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Posts Tagged ‘OVRA’

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Non so se è una “bufala”, ma finora non sono giunte smentite e la fonte è solitamente rigorosa. Non credo si tratti di un”delirio”, come ritiene l’ottimo “Contropiano“, che ringrazio per il risalto dato alla notizia. Quelli del SAP probabilmente non lo sanno, ma sono nati come allievi di Guido Leto, primo responsabile tecnico della formazione della polizia repubblicana.
Leto era stato capo dell’OVRA, la polizia politica fascista. Queste sono le radici “culturali” dei “tutori dell’ordine” dalla nascita delle “repubblica antifascista”. Fino a qualche anno fa evitavano di scoprirsi. Si muovevano con questo spirito, ma se ne stavano prudentemente zitti.  Ora, nello stato comatoso in cui versa la democrazia, tirano la testa fuori dal sacco. Bisognerà fargliela rimettere, come si fece dal 1943 al 1945. A cose fatte, però, dovremo evitare di commettere due volte lo stesso errore, perché ora si vede chiaro: quando si tratta di certa gente, fare prigionieri è un lusso che non ci si può permettere.

Post Scriptum:
Il segretario del SAP, smentisce.
“Vicenda Bifolco e falso manifesto SAP a Napoli. Smentiamo categoricamente il nostro coinvolgimento nella vicenda (da attribuirsi ad evidente azione contro di noi del partito dell’Antipolizia) e preannunciamo esposto denuncia in Procura contro autori di questa vergognosa diffamazione a nostro danno!”.

Prendo atto, ma penso che non esista un “partito dell’Antipolizia”. La gente vorrebbe solo poliziotti affidabili e riconoscibili, come da tempo chiede l’Europa.
Quand’è che il SAP chiederà i numeri identificativi?

