mentre l’ala dura da sola non basta per ora a tenere la piazza, i più moderati, stanchi di far scudo a un governo voluto dai banchieri e tenuto in piedi da un Parlamento del tutto privo di credibilità, recalcitrano e non danno affidamento.
Professore, ma davvero lei crede di avere di fronte un muro compatto e senza crepe? mi ha detto in piazza senza giri di parole una funzionaria della Digos, che ormai mi conosce bene. Se è così, si sbaglia. Quando si fa lavoro diventa sporco, si scelgono uomini e reparti. Non siamo tutti uguali e non son rose e fiori nemmeno tra gli agenti entrati in polizia secondo i criteri d’un tempo e i bestioni arruolati oggi grazie a “corsie preferenziali”; a molti non piace il vantaggio incolmabile assicurato ai militari tornati da esperienze di guerra sui fronti in cui da tempo sono impegnate le nostre forze armate con la scusa di inesistenti interventi umanitari. Non piace, perché ci riempie di fanatici e spostati che in piazza esibiscono in petto le strisce minacciose e multicolori delle campagne militari. C’è guerra ai vertici. Un disaccordo forte che non si lascia trasparire. A molti, peraltro, De Gennaro non piace, è il volto peggiore delle forze dell’ordine, quello mostrato a Genova. E Genova è una ferita aperta non solo per la cosiddetta società civile. Molti tra gli uomini in divisa ritengono che lì le forze dell’ordine si sono davvero giocata la reputazione. E questo non fa piacere a nessuno. In ultimo, c’è un motivo solo apparentemente secondario, una ragione di dissenso e di scoramento molto più banale, ma capace di unire: la crisi colpisce anche noi.
Chi ha avuto agenti a lezione di storia, ai corsi triennali universitari, al tempo delle convenzioni firmate tra accademia e enti pubblici, sa bene che dietro l’apparente muro di violenza e omertà che ci troviamo di fronte ogni giorno in piazza, c’è una nebulosa complessa e multiforme. Sa che c’è un terreno inesplorato che si può aprire alla propaganda e alla lezione della democrazia e non è un caso che sulla scuola si picchi con particolare accanimento. La scuola diventa assai spesso la buccia d banana su cui scivola il potere. ieri in piazza essa ha avuto meriti davvero significativi. Ha dimostrato anzitutto in maniera inequivocabile che non bastano squadristi in divisa per costringerla a tacere e che, anzi, l’inattaccabile governo tecnico, in tema di scuola, versa in stato confusionale: orari, precari, concorso, ha fallito ogni mossa. Non bastasse, in piazza, ed è un punto a favore di grande significato politico, il governo stavolta ha dovuto rinunciare all’unica arma che ancora possiede: la violenza.
Facciamo tesoro di questa esperienza e andiamo avanti decisi. Ci attendono mesi decisivi. Secondo Affari Italiani, il più accreditato dei giornali on line, a tre italiani su quattro il “Monti bis” procura l’orticaria e Montezemolo non raggiunge il 2 %. Tutto è in movimento, tutto è ancora possibile e la “scorta” ai palazzi del potere è molto meno solida di quanto appaia. Affianchiamo i ragazzi in lotta, stiamo con loro in piazza e nelle scuole occupate e intanto le organizzazioni dei lavoratori, quelle che non hanno rinunciato al conflitto, trovino la via per far esplodere le contraddizioni che dall’altra parte si stenta a gestire. C’è nella nostra storia antica, nella cultura di una sinistra schierata nella trincea dei diritti, una tradizione di propaganda tra gli uomini in divisa. Qui non si tratta di assaltare il palazzo d’inverno: E’ il palazzo che pare muovere in armi contro di noi, mentre occupa la via elettorale con oscure manovre di partiti e inaccettabili intromissioni del Capo dello Stato. “La democrazia sta sparendo sotto i nostri occhi”, ha sostenuto con amaro coraggio una studentessa che s’è conquistata la parola a Parma, rivolgendosi a Clini che inaugurava l’anno accademico in una università blindata. Aveva perfettamente ragione. Non è tempo di dubbi: occorre modificare gli equilibri sul terreno dello scontro che ci vogliono imporre e non sarà certo male se, alla resa dei conti, in piazza, tra gli uomini in armi, qualcuno decida di passare dalla parte dei manifestanti. Non si tratta di inseguire miti rivoluzionari. E’ solo che Piazza Tamir non è lontana come pare.

Read Full Post »

Se non l’avete vista, eccola all’opera l’Europa democratica. Se continuate a far finta di non vederlo, eccolo l’Occidente dei diritti, quello in cui la legalità è un inganno costruito apposta per giustificare ogni violenza del potere.
Questi animali possono fare ciò che vedete perché glielo consentiamo. La polizia non c’entra, questi non sono poliziotti. E’ feccia armata e se si comporta così è colpa nostra.
Occorre dirselo: indietro non si torna e presto metteranno mano alle armi. Quando si giunge fino a questo punto, i popoli possono scegliere solo tra due vie: accettare la servitù o restituire tutto, colpo su colpo, nessuno escluso. Ricordiamocelo: siamo piccini solo perché siamo in ginocchio. E’ ora di alzarsi e dire basta. Il tempo stringe e presto sarà tardi. Abbiamo due esempi chiari: la Bastiglia e il Palazzo d’inverno. Non si può manifestare così, contro bestie armate, a mani nude, senza concertare piani d’azione, senza scegliersi il terreno sul quale agire, senza aver chiaro soprattutto che all’ultima spiaggia c’è un solo principio che abbia una  logica e conti: vita tua mors mea.
Un clic, ed eccola all’opera l’Europa democratica!

Read Full Post »