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Tito Murolo a

Tito Murolo, anarchico, combattente delle Quattro Giornate

Il silenzio sulla militanza antifascista di tanti combattenti fa delle Quattro Giornate rabbia di gente disperata. “Scugnizzi”, secondo il cliché della “città di plebe”, da cui, più che barricate, t’aspetti le suppliche che il prefetto fascista ricorda beffardo: “Signurì! Fate che la guerra finisca, fate finire la guerra, Signurì!” In realtà, i nazisti ricordano la propaganda sovversiva, “che scatena gli elementi rivoluzionari, facendo temere la rivolta, e la polizia segnala manifesti che invitano alla lotta, fogli clandestini, scritte inneggianti alla Russia e una “preconcetta avversione per la Germania” che fa più paura del disastro militare.
A marzo, arresti di studenti rivelano che anche “giovani di buona famiglia” collaborano coi “rossi”: socialisti come Fermariello frequentano universitari repubblicani guidati da Adolfo Pansini, il quale lavora con i comunisti di Torre Annunziata. In fabbrica si temono operai decisi a scioperare e nelle vie devastate girano tram con la scritta “W Churchill”, libelli che attaccano il “Natale di Roma, Natale di vergogna”, salutano il primo maggio e ricordano Matteotti. La gente, affamata, odia i tedeschi che al mercato nero arraffano formaggi, uova, lardo, carne e mandano in Germania merce razionata. Ben prima dell’armistizio, la soldataglia è truppa d’occupazione: si diverte a picchiare passanti, saccheggia, usa la contraerea quando non c’è allarme e gode per la gente atterrita. In una città ferita dalla bombe, al Vomero, al Rione San Pasquale e al Quadrivio di Arzano i nazisti usano scantinati come polveriere. A luglio anche il confine della violenza sessuale è superato.
Caduto il regime, Napoli accusa i nazisti: “a ogni obiezione, un’arma spianata”, ma il capo della polizia, che non vuole “urtare la suscettibilità dei tedeschi” è duro con operai e antifascisti, come mostrano i morti in piazza e gli arresti di agosto a Cappella Cangiani, dove “i sovversivi” si domandano che fare con Badoglio e i nazisti. Per il Pci, Ernesto Lionetti e Paolo Ricci chiedono prudenza. Per l’azione immediata premono Cesare Zanetti per i libertari, Libero Villone per il “Gruppo Spartaco” e i socialisti rivoluzionari Rocco D’Ambra e Marco Pasanisi. La polizia, guidata da spie dell’Ovra, arresta 49 presenti, tra cui il socialista Luigi Blundo, perseguitato politico, Luigi Mazzella, che è stato a Mosca con i bolscevichi, Catello Esposito e Corrado Graziadei, confinati del Pci. In trappola Vincenzo Iorio, poi segretario della Camera del Lavoro, Giovanni Autiero, futuro dirigente della Federterra, Luigi Velotti, che guiderà l’Unione Lavoratori Agricoli e Salvatore Angelotti, poi combattente come molti arrestati e amico di Federico Zvab, reduce da Ventotene, che porterà nella rivolta l’esperienza di Spagna, dov’è stato comandante di batteria.
Gli arresti confermano la tesi tedesca sull’attività “sovversiva” e danno un volto politica alla rivolta: piccoli gruppi comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici. Anche una figura simbolo dell’anima popolare della sommossa, Maddalena Cerasuolo, non lottò per caso: il padre, Carlo, era finito in manette col comunista Espedito Ansaldo, perseguitato e combattente delle Quattro Giornate.
La bufera si annuncia chiara il 7 settembre al Corso Garibaldi, dove gli Alleati scatenano l’inferno dal cielo e i nazisti sparano coi carri armati agli aerei tra case e gente inerme, suscitando l’ira popolare. Per un po’ soldati e folla si fronteggiano. I nazisti, armi in pugno, chiedono strada, la gente li blocca, mette mano ai sassi e va via solo quando i mitra puntano l’uomo. Ha ragione il Questore: “gli incidenti causati dai tedeschi, ogni giorno più gravi”, colmano “la misura che, una volta passata, potrebbe suscitare inattese reazioni”. Venti giorni e lì, in una zona che Napoli chiama “Siberia”, la parola passerà alle armi.
Con l’occupazione, il ruolo dei perseguitati politici è palese. Mentre tutto precipita, Zvab ha uomini armati, Pansini è pronto coi suoi repubblicani e c’è chi fa capo agli anarchici schedati Tito Murolo e Armido Abbate, seguito dai compagni di fede Pasquale Di Vilio, detto “Sbardellotto”, in ricordo del libertario fucilato, Alastor Imondi, figlio di Giuseppe, figura storica dell’anarchia, e i fratelli Malagoli, Telemaco, Spartaco e Bruno. A via Foria, nel bar di un antifascista, un gruppo segue Alfredo Miccio, licenziato dall’Ilva, e un nucleo formano i comunisti Vincenzo Prota, Michele Persico e il milanese Vincenzo Pianta, che morirà “anticipando “il sacrificio dei napoletani caduti nella stessa causa in altre città italiane”. Anche per il Pci, si muove un confinato, Ciro Picardi, che contatta Cacciapuoti e i capi di altri gruppi: “Salvatore Rollo, ortopedico repubblicano schedato, l’azionista Sersale, Ezio Murolo ed altri, con i quali si è provato a capire come cacciare i tedeschi dalla città”. Ezio Murolo, schedato come il fratello Tito e ufficiale nel 1915-18” è stato aiutante di campo di D’Annunzio a Fiume. Con lui e con Zvab, avvezzi al comando sono il comunista Aurelio Spoto, l’azionista Mario Orbitello e il socialista Pasanise, ufficiali in servizio. Forse non avrebbero osato ma, mentre contano armi e compagni, “guastatori tedeschi, rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni e incendi completano il quadro e il 27 settembre inizia la rivolta”.
Cancellati i “perseguitati politici”, per far posto a “scugnizzi” e fascisti che cambiano campo con due colpi sparati ai camerati, i dati incompatibili con la “città di plebe” hanno viaggiato verso il silenzio su binari morti: lotta di classe, dissensi sul Paese da rifare, i prefetti che raccomandano gerarchi agli Alleati per evitare svolte radicali. Di quella Italia, in bilico tra speranza e tragedia, dignità e vergogna, l’inferno napoletano, in cui la pace convive con la guerra e il vecchio si incontra col nuovo, è ad un tempo “laboratorio” e chiave di lettura. Non andò come speravano i combattenti, ma da lì nacque la Costituzione e va difesa: è un baluardo contro la reazione.

Uscito su Repubblica Napoli il 30 settembre 2014 col titolo Quando esplose l’ira popolare.

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tradimento RavennaRitorna Pansa, e tutto è consentito. Non a caso in soli tre anni abbiamo avuto Monti, «educatore» di Parlamenti, uno psicodramma intitolato Letta, con Montecitorio e Palazzo Madama inerti spettatori, il pupo toscano e dio sa quale imminente «democrazia autoritaria», niente fronzoli littori, ma tutta Corporazioni e gerarchia. Ogni tempo ha una storia, ma anzitutto ha i suoi storici e qui da noi c’è chi s’è «fatto le ossa» lavorando ai libri di testo di regime nelle Commissioni nominate da Gelmini. Pansa ritorna e tornano parole usate come schizzi di fango: né vere, né false, solo deformate, come il mondo appare nel sonno alla cattiva coscienza. Tornano traditori santificati, aguzzini spacciati per quei martiri innocenti, che, più la crisi economica crea analfabetismo di valori e nega diritti, più «tirano» sul mercato della disinformazione. Stavolta è il turno di una Resistenza che non sta né in cielo né in terra, come piace da morire alla finanza che tempo fa ci ha mandato il suo «avviso di garanzia»: l’Europa mediterranea è indagata per abuso di Statuti antifascisti. Pansa torna e con lui torna, impunita, l’apologia indiretta di un fascismo tentatore, che nei salotti buoni e nei «pensatoi» che contano diventa «contro storia»: un investimento remunerativo sul «bestiame votante», tirato su con pillole di delega, fiale di rassegnazione, scuola in miseria e ricerca pilotata.
Dietro Pansa c’è il potere che gioca. La storia richiede documenti e onestà intellettuale? Il potere punta su menzogne vestite a festa e Pansa fa l’abito su misura. Il suo «eroe-simbolo» è Riccardo Fedel, uno che, per acquistar credito presso i fascisti, s’inventa un complotto di comunisti a Ravenna, a Lipari fa la spia e spedisce in galera 56 compagni confinati e infine si sistema all’Ovra. Una storia di miserie umane come ne trovi tante; una di quelle che, per raccontarle, dovresti far la guerra a un morto, rinfacciargli nomi soffiati, fatti narrati, cifrari passati sottobanco ai questurini e giungere al tragico azzardo finale: Fedel che sale sui monti partigiani con quel triste passato, si barcamena e finisce fucilato dai compagni, che non si fidano e non hanno scelta. Lo studioso affida alla memoria collettiva il tradimento, le conseguenze delle rivelazioni prezzolate, le vite spezzate, le sofferenze patite, il carcere duro, i violenti interrogatori di giovani colpevoli solo di lottare per un mondo migliore e si porta dentro la figura di un uomo che vacilla, stenta, ma non si piega e lotta, sopporta sofferenze atroci, un’infezione da «manette strette» che lo conduce a un passo dall’amputazione e gli accorcia la vita. Lo studioso si sente interrogato dal ruolo determinante che la natura bivalente dell’uomo svolge nel tracollo delle grandi utopie e lì si ferma, pensa e invita a pensare. Lì, sul limitare tragico di quella sorta di campo di battaglia disseminato di cadaveri, consapevole del peso schiacciante della responsabilità. Non scrive una parola, una sola, che non abbia alle spalle un documento a giustificarla con una lettura intellettualmente onesta. Lo storico ha una filosofia della storia in cui inserire un fatto documentato, il tradimento in questo caso, peccato originale dell’impossibile «eroe» di Pansa. L’avventuriero, levato al rango di storico dalla crisi morale e dagli interessi politici che gli stanno dietro, non si pone questioni etiche. Il suo problema non è il rapporto che vincola la causa all’effetto, il tradimento alla fucilazione. In un processo che ricorda molto da vicino la logica del «neolinguaggio» di Orwell e del suo «1984», Pansa, rimossa la causa, si sente libero di modificare l’effetto. Come per magia, il traditore diventa così un martire e la storia diventa storiella.
Superata l’età dell’innocenza – il «peccato» non conta ormai più niente per nessuno – quel campo di battaglia disseminato di cadaveri, che poneva soprattutto domande, diventa una miniera d’oro, una sorta di Eden in cui, per dirla con Carr, vagare «senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi davanti al dio della storia». Dopo Cristicchi, anche Pansa ha il suo posto d’onore alla televisione di Stato, ospite di Conchita De Gregorio, che nel 2010, poco prima di Monti, annunciava l’iscrizione all’Anpi: «credo nei valori della Resistenza», sosteneva, perché «ha permesso e realizzato la Costituzione Italiana e la […] democrazia»; poi per chiarire il suo sostegno, aggiungeva: «voglio che la Resistenza non sia solo Memoria del passato, ma esercizio del presente». I tempi mutano, la De Gregorio si adegua e ora offre a Pansa un salotto televisivo. Questo ormai passa il convento: l’esibizione di due giornalisti, che, fingendo di parlare di storia, direbbe Carr con britannico «self control», proveranno a «ricreare, con l’artificiosa ingenuità dei membri di una colonia nudista, il giardino dell’Eden in un parco di periferia».
La riduzione a fattore unico dell’intera storia nazionale ormai non passa solo per la banalizzazione. E’ il denominatore comune, la «cifra» del presente e si chiama purtroppo malafede.

Uscito su Fuoriregistro il 26 marzo 2014 e su Il pane e le rose e su MicroMega il 27 marzo 2013

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Commentando un mio articolo dedicato ai falsi eroi di Pansa, ripreso dal sito “la storia le storie”, un responsabile della Fondazione Fedel carica a  testa bassa:

Ritengo dovreste informarvi prima di dare spazio sul vostro sito ad articoli dai toni diffamatori (l’espressione usata è talmente sopra le righe e fuori luogo, da dire tutto sulla moralità del suo autore) e dal contenuto falso. La Fondazione Comandante Libero non è quello che dite. Né lo è Riccardo Fedel. Basta poco per verificarlo… Sorprende, in effetti, che in un sito che dichiara essere fatto da storici, si verifichino così poco le fonti…”.

Non so con quale coraggio, discutendo di Pansa e dei suoi eroi, i documenti si chiedano a me, ma devo dire che non ci vuole molto a trovarli e sono inequivocabili: accusano un delatore e riscattano la memoria di valorosi partigiani come Ilario Tabarri. Il giornalista può nasconderli ai suoi lettori, non farli sparire.

1) Imputato Umberto Vanguardia al Giudice Istruttore del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato:  Memoriale.

2) Il Tribunale Speciale assolve i numerosi confinati accusati da Riccardo Fedel di complotto e di costituzione di un “fronte unico” dei partiti antifascisti”.  I giudici fascisti, come si può vedere, ritennero inaffidabile il delatore Riccardo Fedel. Tra gli imputati, tutti confinati a Ustica, nomi di fronte ai quali ci si può solo inchinare: Amadeo Bordiga, primo leader del Partito Comunista d’ Italia, il perugino Mario Angeloni, che nel 1936, dopo aver fondato con Carlo Rosselli la prima Colonna di volontari Italiani, inserita nelle milizie anarchiche della Catalogna, morì combattendo a Monte Pelato; Giuseppe Massarenti, socialista e figura di primo piano nell’esperienza delle cooperative contadine di Molinella, e Giuseppe Romita, che sarà poi ministro degli interni e il 2 giugno 1946 proclamerà la repubblica.
Sentenza del Tribunale Speciale.

3) Copia della Gazzetta Ufficiale con l’elenco delle spie dell’OVRA e il nome di Fedel, poi cancellato perché già deceduto: Gazzetta Ufficiale Spie dell’OVRA.

Quelli che seguono non sono documenti, ma risultano ugualmente significativi e rivelatori.

1) Anzitutto un articolo di Mimmo Franzinelli, studioso noto e di indiscusso valore, uscito sul “Sole 24 Ore“. Pur concludendo in maniera un po’ discutibile, lo storico conferma il ruolo del Mimmo Franzinelli e FedelFedel e spiega perché fu cancellato dall’elenco delle spie dell’Ovra: “La normativa vietava l’inserimento dei defunti nella lista e il ricorso della madre venne pertanto accolto nella formula liberatoria rituale, erroneamente interpretata dal Pansa come prove d’innocenza e fallimento del piano comunista di squalificare l’ex comandante partigiano“. In realtà non c’era nessun piano, prosegue Franzinelli, “l’inserzione era dipesa dall’ignoranza del decesso e la cancellazione dalla sua tardiva notifica alla commissione“.

2) Testimonianze di Bruna Tabarri, figlia di Ilario Tabarri, combattente di Spagna e capo partigiano – il “comandante Pietro Mauri – la cui memoria Pansa ha ingiustamente oltraggiato per dare maggior lustro al suo eroe:
Il Comandante Pietro Mauri e l’8 Brigata Garibaldi in Romagna.
Lettera di Bruna Tabarri.

Infine due foto di Ilario Tabarri, scattate durante la guerra di Spagna. In una Tabarri è il secondo in piedi da sinistra. Nell’altra è il quarto da sinistra in ginocchio con un fucile.

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